Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
L'ora si puo' vedere dovunque, persino sul desktop.
Semplice: non lo faccio per essere alla moda!

L'OROLOGERIA DI MILANO srl viale Monza 6 MILANO

siamo amici da quasi 50 anni, una vita! Per gli amici, questo e altro! Se passate di li', fategli un saluto da parte mia...

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Conoscere non significa limitarsi ad accennare ai Rom e ai Sinti quando c'è di mezzo una disgrazia, ma accompagnarvi passo-passo alla scoperta della nostra cultura secolare. Senza nessuna indulgenza.

La redazione
-

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 06/03/2010 @ 00:55:42, in scuola, visitato 5416 volte)

Ricevo da Agostino Rota Martir

Circa una settimana fa un incendio al campo ha distrutto 3 baracche abitate da famiglie Rom, nell'incendio è andato perso tutto, i Rom coinvolti si sono trovati con niente, tutto è andato distrutto, anni di fatica per sistemare, abbellire le loro confortevoli "baracche" in poco più di mezz'ora..tutto in cenere. Nessun ferito, grazie a Dio.
Molti si sono dati da fare, compreso il comune che ha fatto pervenire alle famiglie delle roulotte, gli stessi Rom del campo hanno dato quello che potevano, aiutando a dare alloggio ai bambini, offrendo coperte, materassi, stoviglie..incoraggiamento e vicinanza.
Anche delle persone di Pisa e Livorno hanno fatto sentire la loro vicinanza portando al campo vestiti, letti, coperte, materassi.

Emina è un'adolescente e questa sera è venuta nella mia roulotte per mostrarmi gli abiti nuovi che indossava che ha avuto come dono dai suoi compagni di classe, era felice e orgogliosa nello stesso tempo per questa amicizia.
I suoi compagni di classe sapendo che Emina aveva perso tutto si sono dati da fare per aiutarla e far sentire la loro amicizia.
Lo dimostra molto bene la lettera che le hanno inviato, che con il suo permesso e dei genitori divulgo (in allegato file .gif ndr), perché nonostante quello che i Rom stanno subendo in Italia: sgomberi, discriminazioni, razzismo..forse stanno anche sbocciando silenziosamente dei fiori che profumano di comprensione, amicizia, convivialità.
E' un gesto che aiuta a sperare e a credere che è possibile cambiare.

Ago

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Di Sucar Drom (del 05/03/2010 @ 09:23:11, in Italia, visitato 1152 volte)

Dalla newsletter Articolo 3 - Osservatorio sulle discriminazioni osservatorio.articolo3@gmail.com

Cosa accomuna il respingimento delle quattro famiglie sinte bresciane che hanno acquistato un terreno nel comune di Guidizzolo per andarci a vivere e cominciare ad affrancarsi dal ghetto dei cosiddetti campi nomadi e il regolamento approvato dall’amministrazione di Goito, che respinge dall’asilo comunale (e quindi pubblico) i bambini provenienti da famiglie che non abbracciano “una visione cristiana della vita”?
Al fondo delle due operazioni c’è l’idea che serve innalzare muri non valicabili per ‘difendersi’ da chi non appartiene alla ‘comunità’ dei nativi maggioritari: qui non c’è posto per te se sei diverso da noi. E la parola ‘diverso’, resa dall’abuso povera di senso, prende, nell’area compresa tra Guidizzolo, Mariana Mantovana e Goito significati che riguardano molti di noi: non entri se sei sinto o rom, se sei ateo, ebreo, musulmano, buddista, induista, divorziato, separato, omoaffettivo, o anche solo cocciutamente laico. Che tu sia maschio o femmina, in età adulta o in età bambina. Noi ‘minoritari’ possiamo essere tutti respinti. A riprova del fatto che quando in una società si apre una lacerazione nel tessuto democratico e passa una discriminazione, prima o poi, tutti siamo esposti al rischio di essere discriminati.
Alcune amministrazioni sembrano voler aprire conflitti, sollecitare paure, costruire estraneità. Dovremmo indignarci ancora di più pensando che a fare le spese di queste operazioni di ‘pulizia’ sono soprattutto i bambini e le bambine.

All’assemblea promossa dal gruppo dei consiglieri dell’opposizione del Comune di Goito martedì sera il pubblico era folto e attento. Tante le voci preoccupate: anni fa era impensabile che gli abitanti del paese potessero dividersi sulla difesa di un principio costituzionale. La sensazione diffusa era quella di un degrado dell’ossatura democratica. C’erano un folto gruppo cittadini goitesi provenienti da altri Paesi; quelli più direttamente interessati alle esclusioni e ai respingimenti. Hanno ascoltato zitti. E se ne sono andati. Era presente anche un gruppo di cittadini e cittadine castiglionesi di origine magrebina; sono intervenuti, hanno catturato l’attenzione, risvegliato la voglia di partecipazione, forti di un’esperienza di impegno civile contro le discriminazioni che da anni si alimenta del lavoro comune tra chi è nato in Italia e chi in Italia ora vive. La svolta, per una ripresa della vitalità civile del Paese in cui viviamo, sta proprio nella costruzione di presidi in cui cittadinanze vecchie e nuove, generazioni, culture e religioni mescolino le loro lingue. La giovanissima Chaimaa, diciassettenne proveniente dal Marocco, velata per sua scelta, alla fine dell’assemblea si è fermata con noi dell’Osservatorio: insieme a un gruppo di compagni di scuola vuole promuovere iniziative per la difesa della laicità della scuola e la difesa della Costituzione italiana. C’è ancora speranza.

