Perchè da sempre ci rubano - Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
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L'essere straniero per me non è altro che una via diretta al concetto di identità. In altre parole, l'identità non è qualcosa che già possiedi, devi invece passare attraverso le cose per ottenerla. Le cose devono farsi dubbie prima di potersi consolidare in maniera diversa.

Wim Wenders
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\\ Mahalla : Articolo
Perchè da sempre ci rubano
Di Marco Nieli (del 03/11/2005 @ 10:30:19, in Regole, visitato 3719 volte)

Di Marco Nieli due racconti (o cronache?) per condividere il 2 novembre appena terminato. Il secondo uscirà il 5 novembre

PERCHE' DA SEMPRE CI RUBANO I BAMBINI
La piccola Mirjiana Djordjevic fu prelevata dalla Polizia il 2 Novembre al Cimitero di Montesarchio, mentre "caritava" all'entrata, vicino al banchetto di un fioraio. Una solerte cittadina aveva chiamato il 113, perché aveva ravvisato nella bambina una straordinaria somiglianza con Alessandra Musella, una piccola napoletana scomparsa qualche anno prima a Casal di Principe, la cui foto era apparsa qualche sera prima al programma televisivo Chi l'ha visto? 

Le volanti partirono a sirene spiegate per prelevare la minore, senza fare accertamenti sulla prossimità o meno dei genitori o di qualche altro parente. In realtà, la madre era in un'altra zona del cimitero quando Mirijana era stata trovata dalle forze dell'ordine. Arrivò mentre le auto blu mettevano in moto sgommando e, appena compreso ciò che era successo, scoppiò in un pianto dirotto. Sua figlia era stata presa dai gagé. Quello che ogni Rom teme di più in fondo al suo cuore, si era infine avverato per Zorica Achmetovic.

La donna svenne per la paura e appena ripresi i sensi sul marciapiedi, circondata da una folla di misericordiosi, non ritrovò più la borsa con il guadagno della giornata.

Quando le volanti parcheggiarono nel cortile del Commissariato di Benevento, un folto gruppo di fotografi e giornalisti già era lì, in pieno assetto di guerra. Si era già diffusa la notizia-bomba del ritrovamento di Alessandra. L'auto dove era Mirijana fu presa letteralmente d'assalto e la piccola cominciò a urlare, a graffiare e a sputare sui suoi accompagnatori e sui fotografi. Furono costretti a coprirle la testa con la giacca di uno degli ispettori e a sollevarla per le braccia e per i piedi, mentre continuava a divincolarsi e a strillare come un'ossessa. Mirijana, come un gatto selvatico nel classico sacco, aveva imparato dalla più tenera età a difendersi da ogni tipo di insidie, ma questa volta il nemico era davvero più forte di lei. 

Arrivati al primo piano, la bimba fu affidata alle cure di una giovane e graziosa agente che, essendo anche lei madre, sapeva come prendere i bambini. Dopo un po’, Mirijana dovette per forza calmarsi, se non altro per esaurimento delle sue forze esigue.

-Allora, vediamo un po’, ti piace giocare? - disse la poliziotta, mettendole davanti un puzzle, un album di colori e una bambola. La piccola subito si asciugò le lacrime e dimenticò di trovarsi in un ambiente estraneo, potenzialmente ostile. La poliziotta le fece portare anche una coca-cola, una pizzetta e alcuni panzarotti, che Mirijana smozzicò, ma non finì di mangiare. Appena esaurita la sua attenzione verso i giocattoli che le erano stati offerti, ebbe di nuovo una crisi di pianto, chiedendo della madre. Poco dopo, si addormentò sulle ginocchia della poliziotta, che le accarezzava i capelli, parlandole a bassa voce per tranquillizzarla.

