Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
L'ora si puo' vedere dovunque, persino sul desktop.
Semplice: non lo faccio per essere alla moda!

L'OROLOGERIA DI MILANO srl viale Monza 6 MILANO

siamo amici da quasi 50 anni, una vita! Per gli amici, questo e altro! Se passate di li', fategli un saluto da parte mia...

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L'essere straniero per me non è altro che una via diretta al concetto di identità. In altre parole, l'identità non è qualcosa che già possiedi, devi invece passare attraverso le cose per ottenerla. Le cose devono farsi dubbie prima di potersi consolidare in maniera diversa.

Wim Wenders
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 12/11/2005 @ 12:37:34, in Italia, visitato 1568 volte)
comunicato stampa

11 novembre '05 - Progetto Carcere

Emergency lancia un programma di attività umanitarie anche in Italia. Il 10 Novembre Emergency ha sottoscritto un Protocollo d’intesa con il Provveditorato per l’Amministrazione Penitenziaria del Lazio, che segna ufficialmente l’avvio del nostro Progetto Carcere.
Il Protocollo prevede, per un periodo sperimentale di un anno, la possibilità per Emergency di condurre propri volontari - specialisti medici e paramedici - all’interno dei due grandi Istituti della capitale, Rebibbia Nuovo Complesso. e Regina Coeli. La modalità degli interventi è affidata a intese dirette (sottoprotocolli) con la Direzione degli Istituti.
Cosa faremo? Oltre a fornire più ampia possibilità ed esecuzione più rapida per visite e interventi specialistici, potremo fornire farmaci, presidi speciali, protesi, facilitare ricoveri per interventi nelle strutture pubbliche esterne, sollecitandone la disponibilità o provvedendo alla ricerca di soluzioni alternative. E’ già pronto il sottoprotocollo con Rebibbia, discusso il 27 settembre in una prima riunione operativa con i medici interni. Ora, con la firma del documento, le procedure saranno presto avviate anche a Regina Coeli.
Nella realizzazione di questo programma Emergency fa tesoro, tra l’altro, di anni di esperienza accumulata in Afganistan (soprattutto a Kabul) e in altri Paesi, dove abbiamo aperto nostre cliniche nelle carceri e curato migliaia di pazienti detenuti.
Se tra un anno ci saranno valutazioni concordemente positive sul lavoro svolto, Progetto Carcere potrà essere allargato agli altri Istituti del Lazio. Il suo scopo immediato è per noi quello di eliminare sofferenze ingiuste e inaccettabili per qualsiasi essere umano. Emergency, ben consapevole che in una società civile il rispetto dei diritti di tutti debba essere sempre garantito, intende richiamare le Istituzioni ad assolvere il proprio dovere e il proprio compito e in nessun modo intende sostituirsi ad esse.
La necessità di una profonda ristrutturazione della Medicina Penitenziaria d’altra parte è avvertita da tempo: nel 1999 il governo in carica aveva adottato un decreto legislativo (n. 230/99) che trasferiva dal Ministero della Giustizia (Medicina Penitenziaria) a quello della Salute (Servizio Sanitario Nazionale) l’intera funzione sanitaria nel carcere. Dal 1 Gennaio 2000 il decreto aveva avuto una parziale attuazione, limitata ai soli settori della prevenzione e dell’assistenza ai detenuti tossicodipendenti. Poi, fino ad oggi, più nulla. Con conseguenze disastrose sulla qualità dell’assistenza, in progressivo e rapido deterioramento.
Progetto Carcere è il primo intervento umanitario programmato in Italia, dopo anni di lavoro per la cura e la riabilitazione delle vittime civili delle guerre. Dal 1994, anno della nascita di Emergency, ad oggi abbiamo portato il nostro impegno e le nostre risorse in vari Paesi del mondo, dall’Afganistan al Sudan, dalla Cambogia all’Iraq, alla Sierra Leone, senza dimenticare Angola, Ruanda, Eritrea, Palestina, costruendo ospedali e centri di riabilitazione e curando circa 1,4 milioni di persone.

Roma, 11 novembre 2005

Per ulteriori informazioni:
Nicola Milillo,
press@emergency.it
Tel. 02-86316.372,
Cell. 335-470.471
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Di Fabrizio (del 12/11/2005 @ 10:09:18, in media, visitato 2229 volte)

I miei Balcani immaginari

11.11.2005   
Il 28 ottobre a Roma, si è riunita l'Assemblea parlamentare della Nato. Seminario dedicato al Kosovo, con la partecipazione di 16 delegazioni parlamentari e diplomatiche dell'Alleanza Atlantica e di tutte le comunità nazionali dell'area coinvolte nei conflitti balcanici. Fra i relatori, il giornalista Ennio Remondino, corrispondente estero della Rai per quell'area. Questa la trascrizione del suo intervento
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Di Fabrizio (del 11/11/2005 @ 11:00:14, in blog, visitato 1640 volte)
Continua l'avventura dei tre valorosi, imbarcati nel gioco Clandestini a bordo.
Abbiamo il primo disperso (non mi era mai capitato!), chi sta ancora sfuggendo dal Kosovo in fiamme e chi è già in Italia - provando a capire, come Alice nel paese delle meraviglie, che gusto c'è.
Nel nostro piccolo stiamo preparando la scenografia (OPEN SOURCE ; - ) ) del Tempo dei Gitani II.
PS x i lettori più antichi: diciamo che le notizie che pubblico sono la teoria, Clandestini a bordo invece è un vero e proprio corso pratico per i solutori più che abili (o coraggiosi). Sono sempre aperte le iscrizioni.

