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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 28/03/2013 @ 09:04:22, in lavoro, visitato 1172 volte)

Da Roma_ex_Yugoslavia

Centro commerciale chiede la rimozione dei lavoratori rom

Budapest, 21 marzo 2013: Skopje City Mall, un centro commerciale macedone, ha incaricato l'agenzia che fornisce il personale addetto alle pulizie di rimuovere tutto lo staff romanì che lavorava nel reparto alimentare. Skopje City Mall ha inviato una mail il 9 gennaio 2013, richiedendo che i lavoratori romanì fossero lasciati a casa entro il 20 gennaio 2013. La vicenda è venuta alla luce sui media nazionali solo questa settimana.

L'agenzia di pulizia, Land Service, si è opposta alla richiesta. Secondo quanto riportato sui mezzi d'informazione, il centro commerciale ha motivato la richiesta in seguito ai furti di beni alimentari. L'agenzia impiega lavoratori rom e no nel reparto - soltanto i Rom sono stati stigmatizzati sulla base della loro etnia.

ERRC respinge in toto l'azione dei manager di City Mall, che viola la costituzione macedone, i codici del lavoro e quelli anti-discriminazione. L'azione viola inoltre le norme internazionali sui diritti umani.

"Non è accettabile incolpare collettivamente il personale in base alla sua origine etnica," ha detto Dezideriu Gergely, direttore esecutivo di ERRC. "Questo tipo di discriminazione sul posto di lavoro contro i Rom, presumibilmente sulla base di stereotipi come -la criminalità zingara- non devono essere tollerati."

ERRC sta sollecitando il corpo macedone sull'uguaglianza ad affrontare il caso, che sta seguendo con le pertinenti istituzioni UE.

Comunicato stampa disponibile anche in macedone.

Per ulteriori informazioni, contattare:.
Sinan Goekchen
Media and Communications Officer
European Roma Rights Centre
sinan.gokcen@errc.org
+36.30.500.1324

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Di Barbara Breyhan (del 27/03/2013 @ 09:03:20, in Europa, visitato 1194 volte)

RadioBremen I Rom in Germania "I nostri bambini venivano picchiati"

Devono combattere contro molti pregiudizi: si tratta dei Rom. Un rapporto sul loro gruppo etnico - spesso perseguitato dal punto di vista politico - nota come sempre più Rom vengano in Germania. Nella battaglia per il loro riconoscimento sociale trovano un sostegno presso il "Refugio", un'associazione che assiste psicologicamente i profughi provenienti da aree di crisi. "Refugio" è un centro di trattamento psicosociale e terapeutico per profughi e per sopravvissuti a torture, persone che hanno visto la guerra con i loro occhi. Il più delle volte si tratta di superare dei traumi: le persone che vengono al "Refugio" sono state perseguitate a causa della loro appartenenza religiosa, politica, etnica o sessuale e, talvolta, hanno subito anche torture.

Il signor M. - che non intende rivelare il suo nome per intero - vive in Germania da tre anni. Con i suoi cinque figli e sua moglie ha cercato asilo in Germania, poiché la vita da rom nel suo villaggio di origine in Serbia diventava ogni giorno più difficile. "Non avevamo pace, i nostri bambini venivano picchiati. Tornavano a casa da scuola sempre piangendo". La goccia che ha fatto traboccare il vaso: una delle sue figlie venne investita da un'auto; sopravvisse, riportando però gravi lesioni. Il conducente dell'auto ammise di aver travolto la bambina di proposito - perché si trattava di una bambina rom.

Scarso accesso all'assistenza sanitaria
Adesso la famiglia di M. vive in Germania e si sente al sicuro, grazie anche all'aiuto del "Refugio". L'anno scorso sono arrivati al centro di trattamento della città anseatica 16 Rom, "un po' più degli anni precedenti", spiega Bjoern Steuernagel, direttore del "Refugio" di Brema. I pazienti hanno vissuto sulla loro pelle discriminazione ed emarginazione: "Si può parlare a tutti gli effetti di una violenza sistematica nei confronti della minoranza etnica dei Rom, che si manifesta nello scarso accesso all'assistenza sanitaria e ai contributi sociali. Si tratta di un tipo di emarginazione dalla quale scaturisce poi inevitabilmente la povertà".

800 Rom vivono a Brema - tendenza in aumento
Nessuno sa con esattezza quanti Rom vengano via via in Germania. Questo perché l'ufficio federale per la migrazione e per i profughi non rileva i singoli gruppi etnici. Sono soltanto i paesi di origine a fornire un'indicazione. Veniamo così a sapere che è di etnia Rom circa il 90 per cento dei richiedenti asilo provenienti dagli stati balcanici quali Macedonia, Serbia, Kosovo e Bosnia-Erzegovina. Da questi paesi, fino ad ottobre 2012, erano arrivati in Germania circa 5000 Rom. A settembre erano ancora 2800. E da allora il numero dei richiedenti asilo è aumentato ancora. A Brema vivono attualmente 800 Rom. Secondo l'Associazione Federale dei Sinti e Rom di Brema questa tendenza sarebbe in aumento.

Tra gli immigrati rientrano anche i cittadini dell'UE provenienti dalla Romania e dalla Bulgaria. Afferma Steuernagel: "Dove comincia il diritto di asilo e dove finisce? Perché anche persone provenienti dalla Romania o dalla Bulgaria possono venirsi a trovare in condizioni esistenziali di grave disagio economico e, di conseguenza, decidere di venire qua - grazie alla libera circolazione all'interno dell'UE - nell'aspettativa di un lavoro almeno temporaneo". Steuernagel stima che, nei paesi di origine, fino al 90 per cento dei Rom sia senza lavoro. A questo punto, secondo lui, il passo successivo verso la povertà e verso i margini della società viene di conseguenza.

Razzismo profondamente radicato
Steuernagel attribuisce ad un razzismo profondamente radicato il motivo principale della situazione attuale in cui si trovano i Rom. Un razzismo che è presente in tutti i paesi europei. M. afferma che non gli siano mai capitati direttamente episodi di razzismo, ma di essere a conoscenza, tuttavia, dei pregiudizi esistenti nei confronti dei Rom e di averne timore: "E' una brutta cosa. Se tutti cominciassero a pensare che i Rom non siano in grado di dare il loro contributo alla società, allora anche qui in Germania non ci sarebbe più posto per noi, esattamente come in Serbia".

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Di Fabrizio (del 26/03/2013 @ 09:08:17, in Europa, visitato 1232 volte)

Stefano Galieni | 18 marzo 2013 | Fonte: corriereimmigrazione.it

Il titolo del convegno è esplicito: Il ruolo delle donne rom nella tutela dei diritti umani e in tempi di crisi economica. Lo ha organizzato a Roma la sezione italiana di Amnesty international, riunendo quattro donne unite da forti motivazioni, esperienza, capacità comunicative e competenza: Isabella Miheleche, attivista per i diritti delle donne in Romania, Beatriz Carrillo, presidente dell'associazione Fakali, per i gitani nella regione spagnola dell'Andalusia, Dijana Pavlovic, dell'associazione Rom e Sinti insieme che opera in Italia, e Dzemila Salkanovic, per l'associazione 21 luglio.