Maria Bacchi


All’assemblea pubblica tenuta a Goito per discutere con la cittadinanza del Regolamento dell’Asilo comunale voluto dall’Amministrazione non ha potuto essere presente il Presidente di Articolo 3, Fabio Norsa, che ha inviato una comunicazione:

L’intervista che ho rilasciato alla Gazzetta ed il successivo comunicato congiunto dell’U.C.E.I., Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, e della Comunità di Mantova alla stampa nazionale e locale, credo non possano dare adito a dubbi sulle nostre ferme posizioni, asettiche da dietrologie religiose e contrasti di altra natura, riferendosi solo all’inosservanza ed alla violazione dei fondamentali diritti umani, civili, sociali e di laicità dello Stato garantiti a tutti i cittadini dalla nostra Costituzione.
Il mio intervento è circoscritto alla sola difesa e tutela di tali diritti, proponendomi nel doppio ruolo di rappresentante di Articolo3, Osservatorio sulle discriminazioni, ed, a titolo personale, di uomo, nel senso più completo e profondo del termine, che non può astenersi ed esimersi da una concreta quanto instancabile opposizione ad ogni atto discriminatorio compiuto verso qualsiasi altro uomo.
Articolo3, a conferma di quanto dichiarato dalla vice-presidente, Maria Bacchi, monitorerà con la massima attenzione gli sviluppi della vicenda “Asilo di Goito”, ma non solo quella, e parteciperà ad ogni iniziativa volta alla corretta applicazione dei valori costituzionali troppo spesso disinvoltamente e proditoriamente stravolti.
La mia formazione culturale, schematica e pragmatica, che privilegia il bianco ed il nero alle tante gradazioni intermedie dei grigi, mi impedisce di considerare la buona fede delle argomentazioni e delle complicate filosofie apparse sulla stampa tendenti a far considerare come corretta l’applicazione distorta degli articoli della Costituzione afferenti al caso “Asilo”, in quando basta semplicemente consultarli per appurare all’istante che sanciscono l’esatto contrario.
Esprimo infine la personale convinzione che la pervicacia delle Istituzioni deliberanti nel sostenere una forzatura del tutto inopportuna, pur a fronte di una vibrata contestazione, non solo popolare e non solo locale, non possa essere attribuibile alla cecità degli Amministratori, ai quali basterebbe recepire il dissenso, analizzarlo e correggere l’evidente errore ritirando il regolamento adottato, ma sia una corrente di pensiero che, francamente, credo minacci il sistema democratico.

Fabio Norsa

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Di Franco Bonalumi (del 05/03/2010 @ 09:01:27, in Italia, visitato 1220 volte)

Interrogazione a risposta scritta, deputati firmatari: BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI.

Al Ministro dell'interno. - Per sapere - [...]
(testo completo http://nuovo.camera.it/417?idSeduta=291&resoconto=bt13¶m=bt13 a metà pagina circa)
Romeo, un bambino di etnia rom, frequentava fino a qualche giorno fa la prima elementare nel quartiere della Bovisa, Via Guicciardi, in piena periferia milanese, e, nei suoi primi sei anni di vita, ha vissuto varie volte l'esperienza dello sgombero, essendo giunto nella scuola milanese dopo essere stato allontanato dal Rubattino ed aver interrotto la sua frequenza scolastica alle elementari di via Feltre;
pochi giorni fa Romeo, insieme ad un'altra bambina che frequentava la quarta elementare e alle loro famiglie, è stato sgomberato dalle forze di polizia dal capannone in cui viveva;

per qualche notte è stato ospitato in un centro di accoglienza, ma a breve verrà sgomberato anche dal luogo in cui ha trovato riparo;

nel corso degli ultimi mesi la famiglia di Romeo è stata continuamente sgomberata nonostante la sua evidente volontà di iniziare un percorso nuovo di integrazione e inserimento sociale, il che comporta che al loro figlio, Romeo, vengano tuttora negati diritti fondamentali quali la casa e l'istruzione, essendo il suo percorso scolastico e affettivo continuamente interrotto -:

di quali informazioni il Ministro interrogato disponga circa i fatti riferiti in premessa;
quali iniziative urgenti il Ministro interrogato intenda porre in essere per il tramite del commissario per l'«emergenza rom» perché si adempia agli obblighi di solidarietà ed accoglienza, anche in adempimento della citata direttiva contro la discriminazione basata sulla razza e le origini etniche;

quali misure urgenti il Governo voglia approntare al fine di garantire la sicurezza e i diritti delle comunità rom in occasione delle numerose azioni di sgombero portate avanti su tutto il territorio nazionale;
quali interventi di carattere progettuale il Governo intenda porre in essere al fine di dare attuazione alla direttiva europea contro la discriminazione basata sulla razza.
(4-06316)

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Di Fabrizio (del 05/03/2010 @ 09:00:06, in Italia, visitato 1227 volte)

Casa Internazionale delle Donne
Coordinamento donne contro il razzismo

Domenica 7 marzo 2010 Piazza Campo de’ Fiori - dalle ore 11 al tramonto

Primavera antirazzista
VOCI DI DONNE MIGRANTI E CITTADINE

Mostre e libri, stand informativi, spettacoli di cinema, teatro, musica
Saranno presenti le produttrici agricole del Progetto Rea Silvia della Regione Lazio

