Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
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La redazione
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 20/02/2008 @ 09:19:49, in casa, visitato 1869 volte)

Da British_Roma

By Grattan Puxon

Una bambina che sventola il suo pallone di S. Valentino nell'Alta Corte nel pomeriggio finale del giudizio sui piani del comune di Basildon di spianare Dale Farm, sembra il segnale di una pietra miliare che è la vittoria ottenuta dai Viaggianti in Bretagna.

Mentre il giudice Andrew Collins non renderà pubblico il giudizio sino a Pasqua, non c'è dubbio che il pallone è salito e sconfitto una politica razzista che la Commissione sull'Eguaglianza ed i Diritti Umani ha detto al giudice che non è differente da Ponzio Pilato.

Robert Allen, del CEHR, dice che Basildon ha reso palesemente chiaro che l'unica sua volontà era di sbarazzarsi di Zingari e Viaggianti. "Noi diciamo che questa posizione è direttamente discriminatoria," ha dichiarato Allen.

Gli sforzi dei capi del comune concernenti le relazioni razziali, le responsabilità verso gli homeless, i bambini e gli infermi, e soprattutto il violento sgombero di 90 famiglie di Dale Farm, sono state richiamate nei quattro giorni dell'udienza non solo dagli avvocati ma dallo stesso giudice Collins.

Si è visto un video girato da Hazel Sillitoe dove Constant & Co., l'impresa incaricata dello sgombero, devasta le mobile-homes e brucia gli averi dei Viaggianti a Dale Farm, e il giudice Collins dice che gli sgomberi forzati di questo tipo dovrebbero essere una cosa del passato. Ha poi detto che indipendentemente dal risultato, chiederà un ripensamento delle politiche di sgombero forzato condotte contro Zingari e Viaggianti in Inghilterra e Galles.

"Richiederò un serio ripensamento sul modo in cui hanno luogo gli sgomberi e se l'uso di queste compagnie specializzate sia appropriato."

Nel frattempo, riguardo il destino delle famiglie a Dale Farm, che negli ultimi sette anni hanno resistito ai tentativi di allontanarli dalla loro propria terra, il giudice ha stabilito che il rifiuto di Basildon di fornire un accomodamento alternativo era sbagliato. Ha detto che il comune era obbligato a trovare loro un qualche posto dove risiedere permanentemente ed in modo salubre.

"Loro non vogliono per forza vivere a Basildon, ma devono farlo perché non c'è altro posto dove andare," ha sottolineato il giudice Collins. "O bisogna aspettare due o tre anni fintanto che non siano sviluppati nuovi siti?"

Alex Offer, rappresentante dei residenti di Dale Farm, ha ricordato che ka sua associazione ha pure tentato di creare un terreno alternativo a Pitsea. Questa sistemazione era stata caldeggiata da John Prescott, l'allora vice Primo Ministro. Basildon rifiutò la proposta che l'anno scorso era stata soggetto di un'interrogazione pubblica.

FUTURO INCERTO

Il dibattito presso l'Alta Corte si è centrato sulla possibile proposta di un sito nel distretto di Basildon. L'Assemblea della Regione Orientale ha detto che si necessitano 81 nuove piazzole di sosta. Il leader conservatore Malcolm Buckley vorrebbe che altri comuni offrissero posti ai Viaggianti che vivono nella Greenbelt dell'area. Ma ciò è lontano dal succedere.

Kathleen McCarthy, portavoce di Dale Farm spera che possa prevalere il buonsenso e che sia concesso loro di rimanere nelle loro dimore attuali. Se questo non fosse possibile per ragioni politiche, in pochi avrebbero intenzione di trasferirsi su altri siti.

"Sarebbe un grande passo indietro," dice McCarthy. "Abbiamo creato qui la nostra comunità e non vogliamo vederne la scissione. La soluzione migliore sarebbe costruire un'altra Dale Farm da qualche altra parte."