Isabela Michalache, nel denunciare l'aumento delle discriminazioni, le difficoltà nell'accesso al lavoro e ai servizi pubblici (è successo che anche i medici, a volte, abbiano rifiutato le cure), ha toccato anche il delicato tasto delle problematiche interne alle stesse comunità, dai casi di violenza fra le mura domestiche al ripristino di regole ancestrali come quella sulla verginità e ai matrimoni precoci. A causa della crisi, ha spiegato, le donne sono divenute ancora più vulnerabili. In Romania era stato approvato un piano strategico nazionale che prevedeva interventi a lungo termine, soprattutto nel campo della formazione e dell'istruzione, ma non ci sono le risorse per attuarlo. "Bisognerebbe – ha affermato Michalache – operare per rendere le donne più autonome, fornendo libri di testo, sussidi alle famiglie, favorendo la concessione di crediti per chi ad esempio in Moldavia, vuole lavorare la terra, bloccare sfratti e sgomberi che creano emarginazione e disagi, produrre cambiamento anche valorizzando le ong composte da rom. Ci sarebbero mille piccoli interventi alla nostra portata, non solo in Romania, e che produrrebbero cambiamenti importanti e duraturi".

Beatriz Carrillo, con un intervento molto appassionato, ha voluto aprire una riflessione su quella che ha definito "storia muta e invisibile", anche se è consapevole che la situazione spagnola finora è stata fra le migliori d'Europa. Sarà per una presenza numericamente molto consistente, stabile e nata da tempi lontani e per una programmazione di interventi messi in atto per la salute, il lavoro, l'istruzione, fatto sta che in Spagna sono nate istituzioni partecipate e riconosciute dal governo come il Consiglio statale del popolo rom e l'Istituto di cultura gitana. In Spagna si è tenuto il primo congresso mondiale delle donne gitane senza aver bisogno di intermediari. "La Spagna in questo senso è un modello da seguire – ha dichiarato la relatrice- Ma da noi è stato più facile anche grazie all'alto numero di gitani che esercitano professioni che hanno esercitato influenza nella cultura spagnola e che si sono amalgamati con la società". L'immagine che però viene riaffermata anche in Spagna delle popolazioni rom è carica di negatività, tanto che nelle scuole, a detta di Carrillo, spariscono la lingua, le differenze e anche la rivendicazione di identità. "Anche da noi, come nel resto d'Europa, le cose peggiorano. Gruppi estremistici entrano nei governi e nei parlamenti con un messaggio razzista e discriminatorio. Gruppi che vengono condannati a parole ma mai concretamente sanzionati. La situazione è poi precipitata anche da noi con la crisi. Non vogliamo essere un fanalino di coda ma essere ad armi pari. Non siamo disposte a vedere annientati i nostri valori culturali, vogliamo affrontare anche con gli uomini la società gitana. Fakali è impegnata per l'emancipazione femminile e per far valere i nostri valori di solidarietà e rispetto rifiutando però l'assimilazione". E c' è stato anche modo e tempo per ricostruire un percorso che attraversa gli anni bui della dittatura franchista e che ha una svolta nel 1978 quando, nel primo governo democratico, trova posto anche un rom che si era distinto per l'impegno in anni scomodi. Le donne rom hanno operato anche insieme alle altre cittadine spagnole, per una legislazione più paritaria, sono entrate nelle università e hanno fatto sentire anche politicamente la propria voce.

Dijana Pavlovic ha stupito e commosso recitando una parte del monologo Vita mia parla, basato sulla vita di Mariella Mehr, scrittrice e poetessa jenish (nome dato ai rom svizzeri), che nel paese elvetico fu vittima del programma di sterilizzazione forzata imposto dagli anni Venti fino al 1974 tramite l'istituzione Pro Juventute. Un testo violento e diretto, in cui si raccontano con crudo realismo le violenze subite e l'odio accumulato, torture che non sembrano possibili e che pure sono state reali in un Europa cieca e pronta a girarsi dall'altra parte.

Dzemila Salkanovic, invece, come racconta nella lunga intervista che ci ha rilasciato, ha parlato della vita difficile che nella capitale italiana conducono i rom, tanto divisi e poco capaci ancora di fare fronte comune.

Numerose le domande che hanno trovato puntuale e non scontata risposta. A chi criticava il machismo spesso diffuso nelle comunità rom è stato comunemente risposto come il machismo, la violenza sulle donne, gli elementi di problematicità a volte drammatica, siano caratteristica comune e da combattere in ogni cultura. Non nascondendosi dietro alla presunzione che il problema riguardi solo universi ritenuti inferiori ma mettendosi, come uomini e come donne, in discussione. Fra i tanti elementi emersi, che meriterebbero ulteriori approfondimenti, il peggioramento delle condizioni nell'Est europeo dopo il crollo del muro e dei regimi. C'era concordia nell'affermare che la privatizzazione di ogni servizio abbia approfondito le disparità, tolto ai rom diritti acquisiti come la casa, la sanità, la scuola e il lavoro. Duro accettare che tali disagi vengano comunemente imputati alla "democrazia". E' comune la richiesta di una moratoria continentale della politica degli sgomberi, capaci solo di produrre disperazione. E a dirlo, a spiegarlo non sono attivisti neutri di associazioni che si occupano dei rom, ma donne rom in carne ed ossa.

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Di Fabrizio (del 25/03/2013 @ 09:05:07, in Europa, visitato 1220 volte)

By Valeriu Nicolae - 12 marzo 2013

L'errore economico

Analisi superficiali sui costi economici dell'inclusione sociale sono diffuse tra le classi politiche dell'Europa Centrale e Orientale (ECO). In questo articolo cercherò di individuare un errore economico riguardo un gruppo immaginario di Rom che chiamerò "Frankestein", termine che intende sottolineare la confusione e l'archetipo semplicistico sui Rom che è largamente diffuso tra i decisori politici.[1]

Molti politici e decisori pensano alla parola "Rom" come ad un eufemismo per tutti i piccoli criminali (inclusi naturalmente quei criminali che non sono Rom). Come per qualsiasi stereotipo, la percentuale di Rom che corrispondono alla descrizione di "Frankestein" è appena una frazione sul numero totale dei Rom. I professionisti rom di successo tendono ad essere invisibili a politici e decisori, in quanto non si adattano alla tipologia, razzista ma diffusa, del "vero" Rom. Nei fatti, esistono più professionisti Rom di quelli "Frankestein".

L'errore economico sui Rom "Frankestein" è ritenere che i loro paesi siano migliorabili, in termini economici, senza di loro. Questa convinzione giustifica tanto l'inazione nella madrepatria (mancanza di sforzi e fondi per l'inclusione sociale), che lka riluttanza a lavorare per arginare l'immigrazione verso l'Europa Occidentale.