Programma
Presentazione dell’iniziativa da parte del Coordinamento
Intervento dell’associazione Insieme Zajedno
Intervento di lavoratrici e lavoratori di Rosarno, Ass. Da sud
Campagna per il Nobel alle donne africane
Balli popolari in piazza, a cura dell’ass. Cemea
Pranzo preparato dalle donne della scuola Carlo Pisacane e dell’ass. Asinitas
Campagna Nastri Verdi di sostegno alle lotte delle donne iraniane
Intervento dell’ass. Be Free sul CIE di Ponte Galeria
"RetroviaNapoli"
Canzoni ispirate da donne, Stefania Tarantino (voce), Letizia Pelosi (chitarra)
I bambini di Capoverde : campagna per la ricostruzione della scuola
Intervento ass. Asinitas , proiezione di video
Letture teatrali da Quelle voci dal vuoto ( ed.Jacobelli)
proiezione del video: The Chain of Love (Mamme a catena)
Voci di donne dalla Bolivia
Interventi musicali

Aderiscono le associazioni del Coordinamento Donne contro il razzismo: Assolei, Candelaria, Donne a colori , Donne capoverdiane in Italia, Donne per la pace, Dhuumcatu, Imed, Insieme Zajedno, Le Nove, Madri per Roma città aperta, Monteverde antirazzista, No.Di: I nostri diritti, Spirit Romanesc, Quinoa, Trama di terre. Ed inoltre: Arci, Asinitas, Be free, CGIL di Roma e del Lazio, Coordinamento Donne della CGIL di Roma e del Lazio, Da Sud, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Lunaria, Filipino Women’s Council
Saranno distribuiti materiali di documentazione dei Dossier Immigrazione, Caritas/Migrantes

Con il patrocinio della Presidenza della Provincia di Roma

Nessun essere umano è illegale

Dichiariamo la nostra intolleranza al razzismo,la nostra volontà di abbattere muri e frontiere per affermare una cittadinanza globale.
Le politiche razziste sono sempre più pratiche per governare la crisi economica.
In assenza di politiche anticrisi l'unica risposta è la riduzione di libertà e diritti.
Come fermare altrimenti le resistenze se non ingabbiando la società, producendo separazione e odio razziale? Misure che colpiscono in particolare i/le migranti ma riguardano tutti e puntano a dividere e a rompere i rapporti di solidarietà tra le persone, alimentando la paura e rendendo tutti più ricattabili.

Le politiche razziste contro l’immigrazione alimentano e si combinano con nuove forme di razzismo popolare , fondate su stereotipi e pregiudizi contro “lo straniero e il diverso”.
Il risultato è una democrazia dimezzata, perché ogni forma di discriminazione è il contrario della democrazia; vogliono imporci una cittadinanza e quindi anche una società chiusa e esclusiva, in cui tutte, native e migranti, stentiamo a riconoscerci.

In molte lingue – anche l’italiano - i concetti di "straniero", "strano" ed "estraneo" hanno la stessa radice linguistica. Oggi come ieri "lo straniero - l'estraneo" è chi non rientra in quei parametri di "normalità" che qualcuno ieri come oggi ha stabilito.
Noi ci sentiamo straniere in questo Paese dove siamo nate, perché ci sentiamo estranee a tutto ciò che oggi questo Paese vuol rappresentare.

Dichiariamo ancora che finché ci sarà il sessismo ci sarà anche il razzismo: anzi, è proprio il sessismo che ha aperto la strada al razzismo, rendendolo ovvio, naturale: ambedue sono ideologie discriminatorie costruite sul corpo che esprimono il sistema di potere che governa le relazioni tra maschi e femmine, tra bianchi e neri.
L’intreccio tra sessismo e razzismo dimostra come si rafforzino a vicenda utilizzando l’uno gli strumenti dell’altro.

Le donne sono state usate per dichiarare guerra ai migranti e i migranti, a loro volta, sono stati usati per chiarire che le donne italiane appartengono agli uomini italiani. I maschi italiani ne sono usciti senza macchia, sdoganati - al solito - come “brava gente”: il mostro è fuori di noi, il mostro è l’altro.

In questi anni abbiamo lavorato in tante, per aprire il nostro paese al mondo e alle tante diversità. Il nostro stare insieme, ciascuna con la propria soggettività, rielaborando insieme il nostro essere nate in Italia o altrove, le nostre esperienze migratorie o le nostre differenze, è già un condividere, un’alternativa allo svilupparsi di un nuovo razzismo.

E’ ora di alzare le voci di tutte contro le politiche e le retoriche razziste, contro la precarizzazione delle vite.

Coordinamento donne contro il razzismo

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Di Fabrizio (del 04/03/2010 @ 09:03:15, in scuola, visitato 1398 volte)

Segnalazione di Gabriel Segura

HOI.es I gitani più universitari
Guadalupe Fernández e Antonio Vázquez frequentano un master in Navarra
27.02.10 - 00:25 - M. ÁNGELES MORCILLO | MÉRIDA.

Donna, gitana e frequenta un master. Sino a qualche anno fa, queste tre condizioni in una sola persona era qualcosa di impensabile. Nell'attualità, non è soltanto qualcosa di reale, ma, inoltre, la donna viene dalla frontiera. Guadalupe Fernández vive a Mérida. Ha 32 anni, è madre di due figli e, da anni, lavora con la comunità gitana dell'Estremadura. Attualmente lo fa tramite la Fundación Secretariado Gitano. Diplomata in magistero si è impegnata, assieme al suo compagno Antonio Vázquez, a laurearsi in un master dell'Università Pubblica di Navarra.