Dale Farm Housing Association (DFHA) sta attualmente lavorando col Consiglio Zingaro per acquisire lo status di proprietario sociale allo scopo di accedere ai fondi offerti dalla governativa Housing Corporation. La DFHA, i cui membri possiedono le cinquanta yards di Dale Farm, potrebbero sviluppare un'alternativa sulla terra designata dal consiglio di Basildon, in adempimento dei suoi doveri sotto l'Housing Act.

In una lettera ai consiglieri, il Consiglio Zingaro chiede ai suoi membri in considerazione del probabile risultato della revisione giudiziaria di esprimere quale opzione preferirebbero, a) sviluppo sino a tre siti nel distretto, b) luce verde per un parco espanso per mobil-homes a Pitsea, c) permettere agli attuali residenti di rimanere a Dale Farm.

Il video su youtube

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Di Fabrizio (del 19/02/2008 @ 18:42:41, in scuola, visitato 2839 volte)

Ricevo da Maria Grazia Dicati

La raccomandazione nr 4 (2000) del Comitato dei Ministri agli Stati membri sulla scolarizzazione dei fanciulli rom/sinti in Europa afferma :

“NEI PAESI IN CUI LA LINGUA ROMANÌ È PARLATA OCCORREREBBE OFFRIRE AI FANCIULLI ROM/SINTI LA POSSIBILITÀ DI ACCEDERE AD UN INSEGNAMENTO NELLA PROPRIA LINGUA MATERNA”


Prima di presentare il testo “Leggere e scrivere in romanés”, desidero riportare due episodi : il primo ha come protagonista Baba una bambina rom e il secondo si riferisce ad Andrea un bambino non rom

Baba: “ Perché io devo imparare la lingua italiana, mentre i miei compagni non devono imparare la mia lingua?” chiedeva e, quasi per una forma di protesta non parlava più italiano e alle mie domande rispondeva in romanès.

Andrea invece era un bambino non rom : nei tempi in cui si recitavano le preghiere prima delle lezioni, avevo predisposto un foglio con la preghiera del Padrenostro in romanès, in modo da alternarla con quella in italiano.

Andrea però perdeva regolarmente il foglio (così raccontava) e dovevo ridarglielo ogni volta che si pregava in romanès.

Un giorno però il bambino non ce l’ha fatto più a raccontare queste bugie : “ Mia mamma mi strappa il foglio e non vuole che io reciti la preghiera con queste parole” mi rivelò singhiozzando e vergognandosi di fronte ai compagni

Quale può essere quindi il punto d’incontro tra la richiesta di Baba e il rifiuto dei genitori di Andrea ? Come conciliare le due posizioni ? E come rispettare anche quei bambini Sinti o Rom che ti sussurrano all’orecchio : “ Non dire agli altri che siamo perché il papà non vuole! “

La scuola, come Istituzione pubblica, si trova nella condizione di dover contemplare le diverse opinioni per rispetto del singolo alunno che non deve crescere in un contesto scolastico in contrapposizione con l’ambiente familiare; ecco quindi l’importanza della progettazione e della chiarezza da parte di una scuola diventata multiculturale.

Non è invece consigliabile intervenire in modo estemporaneo, in quanto il nostro intervento didattico potrebbe essere sottovalutato, se non ostacolato dagli stessi rom/sinti soprattutto per azioni relative alla lingua e cultura romanì, ma anche dagli altri genitori preoccupati per il rallentamento del programma scolastico.

Il testo “ Leggere e scrivere in romanés” vuole essere un attestato di riconoscimento, attraverso il codice scritto, di una lingua orale antichissima, una lingua ancora utilizzata da alcuni gruppi, ma che rischia di scomparire non solo per il mancato riconoscimento legislativo, ma anche per scelta di coloro che vogliono o che sono costretti a mascherare/rinnegare la loro vera identità.