I governi ECO pensano che la maggior parte dei Rom che lasciano i loro paesi siano, nella migliore delle ipotesi, cantanti, ballerini o lavoratori non qualificati (nel campo delle pulizie o della ristorazione), ma che la maggior parte viva di assistenza sociale, furti, o operando sul mercato nero. Indipendentemente da ciò, i Rom sono una perdita economica significativa per le economie dei loro paesi.

Credono anche che una volta partiti i Rom "Frankestein", i paesi ospitanti (Europa Occidentale) debbano assumersi i costi del welfare, del controllo, dell'istruzione, della sanità, dell'alloggio - mentre quegli stessi Rom invieranno la maggior parte dei loro risparmi in patria. E' un messaggio crudo e sbagliato, ma semplice, da mandare alla maggioranza dei votanti, che comunque non amano o odiano apertamente i Rom.

I Rom "Frankestein" devono essere incentivati e resi responsabili sulla loro cittadinanza. Ciò richiederebbe un'aggressiva campagna per far capire ai Rom che sono una parte importante della loro nazione, attraverso investimenti massicci nell'inclusione sociale, combattendo l'antiziganismo e promuovendo la cittadinanza attiva tra le comunità e i ghetti più problematici.

Un simile piano d'azione richiede misure strategiche a lungo termine (oltre 20 anni), prevede budget significativi e sarebbe da moderatamente ad altamente impopolare. Richiede un impegnativo lavoro a livello di base, attività disprezzata non soltanto dai politici ma anche dalle maggior parte delle OnG attive nel campo dei Rom e dell'inclusione sociale.

Perché uno stato dovrebbe farlo? La risposta è semplice - non c'è un'altra soluzione.

La maggior parte dei governi dei Rom "Frankestein" vuole sbarazzarsi di chi non si insedierà stabilmente in altri paesi. Continueranno a vivere di welfare nei paesi di origine come in Occidente. Alcuni useranno le loro esperienze criminali in occidente per rafforzare la rete criminale nei loro paesi. Sta già succedendo: nel ghetto dove opero, negli ultimi anni ho visto salire alle stelle il numero di tossicodipendenti. Arrivano sempre più soldi da traffico di droghe e prostituzione. Le bande criminali controllano un numero significativo di persone, attraverso denaro o minacce, e sono in grado di influenzare le elezioni. La corruzione è rampante. I collegamenti tra questi criminali e politici di alto livello sono talvolta pubblici. Tutto questo porta a costi significativamente più alti di quanto le misure di inclusione sociale possano costare.

Un'altra ragione per lavorare verso l'inclusione sociale è la situazione catastrofica dei bambini e della gioventù rom, nei gruppi inclini a migrare. All'inizio degli anni '90 alcuni Rom fecero fortuna andando in Europa Occidentale coi loro figli. Questi bambini divennero la prima di tante generazioni perdute. Bambini ed adulti erano coinvolti nell'accattonaggio, alcuni nella piccola criminalità, alcuni suonavano in cambio di denaro e altri compravano e rivendevano metalli. Alcuni di questi si misero in affari con vestiti e macchine di seconda mano. Spendono il guadagnato in patria, per lo più come stridente segno di benessere.

Per molti Rom, fare soldi è diventato molto più importante dell'istruzione o di cercare un lavoro stabile. I Rom furono tra i primi a perdere il lavoro, durante la transizione dal socialismo alla democrazia all'inizio degli anni '90. Il successo di pochi nel fare soldi facili all'estero, fu molto più visibile del "normale" ma più a lungo termine successo di quanti avevano investito nella propria istruzione. Successo a lungo termine reso ancora meno visibile dal fatto che la maggioranza di quanti erano riusciti a completare gli studi avevano lasciato i ghetti o le loro comunità. Professionisti rom, istruiti e prosperi, si trovano a dover scegliere tra il nascondere le proprie radici e cercare di fondersi con la popolazione maggioritaria (personalmente conosco almeno un centinaio di casi), oppure affrontare il razzismo strutturale a tutti i livelli (vedi i miei precedenti articoli sul razzismo strutturale). I loro risultati non sono mai così visibili come le "conquiste" di chi ha fatto soldi "facili".

Quanti finiscono in prigione tentando di fare denaro "facile" vengono ignorati, in quanto il carcere è considerato parte del normale ciclo della vita in queste comunità.

I bambini che negli anni '90 facevano soldi con le elemosine o rubando, sono diventati adulti che usano i loro figli per elemosinare o rubare. Questi bambini, a loro volta, lo faranno coi loro figli quando ce ne sarà l'opportunità. I bambini che rubano non possono essere messi in prigione, ed alcuni di loro diventano fonti di reddito per i genitori, parenti o reti criminali che li sfruttano. Gli stessi principi si applicano quando si tratta di prostituzione o spaccio di droga.

La molla di far soldi distrugge generazione dopo generazione, quei giovani che vivono di questi "mestieri". E' un'economia "di nicchia", una volta molto produttiva, ed in alcuni casi lo è ancora. Conosco un buon numero di famiglie che viaggia in aereo per mendicare.

Mentre l'istruzione richiede disciplina e non ha un ritorno immediato, elemosinare o rubare porta ad un minorenne centinaia di euro al mese. Spacciare droghe diventa il nuovo "lavoro" sempre più produttivo nei ghetti delle grandi città nell'Europa Centrale e Orientale.

E' quasi impossibile stimare il danno psicologico patito dai bambini coinvolti in questi "traffici", e nella maggior parte dei casi è completamente ignorato dai genitori, che pensano al beneficio economico dei loro figli. Questi bambini diventano adulti che non avranno alcuna possibilità di competere nel mercato del lavoro, ma hanno le competenze, le reti, l'appoggio e la motivazione per fare bene nell'economia criminale. Spaccio, prostituzione, furto ed accattonaggio, per un giovane non istruito (e di solito analfabeta) pagano comunque meglio di qualsiasi lavoro legale possibile.

Una prostituta su cento è fortunata e riuscirà a pagare i trafficanti, fuggire da droga e protettori, fare ritorno col denaro necessario ad aprire un centro di massaggi erotici, che è l'unico modello in questione nel ghetto dove lavoro. Le storie di quante muoiono di overdose, sono picchiate a morte da clienti o trafficanti, o contraggono l'HIV o altre malattie, sono semplicemente ignorate dalle ragazze che vivono in condizioni di abbietta povertà e vedono la prostituzione come l'unica possibilità per uscirne.

Inoltre, le peggiori condizioni in Europa Occidentale, sono meglio sotto quasi ogni aspetto del vivere nei ghetti delle misere comunità in Europa Orientale. Migliori l'assistenza e i servizi sociali, migliore il sistema scolastico. Per criminali, mendicanti e prostitute (che siano Rom oppure no) più ricco è il paese e più si guadagna. Prostitute e mendicanti a volte guadagnano dieci volte di più che nei loro paesi. Le condizioni carcerarie sono di gran lunga migliori e le pene detentive più brevi.