Guadalupe Fernández e Antonio Vázquez, sul loro posto di lavoro :: BRÍGIDO

Quando finiranno il corso, a maggio, otterranno il titolo di esperti in Intervento Sociale con la Comunità Gitana. Sarà l'equivalente di una certificazione accademica per alunni che non contino studi medi. Per quanti abbiano già un diploma o una laurea, equivarrebbe al titolo di specialista. Prima dovranno preparare un lavoro finale ed assisteranno ad una sessione in Navarra. Qui avranno la possibilità di conoscere di persona tutti i loro compagni di master. Il master sarà certificato con un totale di 30 crediti, 28 di formazione "online" e gli altri due di presenza ai seminari.

Fernández assicura che per loro due è molto importante, non solo il titolo, ma anche il contenuto del master. "Questo significa che si sta professionalizzando il lavoro con i gitani. Credo che sia necessaria una specializzazione per lavorare con questa comunità, perché è un tema complicato e difficile".

L'essere "online" facilita conciliare gli impegni della famiglia, del lavoro, del tempo libero... Anche Antonio, 35 anni, è sposato ed ha quattro bambini. Sua moglie ha un'attività in proprio. Per questo cerca di conciliare tutto con il master, per cui non sono necessari studi superiori. "Anche se costa molto sforzo, frequentare questo master è un'esperienza molto soddisfacente. Crediamo che il fatto che nell'università si parli di gitani sia un'esperienza pioniera e nuova", afferma Fernández.

Materie interessanti

Dicono che la materia che più ha richiamato attenzione è la Storia del Popolo Gitano. "Il suo studio ci ha fatto comprendere molte cose della situazione attuale che vive la comunità gitana in Spagna", affermano.

Istruzione, alloggio, impiego, sanità... Sono questi, secondo loro, i principali problemi attuali della comunità. Inoltre, in un modo o nell'altro, sono tutte relazionate tra loro".

Sono coscienti che, per esempio a Merida, sono ancora pochissimi i gitani che contano studi superiori. Sanno anche di essere gli unici che hanno potuto frequentare un master. Assicurano di sentirsi dei privilegiati per poter frequentare questi studi che apriranno loro più porte al momento di lavorare con quanti sono della loro stessa etnia, che definiscono come "la grande minoranza europea".

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Di Daniele (del 03/03/2010 @ 09:48:52, in Europa, visitato 1637 volte)

Sotto il ponte

OsservatorioBalcani 02.03.2010 Da Belgrado, scrive Cecilia Ferrara

E' uno dei ponti principali di Belgrado e ora sta cedendo. La storia del ponte Gazela, dei finanziamenti europei per ricostruirlo e soprattutto delle 175 famiglie rom che per anni vi hanno vissuto proprio sotto. Un reportage

Scena 1: Belgrado, 28 gennaio 2009. Il ponte Gazela è chiuso al traffico merci, sono stati scoperti cedimenti nelle travi portanti. Qualsiasi mezzo a 4 ruote evita il ponte e la città si blocca. Il “Gazela most” è l’arteria cittadina che porta a Novi Beograd ma anche un tratto dell’autostrada che porta a Niš, la E70/E75, attualmente una porzione del Corridoio 10. Vi passano oltre 150 mila veicoli al giorno mentre, secondo il progetto iniziale, la capacità era di soli 40mila veicoli.

Il giorno successivo al blocco il ministro delle Infrastrutture, Milutin Mrkonjić, rassicura i cittadini che il ponte è sicuro e che i lavori di ripristino termineranno in pochi giorni: "Si prega di non aumentare la tensione, il ponte non crollerà”.

Nel 2007 è stato firmato un progetto dalla Banca Europea per la ricostruzione (BERD) e dalla Banca europea per gli investimenti (BEI) per la ristrutturazione del ponte ma, secondo le dichiarazioni di Mrkonjić e del sindaco di Belgrado Dragan Đilas, il prestito non arriva perché la BERD non è soddisfatta del progetto di ricollocamento delle famiglie rom che vivevano in un insediamento proprio sotto il ponte.

Il sindaco è infuriato: “Non è una donazione - tuona - ma un prestito e se le condizioni sono queste non le accettiamo”. Đilas proprio non si capacita che tutto il lavoro fatto non gli venga riconosciuto: “Non ci possono chiedere - dice - di avere standard più alti di quelli europei. Il sindaco di Roma 4 giorni fa ha sgomberato dei rom mandandoli a 50 km dal centro città e nessuno di loro certo ne era entusiasta”.

Dopo due settimane di trattative serrate arriva lo sblocco del finanziamento. “La BERD ha condotto accurate valutazioni sul ricollocamento delle famiglie - dice la banca in un comunicato – con la conclusione che nonostante ci siano buoni risultati rimangono ancora problemi di enorme portata”. Il fondo sarà comunque erogato “in via del tutto eccezionale”.

Scena 2: Ada Ciganlija è il lago artificiale di Belgrado, dove d’estate i belgradesi vengono a rilassarsi sui lettini dei bar della spiaggia o a sfrecciare in roller e bicicletta. Sul lato interno di Ada vi è un ampio spiazzo con circa 30 container. Vi abitano alcune delle 175 famiglie che vivevano sotto il ponte Gazela, principalmente rifugiati dal Kosovo.