Il testo non si propone l’insegnamento del romanès, ma soprattutto la valorizzazione della lingua madre per i bambini rom e sinti, il riconoscimento della loro diversità linguistica e la comprensione da parte dei compagni e dei docenti per eventuali difficoltà ed incertezze in lingua italiana, seconda o terza lingua per gli alunni Sinti e Rom.

Come riportato dalla collega di Roma può diventare uno stimolo: “Gli alunni che venendo a scuola sanno di trovare qualcosa, anche poco, che fa riferimento al loro mondo "fuori" e che, anzi, li aiuta a comprenderlo e valorizzarlo meglio (e questo vale per tutti gli alunni di origine diversa da quella italiana) e che avvertono la curiosità degli autoctoni alla conoscenza e allo scambio, trovano una diversa e più forte motivazione alla frequenza e all'apprendimento anche quando questo prevede percorsi lunghi, a volte differenziati o difficoltosi

Il testo riporta i vocaboli in Romanés harvato ma, visto gli obiettivi più di carattere educativo che cognitivo, può essere utilizzato anche nelle classi dove frequentano bambini rom e sinti di altri gruppi.

Interessante la riflessione della collega M. Cristina Fazzi : ”Va precisato, nel merito, che il romanes usato nel testo citato è quello dei Rom Harvati etnia a cui non appartengono gli alunni che frequentano la nostra scuola, pur tuttavia ci sono molte similitudini e soprattutto la metodologia di impostazione dei testi ha offerto una forte motivazione a rimuovere quella forte ostilità che questi bambini provano nel socializzare la loro lingua così come altri aspetti della loro cultura al punto che per loro è tornato facile, spontaneo e coinvolgente "ritradurre" tutti i vocaboli non "congruenti"

Giorgio Bezzecchi, mediatore culturale rom dichiara : “…….. una particolare ATTENZIONE ALLA CULTURA ED ALLA LINGUA DEI ROM E DEI SINTI non soltanto incoraggerà la frequenza, ma potrà fornire agli stessi un valido aiuto perché acquistino una piena coscienza culturale dell’oggi e del domani….

…. GIOCARE IN ROMANES



Anche questo sussidio, come il testo in romanés vuole essere un ulteriore contributo per la valorizzazione della lingua dei Rom e dei Sinti e quindi veniva utilizzato alternandolo con altre tombole in lingua italiana

E’ risultato un ottimo strumento didattico che permetteva :
agli alunni non rom di capire le difficoltà dei bambini rom quando dovevano chiedere all’insegnante di mostrare l’immagine, non conoscendo le parole della tombola in italiano,
agli alunni rom di essere competenti e sicuri nell’individuare l’immagine pronunciata in romanès, constatando che anche gli alunni non rom si trovavano nelle loro medesime condizioni, non conoscendo le parole in romanés


Il mettersi ognuno al posto dell’altro e constatare le reciproche difficoltà, contribuiva a creare condizioni più favorevoli per la comprensione e la socializzazione tra alunni; spesso il bambino rom diventava un vero ed unico protagonista di fronte ai suoi compagni, per i suggerimenti e il supporto all’insegnante relativamente alla corretta pronuncia del vocabolo in romanés.

Oltre a queste finalità educative, il gioco serviva anche per l’insegnamento individualizzato, in particolare per le esercitazioni di analisi e sintesi di brevi e facili parole.

A tale scopo sono state selezionate parole di una o due sillabe semplici, evitando vocaboli o lettere che sul piano fonetico potevano costituire un problema di pronuncia da parte dell’insegnante che non conosce la lingua romanés.

Il programma è costituito da 14 unità didattiche, corrispondenti a 14 consonanti dell’alfabeto, per ognuna delle quali sono state selezionate 8 parole per un totale di 112 vocaboli in romanés.

Il gioco è composto da :
24 cartelle con illustrazioni e parole in romanés
tessere con illustrazione e dietro la parola in romanès scritta in stampato maiuscolo
tessere con illustrazione e dietro la parola in romanès scritta in stampato minuscolo
tessere con l’ illustrazione e dietro la parola in italiano scritta in stampato minuscolo

Si può giocare a tombola sia in romanés che in italiano utilizzando le varie cartelle e le tessere corrispondenti.