Intanto, gli ispettori si stavano dando da fare. Erano subito arrivati a Benevento alcuni dei responsabili della Scientifica di Napoli, con tutto l'incartamento relativo al caso di Alessandra Musella. L'ispettore capo di Benevento dovette constatare che, sì, effettivamente, la presunta bambina Rom assomigliava come una goccia d'acqua alla piccola scomparsa qualche anno fa dal paese del Napoletano. Determinante apparve soprattutto la ricostruzione al computer di come Alessandra sarebbe stata dopo due anni dal rapimento. Anche l'età poteva coincidere, al limite. C'erano tutti gli estremi per chiedere un test del DNA e quanti altri accertamenti si rendessero mai indispensabili nel prosieguo delle indagini. La bambina sarebbe stata trattenuta tutto il tempo necessario, affidata a un Istituto; nel frattempo, la pratica andava inoltrata al Tribunale dei Minori, perché comunque la bambina era in stato di abbandono all'atto del ritrovamento.

Questa volta, i poliziotti si muovevano sulla base di un'ipotesi di reato ben più grave del solito: il furto di minori finalizzato alla compravendita (prostituzione? sfruttamento? commercio d'organi? pedofilia?).

Finalmente, sarebbe stato possibile dimostrare quello che da sempre sapevano tutti: che gli "zingari" rubano i figli dei gagé per farne cose innominabili. Bisognava, del resto, provare che le istituzioni davano un giro di vite all'osceno spettacolo dei bambini-schiavi costretti per ore a stare ai semafori. Si era sotto elezioni e una serie di inchieste scottanti erano apparse sui più prestigiosi quotidiani locali e regionali.

Alle 15, prima che la bambina fosse trasferita, papà Zivota e la moglie arrivarono in Questura. I due apparivano sensibilmente provati, si vedeva che non avevano dormito per niente. Chiesero di poter vedere la figlia. Gli spiegarono che non era possibile, per ragioni di sicurezza. Con un'aria di cane bastonato, Zivota ebbe il coraggio di farfugliare:

-Io papà di bambina quella Mirijana. Io tenere tutto qua: passaporto mio con foto di bambina, certificato nascita, ecco, vede, nasciuta in Kragujevac di Serbia…Come sta, questa mia figlia? Lei con mamma a caritare, io no capire, perché voi prendere?

Il preposto lo squadrò glacialmente e gli disse:

-Aspetta seduto nel corridoio, per favore, l'ispettore è in riunione: appena si libera, vediamo se può riceverti.

Zivota si sedette timoroso sulla panca nel corridoio, insieme alla moglie, che singhiozzava silenziosamente, con i capelli grigi scarmigliati e le occhiaie profonde. Lui cercava di consolarla, parlandole sommessamente nella lingua materna, ogni tanto le accarezzava i capelli. Sembravano due vecchi, distrutti dal dolore. Nessuno avrebbe detto che insieme non arrivavano a settant'anni.

Lo sguardo spento, rassegnato del papà si concentrò su di un manifesto ammuffito che diceva: Polizia italiana: l'amico di ogni cittadino. Poi ritornò alla moglie, che aveva smesso di piangere e appoggiava la testa stanca al muro. Era proprio vero, non era un incubo. Si era verificato quello che da sempre avevano temuto più di tutto al mondo: la propria figlia in mano ai gagé, per qualche oscuro motivo che neanche loro avevano compreso. Avevano sentito dire che Mirijana era stata scambiata per un'altra, un'Italiana sparita qualche anno fa. Ma com'era possibile una cosa così? Avevano lì i documenti comprovanti l'identità della bambina, bastava dare un'occhiata e l'avrebbero rilasciata subito. Perché il capo della polizia non usciva da quella stramaledetta stanza? 

Gente indaffarata andava e veniva tutto il tempo, erano soprattutto agenti in divisa e funzionari dall'aria seria con plichi e incartamenti sotto il braccio. Ogni tanto scortavano qualche tipo in manette, ma di ispettori o commissari non si vedeva nemmeno l'ombra. Zivota tornò al gabbiotto all'entrata e chiese al preposto, che non era lo stesso di prima:

- Scusa, capo questo quando venire? 

L'agente rispose distrattamente, annoiato per essere stato distolto di nuovo dalla Settimana Enigmistica:

- L'ispettore Biagi? Adesso controllo.

Dopo aver confabulato alcuni attimi al telefono, giunse la risposta, telegrafica:

- No, è andato via per una questione urgente, però c'è il vice-commissario Martinelli: vuoi parlargli?

- Sì, sì. Io avere qua mio questo certificato di figlia Mirijana, io padre di lei, questa mamma. Così loro dare bambina a noi e andare a casa.