Foto di Isabella Mancini 

Appena entriamo nel campo arrivano gruppi di bambini che fanno domande, chiedono aiuto e in generale ti prendono platealmente in giro. Cerchiamo di chiedere come stanno qui rispetto a prima. I bambini dicono che qui vanno a scuola e hanno i container ma a Gazela era meglio perché c’erano più bambini e quindi più amici. Incontriamo la famiglia di V. che ha lavorato in Italia per oltre 10 anni, per poi rientrare per sposarsi a Pristina proprio nel 1999 e di conseguenza poco dopo tempo obbligato a fuggire per la guerra. Il container ha due stanze, una riscaldata dove dorme e mangia tutta la famiglia (moglie, 2 bambine e 3 bambini) e l’altra adibita ad ingresso.

“Certo la sistemazione è migliore, però la condizione della mia famiglia è peggiorata – dice V. - a Gazela lavoravo anche senza documenti, raccoglievo cartone e potevamo andare alla chiusura del mercato a raccogliere il cibo che veniva buttato via. Qui siamo troppo lontani dalla città e non abbiamo da mangiare tutti i giorni. Se riuscissi a cambiare la residenza da Pristina potrei avere un lavoro ma essendo di Pristina devo andare a Niš per fare le pratiche per tutta la famiglia e non ho i soldi per il viaggio e i documenti”.

Gazela era un insediamento illegale di rom, era in quella posizione dagli anni ‘80 e si è ampliato sempre di più in seguito alle guerre con l'arrivo di rifugiati rom da Bosnia e Croazia e sfollati dal Kosovo, ma anche con famiglie delle campagne che, impoverite da anni di crisi economica, si sono mosse verso la città. Proprio questo campo rom situato in una zona centralissima dove sono collocati il centro congressi Sava Center, l'Hotel Intercontinental e lo Hayatt - quindi un’importante vetrina per la città - era “il problema” per ogni amministrazione di Belgrado finché lo scorso 31 agosto sono arrivate le ruspe e i ricollocamenti delle 175 famiglie che lì vivevano, 61 a Belgrado e il resto in altre zone della Serbia.

Ad aver creato il collegamento tra le vicende di finanziamento della ristrutturazione del ponte e futuro delle famiglie rom che vi vivevano è stato Zvezdan Kalmar di "CEE Bank Watch” un'Ong che monitora gli investimenti finanziari nei paesi dell’Europa centro-orientale. Non si occupano di rom, ma dell’impatto ambientale dei grandi progetti infrastrutturali della BERD, della BEI e di altre istituzioni finanziarie: in questo caso l’impatto era su un insediamento rom. Bank Watch, tramite un blog (http://outofsight.tv), ha iniziato a monitorare i nuovi insediamenti di Belgrado dove vivono persone provenienti da Gazela: Mladenovac (50 km dalla città), Barajevo (30km), Rakovica e Makis.

“Nel progetto erano previsti 2 milioni di euro della Commissione europea per assistere il ricollocamento dei rom – dice Kalmar – ma c’era bisogno di un "Piano di ricollocamento" che la città e il ministero per il Lavoro e gli Affari sociali avrebbero dovuto realizzare. Ci sono dei precisi criteri internazionali per le “ricollocazioni involontarie” che non sono stati seguiti. Non dubito che per certi aspetti le famiglie stiano meglio ora, ma vi sono ancora problemi, ad esempio per procurare a questa gente i documenti di cui hanno bisogno”.

Per ora le famiglie ricollocate in varie aree attorno a Belgrado potranno risiedere per cinque anni nei nuovi insediamenti e dovrebbero riuscire quindi ad ottenere una residenza, requisito fondamentale per tante pratiche burocratiche: dalla riscossione di un assegno sociale all’iscrizione al servizio sanitario pubblico. “A Belgrado ci sono circa 140 ghetti abitati da rom, il ricollocamento di quello di Gazela avrebbe potuto essere un modello da riproporre, ma l’occasione è stata sprecata”, aggiunge Kalmar.

“Non esiste una stima precisa dei rom presenti in Serbia. Nell’ultimo censimento ufficiale si parla di 108mila, ma è un numero che si discosta molto dalle cifre indicate dalle Ong che arrivano fino a 3-450mila - afferma Giulia di Cristo antropologa che sta conducendo uno studio sulle identità territoriali dei rom nei Balcani in collaborazione con l’Università "La Sapienza" di Roma – tra questi vi sono circa 22.000 sfollati dal Kosovo, ma ad esempio l’UNHCR stima che ci siano altri 23 mila rom fuggiti dal Kosovo che non si sono potuti registrare. Ancora più difficile invece stabilire quanti siano i rom tra i rifugiati di Bosnia, Croazia e Macedonia”.

“La Serbia partecipa alla Decade Rom, un piano di azione del Consiglio d’Europa volto a ridurre gli svantaggi sociali della popolazione rom, ma fra i paesi che partecipano a questo progetto è il quello con più difficoltà”, aggiunge la ricercatrice. “Nel 2008/2009 la Serbia ha presieduto la Decade e tra le sue priorità vi era l'educazione. Il 40-50% dei bambini rom infatti viene mandato in scuole per alunni con bisogni speciali pur non avendo difficoltà reali di apprendimento, mentre nelle scuole pubbliche non c’è un concreto sostegno per i rom. Sono stati fatti dei piccoli progetti di inclusione, dalla formazione di insegnanti rom alla preparazione di un manuale sulla loro cultura, ma spesso non si sono trovati i fondi per proseguirli”, conclude l’antropologa.