E' vero che ci sono immediati benefici economici se i Rom "Frankestein" lasciano il loro paese. Ma tutto ciò ha effetti disastrosi nel lungo termine, distruggendo i propri figli generazione dopo generazione. Possono esserci ripercussioni a lungo termine: i Rom hanno la percentuale di giovani più alta di qualsiasi gruppo etnico in Europa; questi giovani devono completare gli stuidi per poter competere sul mercato del lavoro. La sostenibilità di molte pensione negli stati membri UE potrebbe dipendere da ciò.

I benefici economici derivanti dall'accattonaggio o dalla microcriminalità sono già di molto inferiori a quanto erano negli anni '90, e presto non ci saranno più "nuovi mercati" da sfruttare. La crescita dell'antiziganismo è già un effetto diretto della migrazione e renderà più difficile e costosa l'inclusione sociale. Il risultato finale sarà un pericoloso effetto a spirale di rifiuto sempre più generalizzato da parte della società maggioritaria. L'antiziganismo rampante può risolversi in conflitti interetnici - i cui costi economici sono impossibili da stimare.

L'attuale flusso delle migrazioni dei Rom "Frankestein" dev'essere indirizzato meglio. E' impossibile bloccarlo completamente, ma usare in maniera più efficiente i fondi UE può portarne ad un significativa riduzione (specialmente di bambini) che lasciano i loro paesi.

La responsabilità di molti di quei bambini, giovani e adulti di queste generazioni perdute, ricade non solo sugli irresponsabili genitori e gli inetti amministratori e politici locali, ma anche sui burocrati rinchiusi a Bruxelles o nelle capitali europee.

Una valutazione responsabile ed indipendente di tutte queste burocrazie e di come siano spesi centinaia di migliaia di euro sulle tematiche rom è necessaria se vogliamo successo con l'inclusione sociale dei Rom. Valutazioni che sono un normale requisito che queste organizzazioni impongono alle OnG - non c'è ragione per cui loro non debbano sottostare agli stessi controlli.


    [1] Contrariamente alla credenza popolare. Frankenstein non era un mostro, ma il creatore pieno di speranze di quello che si è rivelato un mostro. Victor Frankentein è descritto come molto intelligente ed istruito. Il problema è che il suo orgoglio e la sua arroganza circuirono le sue responsabilità.
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Di Fabrizio (del 24/03/2013 @ 09:09:44, in musica e parole, visitato 2357 volte)

foto Paola Castagna ©

Tour primavera 2013 di Paul Polansky

Sono riportati solo gli eventi confermati:

28 marzo 2013 h. 20.45
PAPACQUA, via Daino 1 - MANTOVA.
Introduzione di Igor Costanzo. Durante la serata proiezione di fotografie in collaborazione con Paola Castagna.

5 aprile 2013 h. 21.00
LE STORIE DEL MANEGHETO, vicolo Cere 24, VERONA
Non ci sono confini agli orti di Spagna: storie, poesie, immagini e musica di gente di viaggio. Con la fisarmonica di Tommaso Tommo Castagnini e le immagini di Paola Castagna. Cena alle 19.30 - meglio prenotare 045-8014299

7 aprile 2013 h. 17.30
TEATRO Valle Occupato, via del Teatro Valle 21, ROMA.
Il tempo dei Rom, con Paul Polansky, Pino Petruzzelli, Bianca Stancanelli, la musica di Djovedì Django e degli Errichetta Underground, la danza di Barbara Breyhan e Daniela Evangelista, il canto di Debora Longini e Daniela Bruno accompagnate da Ivan Macera e da Mauro Tiberi, Stefano Liberti ed Enrico Parenti, autori del documentario prodotto da ZaLab "Campo sosta". Il tutto allietato dalla cucina rom.

9 aprile 2013 h. 21.00
LIBRERIA POPOLARE, via Tadino 18 - MILANO.
Presentazione "Il pianto degli zingari"

10 aprile 2013 h. 21.00
ARCI Martiri di Turro, via Rovetta 14 - MILANO.
Paul and friends: SLAM POETRY. Alle 20.00, cena in compagnia (costo circa 10-15 euro, consigliata la prenotazione)

11 aprile 2013 h. 21.00
ARCI Via d'Acqua, viale Bligny 83, PAVIA.
Impegno, musica, poesia: programma in via di definizione

13 aprile 2013 h. 18.30
SUNSET CALDE' Piazza del Lago, 3 - 21010 - Castelveccana (VA)
SLAM POETRY

15 aprile 2013 h. 21.00
C.A.M. Ponte delle Gabelle, via san Marco 45 - MILANO.
Presentazione "Il pianto degli zingari"

16 aprile 2013 h. 10.00
Isis GIOVANNI FALCONE, Via Matteotti 3, GALLARATE (VA).
Le parole sono luce: dialogo con gli studenti. Introduzione di Ernesto Rossi. Accompagnamento musicale di Mario Toffoli

17 aprile 2013 h. 18.30
LIBRERIA UTOPIA, via Vallazze 34, MILANO.
Chiusura tour milanese

18 aprile 2013 h. 19.30
Spazio CENTO-TRECENTO, via Centotrecento 1/a BOLOGNA
Chiusura tour italiano

Il pianto degli zingari
Danica è una ragazza intelligente. Nella scuola che frequenta a Monaco prende ottimi voti, aiuta i compagni in grammatica. Forse farà l'insegnante, o forse la dottoressa. Ma dalle quattro di una mattina d'inverno, di punto in bianco deve lasciare casa libri amici lingua futuro, salire a forza con i genitori e la sorellina su un aereo pieno di rom diretto a Pristina e a un incubo seppellito nella mente dieci anni prima assieme a una lingua.
"Avna o nemcoja", aveva gridato suo padre quella mattina di giugno del 1999. "Arrivano i tedeschi!", lo spauracchio che tornava nei racconti del nonno sulla seconda guerra mondiale e sui nazisti in cerca di vergini da violentare. Ma erano stati i vicini albanesi, vestiti di scuro, a cacciarli di casa agitando asce e forconi. Lei aveva sette anni. Ora, alle quattro di mattina, il passato ritorna a sfondare la porta di casa. Ma lei non è tedesca? Ha l'uniforme scolastica, ha vinto una borsa di studio. E questa vicina che piange e protesta coi poliziotti la considera come una figlia.
Lo stile spoglio e fattuale di Polansky è perfetto per una storia raccontata da un'adolescente. Il reportage trasfigurato in racconto in versi è una denuncia che rimane oltre il tempo dell'emergenza. Se non ci fossero emergenze senza scadenza.
Il pianto degli zingari è un libro per tutti e dovrebbe entrare nelle aule scolastiche, per animare i concetti di dignità umana, diritti dei minori, cittadinanza, accoglienza, integrazione col volto e la voce di Danica.
Roberto Nassi

Note:
Autore: Paul Polansky
Edizione: Volo press
Postfazione: Rainer Schulze
Immagini: Stephane Torossian
Traduzione: Fabrizio Casavola
Euro 10,00

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Di Sucar Drom (del 23/03/2013 @ 09:03:00, in blog, visitato 1304 volte)

Mantova, Berini: respingo tutte le accuse strumentali di Elena Magri
Respingo le accuse strumentali dell'assessore provinciale Elena Magri e la invito a leggersi le relazioni inviate annualmente. Per l'annualità 2012 è stato chiesto all'associazione Sucar Drom di prolungare l'annualità 2012 fino al mese...