- Bene, aspetta un momento solo.

Finalmente, dopo altri venti minuti di attesa, verso le otto meno venti, arrivò il vice-commissario Martinelli, un giovane dinamico dallo sguardo glaciale, vestito in borghese e dall'espressione di duro, con la pelle abbronzata e il pizzetto. Appena visto chi lo richiedeva, i suoi tratti si irrigidirono e i suoi modi presero un che di brusco:

- Sì? sei tu che mi vuoi?

- Tu commissario? Io papà di bambina quella Mirijana, polizia presa in Montesarchio, bambina nostra figlia, tu vede qua?

Gli porse il passaporto aperto della Repubblica serba con la foto della bambina e il nome stampato a chiare lettere sotto. Il poliziotto lo prese in mano, contemplò qualche minuto la foto, poi alzò gli occhi inespressivi verso il Rom e disse:

- Bene, e allora?

- Tu dare me bambina questa figlia mia?

- Non ti preoccupare, la bambina sta bene. Almeno noi le diamo da mangiare e la trattiamo bene. Perciò deve rimanere ancora un po’ con noi, perché dobbiamo capire se è stata rubata e venduta come schiava.

- No, lei questa figlia mia, no comprata, io c'ha sei bambini, šov chavoré, questo vedere certificato qua, passaporti, tutto…

- Guarda, forse non capisci l'italiano. Per quanto mi riguarda, questo passaporto potrebbe benissimo essere falso: come faccio a credere che quella è tua figlia? Sai quanti passaporti falsi ci capitano a noi? Comunque, la pratica adesso passa al Giudice a Napoli e dovrai dimostrare a lui che è tua figlia, d'accordo?

- Mmmm…Me solo vuole vede, un momento…sì? Mamma piangiuto, piangiuto, dice no mangia più se non vide bambina sua, questa figlia…

- Bene, questo lo deciderà il giudice. Ma voi, a proposito, c'avete il permesso di soggiorno? No? Bene, allora smammate di qui, se no vi faccio subito un ordine di comparizione per identificazione.

Rassegnati a non portare via con sé la loro bambina quella sera, i due uscirono dall'edificio con il morale a pezzi. La donna non si lamentava più, ma aveva lo sguardo assorto, fisso davanti a sé, come perso nel vuoto. 
Quando la mattina seguente ritornarono, i due appresero che Mirijana era stata portata in un istituto religioso.

Nessuno volle dirgli dove. Papà Zivota mostrò al commissario il passaporto, con tanto di foto della figlia e timbro ufficiale della Repubblica serba. Il funzionario di polizia sospirò con aria di sufficienza. Anche ammesso che il passaporto forse autentico e non falsificato, disse, questo non provava nulla. Lo "zingaro" poteva benissimo aver corrotto qualche impiegato, si sa che queste cose succedono correntemente nei paesi dell'Est Europa. Il documento comunque era scaduto da due mesi. Zivota tentò di spiegare che la sua Ambasciata non glielo rinnovava, perché era fuggito dalla coscrizione obbligatoria. Ma non servì a nulla: per la Polizia, evidentemente, né lui né la moglie esistevano ufficialmente, figuriamoci se potevano essere padre e madre di una bambina! In più, se il test del DNA, come era ragionevolmente lecito supporre, avesse confermato l'identità della bambina con Alessandra Musella, i due Rom erano passibili di denuncia per rapimento di minori e sequestro di persona.

Tornati al campo con la coda tra le gambe, vi trovarono un gagiò amico, Franco Pizzimenti, con alcuni giornali sotto il braccio. Egli mostrò loro la foto di Mirijana accostata a quella di Alessandra, lesse ad alta voce l'articolo, in cui si dava per certo quello che ancora era da dimostrare e li informò anche dell'avvenuta visita in mattinata di Vincenzo Musella, il padre della bambina napoletana scomparsa. Prima che Mirijana fosse portata via, gli era stato permesso di vederla, in presenza degli agenti e con le dovute precauzioni. Vincenzo, col cuore in gola, aveva subito cercato la voglia che Alessandra aveva sul collo. Sarebbe stata la prova più evidente che si trattava di sua figlia. Il gagiò, però, era rimasto deluso: la voglia non c'era, evidentemente quella bambina non era sua figlia. 