Adoperando invece solo lo tessere con le illustrazioni e le parole sul retro tessera, si può giocare a memory in coppia : si capovolgono coppie di tessere con le illustrazioni e vince chi riesce a trovare il maggior numero di coppie

Finalità didattica del gioco “memory” è la corrispondenza tra stampato maiuscolo e minuscolo in romanés e la corrispondenza tra parole in romanés e parole in italiano

Concludo con un augurio che Spatzo (nella lingua dei Sinti Estrekárja significa "uccellino, passero) rivolge ai Sinti affinchè non dimentichino la lingua dei loro padri.

Purtroppo sono consapevole che si tratta di un augurio tardivo dal momento che l'abbandono della lingua materna costituisce ormai un processo irreversibile in questa fase storica.

Nel nostro mondo asservito al capitalismo ed al consumismo la gente impara le lingue solamente se queste gli servono. Forse occorre cominciare a capire che si può imparare (o re-imparare) una lingua per servire ad essa, per far sì che non muoia ma continui ad esistere come un pezzo importante dell'identità di un popolo...

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Di Fabrizio (del 19/02/2008 @ 08:49:45, in Europa, visitato 1800 volte)

Da Slovak_Roma

12 Febbraio 2008, Kosice e Michalovce - Il 29 gennaio 2008, la Corte Distrettuale di Michalovce si è pronunciata su un caso di discriminazione sollevato nel 2005 da due OnG - Poradna e Nova Cesta - a favore di tre attivisti Rom.

L'incidente successe nell'aprile 2005 quando ai tre attivisti Rom fu negato l'accesso ad un caffè di Michalovce nella Slovacchia orientale, chiamato IDEA. Il personale del locale hanno detto loro che il caffè era un club privato e perciò, per entrare dovevano mostrare una tessera. D'altronde, nel locale venivano serviti altri clienti non-Rom senza alcuna tessera e la richiesta serviva solamente a prevenire l'ingresso dei Rom. Il caso venne portato alla Corte Distrettuale di Michalovce che decise la prima volta il 31 agosto 2006. Originariamente la Corte si pronunciò a favore dei Rom, ma il giudizio fu abbastanza confuso. Per esempio, il tribunale sentenziò che anche se i Rom erano vittime di discriminazione, questa non era basata su base etnica. [...] I Rom si erano in seguito appellati alla Corte Regionale di Kosice, che aveva cancellato la prima istanza e riportato il caso alla Corte Distrettuale.

A questo punto il Tribunale aveva dichiarato la discriminazione razziale dei tre attivisti. Aveva anche ordinato al caffè di mandare una scusa scritta ai tre Rom. Comunque il Tribunale ha rifiutato la richiesta di danni e di una compensazione finanziaria.

La decisione del Tribunale non è ancora effettiva e può essere ancora appellata.

Per ulteriori informazioni:

Štefan Ivanco
Center for Civil and Human Rights - Poradna
Krivá 23, 040 01 Košice , Slovakia
tel: + 421 55 68 06 181
e-mail: antidiskriminacia@poradna-prava.sk

Oz Nová Cesta
Nám. Slobody 1, 071 01 Michalovce , Slovakia
tel: + 421 56 64 26 938
e mail: ipcr@post.sk

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Di Fabrizio (del 18/02/2008 @ 18:27:54, in casa, visitato 1645 volte)

 Ricevo da Marco Brazzoduro

La notte tra giovedì 14 e venerdì 15 febbraio, una comunità di circa 40 rom romeni, che da oltre un anno viveva in una baraccopoli in via Casal Quinitiliani a Roma, sotto un’incessante minaccia di sgombero, ha occupato, nel V Municipio, uno spazio abbandonato di proprietà del Comune. La comunità, composta da molte donne e bambini, già dal mattino successivo, si è adoperata in lavori di pulizia e organizzazione degli spazi che, oltre a rendere vivibile un’area abbandonata e decadente, ha apportato una reale opera di riqualificazione del territorio.
POPICA ONLUS esprime la totale solidarietà a questa comunità che, con questa azione, la prima a Roma di questo genere messa in atto da parte di rom, ha voluto riaffermare il proprio diritto alla casa e all’esistenza.