Ricordo ai lettori, che c'è anche a disposizione un'agenda per sapere cosa si organizza in Italia e nel mondo, e la possibilità di incontrarsi condividendo interessi comuni. O far sapere voi cosa state facendo e quando.
E avete anche una pagina per i vostri annunci (al momento, ce ne sono una cinquantina circa).
Fatevi vivi. Ciao
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Di Fabrizio (del 11/11/2005 @ 07:49:45, in Europa, visitato 1891 volte)

cliccare sull'immagine per leggere l'articolo (testo in inglese)

9. 11. 2005: Un asteroide scoperto recentemente nella costellazione del Toro, sarà chiamato col nome del cantante bulgaro AZIS. Il corpo celeste, dal nome provvisorio di 2005 UT12, è stato scoperto da astronomi bulgari, con l'aiuto di scienziati belgi e britannici. Vogliamo dargli il nome di Azis, che da noi è un cantante molto conosciuto" ha spiegato un portavoce del gruppo scientifico...
Aziz
9. 11. 2005: L'Assemblea delle OnG bielorusse Pro-Democratic e il servizi online Chartija 97 informano che il Procuratore Generale della città di Minsk ha rivolto un ammonimento ufficiale agli attivisti di diverse minoranze nazionali e religiose. I gruppi hanno inviato lo scorso agosto un appello al Presidente Alexander Lukashenko, per proteggere Anzalika Borys, capo legittimo dell'Unione dei Polacchi di Bielorussia, organizzazione che le autorità non riconoscono...
Belngo
10. 11. 2005: Una strada separa il quartiere Ciglana di Sarajevo dall'insediamento rom di Gorica, ma in realtà tra i due agglomerati non c'è molta differenza. Su entrambe i lati, belle case. Non si vedono immondizie, fango o fognature a cielo aperto...
Link
10. 11. 2005: Jasmina ha 10 anni e non sa che il Ministro degli Interni della Herzegovina Occidentale ha lanciato l'Operazione Mendicante, una campagna volta ad eliminare il fenomeno dell'elemosina e del vagabondaggio. Ma la sua vita, divisa tra abusi domestici e accattonaggio nelle strade di Sarajevo, sarà comunque coinvolta da questa iniziativa. La bambina si avvicina alle macchine in attesa che il semaforo cambi, costretta a ripetere il gesto centinaia di volte al giorno...
mangipel

Sdruzeni Dzeno
V Tunich 11
120 00 Praha 2
----------------
+420 224 941 945
www.dzeno.cz / www.radiorota.cz

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Di Fabrizio (del 11/11/2005 @ 02:55:58, in blog, visitato 1522 volte)
In confronto a Il dubbio: questo sconosciuto, certamente.
Esiste un blog chiamato Zingarate, parla di viaggi low cost e mi son fatto l'idea che sia frequentato da giovani innocui e un po' mammoni, che sembrano usciti da una commedia di Pieraccioni.
Ma ecco il commento di un "utonto Esperto" apparso ieri: "granada non è grandissima, però è sempre un capoluogo. evita di andare al quartiere di Sacromonte da solo xchè è il quartiere degli zingari. in realtà gli zingari (anzi le zingare) evitale dappertutto, hanno la strana tendenza ad alleggerire il portafoglio dei turisti!..." Che aggiunge anche: "non dimenticare di fare una passeggiata all'albaycin, il quartiere ex gitano, tutto bianco... mooolto pittoresco!"
Insomma, a loro piace darsi arie da "Zingari", un po' come giocare a cowboys e indiani. O forse sognare i viaggi e la libertà, che però li condannano a mostrarsi per quello che sono, uguali un po' a tutti gli altri.
Quanto agli "Zingari", alla fine se Zingarate ha rubato quel nome da qualcuno, senza vergogna, eccoli pronti al passo successivo: i quartieri gitani sono belli, purché non ci siano i Gitani.
Ma, sono pronto a scommetterci, questi ragazzuoli sono convinti che la  doppia morale sia una caratteristica "degli zingari"!
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Di Fabrizio (del 10/11/2005 @ 16:34:03, in Europa, visitato 2181 volte)

Il Ministro belga degli Interni, Patrick Dewael, in visita a Sofia, ha ammonito sull'intenzione del Belgio di restringere radicalmente le politiche migratorie sui richiedenti asilo dall'Europa dell'Est. [...] Ha chiarito che durante il vaglio delle domande, i richiedenti asilo verranno tenuti in centri detentivi e non riceveranno alcuna somma dallo stato. Dewael ha inoltre spiegato che la Bulgaria è prossima all'ingresso nell'Unione Europea e che i suoi residenti [perciò] non hanno più i presupposti per richiedere asilo a nome della Convenzione di Ginevra. Dewael aveva provato due settimane fa a variare in senso restrittivo la politica d'asilo, a fronte del gran numero di richieste provenienti dalla Slovacchia. [...] Ma la sua proposta dovrà essere vagliata dai gruppoi parlamentari che sostengono la maggioranza al governo.