Nonostante tutto, il giudice aveva disposto la prova del DNA e la piccola era stata trasferita in istituto. Bisognava chiedere subito un appuntamento col giudice e prendere un buon avvocato, disse l'uomo. Purtroppo, anche per vedere semplicemente la bambina, occorreva il permesso del giudice. I Rom si rassegnarono ad aspettare l'incontro. Zorica però scoppiò a piangere e chiese se per lo meno poteva parlare con la figlia telefonicamente.

- Cercheremo di ottenere una visita in istituto, non ti preoccupare. Però adesso devi mangiare, non serve a nulla a Mirijana se tu muori di fame. 

- Sì, ma Mirijana, tu sa, problema a cuore, lei da piccola già in spitale, sempre nasvalì. Dottore dice lei ha buco in cuore, non può respira quando paura…Povera figlia…

A questo punto, la donna fu interrotta dai singhiozzi, che rischiarono quasi di soffocarla. 

Dopo una quindicina di giorni di angoscia e patimenti indescrivibili, il giudice concesse finalmente il permesso di vedere la bambina, in presenza di un traduttore e di un'assistente sociale, che poi avrebbe relazionato sull'esito dell'incontro. All'ultimo momento, sembrava che il permesso stesse per essere revocato, per la mancanza di un interprete dal Romanés che non fosse di parte, vale a dire dell'associazione. Alla fine, si optò per un interprete dal Serbo-croato, con la condizione che il colloquio si svolgesse rigorosamente in questa lingua. Si era ancora in attesa del test del DNA e il clima era teso fino all'inverosimile. 

I due genitori, accompagnati da Franco, arrivarono all'Istituto di Nostra Signora della Salette e si precipitarono su per le scale, tremando per la paura che qualcosa di irreparabile fosse già successo. Il gagiò disse di avere un appuntamento con la Madre Priora e, intanto, fece conoscenza con il traduttore, un biondino slavato e smilzo e con l'assistente sociale, una donnona sciatta dalla pelle macchiata e i capelli rossicci.

A un certo punto, una suora fece capolino attraverso la porta: la madre priora aveva quasi terminato il suo impegno precedente. Ancora qualche minuto di pazienza e li avrebbe ricevuti.

Dopo un'attesa di circa venti minuti, la Madre Priora fece accomodare tutti finalmente nel suo ufficio. Il suo sorriso affettato e le sue maniere garbate non piacquero per nulla a Franco, che, tuttavia, per spirito di diplomazia, sfoggiò anche lui il suo migliore sorriso.

- Sorella, le presento i genitori della piccola Mirijana Achmetovic. Sono qui per incontrarla, la madre è distrutta dal dolore e non mangia quasi più, da circa 15 giorni. Ecco il permesso del giudice, firmato e con tanto di bollo. Come sta la bimba?

- Ah, su questo, lei può dormire tra due guanciali. Qui è senz'altro trattata come non si potrebbe meglio. Almeno mangia bene, gioca con gli altri bambini e viene accudita dalle sorelle. Riguardo alla visita con questi che chiamiamo genitori (ma le ricordo che ancora non abbiamo la prova che lo siano davvero), le disposizioni del Tribunale sono piuttosto severe in merito. Ho parlato stamattina telefonicamente con il giudice Di Palma. Vede, come Lei può certamente immaginare, la bambina è stata portata qui da noi per il suo bene. Il Giudice deve accertare se è davvero figlia di genitori nomadi o, come si sospetta con un ragionevole margine di certezza, si tratta di un'italiana sottratta ai suoi legittimi genitori, qualche anno addietro. Eppure, ciò nonostante, Lei vuole vedere la piccola. Bene, le carte sono in regola. Solamente, La informo, che gli ordini ricevuti dal Tribunale sono chiari. Solo dietro lo specchio e in presenza del traduttore. Colloquio assolutamente in serbo-croato. La Signora Di Rienzo farà poi la relazione che ci ha chiesto il Tribunale. 