POPICA ONLUS

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Di Fabrizio (del 18/02/2008 @ 09:39:17, in musica e parole, visitato 2245 volte)

Da www.romaworld. ro

Damian Draghici è nato in una famiglia Rom di musicisti da cinque generazioni. Lasciò la Romania prima dell'89, e la sua carriera musicale conta due decadi. Una laurea cum laude al prestigioso Berklee Music College negli Stati Uniti, ha suonato, negli anni, con grandi musicisti mondiali come pure alla London Symphonic Orchestra. Ha vinto il Grammy award e rilasciato 17 albums. Tornato in Romania, ha fondato la band "Damian & Brothers. Filarmonika Romanes", applaudita dal pubblico in Italia, Irlanda, Gran Bretagna, Belgio e Austria, nel quadro di un progetto del Ministero degli Esteri dedicato alla diversità culturale. Ambasciatore dei pari diritti, Damian Draghici tenta di capire le ragioni dell'ondata di razzismo che ha preso di bersaglio il popolo Rom, ma anche quello che ognuno di noi può fare per accettare la diversità.

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"Molta gente ama la cultura Rom, ma non ama i Rom"

European Rom: Cosa intendi raggiungere, come ambasciatore per i pari diritti?

Damian Draghici: Faccio quello che ho sempre fatto, cioè tentare di cambiare la percezione della gente attraverso la musica. Ma penso che non sia sufficiente, perché c'è un paradosso. Ho capito che la gente ama molto la cultura Rom. Ci sono due soap opere rumene, centrate sui Rom, che hanno un pubblico molto vasto. La musica zingara è molto popolare. Ma come può succedere, che anche se molta gente ama questa cultura, disprezzano i Rom? Questo non lo capisco. Molta gente nel nostro paese, inclusi i politici, non vogliono riconoscere i Rom, vederli come uguali e, prima di tutto, come Rumeni. Non c'è un passaporto che riporta "zingaro/Rom", ma Rumeno. Di conseguenza, dovunque, nella Commissione Europea, nel Parlamento, nella Corte Europea dei Diritti Umani, saranno rappresentati o difesi come Rumeni. Non sono rappresentati come una categoria separata. Così come si può essere orgogliosi di essere musicisti Rom in Romania - come Fanica Luca, Grigoras Dinicu, Ion Voicu e molti, molti altri, così devono ammettere di essere pari cittadini di Romania.

European Rom: Come spiegheresti la situazione degli ultimi giorni, sia in Italia che in Romania, dove i Rom sembrano essere gli unici da colpevolizzare?

Damian Draghici: Io penso che il razzismo non dovrebbe esistere. Se un individuo commette un reato, questo non ha niente a che fare con l'etnia. Stereotipiamo quando incolpiamo di un atto sull'etnia o la classe sociale della rispettiva persona. E' un chiaro atto di discriminazione che non ha senso nel 2007, in un'Europa di cui adesso d'altronde siamo parte. Questo modo di pensare non aveva senso cinquant'anni fa, figuriamoci ora.

European Rom: Perché il primo impulso è di dare la colpa all'etnia?