Porrajmos, la testimonianza di Rita Prigmore
Rita Prigmore, figlia di una famiglia sinta tedesca presente in Germania da molte generazioni, nel 1943 fu sottratta alla madre da militari nazisti appena nata insieme alla sorella gemella Rolanda, fu trasferita in un ospedale per essere sottoposta ai crudeli esperimen...

Elezioni in Lombardia

Rom e Sinti, Strategia nazionale al via ma il Nord Italia disattende gli impegni
La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha approvato nel corso della seduta del 24 gennaio un documento in cui si impegnano a costituire tavoli regionali per il coordinament...

Reggio Calabria, si toglie la vita perché non trova lavoro
Dramma a Reggio Calabria, si toglie la vita Luigi Berlingeri sopraffatto dalla crisi economica. Lo ricorda Giacomo Marino presidente dell'Opera Nomadi di Reggio Calabria che spiega...

Habemus Papam

Diamante (CS), nasce l'associazione Sulla Strada Calabria
Nasce a Diamante la prima associazione composta da italiani e appartenenti a famiglie italiane di origine rom e nasce proprio a Diamante divenuta simbolo della piena integrazione di cinquanta famiglie rom che sin da...

Pisa, la sposa bambina? Tutto falso!
Nessuna violenza sessuale di gruppo. Nessuna riduzione in schiavitù, né alcuna tratta degli esseri umani. Nessun maltrattamento su minorenne. Nessun matrimonio forzato. E' netta la sentenza pronunciata oggi dal Tribunale di Pisa nel processo cosiddetto "della sposa bambina"...

Mantova, 21 marzo 2013: il presente della memoria
Giovedì 21 marzo, alle ore 17, presso la sala del Plenipotenziario di p.zza Sordello 43, a Mantova, Articolo 3 Osservatorio sulle discriminazioni presenta il suo 5° Rapporto annuale. Non a caso l'evento si svolge proprio il 21 marzo, u...

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Di Fabrizio (del 22/03/2013 @ 09:01:10, in scuola, visitato 1323 volte)

Crescono sempre più i nati in Italia. I bimbi rom sempre più esclusi dal sistema scolastico.
15 marzo 2013 - Presentato il rapporto "Alunni con cittadinanza non italiana. Approfondimenti e analisi. A.s. 2011/2012" elaborato dal Ministero dell'istruzione e dalla Fondazione Ismu.

Sono 415 le scuole italiane nelle quali la presenza degli alunni stranieri raggiunge o supera il 50% e se si considerano le sole scuole dell'infanzia otto bambini stranieri su dieci sono nati in Italia.

Lo evidenzia il rapporto Alunni con cittadinanza non italiana. Approfondimenti e analisi. A.s. 2011/2012 elaborato dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca (Miur) e dalla Fondazione Ismu. Nell'anno scolastico 2011/2012, gli alunni stranieri nati in Italia sono 334.284 e rappresentano il 44,2% sul totale degli alunni con cittadinanza non italiana. Cinque anni fa erano meno di 200mila, il 34,7%. Nelle scuole dell'infanzia i bambini stranieri nati in Italia sono l'80,4%, più di otto su dieci, ma in alcune regioni la percentuale è ancora più alta e supera l'87% in Veneto e l'85% nelle Marche, sfiora l'84% in Lombardia e l'83% in Emilia Romagna. Mentre non raggiunge il 50% nel Molise e lo supera di poco in Calabria, Campania e Basilicata. Negli ultimi cinque anni gli studenti stranieri nati in Italia sono cresciuti del 60% nelle scuole dell'infanzia (dove hanno raggiunto le 126mila unità, a partire dalle 79mila del 2007/2008) e nelle primarie (145mila), mentre sono più che raddoppiati nelle secondarie di primo grado (46mila) e di secondo grado (17mila).

Secondo il rapporto del Miur e dalla Fondazione Ismu in totale le scuole in cui la presenza di alunni stranieri non è inferiore a quella degli italiani sono 415 (corrispondenti allo 0,7% delle scuole), 10 in più dell'anno scolastico precedente. Due terzi delle province italiane hanno almeno una scuola con un numero di alunni stranieri non inferiore al 50%. Le scuole dell'infanzia con almeno il 50% degli alunni stranieri sono 233. Le province con il maggior numero di scuole con almeno il 50% di alunni stranieri sono Milano (55), Torino (34), Brescia (32).

Gli alunni con cittadinanza rumena si confermano, per il sesto anno consecutivo, il gruppo nazionale più numeroso nelle scuole italiane (141.050 presenze), seguono gli albanesi (102.719) e i marocchini (95.912). Tra le crescite annue più rilevanti si registrano quelle degli alunni moldavi (+ 12,3%) nei diversi livelli scolastici, e ucraini (+ 11,7%) nelle primarie e filippini nelle secondarie di primo grado (+8,5%) e di secondo grado (+11,2%).

La Lombardia si conferma la prima regione per il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana (184.592). Seguono il Veneto, (89.367), e l'Emilia Romagna con (86.944), il Lazio (72.632) e il Piemonte (72.053). Quanto agli alunni rom, sinti e caminanti diminuiscono gli iscritti. Sono 11.899 nell'anno scolastico 2011/2012, il numero più basso degli ultimi cinque anni, in diminuzione del 3,9% rispetto al 2010/2011. Significativo il calo di iscritti nelle scuole superiori di secondo grado (con una variazione del -26% dal 2007/2008 al 2011/2012) scesi a sole 134 unità di cui 10 in tutto il Nord Ovest. Si osserva un calo degli iscritti nella scuola primaria, -5,7% rispetto ai cinque anni precedenti, nelle scuole dell'infanzia, -5,8%, mentre risulta leggermente in crescita il numero di iscritti nelle scuole secondarie di primo grado. Un fortissimo calo di iscrizioni si registra già nel passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria di primo grado, solo la metà degli alunni rom prosegue gli studi pur essendo nella fascia dell'obbligo di istruzione.

(Red.)