Pubblicato su Bulgarian News Network

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Di Fabrizio (del 10/11/2005 @ 12:05:23, in media, visitato 1543 volte)

Leggo su la Padania online questa notizia
Una foto "invecchiata" per trovare Angela Celentano
ripresa nei giorni scorsi anche da diversi giornali

Nell'articolo (anonimo) ad un certo punto spunta la frase:
... Tante segnalazioni che hanno fatto imboccare agli inquirenti la pista di uno dei numerosi rapimenti di bambini compiuti da zingari. ... (cito testuale, mio il testo evidenziato)

Però, da fonti del Ministero degli Interni, tali rapimenti non risultano, ne tanti ne pochi.
Quindi non capisco se l'articolista ha per caso una sua gola profonda riservata (e in questo caso, o denuncia la cosa alle autorità, oppure è complice), o è un bugiardo. O semplicemente un dilettante, che in mancanza della notizia, la inventa secondo i gusti del suo pubblico.
Benzina sul fuoco? Campagna elettorale?
O più semplicemente, diffamazione mezzo stampa?

Se qualcuno vuole compiere una denuncia, è pregato di farmelo sapere. Grazie

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Di Marco Nieli (del 10/11/2005 @ 10:24:17, in Italia, visitato 1466 volte)

Ciao, 
vi invio il programma di un'iniziativa che stiamo preparando sul concetto di muro, insieme alle Donne in Nero.
Venite numerosi.
Marco Nieli.


Donne in Nero di Napoli

 STOP THE WALL
ImmaginiMaterialiVisioniParole

contro i muri che dividono i popoli e le persone

MURI costruiti per separare ed escludere, per controllare e tenere in ostaggio intere comunità Palestinesi, Saharawi, Rom

VENERDI' 11 NOVEMBRE 2005

Proiezione non-stop dei film
"Route 181"  " Una storia Saharawi" “I figli del vento”
 ore 19.00- 22.00

Foto di Bruna Orlandi
Consultazione di documenti, mappe, cartine geografiche e altro materiale informativo 
 
 Dibattito a cura delle Donne in Nero

ore 20.30 CINEMA MODERNISSIMO, via Cisterna dell'Olio, Napoli

Spazio Videodrome

Ingresso libero

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Di Fabrizio (del 10/11/2005 @ 09:04:19, in Italia, visitato 2243 volte)

Intervista a Tommaso Vitale, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale,
Università degli Studi di Milano – Bicocca (tommaso.vitale@unimib.it):

Per gentile concessione dell'autore. L'intervista è riportata in "Il Porrajmos dimenticato" Edizioni Opera Nomadi ed è scaricabile in formato pdf


Mi sono avvicinato alla questione dei Rom a Milano per motivi di ricerca scientifica molto distanti dai temi del multiculturalismo, a partire da una riflessione sui conflitti urbani. Nello specifico stavo conducendo una ricerca sulla “proprietà privata” e mi domandavo se, come e quando la pubblica amministrazione arroghi a sé la facoltà di sottrarre un bene privato. Una ricerca classica sugli strumenti dell’azione pubblica, distante perciò dai temi della povertà e dell’esclusione all’interno di cui abitualmente si parla dei nomadi.

Nel 1999 si avvertiva, in giro per l’Italia, quello che i sociologi definiscono “panico morale”: momenti di effervescenza in cui tutti identificano un nemico rispetto a un contesto locale. Un nemico interno, o più facilemente esterno. Un nemico che, moralmente, è identificato come cattivo. Precisamente, come dice Marcello Maneri riprendendo Stanley Cohen, il panico morale è dato da attivazioni mediatiche, ondate emotive nelle quali un episodio o un gruppo di persone viene definito come minaccia per i valori di una società; i mass media ne presentano la natura in modo stereotipico, commentatori, politici e altre autorità erigono barricate morali e si pronunciano in diagnosi e rimedi finché l’episodio scompare o ritorna ad occupare la posizione precedentemente ricoperta nelle preoccupazioni collettive. In quel periodo alcuni rom furono nuovamente identificati come cattivi e quindi nemici, e in conseguenza di ciò, in diverse città tra cui Milano, vennero eseguiti degli sgomberi punitivi, motivati da ragioni relative alla sicurezza della comunità.