Ci risiamo, pensò Franco. I soliti vecchi sistemi nazisti di una volta. Tuttavia, era chiaro che una sfuriata in questo momento avrebbe irrigidito ancora di più le posizioni e sarebbe quindi stata del tutto controproducente. Questa suora era evidentemente una vipera e lui avrebbe voluto dirle il fatto suo. Fece comunque buon viso a cattivo gioco e accettò i termini imposti dalle autorità. L'importante adesso era accertarsi che la bambina non avesse subito maltrattamenti e che stesse bene fisicamente. 

I tre seguirono la suora lungo gli anonimi corridoi dell'orfanotrofio, finché arrivarono a un androne con una vetrata e un cancello. L'ambiente era decorato squallidamente, con qualche immagine sbiadita di beati e santi dagli occhi rivolti al cielo, che si perdevano su di uno stinto parato verdemarino. Dopo qualche istante, dall'altro lato del cancello apparve, accompagnata da un'altra sorella, Mirijana, visibilmente scossa dagli eventi degli ultimi giorni e con gli occhi arrossati dal pianto. Vestiva l'uniforme rosa dell'istituto e appariva ancora più gracile di quello che era in realtà. Appena la madre la vide, le corse incontro. La suora impedì che la bimba la raggiungesse attraverso le grate e aprì invece la porta di una stanza di lato. Poco dopo, la madre e il traduttore si trovarono nella stanza di fronte alla bambina, mentre l'assistente sociale, Franco e, successivamente, la Madre Priora, osservavano non visti la scena da dietro la parete specchiata.

- Sar san tut? (come stai?) chiese la madre, apprensiva.

- Laces, mama. Mangav te aves ani ker (bene, ma voglio venire a casa.) La bambina era visibilmente commossa e scoppiò improvvisamente a piangere. 

La suora richiamò la signora Achmetovic al rispetto delle procedure previste, vale a dire l'uso del serbo, in modo da dare all'interprete la possibilità di tradurre. Altrimenti, avrebbero sospeso subito l'incontro. 

Franco notò che Mirijana era un po’ dimagrita, ma il suo viso era tutto sommato ancora paffuto. Gli occhioni neri tradivano tutto lo smarrimento e la confusione che aveva vissuto nelle ultime settimane. Aveva mangiato poco, disse la Direttrice, e chiedeva sempre della mamma. Finiti i dieci minuti concessi per la visita, i tre furono accompagnati all'uscita. Al momento della separazione, la piccola scoppiò di nuovo a piangere e la sorella dovette portarla via a forza. 

La visita seguente, otto giorni dopo, fu decisamente più drammatica. Si attendeva ormai a ore il risultato della prova del DNA. I giornali avevano bombardato l'opinione pubblica insistentemente con la notizia che era stata ritrovata Alessandra Musella. Si parlava di fantomatiche organizzazioni criminali dedite alla compravendita di minori, di maltrattamenti osceni, di sfruttamento intensivo dei piccoli schiavi. Il Tribunale dei Minori aveva rifiutato di prendere per buone le prove addotte dai genitori Rom di Mirijana e dall'associazione, che adesso minacciava denunce e querele. Lo stesso padre di Alessandra aveva detto in conferenza stampa di non riconoscere nella piccola sua figlia, ma che comunque avrebbe aspettato l'esito dell'esame. Anche la comunità Rom era in subbuglio. Tutti, Rom e gagé coinvolti in questa sporca faccenda sembravano aspettare con impazienza il responso del test per tirare un sospiro di sollievo.

Quando il padre vide di nuovo sua figlia attraverso le sbarre, si accorse subito che qualcosa non andava. I capelli erano stati pettinati in malo modo, come per nascondere qualche maldestra sforbiciata. La sorella che accompagnava Mirijana confermò che il giorno prima erano venuti gli agenti della Scientifica e avevano prelevato una ciocca dei capelli, oltre a un campione della saliva. Le avevano fatto le treccine proprio per rendere meno visibile la sforbiciata. Avevano inteso tutto a fin di bene: c'era forse qualcosa di sbagliato? 