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Di Fabrizio (del 21/03/2013 @ 09:07:30, in Europa, visitato 1075 volte)

di Carlotta Sami - direttrice generale di Amnesty International Italia
"Spesso subiscono le conseguenze più pesanti delle politiche di segregazione e sgomberi. Ma sono anche tra le più attive per rivendicare un miglioramento delle condizioni di vita"

Amnesty International è impegnata da anni nella difesa dei diritti delle donne e in una campagna europea contro la discriminazione delle persone rom, inoltre a Gennaio ha lanciato una grande campagna sui Diritti umani in Italia: Ricordati che devi rispondere, www.ricordatichedevirispondere.it. Uno dei 10 punti riguarda proprio i diritti dei rom nel nostro Paese.
Vogliamo mettere insieme questi due temi evidenziando il ruolo, fondamentale, che le donne hanno nell'attivismo per i diritti umani - questo è vero sempre, ed è vero anche per le persone rom, che in Italia e in tutta Europa hanno di fronte a sé un impegnativo cammino di rivendicazione e conquista dei propri diritti.

Un impegno e un attivismo che avrà l'obiettivo di una maggiore rappresentanza, anche politica.
Le informazioni e le analisi sulle quali si basa la nostra campagna europea per i diritti dei rom emergono dalla ricerca sul diritto a un alloggio adeguato e sugli sgomberi forzati che abbiamo svolto in Italia, Francia, Macedonia, Romania, Serbia e Slovenia. L'impatto delle violazioni che i rom subiscono è particolarmente grave per le donne, spesso vittime di discriminazione multipla, a causa del genere e dell'appartenenza etnica, e costrette a sormontare ostacoli altissimi per accedere all'alloggio, all'assistenza sanitaria, all'istruzione e al lavoro.
La loro condizione va a inscriversi infatti in un contesto - quello Europeo - in cui le comunità rom affrontano un sistematico pregiudizio e politiche inadeguate, quando non palesemente discriminatorie, da cui derivano rischi altissimi per i diritti e talvolta la stessa incolumità personale di adulti e bambini.

Fanno parte di questo contesto i frequenti sgomberi forzati, spesso in mancanza di alternative abitative accettabili, e una sistematica difficoltà di accesso a un alloggio adeguato. Milioni di persone rom in Europa sono di fatto costrette a vivere in baraccopoli, senza accesso ad acqua corrente o elettricità, a grande rischio di malattie e senza assistenza sanitaria. Nei casi in cui, durante gli sgomberi, le autorità offrano alloggi alternativi, essi sono spesso costruiti in condizioni molto precarie e privi di servizi essenziali quali l'acqua, il riscaldamento, l'energia elettrica. Ciò ha un particolare impatto sulla vita delle donne rom le quali, a causa del loro ruolo all'interno della comunità, hanno di fatto la responsabilità primaria della cura dei bambini e delle attività domestiche come la pulizia della casa e la cucina.

Alle cattive condizioni abitative si accompagna spesso la collocazione dei rom in campi lontani dai centri abitati, con quanto ne segue in termini di isolamento e segregazione. Secondo le testimonianze di donne rom che i nostri ricercatori hanno raccolto a Roma, ad esempio, una particolare difficoltà deriva dal fatto che i campi siano scarsamente collegati ai quartieri abitati, ai negozi e ai servizi tramite i mezzi pubblici o strade con marciapiedi sicuri su cui camminare. I negozi di generi di prima necessità, i medici e le scuole e strutture per l'infanzia sono difficili da raggiungere e questo rende la vita delle donne rom che li abitano e dei loro bambini ancora più difficile.

La segregazione in aree periferiche isolate rende, inoltre, ancora più difficile la ricerca di un lavoro e può aumentare il rischio di violenza sulle donne e sui loro bambini, perché esse vengono a perdere le proprie reti di sicurezza e solidarietà.

Vivere in insediamenti informali a rischio di sgombero forzato provoca, nel complesso, grande incertezza e sofferenza. La stessa salute psicologica delle donne rom viene segnalata come significativamente peggiore di quella del resto della popolazione femminile dei paesi europei, proprio a causa delle condizioni di vita inadeguate, alloggi disagiati, della povertà e della posizione svantaggiata delle stesse nel loro ambiente domestico.

Amnesty International lavora al fianco delle donne rom che vivono nei campi e negli insediamenti informali in Europa. In molti casi, le donne rom sono impegnate in prima persona nelle campagne di sensibilizzazione per porre fine a sgomberi forzati e alla segregazione, e dovrebbero essere, a nostro avviso, ulteriormente sostenute in questo loro impegno, perché nessun vero cambiamento e miglioramento per i diritti umani è possibile senza un ruolo centrale e determinante delle donne.

Alle donne occorre dare accesso al credito e opportunità di indipendenza economica: solo in questo modo si cancellerà la violenza e sarà possibile garantire ai bambini e alle bambine l'accesso all'istruzione.

Dobbiamo credere nelle enormi potenzialità di queste donne e abbiamo, da loro, molto da imparare.

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Di Fabrizio (del 20/03/2013 @ 09:04:38, in Italia, visitato 1274 volte)

Relazione consegnata il 16 marzo scorso a Daniela Benelli (Assessore milanese all'Area metropolitana, Decentramento e municipalità, Servizi civici), durante il convegno Oltre via Padova

Premesse

  1. Quella di via Idro è una comunità rom storica della zona 2, per niente incline al nomadismo visto che nell'arco di oltre 40 anni si è spostata di soli 2 km. (in accordo con l'Amministrazione Comunale).
  2. La sua partecipazione alla vita di zona non è una novità degli ultimi anni, ma risale ad almeno 30 anni fa. I primi tentativi di scolarizzazione risalgono alla metà degli anni '80. Già con il trasferimento nell'attuale campo di via Idro, partecipavano alle sedute del Consiglio di Zona (allora in via Padova), a iniziative in quartiere, organizzandone loro stessi al campo.
  3. Il nostro gruppo è composito e assolutamente non gerarchizzato, con una caratteristica che lo distingue da esperienze precedenti di lavoro con i rom: siamo persone impegnate a vari livelli nell'attivismo di zona, e quindi la "questione rom" non è un ghetto mentale in cui ritagliare il nostro spazio, ma una delle molte tematiche che riguardano le periferie, da affrontare congiuntamente alle altre.

Primi contatti e iniziative
L'insediamento per lungo tempo è stato indicato come "un campo modello per la realtà milanese", nonostante ci siano sempre stati problemi di vario tipo. La situazione inizia a deteriorarsi dal 2000, in parte per la caduta di sbocchi lavorativi della cooperativa LACI BUTI, fondata dagli stessi rom all'inizio degli anni '90, in parte perché i rapporti con le istituzioni comunali, che sono continuati anche con le prime amministrazioni di centro-destra, vanno via via diradandosi. Il rapporto col mondo esterno continua quasi esclusivamente tramite la scuola, non a caso la prima istituzione che li ha accolti.

Occorre dire che nello stesso tempo anche per gli altri insediamenti (comunali e non) inizia una stagione travagliata, che dipende in parte dal passaggio di competenze dall'amministrazione centrale ad associazioni esterne, in parte dal fatto che nello stesso periodo si inizia a mettere in discussione l'esistenza stessa dei campi sosta, anche se con segnali contraddittori (vedi l'istituzione dei campi di Triboniano e via Novara).