Assistetti personalmente allo sgombero di via Barzaghi (una via di Milano, dietro il cimitero Maggiore) e rimasi colpito da due aspetti: innanzitutto erano state distrutte delle roulotte; in secondo luogo erano state distrutte le roulotte che non avevano ruote. Abitualmente è davvero difficile per l’amministrazione pubblica “attentare” alla proprietà privata, anche se questa è posta in una zona illegittima. Ad esempio, un Comune non può distruggere un’automobile, anche fosse molto malridotta. Può farla rimuovere, al limite, ma non distruggere. Gli è impedito in chiave amministrativa; è necessaria un’autorizzazione specifica, e la responsabilità del decisore politico. In via Barzaghi, invece, ho potuto constatare, e ne rimasi estremamente colpito, come certi effetti personali, ma sarebbe meglio dire effetti e affetti, venissero distrutti dalle ruspe senza alcuna prudenza. In altre parole, non mi colpiva tanto lo sgombero in sé, o il registro securitario all’interno di cui era inquadrato, ma il fatto che non vi fosse il rispetto delle proprietà dei Rom, e che dunque non vi fosse rispetto, in questo caso, per l’istituto giuridico della proprietà privata. Mi stupì che non si sia usato il repertorio della requisizione, o altri strumenti a disposizione dell’amministrazione, e che si utilizzasse invece il repertorio troppo immediato della distruzione.

Da questo episodio, dunque, ho cominciato a ragionare anche su altre modalità di trattamento amministrativo che interessano i Rom. E ho scoperto, ad esempio, che ci sono alcune amministrazioni, come il Comune di Milano, che quando approntano delle soluzioni, giuste o sbagliate che siano, per questa popolazione, lo fanno in una maniera sistematicamente "differenzialista”. È stato così quando hanno fatto il campo per i macedoni in via Novara nel 1998 o quando hanno istituito il campo di via Barzaghi/Triboniano nel 2001. Prescindendo dal problema se questi campi siano opportuni oppure no, è un dato di fatto che la amministrazione pubblica abbia dato vita a due strutture che non prevedono i requisiti minimi di abitabilità. Il fatto che, anche in presenza di un atto dell’autorità pubblica, questi assembramenti di persone non prevedano i requisiti minimi di abitabilità, prima di tutto gli allacciamenti elettrici e fognari, mi sembra indice di qualcosa di profondo, che non può essere trascurato. Intendiamoci, non stiamo parlando del fatto che non si voglia qualcuno, perché a quel punto lo si “caccia”, lo si espelle. Il fatto di cui sto parlando è profondamente diverso: nel caso dei campi di via Novara e di via Triboniano si sono disposte, da parte della pubblica amministrazione, due strutture per qualcuno che si è deciso lì dovesse abitare. Ma queste strutture pubbliche di accoglienza sono state costruite prive di impianti elettrici e di impianti fognari. Il punto che ci deve far riflettere è che questa prassi non è accettabile all’interno del nostro ordinamento giuridico poiché l’abitare in Italia è una condizione normata nel dettaglio. Eppure, nel caso dei Rom, la prassi di allestire dei campi senza requisiti minimi di abitabilità è esercitata sistematicamente, e non solo a Milano: in diverse città, spesso al di là del colore politico della giunta.

Su questo punto credo si debba essere precisi, e non fare troppi giri di parole. Se c’è qualcuno, un gruppo o un individuo per il quale è possibile costruire un habitat che non abbia energia elettrica e fognature, significa che quel qualcuno, gruppo o individuo, è considerato in maniera differenziale rispetto agli altri. Ci tengo molto a questa parola: “differenziale”. E’ un termine che emerge dal dibattito sull’Olocausto nella società moderna.

Se si costruiscono delle case popolari, queste per legge devono possedere i requisiti di abitabilità. Si possono costruire degli obbrobrii che vengono criticati a lungo: è una questione di merito sulla qualità e l’opportunità dell’intervento pubblico ed attiene alla sfera del un giudizio politico sulla politica sociale. Nel caso dei campi per i Rom, però, il problema non è se un campo è bello o brutto, se è funzionale o meno, se è collocato nel luogo più opportuno o meno, se è una forma di intelligenza o di stupidità sociale. Il problema è se questi campi rispettano i criteri minimi di abitabilità: reti elettriche e fognarie. Se non li rispettano, ciò mi pare un segnale molto grave, perché si presume che esista un gruppo sociale, degli esseri umani, che non appartengono alla ‘comune umanità’. ‘Comune umanità’ in questo caso, significa fruire di una condizione abitativa, bella o brutta che sia, che rispetti quei requisiti di abitabilità considerati propri e degni della condizione umana. Sono due, ripeto, questi requisiti minimi. L’espletamento delle funzioni superiori, la comunicazione e l’espressione delle attività intellettuali, e quello delle funzioni corporali. In questo senso oggi, nella nostra società, l’accesso all’energia elettrica è proprio della ‘comune umanità’: sfido chiunque a dire che non ci troviamo nella ‘società dell’informazione’ o nella ‘società delle reti’, alle cui basi c’è la risorsa energetica. Allo stesso tempo, è proprio della condizione umana l’espletamento e la gestione, per così dire organizzata e addomesticata, dei bisogni corporali. Non rispettare queste condizioni significa considerare le persone a cui gli habitat sono destinati, alla stregua di animali, estranei alla ‘comune umanità’. A queste persone sono implicitamente attribuiti dei requisiti che sono propri degli animali, dei quali si prevede che di giorno agiscano grazie alla luce del sole e che di notte si orientino al buio, ed espletino le funzioni corporali all’aria aperta. Per questo gli animali non hanno bisogno della rete elettrica e fognaria. I requisiti di animalità sono attribuiti di fatto dal trattamento amministrativo che spesso subiscono i Rom. Certo, si può obiettare che quegli habitat siano stati costruiti così in emergenza, e che poi “i Rom si sarebbero arrangiati”: ma l’arrangiarsi non rientra nella legalità, e un’amministrazione non può programmare una modalità di risoluzione illegale. È un’obiezione insostenibile. Evidentemente, nei confronti dei Rom, scatta un’idea differenzialista per la quale essi manifestano esigenze tutte diverse dalle nostre, intendendo per nostre le esigenze della ‘comune umanità’. Si potrebbe dire che l’amministrazione comunale a Milano non aveva i soldi per fare gli allacciamenti alla rete fognaria ed elettrica (per altro allacciamenti non particolarmente costosi). E che perciò ha preferito procedere per piccoli passi: “meglio poco che niente”. C’è ad esempio chi sostiene che ciò avviene ed è avvenuto perché le urgenze sono altre, ad esempio dare un tetto a chiunque ne abbia bisogno; e che di fondo, pur se ingiusto, elettricità e fogne non siano priorità. Ma le amministrazioni, lavorando in regimi di scarsità, funzionano sempre per priorità e non fanno mai più di quanto sono costrette a fare dal loro ruolo amministrativo. L’amministrazione più progressista, così come l’amministrazione più conservatrice, tenderà sempre a fare il minimo indispensabile a cui è costretta e vincolata da una scelta politica. Il problema è proprio quale è il livello minimale dell’intervento amministrativo. E soprattutto: per chi valgono i requisiti minimi e indispensabili delle necessità vincolanti fissati per l’abitabilità? Quando si tratta di esseri umani, però, vi sono delle condizioni sotto le quali non si può andare. In sede di diritto, le amministrazioni non possono spingersi a fare qualcosa che sia contrario a degli assunti fondamentali, anche di fronte a un’urgenza. La mia impressione è che in diversi schieramenti politici, anche di sinistra, così come in alcuni gruppi di volontariato sociale, si condivida l’idea che possano esserci delle abitazioni senza elettricità e fognature.