Damian Draghici: E' perché la gente usa molto gli stereotipi. Si può passare facilmente dalla discriminazione all'odio razziale, sono lo stesso tipo di attitudine. Si può educare qualcuno quando la conoscenza storica è interessata, puoi insegnare qualcosa di nuovo. Ma per cambiare il sentimento, bisogna comprendere che siamo tutti gli stessi. I rom non sono differenti dagli altri. Siamo tutti gli stessi. Negli Stati Uniti, la gente è istruita a rispettare il prossimo, sono istruiti alle differenze, ed a mostrare simpatia verso le altre persone. Perché è solo l'istruzione che guida alla comprensione tra i popoli. Io non enso che la situazione nel nostro paese potrà cambiare facilmente. Non penso che un anno sarà sufficiente a risolvere questo problema. Si tratta di educare una nazione intera.

European Rom: Cosa pensi di dovrebbe fare per fermare il razzismo?

Damian Draghici: L'unica cosa che possiamo fare, secondo me, è promuovere i valori culturali e determinare la gente a a vedere che gli altri sono, infatti, come loro. E far sì che la gente capisca i propri problemi reali.

European Rom: Tu quale ruolo, come persona istruita, dovresti prendere? La cultura può superare le barriere della discriminazione?

Damian Draghici: Sto cercando di fare quel che posso. Ciò che sto facendo attraverso la mia attività professionale, come ambasciatore per i pari diritti e come uomo, un essere umano,è far comprendere gli altri che anche noi siamo esseri umani, come loro, ed abbiamo gli stessi problemi del resto dei Rumeni. E che siamo soltanto un popolo che vive assieme, vive accanto. Spero che così io, ma anche altri Rom, saremo in grado di cambiare la percezione negativa dei Rom e fare che la gente ci accetti.

European Rom: Quanto ci vorrà?

Damian Draghici: Non posso saperlo. Se tutto va come spero e se riuscirò a girare un film sulla cultura Rom, spero che questo avrà un significativo effetto internazionalmente, e penso che cambierà qualcosa della percezione negativa.

Scritto da Ana Dinescu - 03 febbraio 2008

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Di Sucar Drom (del 17/02/2008 @ 09:10:12, in blog, visitato 1124 volte)

Porrajmos, ti ricorda qualcosa?
L’associazione Amalpé Romanò ha pubblicato nel proprio spazio web l’intervento di Roberto Ermanni (Arci Toscana), tenuto durante l’evento "Cancellati due e più volte, la persecuzione infinita dei Rom. Porrajmos passati e presenti" che si è svolto il 25 gennaio 2008 a Capannori (LU) nell'ambito dell'iniziativa "...

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Rom e Sinti, l'UNICEF precisa la propria posizione
La dottoressa Laura Baldassarre dell’Unicef Italia, Area diritti dell'infanzia, ha inviato la seguente nota a sucardrom, dopo la pubblicazione del nostro intervento "L'Unicef pensa che i bambini sinti e rom siano disabili?...

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Anno Europeo del Dialogo Interculturale
In una società in rapida evoluzione, in un mondo sempre più interconnesso, anche le varie culture e tradizioni si mescolano dando un'accelerazione al processo...

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Di Fabrizio (del 16/02/2008 @ 09:36:34, in Kumpanija, visitato 1872 volte)

Da Mundo_Gitano

[...] Dalila Gómez, ex candidata al Senato per il Polo Democrático Alternativo (PDA) è una giovane e bella gitana colombiana che, come succede con le minoranze più antiche, proietta la sua azione politica cercando migliori destini per il suo popolo, visibilità e riconoscimento con equità in un paese che perorala politica del dialogo per ottenere la pace.

Quali obiettivi animano la sua presenza nel Polo Democrático Alternativo?

Il popolo intende essere interculturale in una società maggioritaria a volte ostile ed escludente e cerca di vivere questa interculturalità vivendo questi aspetti positivi delle altre culture per rafforzare la sua propria.

Dentro questa interazione c'è il vincolo al Polo Democrático Alternativo, precisamente per le coincidenze che ha il mio popolo nella sua essenza con l'Ideario de Unidad del Polo. Importante è ciò che vediamo su come dev'essere la vita di comunità, con principi, con valori, con la difesa della vita stessa, della diversità, con principi. Questo è quel che vediamo nel PDA.