Attorno al 2006, un primo nucleo di volontari riprende il contatto con gli abitanti di via Idro. A farlo, inizialmente, sono alcuni membri del comitato Vivere in Zona 2, già impegnato su altre tematiche del mondo di via Padova e dintorni. Dopo le prime diffidenze reciproche, il clima si fa più disteso e si prendono le prime iniziative comuni:

L'altro scopo di iniziative simili è creare un ponte con quanto si va risvegliando attorno a via Padova, e di creare i presupposti per un lavoro condiviso.

Questi sforzi rischiano di interrompersi bruscamente nel settembre 2010, quando al campo arrivano una ventina di lettere di sfratto che coinvolgono un centinaio di persone, quasi la totalità degli abitanti.

In questa situazione di crisi effettiva, al nucleo iniziale del gruppo si aggiungono (continueranno a farlo in seguito) associazioni, volontari, cittadini, anche esponenti di partito. Il gruppo non perde la sua caratteristica di informalità e continua a essere composito e non gerarchizzato.

Altri punti caratterizzanti l'esperienza del gruppo sono:

  • l'attenzione al diritto ad abitare, coniugata con il NO unitario al paventato campo di transito;
  • il coinvolgimento attivo della comunità rom, o quantomeno di chi è disposto a farsi coinvolgere, e l'attenzione alla sua autodeterminazione (come gruppo discutiamo di continuo con gli abitanti del campo e sosteniamo le loro scelte, ma in caso di divergenze non imponiamo la nostra volontà);
  • la rivalutazione dell'insediamento esistente;
  • l'attenzione al nesso tra abitare, lavoro e sostenibilità delle soluzioni individuate;
  • il contrasto alle politiche anti-rom;
  • il contatto con analoghe esperienze cittadine;
  • infine, un rapporto stretto col Consiglio di Zona e con il quartiere.

Su queste basi, seguono altre iniziative pubbliche:

  • febbraio 2010: l'incontro pubblico "Oltre la paura. Dare cittadinanza alla questione rom", molto partecipato, che non si limita ai problemi della zona, ma offre un momento di confronto con varie realtà milanesi;
  • marzo 2011: denuncia degli sgomberi immotivati, che ottiene una discreta risonanza mediatica;
  • maggio 2011: festa pubblica al campo (la prima dopo quasi una quindicina d'anni), che diventa una specie di evento d'apertura della festa "Via Padova è meglio di Milano" e vede una partecipazione inaspettata da parte degli abitanti della zona.

Un sommario bilancio di questo primo periodo possiamo illustrarlo in questo modo, evidenziando i risultati ottenuti e i limiti del nostro intervento:

Pregi

  • Iniziative pubbliche;
  • sinergie col lavoro su via Padova;
  • coinvolgimento attivo di parte del campo;
  • ampia discussione in mailing list e presenza sul web.

Limiti

  • scarsa attenzione da parte dell'amministrazione centrale;
  • carenza di unitarietà tra i temi sollevati;
  • incapacità di coinvolgere nel dialogo tutti gli abitanti del campo.

Un nuovo quadro
Le votazioni di maggio 2011 vedono protagonisti anche i rom dell'insediamento di via Idro (chi ha detto che i rom non votano?), complici anche le dichiarazioni del sindaco Moratti e del vicesindaco De Corato, che per tutta la campagna elettorale ripetono che il campo è destinato a chiudere, dimenticandosi di precisare come, quando e soprattutto perché.

È da precisare che gli abitanti dell'insediamento sono tutti cittadini italiani, e questo pone difficoltà alle autorità nell'adoperare gli strumenti classici dello sgombero e del rimpatrio; quindi la tattica adottata è quella del "non ti mando via, ma ti rendo la vita impossibile".

Il cambio di giunta suscita aspettative tra gli abitanti dell'insediamento, come nel nostro gruppo, e la prima reazione da parte dei rom è quella di inviare ai nuovi amministratori un promemoria sugli interventi attesi da anni e sul tipo di collaborazione che si può instaurare tra campo ed istituzioni.

Nel contempo, da questa lettera nasce nella primavera del 2012 un progetto partecipato tra abitanti del campo e un decina di associazioni, che pone le basi per il mantenimento e la riorganizzazione dell'insediamento, a cavallo tra la città e il costituendo Parco della Media Valle del Lambro.

A maggio 2012 il campo si propone come un vero e proprio polo della festa "Via Padova è meglio di Milano", con una due giorni di balli, spettacoli per bambini, cinema, musica, presentazioni di libri.

Dopo quest'esperienza, il campo presenta una propria programmazione estiva per i concittadini, dove alle attività "culturali" si affiancano momenti conviviali. Il conoscersi, la coesione sociale, si realizza quindi non solo attraverso la cultura come la intendiamo noi, ma mangiando e chiacchierando assieme (la cultura come la intendono i rom).

Infine, parte agli inizi del 2013 il progetto Social Rom-cittadinanza attiva, con l'obiettivo di stimolare i giovani a diventare "cittadini attivi", protagonisti del cambiamento della società, e anche a sviluppare una mentalità interculturale attraverso un lavoro di gruppo. Il progetto prevede la partecipazione di giovani italiani, rom harvati, figli di immigrati a tre laboratori creativi:

  1. workshop artistico-performativo;
  2. workshop fotografico;
  3. workshop narrativo.

Prospettive
Come gruppo, non solo abbiamo agito per praticare quella "coesione sociale" che auspichiamo, ma ci siamo accollati anche, forse sbagliando, compiti spettanti all'amministrazione pubblica e ai gestori. Il ruolo di un sano volontariato dovrebbe essere quello di stimolo verso le istituzioni e la politica, e non quello di un delegato a costo zero. Riteniamo che questo sia un argomento portante non solo per la nostra piccola ridotta di via Idro, ma riguardi più in generale tutto ciò che si sta muovendo attorno a via Padova.

Purtroppo, le aspettative sollevate dal cambio di giunta non sono state soddisfatte e non uno dei punti sollevati nella lettera inviata dalla comunità quasi due anni fa è stato affrontato. Nel frattempo sono intervenute nuove emergenze. Non staremo a ripetere l'elenco degli interventi necessari e di quelli richiesti, perché gli assessorati competenti sono stati puntualmente informati, da noi, dal Consiglio di Zona, dagli abitanti stessi ogni volta che si è presentata l'occasione.