La suora aveva raccontato tutto questo come se fosse la cosa più normale del mondo, senza cedimenti o sfumature di emozione nella voce. Non si sarebbe mai aspettata che la donna Rom, alla traduzione in Romanés fatta dal marito visibilmente alterato in volto, avesse un malore e dovessero sostenerla. La fecero sedere su di una sedia nel corridoio e le portarono un bicchiere di acqua e zucchero. Ma come potevano arrivare a tanto questi diavoli di gagé: strappare così i capelli a una persona viva! Le usanze tramandate dai padri permettevano di farlo solo coi defunti, nel periodo tra il decesso e la cerimonia chiamata pomana, quando l'anima del caro estinto si allontana definitivamente dal focolare domestico. Figurarsi su di una bambina, un essere innocente da pochi anni al mondo!

Il ritorno al campo quel giorno fu più tragico ancora del solito. La madre, caduta in uno stato di profonda catalessi, era ormai palesemente assuefatta all'Aulin consumato in grandi dosi per combattere la depressione e non mangiava quasi più. Zii e parenti più stretti degli Djordjevic, appena saputa la notizia, si strapparono i capelli e inveirono al cielo, proprio come se la piccola fosse morta. I due cugini di Mirijana andavano farfugliando di sequestrare i figli del giudice per fargliela vedere loro che significa, vedersi così sottrarre la propria carne. Oppure, sarebbero andati di notte all'istituto e l'avrebbero rapita. Gli abitanti del campo parlavano solo di quest'argomento, confabulando al buio delle baracche quasi senza luce, commentando gli eventi che avevano toccato la famiglia con la quale magari fino a qualche giorno prima erano stati nemici giurati. Gli antichi vincoli di solidarietà del gruppo si rinsaldavano adesso che la sciagura si abbatteva sulla comunità, ancora una volta come già da sempre. 

Una troupe di giornalisti vennero a filmare il campo e a fare interviste in giro. La tipa platinata e con gli occhiali a specchio che sfarfalleggiava in giro con il microfono brandito come un arma fu subito accerchiata da uno sciame di chavoré pidocchiosi e smoccolanti. Diversi maschietti bellocci la individuarono come un bocconcino niente male e la apostrofarono: 

- Ehi, bella, chi cerchi?

Uno addirittura le fischiò dietro. Volevano attaccare bottone, ma lei filò dritta col suo cameraman alla baracca degli Djordjevic. La madre non se la sentiva di parlare, era troppo debole e depressa. Il padre uscì fuori e cominciò a vomitare una sfilza di insulti intraducibili contro i giornalisti gagé, il che provò ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, la proverbiale inciviltà del popolo zingaro. Unico a parlare davanti alla telecamera, un cognato di papà Djordjevic espresse un'opinione bruciante per la sua semplicità: 

- Voi sempre dire che Romi rubare bambini taliani, noi rubare per fare lemosina, per fare questo e quell'altro. Ma che pensate, che uno c'ha cinque bambini, sei bambini, va rubare figli degli altri? Chi non c'ha figli, va e ruba figli di altri, non Romi. Gagè che c'ha soldi molti ma senza figli, quelli ruba. Romi c'ha figli, e perché rubare figli di altri?

Alla giornalista che incalzava lo zingaro con domande furbe del tipo perché credeva che Rom e gagé non potessero andare d'accordo, lui rispose con la scarna faccia sorridente:

- Perché? Ma questo essere claro! Perché da sempre loro rubare i nostri bambini!

Prontamente tagliata al Tg regionale (per ragioni di spazio editoriale), la dichiarazione fu montata su di un'altra, sicuramente più moderata, formulata da un esponente dell'associazionismo cattolico. Questi faceva notare come quegli innocenti "angioletti" zingari ai semafori o sui marciapiedi, sporchi, malvestiti e malnutriti, andavano protetti a tutti i costi, se necessario anche dai propri parenti più prossimi. Ma non con intenzione repressiva, si badi bene, solo per amore e spirito caritatevole. 