Nei prossimi anni è probabile ci si trovi di fronte a nuove problematiche. La Serbia ha sottoscritto un programma d'azione che deriva da un accordo internazionale per la riammissione dei cittadini espulsi dai paesi europei nei paesi di origine. Potrebbe quindi avvenire che di alcune famiglie che il sindaco Alemanno ha sgomberato da Roma se ne dovrà ora prender carico Dragan Đilas, sindaco della capitale serba.

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Di Fabrizio (del 03/03/2010 @ 09:22:39, in Kumpanija, visitato 1244 volte)

Segnalazione di Cristina Seynabou Sebastiani

Repubblica.it A Jovica Jovic un permesso provvisorio dopo la denuncia di Repubblica di Luca De Vito
Jovica Jovic

Niente più decreto di espulsione per Jovica Jovic, il fisarmonicista rom di fama internazionale fino a poco tempo fa costretto a vivere da clandestino. Dopo che il caso è stato denunciato da "Repubblica" la questura di Roma ha deciso di annullare il decreto e di consegnare a Jovic un permesso provvisorio in attesa di studiare la possibilità di rilasciargliene uno definitivo, garantendogli l´opportunità di spostarsi in Europa (alcuni dei suoi figli vivono in Austria e in Inghilterra).

Lui, ora, è felicissimo: «Finalmente non devo più nascondermi». Con Jovic esultano i membri dell´associazione Terra del Fuoco, dove lui ogni mercoledì insegna fisarmonica cromatica: «È un ottimo risultato - dice Mauro Poletti - ma speriamo con sviluppi positivi: il maestro merita un permesso definitivo».

IL CASO Il musicista in fuga

Nato in Serbia nel 1953 da genitori rom, Jovic si è trasferito in Italia nel 1971. Nella sua carriera è salito sui palchi con artisti come Piero Pelù, Moni Ovadia e Vinicio Capossela. Con la sua famiglia ha vissuto a Rho nel campo nomadi di via Sesia fino al 2007, quando è iniziato il suo calvario. Bloccato all´aeroporto di Roma a causa di un visto non rinnovato è stato rinchiuso in un Cpt, da cui è uscito solo per le sue precarie condizioni di salute e con un decreto di espulsione.

Da quel momento è iniziata una doppia vita: artista in appuntamenti ufficiali da una parte (come quelli al binario 21 nella Giornata della Memoria), clandestino dall´altra. Dopo il servizio su Repubblica, associazioni e personalità si sono mosse in suo aiuto. Da Moni Ovadia a don Gino Rigoldi - che ha pure celebrato il battesimo di Sanela, nuora del musicista - in molti hanno chiesto un intervento delle istituzioni. Venerdì, dopo l´interessamento del ministero dell´Interno, la revoca dell´espulsione. E la fine di un incubo per Jovic.

(02 marzo 2010)

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Di Fabrizio (del 02/03/2010 @ 09:47:47, in Italia, visitato 1379 volte)

Segnalazione di Maria Grazia Dicati

19.02.2010 E' sulla Gazzetta Ufficiale il progetto realizzato dal Dipartimento per le libertà civili e immigrazione per favorire il processo di integrazione della comunità rom

Accrescere le competenze degli assistenti sociali e funzionari di prefetture ed enti locali che si occupano di problematiche sociali sulla comprensione del fenomeno dei Rom, sulla loro storia e cultura ma anche su quegli aspetti collegati quali assistenza socio-sanitaria, sicurezza, scolarità dei minori, legalità.

Sono alcuni degli obiettivi del progetto del Dipartimento libertà civili e immigrazione-Direzione centrale per i diritti civili, la cittadinanza e le minoranze-Area Minoranze storiche e nuove minoranze rivolto alle 4 Regioni dell'Obiettivo Convergenza (Campania, Calabria, Puglia, Sicilia) e, al cui interno, sono state individuate, sulla base dei monitoraggi effettuati 14 province: Napoli, Caserta, Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio Calabria, Bari, Lecce, Foggia, Agrigento, Catania, Palermo, Siracusa e Messina.

Il progetto, il cui costo è di 936.720,00 euro, prevede la realizzazione di corsi di formazione rivolti a funzionari di Prefettura, con la collaborazione degli assistenti sociali del ministero dell'Interno, degli enti locali, nonché rappresentanti dell’associazionismo e mediatori culturali rom. Si intende in questo modo promuovere lo sviluppo di relazioni tra istituzioni, in particolare prefetture, enti locali e realtà dell’associazionismo, favorendo anche l’acquisizione di 'buone prassi', che possano sostenere il processo di integrazione della comunità rom.

Il bando è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale - 5ª Serie Speciale - Contratti Pubblici n. 20 del 19 febbraio 2010.

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Di Fabrizio (del 02/03/2010 @ 09:46:19, in Italia, visitato 2421 volte)

Segnalazione di Eugenio Viceconte (che consiglia di leggere anche i molti commenti - quelli non li traduco)

Gypsies at the peak
Posted by Ugo Bardi on February 25, 2010 - 10:20am in The Oil Drum: Europe

I Rom (o Rrom) d'Italia sono probabilmente la più povera frazione dei residenti nel paese. Normalmente vivono in campi segregati, in roulotte o in ripari autocostruiti. Soltanto la metà dei 150.000 Rom in Italia sono cittadini italiani; nella maggior parte dei casi, non hanno un lavoro stabile e vivono un'esistenza molto precaria, obiettivi di aperto razzismo. L'immagine di sopra, da Excite Magazine, mostra il campo rom nella periferia di Napoli, a Ponticelli, com'era prima di essere bruciato al suolo da una folla inferocita nel 2008.