I problemi che d'ora in avanti si pongono, tanto all'amministrazione che al prosieguo della nostra attività sono:

  1. i fondi: ci sono problemi ineludibili, nel senso che la situazione ambientale al campo va deteriorandosi, e sono possibili incidenti anche gravi. La responsabilità penale è del comune. A gennaio è stata evitata per poco il rischio di emergenza sanitaria, che si sarebbe propagata anche nell'abitato attorno. Il prossimo rischio è che la situazione di emergenza attuale, legata anche a questioni di sicurezza, travalichi i confini del campo;
  2. dopo quasi due anni, la fiducia degli abitanti è nuovamente ai minimi termini e si stanno deteriorando anche i rapporti tra i gruppi familiari. È così diventato un ostacolo anche per noi persone esterne al campo avere un rapporto propositivo con i suoi abitanti. Inutile nascondersi che questa situazione è stato favorita dall'inerzia dell'Amministrazione, che, vogliamo ricordarlo, ha preso precisi impegni nel corso della campagna elettorale ed è la prima responsabile della situazione del campo, che è regolare e si trova su un terreno comunale;
  3. il terzo punto è la sintesi degli altri due. Se il linguaggio adottato da questa amministrazione verso i rom è, fortunatamente, cambiato in meglio, nel quotidiano rimane la stessa sensazione di distanza provata negli anni scorsi. Non solo per gli impegni assunti pubblicamente e rinviati sine die, ma anche riguardo alle possibilità di dialogo. Da un anno e mezzo si parla di colloqui individuali con le famiglie per verificarne stato e aspettative, che però non sono mai iniziati. Per capire quale possa essere il livello attuale di fiducia, si consideri che la stessa promessa era stata fatta quasi otto anni fa dall'allora assessore Moioli, con il medesimo risultato.

Rete degli Amici della Comunità Rom di Via Idro

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Di Fabrizio (del 19/03/2013 @ 09:08:53, in Italia, visitato 1964 volte)

ilReferendum di Valentin Ipuche

"Sporchi. Ladri. Criminali. Sempre pronti a portarci via i nostri bambini, nascondendoli sotto una lunga gonna di stracci, non appena distogliamo lo sguardo. Non serve neanche esplicitare il soggetto, perché questi pregiudizi rimandano senza esitazione all'idea comune dello zingaro."
Così recitava il volantino di invito all'incontro sull'antiziganismo tenuto dal docente di antropologia culturale Leonardo Piasere al primo piano dell'Università di Verona.

In un'aula piccola ma gremita i ragazzi del collettivo Studiare con lentezza, promotori dell'incontro, hanno fatto riferimento alle problematiche dell'Aula Zero, un'aula autogestita aperta a tutti gli studenti. Lo spazio rischia infatti di essere chiuso dopo i fatti del 12 febbraio, quando in occasione di un incontro sulle foibe i ragazzi del collettivo hanno subito un'aggressione da parte di formazioni neofasciste veronesi.

Il tema"antiziganismo" molto articolato e complesso è stato affrontato in modo dialettico, rispondendo alle domande piuttosto che con l'uso del monologo.
Il concetto dell'identità nelle diverse realtà rom, la storia dei movimenti migratori dei più grandi gruppi come i sinti, i calderas, etc e il ruolo della tradizione sono elementi chiave per comprendere il razzismo condiviso nei loro confronti. Elementi comuni ma anche di diversità come il tema dell'omosessualità all'interno di tali comunità, tenendo sempre presente che non si può generalizzare: le popolazioni romanì in Europa sono composte da 11 milioni di persone. Questo vuol dire che se fossero la popolazione di uno Stato ufficiale sarebbe il 12esimo all'interno dell'UE per numero di abitanti, e avrebbe diritto a 22 rappresentanti nel Parlamento comunitario. Tanti quanti l'Olanda.

Il relatore, che ha vissuto a lungo all'interno di comunità rom, ha discusso dei problemi con cui questa convive. Uno su tutti è lo stato di invisibilità totale in cui vivono molte persone, in condizioni di apolidi di fatto, senza nemmeno il riconoscimento di apolidia. Ma come gli zingari vedono le popolazioni che li circondano?

La figura dello zingaro è estremamente stereotipata ed è colma di luoghi comuni che circondano queste popolazioni. L'alone romantico di mistero esotico che circondava lo zingaro ha fatto in modo che non troppi decenni fa nella bassa veronese i bambini "stregati" venissero fatti allattare da balie gitane. Oggi è totalmente svanito.
Gli zingari lasciano segni segreti sui cancelli, sulle porte: per malocchio o per segnalare ai complici di una possibilità di furto. Questa è una leggenda metropolitana nata da un racconto di un autore tedesco risalente agli inizi del XIX secolo, che tra l'altro parlava di una singola donna che praticava quest'usanza a scopi mnemonici e non di una comunità.

Nato invece da una commedia veneziana è un altro mito razzista: gli zingari rapiscono i bambini.
Leonardo Piasere fa chiarezza: quando uno zingaro rapisce un bambino della comunità locale è rapimento mentre quando lo Stato sottrae alla comunità rom i suoi bambini è "difesa dell'infanzia". In tale ottica lo studioso ha esaminato tutti i casi di presunti rapimenti di bambini degli ultimi vent'anni, scoprendo che in tutti i casi la storia si sgonfiava, tranne in due in cui si è arrivato a giudizio e ci sono state due condanne, secondo il relatore inconcepibili stando agli atti.
Nello stesso lasso di tempo lo Stato Italiano ha dichiarato adottabili 300 bambini rom. La probabilità che un bambino rom sia dichiarato adottabile è 17 volte maggiore rispetto a un bambino "comunitario".

In Italia non esiste una politica nazionale in questo ambito, ma solo qualche regolamento regionale.

Ironico è anche il fatto che per la comunità europea le priorità sono in quest'ordine l'educazione, il lavoro, la salute e l'alloggio. Per le comunità romanì l'ordine è specularmene invertito.

La storia del rapporto dell'Italia con queste comunità non è dei più felici. Ci sono stati campi di concentramento istituiti esclusivamente per gli zingari, all'interno di un piano studiato a partire dal '36. Un atteggiamento ostile che non ha mai smesso di perpetuarsi, e che vede la sua massima espressione nei partiti di estrema destra e nella Lega Nord. Quando Roberto Maroni è stato per seconda volta ministro dell'Interno sotto Berlusconi ha istituito 5 commissari straordinari per supervisionare gli zingari, provvedimento bocciato dal Consiglio di Stato che ha accolto i ricorsi dell'associazione European Roma Rights Centre Foundation.

Zoomando ancora di più sul locale, Flavio Tosi sindaco di Verona è stato condannato nel 2009 in via definitiva per propaganda razzista per una raccolta firme nel 2001. Insieme a lui la sorella Barbara Tosi (consigliere comunale), Matteo Bragantini (Commissario Federale della Lega Nord Südtirol e componente del Direttivo Nazionale Veneto della Lega Nord), Enrico Corsi (assessore), Luca Coletto (assessore) e Maurizio Filippi (altro esponente del partito).
I leghisti avevano avviato una pesante campagna mediatica per la raccolta di firme per cacciare gli zingari dalla città, in particolare nei confronti di un gruppo di famiglie sinti che tra l'altro avevano residenza a Verona, ed erano quindi incacciabili.

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