Pensiamo che tramite il Polo possiamo sottolineare un primo elemento fondamentale che è la visibilità del popolo gitano. In secondo luogo dimostrare alla gente chi siamo realmente, perché a volte come siamo, impregnati di un'essenza anarchica, ci contestano l'essere vincolati ad un partito politico. Dobbiamo quindi affermarlo, facciamo così, primo perché è un partito progressista, secondo, perché avere una condizione etnica non ci preclude al diritto della partecipazione politica, dove possiamo decidere senza che altri lo facciano per noi.

Istruzione pertinente e di qualità

Quali iniziative porterete per combattere la discriminazione e per ottenere visibilità e partecipazione come popolo?

Noi registriamo la discriminazione verso il nostro popolo in Colombia nel disegno delle politiche pubbliche, perché queste sono generalmente per tutti, è molto differente disegnare una politica pubblica per un gruppo etnico che per la società maggioritaria. La società gagia, maggioritaria, ha molte opportunità senza rinunciare al proprio patrimonio culturale, come succede nel nostro caso. Uno degli elementi omogeneizzanti è precisamente quello dell'istruzione.

Lo Stato è il primo discriminatore del popolo gitano, perché non esiste un referente dal punto di vista educativo per verificare se stiamo ricevendo un'istruzione di qualità. Necessitiamo di referenti dal punto di vista gitano. Predomina in Colombia un sistema d'istruzione dove non esistiamo nella storia. Ci sono una serie di elementi che si scontrano con l'essenza gitana come le gerarchie ed i tempi. Noi misuriamo l'autorità da altri punti, misuriamo altri tempi, l'organizzazione è praticamente piana. Nel popolo Rom tutti comandano a casa loro. Tutti sono patriarchi e le decisioni si prendono attraverso un'istanza collettiva.

Soluzione politica con molto dialogo

Dal punto di vista gitano, che soluzioni vedete al conflitto colombiano?

La pace, e le soluzioni che si possono dare a questo conflitto sembrano come se avessero un nome proprio, come se avessero un padrone. Se noi siamo in un paese come la Colombia, dobbiamo cercare uscite e cercare la pace tanto anelata, perché la parola pace si è deteriorata nei tempi e limiti che le competano, così che questa situazione si veda riflessa in molteplici aspetti che incidono contro, da quello politico, all'economico, al sociale. Consideriamo che come gruppo etnico e anche con gli indigeni e gli afrocolombiani, possiamo proporre importanti alternative per risolvere il conflitto ed ottenere la riconciliazione dei colombiani.

Un passo importante è il ritorno a valori come la vita, la collettività, la sensibilità sociale. Non siamo isole, e questo implica lo scollamento del materiale. Il conflitto consiste nel controllo del territorio, lì dove ci sono ricchezze e diversità. Occorre trovare una soluzione politica attraverso molto dialogo: riscattare il valore della parola.

Noi siamo un popolo di tradizione orale e mai abbiamo avuto bisogno di firmare documenti o altre cose simili per stabilire una coerenza tra quanto si pensa, si dice e si fa. Molte volte si pensa una cosa, se ne dice un'altra e se ne fa un'altra distinta, questo produce uno choc. La soluzione al conflitto passa per la negoziazione e come sempre occorre equilibrare gli interessi delle parti per raggiungere la soluzione.

La proposta Rom al Polo Democrático Alternativo

Si è pensato a materializzare l'iniziativa Rom in un progetto di legge?

Abbiamo una proposta presentata al Comitato Esecutivo Nazionale dal Polo Democrático Alternativo, dalla sa branca parlamentare, che si riassume in un progetto di legge simile alla Ley Gitana, qualcosa che si avvicina alla Legge 70 del 1993 per le comunità indigene. Vogliamo sviluppare l'articolo sette della Costituzione, dove recita che questo è un paese plurietnico e culturale, dove fare azioni informative per quanti siano stati discriminati attraverso la storia.