Su questo ho indagato a Milano; perché è questo il problema.

Viene detto che “comunque si deve tener conto di certe differenze culturali”. Alcuni gruppi politici, quelli più a destra, dicono che Rom e Sinti sono abituati a ‘vivere nel vento’, e dunque hanno una cultura peculiare: in sociologia chiamiamo questo atteggiamento ‘differenzialismo culturalista’. Un’accezione multiculturale talmente forte tale per cui due individui non condividono niente: ‘Io ho bisogno della fogna perché appartengo a una cultura, mentre tu che non ne fai parte non ne hai bisogno’. C’è poi un differenzialismo di tipo biologico, secondo cui vi sono persone, esseri umani, che non hanno requisiti di umanità severi come i nostri. Per “razza”, i Rom non avrebbero bisogno di energia elettrica e fogne.

Che si tratti di differenzialismo biologicista o culturalista, il problema non cambia.

Formalmente, nessuna amministrazione, da nessuna parte del mondo, potrebbe porsi il problema dell’adeguamento delle proprie regole e dei propri standard sulle strutture ed infrastrutture materiali alle esigenze, più o meno immaginate, di una minoranza culturale. Se in Italia arrivasse una minoranza che dice: io non ho bisogno delle fogne, quindi posso costruirmi delle case senza fognature. No: in Italia la legge prescrive l’obbligo delle fognature, e dunque un’abitazione non può non avere un allacciamento fognario. Se l’abitazione non ha le fogne, non ha i requisiti minimi di abitabilità. Punto e chiuso: dal punto dell’amministrazione pubblica dovrebbe essere irrilevante la presunta cultura del gruppo che abita una casa. Se quell’abitazione non può essere abitata, e se non può essere allacciata alla fognatura, va sgomberata. Punto e a capo, chiuso. Neppure una malga per le mucche, in montagna, può essere priva di fogne. Se anche Rom e Sinti facessero una richiesta del genere, e sono ben lungi dal farla, lo stato di diritto italiano non potrebbe accoglierla. Anzi, lo Stato nelle sue articolazioni territoriali dovrebbe rispondere: ‘No, dovete abitare in strutture che siano pertinenti rispetto ai requisiti minimi di abitualità, che sono comuni per tutti’. Prendiamo i centri di permanenza temporanea per clandestini, come quello di via Corelli a Milano: possiamo considerarli crudeli, possiamo essere contrari oppure favorevoli; mi risulta però che tali centri rientrino nei criteri minimi di abitabilità.

Per i Rom invece no, per i loro campi, spesso, questi criteri non sono previsti.

Come è possibile, mi chiedo, che siamo arrivati al punto di accettare, favorevoli o contrari alla loro presenza, condizioni di abitabilità che non rispondono ai parametri minimali di ciò che oggi è considerato comune all’umanità?

In sociologia, l’abitare è considerato una condizione di consistenza di una persona: la persona può essere individuo in pubblico soltanto se ha una sua consistenza nel privato, e tale consistenza è data dalla sfera domestica degli affetti, ed è evidente che questa, a sua volta, si caratterizza qualitativamente anche e soprattutto secondo i parametri di abitabilità degli spazi in cui si abita.