L'avventura di Mirijana ebbe fine improvvisamente, così com'era cominciata, un grigio Lunedì di metà dicembre, dopo esattamente 45 giorni dall'inizio del suo sequestro. La prova del DNA aveva scagionato i Rom beneventani dall'accusa infamante di avere rubato la bambina di una famiglia di gagé. Nessun giornale pubblicò più di un insignificante trafiletto per comunicare il risultato della prova, ma Franco riuscì a fare uscire, su di un importante rotocalco locale, una lettera scritta da lui e firmata da padre Zivota, che suonava pressappoco così:

"Ringrazio tutti quelli che hanno avuto fiducia in noi e non hanno creduto che noi fossimo colpevoli di questo orrendo crimine che è rubare i figli degli altri. A quelli che ci hanno creduto, dico soltanto questo: se si fosse trattato della figlia di un avvocato, di un ingegnere o di un giudice, pensate che sarebbe stato possibile sequestrarla senza nessun motivo se non il puro e semplice pregiudizio? Sono sicuro di no. Io non sapevo nulla della scomparsa di quella bimba napoletana, Alessandra Musella, e sono veramente dispiaciuto per lei e i suoi genitori. Ma che bisogno c'era di portarmi via la mia bambina, impedendomi di dimostrare che era mia figlia? In 45 giorni ho potuto vederla solo due volte e dietro alle sbarre. E nessuno finora ci ha chiesto nemmeno scusa per quello che è successo. Credo che sia una grande vergogna per tutti gli Italiani."

Quando la piccola fece ritorno al campo, furono visti parecchi zingari piangere per la gioia. Il padre di Mirijana decise di comprare una pecora, di sgozzarla e di invitare parenti e amici nella sua baracca per festeggiare. Fu ingaggiata la migliore orchestra zigana della regione. La madre e gli zii erano su di giri e non facevano altro che parlare del pericolo scampato. Mirijana, pallida e seria come sempre, sgranava di nuovo i suoi grandi occhi intelligenti sulle facce di familiari e amici del campo. Si vedeva lontano un miglio che era contenta di non stare più con le suore, mentre badava ai fratellini, aiutava a cucinare e a pulire l'interno della baracca. Soltanto, sembrava avere un'aria un po’ più affaticata del solito, chissà, lo stress del distacco dai genitori, la paura, l'ambiente estraneo dell'istituto… Il Presidente dell'Associazione dichiarò pubblicamente che questa volta la polizia e la magistratura si erano dati la zappa sui piedi, che non l'avrebbero passata liscia, che si sarebbe ricorso alle vie legali per ottenere un risarcimento. Avrebbero chiesto un permesso di soggiorno per i genitori della piccola al Questore di Benevento, poi, poi…

Intanto, bisognava pensare solo a fare festa e a dimenticare. 

La banda cominciò a montare gli strumenti dalla cinque del pomeriggio. Papà Zivota scuoiava la pecora insieme ai cognati, mentre Djulian, il fratellino di Mirijana, tagliava la gola a un maialino urlante come un ossesso. Un sangue nero e denso come petrolio uscì da quello che sembrava uno squarcio profondo in un otre ormai floscio. Dentro, le donne preparavano sarme e baklava al caldo della stufa. Mirijana, in verità, verso le quattro aveva chiesto alla madre di fare un piccolo pisolino, perché si sentiva stanca. Le donne commentarono che era comprensibile. Doveva riadattarsi ai ritmi del campo, il lavoro in casa coi fratellini e tutto il resto. Aveva continuato a dormire placidamente nel suo lettino nella kampina per tutto il pomeriggio e nessuno aveva osato disturbarla. Alle sette, quando cominciarono a venire i parenti, Mirijana si alzò e scese in baracca per essere festeggiata. Tutti se la baciavano e stringevano come se fosse una reliquia di Santa Sara la Nera, la dea Kalì che i Rom adorano a Saintes-Maries-de-la-mer in Provenza, la prendevano in braccio e le infilavano biglietti da centomila lire nella scollatura attillata del vestitino. La bimba si sentiva frastornata, nemmeno ai suoi non numerosi compleanni era stata così vezzeggiata e coccolata. Un fotografo gagiò, invitato per l'occasione da papà Zivota, scattò parecchie foto della bambina in posa tra genitori, parenti e amici, dietro alla tavolata imbandita con ogni ben di Dio della cucina zingara. Al centro campeggiava un enorme cero giallo, con un fiocco rosa e rosso, infilato sopra di un pane benedetto, proprio come si faceva a Giurgevdan, in quella ed altre case Rom. Che a San Giorgio dovevano ringraziare, se la loro figlia era tornata da loro, disse Zorica alle comari.