Eccomi qui, di fronte all'intera classe. Donne e uomini rom, circa 20 persone; tutti arrivano dal medesimo campo, qui vicino. Sono tra la fine dei 20 e l'inizio dei 30 anni, e sono vestiti per l'occasione. Non che possano permettersi vestiti costosi, naturalmente, ma gli uomini spiccano nel loro abbigliamento informale. Alle donne piace vestire in colori brillanti. Indossano la quasi obbligatoria gonna lunga, così come gli orecchini e le collane. Sembrano molto contente di aver trovato un modo per evadere dalla routine del campo, dove passano il tempo cucinando e badando ai bambini piccoli.

Nei mesi scorsi, un gruppo di insegnanti ha tenuto alcune audizioni a questo gruppo, come parte di un'iniziativa del governo della regione. L'idea era di aiutarli ad ottenere abilità che potessero essere loro utili per trovare un lavoro ed integrarsi meglio nella società. Così, gli abbiamo detto come adoperare una cooperativa, o le finanze personali, della sicurezza sul posto di lavoro, della raccolta e del riciclo dei rifiuti, di agricoltura integrata, come navigare nel web e molto altro. Hanno assorbito con facilità molto di quanto gli abbiamo detto. Dopo averli visti ascoltare attentamente due ore di lezione sul ciclo del carbone biologico e porre in seguito domande intelligenti, ero rimasto impressionato. Così, mi sono detto, perché non il picco del petrolio? Ed eccomi qui.

Raccontare alla gente del picco del petrolio sottintende approcci differenti a seconda dell'interlocutore. Capii molto tempo fa che la maggior parte delle persone non sa leggere nemmeno un semplice grafico cartesiano. I grafici sono un linguaggio e non  l'hanno mai imparato. Se mostrassi loro una curva a campana, vedrebbero una collina o qualche tipo di montagna. Capiranno che è difficile da scalare e facile da discendere. Non è il modo in cui il picco del petrolio dev'essere inteso.

I Rom a cui avrei dovuto parlare erano al punto estremo dello spettro nei termini di cultura. Nessuno degli uomini era andato oltre la terza o la quarta elementare; la maggior parte delle donne non era mai andata a scuola. Gli uomini in qualche maniera sapevano leggere, ma raramente sapevano scrivere, le donne non sapevano né leggere né scrivere. Non leggono giornali o non guardano le notizie alla TV. Amano i film e passano molto del tempo a chiacchierare. E' da queste fonti che attingono la maggior parte di quanto sanno. Sarebbe stata una buona idea spiegargli il picco del petrolio?

La comunicazione non è mai a senso unico. Se voglio che mi capiscano, devo a mia volta capirli. Così, per questa chiacchierata, ho sviluppato una versione estrema della presentazione che darò, sapendo che le persone che mi ascolteranno non sono ai livelli più alti in termine di letteratura scientifica. E' tutta basata su vivide immagini mostrate sullo schermo, fotografie di pozzi di petrolio, ad esempio. Nessun grafico, nessun testo e nessuna cifra. Devo contare sulla mia voce, sulla mia abilità di catturare la loro attenzione.

Così, dico loro del picco del petrolio basato sull'esempio di una persona. Quando nascemmo, dico, eravamo molto piccoli, ma col tempo siamo cresciuti e possiamo fare più cose. Ma tra l'altro invecchiamo. Col tempo, possiamo fare sempre di meno ed, infine, dobbiamo morire. In un certo senso, continuo, col petrolio è la stessa cosa. Quando il petrolio è giovane, ce n'è tanto. Invecchiando, lo usiamo e ce n'è sempre meno. Dobbiamo lavorare di più per poterlo adoperare. E' lo stesso per molte cose che fate - non vi siete accorti che dovete fare più fatica? Mi guardano e annuiscono. Hanno capito il concetto.

 Da qui in avanti, mostro fotografie di campi di petrolio, di raffinerie, di silos e tutto quanto relativo al petrolio. Spiego che la benzina per le loro macchine viene dal greggio (lo sapevano, ma vagamente). Dico che le gomme delle loro macchine pure sono fatte dal greggio (non lo sapevano, e ciò li impressiona). Ho detto loro che occorre il petrolio per alimentare i camion che portano il cibo ai supermarket. Questo ha impressionato le donne; sono loro che si incaricano di preparare il cibo per la famiglia.

Quando parlo ai gadje (i non-Rom) c'è sempre almeno uno del pubblico che si addormenta durante la spiegazione o che chiaramente non ascolta. Ma i Rom sono tutti svegli ed ascoltano. Il messaggio sta passando, posso accorgermene. Gli parlo del futuro, di cosa ci aspetta quando ci sarà meno petrolio disponibile. Ci saranno meno lavoro, meno opportunità, meno denaro e meno cibo. Anche l'assistenza sociale, su cui molti di loro contano per la sopravvivenza, potrà sparire. Saranno tempi duri per tutti. Capiscono perfettamente il problema. Ricordano da dove provengono - l'ex Jugoslavia. Sono abituati ai tempi duri.