Ecco, a fronte di tutto ciò Milano, l’area metropolitana più ricca d’Europa, attrezzata di una rete elettrica e fognaria ineccepibile, di fronte a problemi che non sono emergenziali, se non nella loro tematizzazione pubblica, anziché elaborare risposte politiche, promuove modalità di intervento che non rispettano i criteri determinati e garantiti dal diritto.

I rom di via Barzaghi, hanno ricevuto un trattamento differenziale e l’azione nei loro confronti si è caratterizzata per la “legittimità differenziale” con cui è stata accettata. Per accettare che un trattamento differenziale sia legittimo occorre che emergano delle “convenzioni” capaci di espellere i rom dalla comune umanità, di considerarli cioè di natura differente rispetto a quella di tutti noi. Il concetto di legittimità differenziale è un ossimoro. La legittimità è un rapporto di riconoscimento che ha un carattere propriamente universalista: è legittimo ciò che è universalmente riconosciuto come tale. Le stesse eccezioni di legittimità sono pubbliche, hanno ugualmente un carattere di universalità - sebbene in un sottoinsieme dell’universo di riferimento -, e non sono caratterizzate da eccessiva ambiguità. Di conseguenza, parlare di legittimità differenziale implica il riferimento ad una logica di azione che presuppone la presenza di universi rigidamente distinti e paralleli. In questo senso, uso questo ossimoro per indicare come negli argomenti degli attori politici a Milano sia emerso un progressivo trattamento differenziale dell’umanità, cioè una distinzione fra quelli che comunemente sono considerati esseri umani; distinzione che ha portato all’espulsione di una parte di questi dalla comune umanità.

Qui è importante segnalare un passaggio fondamentale. Separare l’umanità in due o più universi separati, cioè far collassare le appartenenze sociali su distinzioni ontologiche fondate biologicamente, è proprio della tradizione eugenetica. L’eugenetica è infatti la sola dottrina politica che ha preteso di fondare un modello di giustizia su caratteristiche biologiche, espellendo della comune umanità particolari categorie di esseri (umani), istituendo pubblicamente forme di legittimità differenziale.

Il trattamento differenziale dei rom, come abbiamo visto, è una modalità dell’azione pubblica ed in quanto tale va letta in chiave istituzionale per coglierne la portata normativa nelle culture e nelle identità degli attori politici a Milano (siano essi della maggioranza o dell’opposizione, dei partiti o delle associazioni). L’assenza di fogne e di elettricità nei campi ha dato vita solo a qualche lamentela timida. Nessuno ha urlato contro la matrice eugenetica di questo trattamento amministrativo.

L’eugenetica ci pone problemi soltanto a nominarla, dopo l’olocausto compiuto nel corso della II guerra mondiale, e non ne parliamo più. Parliamo di xenofobia, parliamo di razzismo perché è più facile. Io sono razzista con qualcuno perché non apprezzo una sua caratteristica, associo a questo qualcuno tutti quelli che presentano la medesima caratteristica e, tendenzialmente, cerco di eliminarla. L’eugenetica è diversa, perché ha una sua collocazione e tradizione in seno alla filosofia politica e fa riferimento a un criterio di giustizia sociale, per quanto opinabile: migliorare la vita propria e soprattutto quella delle generazioni a seguire, mettendo in pratica meccanismi di miglioramento delle condizioni biologiche. Da Galton in avanti, l’eugenetica è “evoluta” anche in senso culturalista: pretende di migliorare la società nel suo insieme, modificando alcuni aspetti della cultura di chi ne fa parte. Nessuno degli eugenisti ha mai definito quali fossero le basi biologiche della diversità e dell’inferiorità, ma tutti hanno sempre parlato di come migliorare le condizioni complessive della società, partendo da una forma di violenza profonda sulle basi culturali e corporali di una qualche minoranza.

Ora, consideriamo il caso degli albanesi. Ho chiesto agli studenti del I anno di Sociologia quanti abitanti abbia l’Albania, metà di loro mi ha risposto che ha più di dieci milioni di abitanti (contro i reali 3.582.000), probabilmente accompagnando questo errore alla percezione, spaventata, che gli albanesi siano criminali. Qui siamo di fronte a un problema di xenofobia che, come tale può facilmente spostarsi su altre minoranze. Oggi, comprensibilmente, sono i mediorientali e i magrebini sotto l’occhio del ciclone, e gli albanesi se la cavano un po’ meglio. Il problema non è quello di guardare male il Rom perché attenta alle tue condizioni di vita rischiando di peggiorarle. Questa, per inciso, è l’istanza leghista della prima ora, nei confronti degli
extracomunitari: gli stranieri ci portano via la casa e il lavoro, si fanno pagare di meno, i nostri operai perdono potere contrattuale, ecc. Sui Rom, invece il problema è differente e specifico. Nei loro confronti le amministrazioni manifestano un’attitudine differenzialista: per molti amministratori non si tratta di persone che vanno cacciate in conseguenza di comportamenti criminali, assolutamente. I Rom, più semplicemente, non appartengono alla ‘comune umanità’ per cui togliendoli di mezzo si fa un favore a tutta la società. La questione è stata tematizzata dagli antropologi in relazione al tema della purezza. Il problema dell’eugenetica è quello di impedire a una razza inferiore di contaminare e sporcare la società. Ne consegue che, liberandosene, si agisca in favore della integrità di tutti.