Poi incominciarono tutti a mangiare nel portico della baracca, innaffiando la carne di balò e bakrì con fiumi di birra, raki e whiskey, delle migliori marche. I musicisti fuori attaccarono i primi pezzi e la gente cominciò a ballare. Donnone con i baffi e le trippe sgargianti, cariche di anelli e collane, ancheggiavano sotto gli occhi gelosi dei mariti lustrati a nuovo, fieri della nuova giacca di velluto o magari dell'ultimo dente d'oro. Poi anche questi si lanciarono nel ballo, mentre tra i loro piedi si rotolavano e azzuffavano chavoré ancora quasi senza nome e volto, che battevano la manine o i piedi al ritmo della musica, ignari di tutto. Nel corso di tutta la serata, ai pezzi musicali si alternarono parecchi discorsi di parenti sempre più ubriachi. Si benediceva, si brindava, si esaltavano le qualità dei propri figli e delle proprie mogli. Qualcuno, tra i fumi dell'alcool, si lasciò scappare qualche innocuo improperio verso la moglie del giudice e la Madre Priora dell'Istituto La Salette. Verso l'una, finalmente, Mirijana chiese il permesso di andare a letto, nel bel mezzo della festa. Aveva lo sguardo assonnato e stanco, come se mancasse di un sonno soddisfacente da tempo. La mamma la baciò ancora una volta insieme ai fratellini e le disse che presto li avrebbe raggiunti. Nello spiazzo antistante alla baracca diverse coppie continuavano stancamente a ballare e i gesti scomposti venivano ormai ripetuti in preda al parossismo della sbornia. Qualcuno portò un'altra cassa di Peroni e si ricominciò il giro delle bevute. L'orchestra aveva ormai smontato da un pezzo, ma un uomo con la fisarmonica continuava a improvvisare struggenti ballate serbo-croate e canzoni pop macedoni storpiate in malo modo. Papà Zivota era crollato sbronzo perso sulla panca e la mamma con le sorelle e le cognate rassettavano in giro per la baracca.

L'incendio, seguito a un fracasso di vetri rotti sulla parte posteriore della kampina, divampò in un batter d'occhio. I giornali, incredibilmente, avrebbero parlato di una bombola scoppiata o di una sigaretta non spenta. Le urla di mamma Zorica svegliarono tutti i presenti, alcuni dei quali tentarono di forzare la porta della kampina bloccata dall'interno. Altri si precipitarono fuori, per sfondare i finestrini laterale e posteriore. Dentro si sentivano gridare Mirijana e piangere i fratellini. Quando gli adulti riuscirono finalmente a spaccare uno dei finestrini laterali di plexigas con un mattone di cemento, i due piccoli furono pronti a sgusciare fuori, sospinti dalla sorellina maggiore, la quale però era già stata afferrata dalle fiamme. Appena sottratto alla trappola infernale, il suo corpicino avvolto dal fuoco si dimenò a terra per alcuni minuti, finché qualcuno, tra il panico e la concitazione generale, portò una coperta. La batterono sul corpo e ce l'avvolsero, ma si vedeva lontano un miglio che era troppo tardi. La madre andava avanti e indietro, con le mani nei capelli grigi e unti, gli occhi sbarrati nel vuoto, urlando per il terrore. A un certo punto svenne e dovettero sostenerla. Mirijana giaceva a terra esanime, senza dare segnali di vita, se non un flebile gemito di dolore. Il suo corpicino martoriato dalle fiamme era irriconoscibile.

Papà Zivota fu preso da un accesso di disperazione e ancora mezzo sbronzo, cominciò ad abbaiare per il campo, a quattro zampe, mentre da lontano si sentivano le sirene dei pompieri che si avvicinavano. Batteva con le mani a terra e piangeva come un neonato. Dovettero staccarlo a forza, sei di loro, da quel mucchietto di stracci carbonizzati che era stato sua figlia.

Alle otto di mattina del giorno seguente, il corpo di Mirijana era già in viaggio per la Serbia. Della famiglia Djordjevic dalle nostre parti non si è saputo più nulla.

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