State organizzando la celebrazione del Giorno Internazionale del Gitano, cosa perseguite con questo evento?

Vogliamo pubblicare un libro, se l'Istituto della Cultura e Turismo ci dirà sì, e così l'8 aprile, Giorno Internazionale del Gitano, potremo lanciare la pubblicazione che sarà presentata dagli autori. Con la celebrazione del Giorno Internazionale del Gitano cerchiamo soprattutto la visibilità, farci sentire. E' un atto politico e culturale, nel quale con i fatti facciamo sentire che viviamo in questo paese, che siamo anche colombiani e che è importante lottare per compensare questo debito storico che si ha con la nostra comunità, in particolare con Bogotà, una delle nostre città preferite che amiamo molto e perché siamo contenti qui, e partendo dal nostro processo ci siamo dati molti strumenti a livello nazionale ed internazionale.

Por: Álvaro Angarita - Periodista y sociólogo

Tomado de: http://colombia. indymedia. org/news/ 2008/01/78661. php
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Di Fabrizio (del 16/02/2008 @ 09:32:27, in blog, visitato 1395 volte)

Scrive Gennaro Carotenuto...

Un miliardario milanese residente in Svizzera non è un immigrato albanese. E così scopriamo l’acqua calda che la giustizia non è uguale per tutti. Marco Ahmetovic, il cittadino albanese che uccise quattro ragazzi nell’ascolano fu giustamente arrestato. Per i quattro morti o perché albanese? Preferisco pensare per i quattro morti anche se il pogrom che ne bruciò il campo nomadi fa pensare ad altro.

Al contrario l’uomo che ieri a Milano ha assassinato una signora di 52 anni (un’altra ha perso una gamba e 26 ne ha mandati in ospedale), a bordo di un Porche Cayenne, non è stato arrestato. Ovviamente la mia è bieca demagogia…

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Di Fabrizio (del 15/02/2008 @ 18:09:03, in casa, visitato 1943 volte)

Ricevo da Marco Brazzoduro

Giovedi 14 una comunità di rom romeni, da oltre un anno stanziata in una baraccopoli ripetutamente minacciata di sgombero, ha occupato, sostenuta da associazioni gagè e da volontari di varia estrazione, uno spazio abbandonato nelle adiacenze della stazione Tiburtina. E' la prima volta che i rom a Roma promuovono un'iniziativa di lotta per il riconoscimento di un diritto fondamentale ripetutamente calpestato.
Questa sera alle 21, in via delle Cave di Pietralata, altezza civico 81, si svolgerà una assemblea cittadina di sostegno e domani mattina sabato 16 alle 11.30 si terrà una conferenza stampa.

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Di Fabrizio (del 15/02/2008 @ 08:40:20, in conflitti, visitato 1771 volte)

Da Romano Them

12 Febbraio 2008 - Secondo la stampa, il Montenegro starebbe aspettando una nuova ondata di rifugiati se il Kosovo dichiarasse l'indipendenza. Riportando il Commissario Montenegrino per i Rifugiati, Zeljko Sofranac, i giornali dicono che il Montenegro dovrebbe, in questa situazione, reagire come uno stato moderno applicando i trattati e le convenzioni internazionali.

Riferendosi alla situazione del 1999, quando il Montenegro accettò di ospitare un gran numero di rifugiati come parte di un piano internazionale per il contenimento regionale della crisi dei rifugiati, il Commissario ha affermato che il suo paese non sarebbe pronto ad accettare nel lungo periodo rifugiati da altri paesi.

Ad otto anni dalla fine della guerra, il Montenegro conta ancora circa 16.000 profughi dal Kosovo, molti dei quali Rom. Diventando rifugiati dopo l'indipendenza montenegrina dalla Serbia, fronteggiano espresse discriminazioni e devono accettare terribili condizioni di vita nei campi rifugiati o in ripari privati.

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