Sentite cosa ha detto un assessore milanese: (Tiziana Maiolo, assessore alle politiche sociali di Milano, il 4 settembre 2001): “In via Barzaghi non è questione di linea dura o linea morbida, ma di semplice buon senso: saranno espulsi i clandestini e basta... Del resto, diciamolo chiaramente: voi sareste contenti di tenere in città tutti questi zingari che vengono in casa a rubare? Insomma è risaputo che gli zingari mandano i bambini a rubare nelle case: o no?”. E ai cronisti presenti, che le chiedevano se intendesse che ‘tutti gli zingari sono ladri’, ha risposto: “Non fareste questa domanda se anche voi aveste subìto un furto in casa, come è capitato a me tanti anni fa”. In un altro intervento, riguardo ai Rom, lo stesso assessore afferma anche che: “sono tornate malattie che sembravano estinte, come la Tisi e la Scabbia”. Quello che mi colpisce, da sociologo, nel primo caso, è il processo inferenziale: il fatto che l’assessore abbia subito un furto in casa non significa che uno sappia dire chi è stato a rubare. Negli anni Ottanta c’è stato panico morale nel centro italia rispetto alle violenze sessuali per cui si sentiva dire: “sono stata violentata da un branco di persone, e questo gruppo parlava l’italiano con accento stentato, le persone di quel gruppo erano zingare”. I processi inferenziali sono segnali abbastanza consueti nelle società, e sono indice di semplice, si fa per dire, razzismo. Il salto di qualità, però, è sulla questione della malattia; per un certo periodo qualcuno lo ha detto anche degli immigrati (“gli immigrati portano malattie”), anche se poi, per fortuna, nessuno è riuscito a sostenerlo. I rom come fonte di contaminazione invece è un motivo costante del discorso pubblico. La questione della malattia non è tematizzata mai per denunciare il trattamento differenziale dei rom che genera habitat privi di quei requisiti minimi abitabilità che oggi esigiamo per legge anche per le mucche. La malattia non deriverebbe dalle loro attuali e precarie condizioni igieniche, delle quali le amministrazioni sono responsabili. No: sono loro, i Rom, a portare la malattia. E questo, a mio giudizio, è segnale di una postura eugenetica, e la conseguenza diretta è quella di sbarazzarsi, di escludere i Rom dalla comune umanità, con l’obiettivo “di giustizia” di migliorare la società a venire. Sbarazzarsi dei Rom, non cambiare la politica sociale o la politica di accoglienza. La mia impressione di studioso è che questo atteggiamento nei confronti dei Rom persista da tantissimo tempo, ben prima dell’avvento del nazismo. Il Rom fa paura più degli immigrati, anche quando è italiano, anche quando ha un lavoro, conosce bene la lingua, non è indigente, ecc. Per avere delle condizioni minime di civiltà giuridica in Europa, pertanto, diventa necessario aggredire questo atteggiamento. Di fronte alla presenza di un trattamento amministrativo differenzialista dei rom, io ritengo fondamentale lo sforzo di metterne a fuoco le matrici eugenetiche. Le atrocità dell’eugenetica a mio parere vanno richiamate sempre, in particolare ai responsabili dell’amministrazione, essendo le istituzioni il nostro patrimonio più prezioso per convivere. Il trattamento differenziale che espelle i Rom dalla comune umanità, mi sembra debba essere capito a fondo, per potere essere riconosciuto e avversato da tutti.

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Di Fabrizio (del 09/11/2005 @ 11:05:45, in musica e parole, visitato 1819 volte)
Daily Yomiuri
 
Zinga(l)i e orgogliosi di esserlo
Paul Jackson / Daily Yomiuri Staff Writer

L'ultimo paio di settimane ci hanno offerto un numero di performances esaltanti delle cosiddette bande Zingare, che variano dal sound neo-gypsy della Mahala Rai Band agli ottoni della Fanfare Ciocarlia - i cui suoni ipnotici hanno ammaliato il pubblico nei recenti concerti tenuti al Quattro gig di Shibuya, Tokyo.

Ma forse il piatto forte deve ancora arrivare, con le prossime esibizioni dei Taraf de Haidouks. L'esuberante "banda degli onorati banditi" proverà a collegarsi con lo spirito degli spettatori giappobnesi durante il programmato tour Time of Gypsies Vol. 2.

Ma è corretto tutto questo parlare di Zingari e musica zingara? Di sicuro, questi gruppi musicali non vogliono essere etichettati così, se non per il loro legame a un movimento più vasto.

Michael Winter, manager dei Taraf de Haidouks e di Mahala Rai Band:

"[L'interpretazione] dipende da cosa è corretto politicamente o non lo è" ci dice durante un'intervista telefonica dal Belgio, dove ha la sede. "Per anni, anni e anni, li hanno chiamati dappertutto Zingari, in Francia, Inghilterra, Germania... e questo all'inizio aveva chiaramente un significato peggiorativo. Poi improvvisamente da un po' di tempo la gente ha iniziato a dire 'Oh no, non è corretto, chiamiamoli Rom' Ma se gli Zingari si chiamano tra loro Zingari, questo è solo un problema dei non-Zingari. Non è un insulto, dipende tutto da come lo si dice.