A fine chiacchierata, mi fanno delle domande. Quanto costerà la benzina? Dico loro che sicuramente sarà più cara, ma forse che non è quello il problema. Il vero problema sarà trovarla. Lunghe file ai benzinai, molto probabilmente.  Capiscono la questione: apparentemente le cose erano simili nell'ex Jugoslavia. Mi chiedono qual è il tipo migliore di macchina da comperare ed usare. So che non esiste una Mercedes che un Rom non vorrebbe, e quando gli rispondo che dovrebbero comperare una macchina economica che consuma poco, non sono contenti. Mi chiedono cosa dovrebbero fare. Dico che dovrebbero provare ad adattarsi ed essere flessibili. Annuiscono; è una strategia che conoscono molto bene. Alla fine, mi chiedono se nel 2012 ci sarà la fine del mondo. Rido, ridono anche loro. Ma sembrano sollevati: erano un po' preoccupati.

Nei giorni che seguirono, indagai con i lavoratori sociali e con i Rom stessi. Qual era stato l'impatto della mia chiacchierata? Tutti mi dissero che se ne era discusso; che erano rimasti impressionati. Ma non mi aspettavo che succedesse niente ed, infatti, quello fu il risultato. Non è cambiato niente nella vita del campo.

Quando si presente il picco del petrolio a qualcuno della classe media, la reazione può essere di diniego o mobilitazione. Ma raramente si vede gente che lo ha capito e rimane indifferente. Ci sono delle buone ragioni. Se sei della classe media, intravedi chiaramente come il picco del petrolio possa riguardarti. Dipendi da un salario e, se il tuo lavoro svanisce a causa del picco del petrolio, sarai in grave difficoltà. Devi pagare l'ipoteca, il piano di assicurazione sanitaria, l'istruzione per i bambini, e tutto il resto. Il picco del petrolio può distruggerti. Ma, come persona di classe media, puoi pensare a prepararti, che hai risorse di riserva per fare qualcosa. Probabilmente è una cattiva percezione ma può portarti a fare cose come installare pannelli solari, isolare la tua casa, comprare una macchina più piccola, questo tipo di cose. Se, invece, pensi di non avere queste risorse, o non vuoi adoperarle, la tua reazione probabilmente sarà di allontanare il prima possibile questo concetto dalla tua coscienza.

Ma pensate alla vostra situazione se voi foste Rom. Non avete un lavoro stabile; così non potete perderlo. Non possedete una casa, così non potete essere sfrattati. Nessuno vi darà credito, così non sarete mai in debito. Non avete un piano di pensionamento, così contate sui vostri figli per quando sarete vecchi. Dipendete dal welfare, sicuro, ma sapete anche vivere con poco. Infine, vivete in una comunità chiusa, formata da clan familiari. Litigate con vicini e parenti per tutto il tempo ma sapete che in una situazione difficile, se possono vi aiuteranno.

Il picco del petrolio colpirà i Rom, proprio come noi, ma loro hanno l'opportunità di essere abituati a combattere per sopravvivere. In una certa maniera, sono già oltre il picco.

Qualche giorno dopo il mio discorso sul picco del petrolio, un Rom del campo, uno degli uomini sposati, mi ha detto così:

Vede, professore, penso che lei avesse ragione con quella lezione. Sì, ci ha detto che le cose non andranno così bene come prima. Giusto, anche noi l'abbiamo visto. E' quel che sta succedendo. Sa, mi ricordo quando arrivammo qui dalla Jugoslavia. Ero un bambino,; avevo 10 anni ma me lo ricordo bene. Qui allora era differente. Vedevamo molto benessere luci e macchine e case e roba nei supermercati. Proprio così, non avevamo mai visto nulla di simile. In Jugoslavia c'era niente. E così, eravamo molto felici, ma penso che facemmo un grosso errore. Sa, mi ricordo mio nonno. Era un uomo buono, lavorava il metallo, riparava pentole e bacinelle e affilava i coltelli. Così mi disse che dovevo imparare il suo lavoro; ma io non volevo. Ero molto giovane, forse non ero raffinato ma, vede, professore, penso che tutti facemmo lo stesso errore. Molti degli anziani sapevano fare cose, come cantare o suonare, comprare e vendere cavalli. Ma noi ora non lo sappiamo più. Vedemmo qui tutto questo benessere, e pensammo che non c'era più bisogno di lavorare duro. Se c'era tutto quel ben di dio; perché non potevamo averne un po' anche noi? Non volevamo essere ricchi, ne volevamo solo un po' - abbastanza da vivere in pace. E pensammo che sarebbe durato per sempre. Ma, lei ha ragione professore, non durerà per sempre. E ora siamo nei guai.

Lo trovo impeccabile. Non è lo stesso errore che noi facciamo col greggio?

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segnalazione di Sandro Luciani

Presente a Roma in occasione dell’incontro Europeo organizzato dal Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti, l’Orchestra ungherese “Rajko Orchestra”, si esibirà la sera del 2 Marzo nella Basilica di Santa Maria in Trastevere. L’orchestra nota al livello internazionale – ha realizzato esibizioni in India, Australia e Indonesia – è nota per declinare gli incalzanti ritmi della musica zingara con le melodie dell’Est Europa.

Il concerto sarà anche un’occasione per conoscere e approfondire uno degli aspetti più significativi della tradizione culturale zingara.

Concerto della Rajko Orchestra
Martedì 2 marzo 2010
alle ore 18.00
Basilica di Santa Maria in Trastevere
Piazza S. Maria in Trastevere
Roma


Inserendosi nella grande tradizione della musica Tzigana la Rajko Orchestra presenterà un vasto repertorio musicale valorizzando gli strumenti classici di questa tradizione: violini, viole, contrabbassi, pianoforti.

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