E' un dibattito davvero sterile. Non interessa a nessuno, a parte quelli che vogliono un mondo troppo pulito, piatto e senza montagne."

Winter insiste di nion essere un etnomusicologo, ma è stata la sua ricerca di musicisti in Romania che ha portato alla nascita dei Taraf de Haidouks nel 1990. Da allora, i musici da Clejani, Romania, hanno iniziato a suonare nei locali, tre giorni e tre notti durante i matrimoni, girando il mondo e apparendo nei film, incluso il giapponese Il vento piangente (titolo giapponese: Fuon). Hanno registrato quattro album e stanno già lavorando per il prossimo CD, mentre in Giappone dovrebbe uscire a breve il DVD che ripercorre la loro carriera.

Johnny Depp, che è apparso nel film The Man Who Cried assieme ai Taraf de de Haidouks, li descrive come il suo gruppo preferito e li scarrozza nei party privati a Los Angeles, mentre il designer-stilista Yoji Yamamoto li ama talmente che oltre a averli presentati alla sua collezione di Parigi, se potesse li avrebbe fatti sfilare in passerella

Winter ritorna sull'argomento della Gypsy music.

"In molti la chiamano così solo perché è semplice, ed è vero che ciò non vero" dice adoperando questa improvvisata allocuzione per indicare che non esiste di per sé la musica zingara.

"La musica dei Taraf de Haidouks, o della Fanfare Ciocarlia - agli inizi, perché ora è un po' diversa - penso dovremmo chiamarla musica rumena suonata alla maniera zingara."

Con questo, Winter intende la libertà stilistica dei musicisti zingari, comparata a come si intende la musica folclorica nei termini di armonia, ritmo e improvvisazione.

Sottolinea inoltre che non esiste un repertorio tanto vasto di musica zigana tra le varie comunità sparse in Europa. Invece, sono molto varie le radici interpretative. Si può paragonare, chiede, a musica degli Zingari rumeni con quella degli ungheresi, o alla tradizione flamenca in Spagna? A parte un ristretto numero di "its" come "Gelem Gelem", i musicisti tendono ad adattarsi alla musica del paese dove vivono, spiega. 

Quindi, cosa distingue i Taraf de Haidouks dagli altri gruppi?

Ad una prima impressione, risulta evidente che la differenza tra Taraf de Haidouks e Fanfare Ciocarlia è che il suono dei Taraf si basa su violini e strumenti a corda, a differenza dei fiati che spingono la Ciocarlia.

Winter concorda, ma va oltre.

"Ciocarlia viene dalla Moldavia [in Romania] e la tradizione lì e dei fiati, anche i toni sono completamente differenti" dice Winter. "Capisco che è difficile per gente di altri paesi intendere la Romania come un posto con molte culture differenti, ma è così. Ci sono la Moldavia, e poi la Transilvania. Oltenia, Valacchia, dove Taraf de Haidouks e il resto [del paese] ha una tradizione e un modo di vita completamente differente". 

Mentre la musica dei Balcani è di solito molto veloce, Taraf de Haidouks non carica il coro con la stess intensità della Ciocarlia.

"La musica della Valacchia è più esemplare di cosa sappiamo della Romania e degli Zingari, dell'immagine di violini e fisarmoniche che accostiamo ai musicisti zingari." dice Winters.

La strumentazione tipica della regione include violini e cimbali - strumenti dolci, il cui suono [Winter] paragona al tocco di un pianoforte, quando percuote le corde con i martelletti.

In questo tour, i Taraf de Haidouks schiereranno due violini, un cimbalo, due fisarmoniche, un fiato e tre cantanti, uno dei quali sarà aggiungerà un violino al palcoscenico.

La descrizione di Winter rende l'impressione di un'entità piuttosto anarchica. Dice che la band non ha mai avuto un leader. Compreso Nicolae Neascu, l'ultimo violinista settantenne che è stato un simbolo - ma non un leader - della banda, prima di morire due anni fa. Viceversa, ogni solista si trasforma in leader - finché dura l'assolo.

Ma questo non è tanto un riflesso d come si intende la tipica banda zingara, dice. E' più un riflesso dello stile deiTaraf de Haidouks e del loro approccio vitale e istintivo. 

Comunque, rassicura Winter, il pubblico giapponese sarà immediatamente catturato dal loro entusiasmo.

"Quello che attrae i giapponesi è quel tipo di pazzia e di libertà che la banda sprigiona sul palco" termina Winter, cosciente del colpo che i componenti hanno fatto sul pubblico di Chicago. "Tutti pensano che la società giapponese sia estremamente ordinata e organizzata, ma so che a loro piace festeggiare e divertirsi come pazzi. Così, con i Taraf possono [lasciarsi andare] e neanche noi sappiamo più stare al [loro passo]." scherza.

[...]

(Nov. 3, 2005)

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