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"La vergogna e la fortuna" (di Bianca Stancanelli)
Di Sucar Drom (del 29/09/2011 @ 09:15:49, in musica e parole, visitato 1466 volte)

Articolo21

Ci sono le ladre rinchiuse nel carcere romano di Rebibbia e le bambine mandate a mendicare, ma anche la giovane regista di Torino superpremiata per il film in cui racconta la storia della sua famiglia e la sua passione per Woody Allen, l'artista che ha scolpito il monumento in onore del Porrajmos, l'Olocausto rom, l'ex maestro che rifiutò di insegnare nelle classi speciali per i rom e che, alla guida di un'associazione, si batte per tirar fuori la sua gente dal degrado dei campi nomadi, il ragazzino di origine slava che a scuola è tra i primi della classe e da grande vuole fare il soldato, i rumeni sgomberati dalle baraccopoli abusive di Milano che oggi vivono in dignitosi appartamenti. È un caleidoscopio di storie che riunisce italiani, slavi, rumeni nel ritratto sorprendente di un popolo apparso in Italia nel 1422, ma ancora oggi considerato sempre e solo straniero. Rimprovera all'autrice la fragile Ermina: «Ci giudicate senza averci conosciuto». Il viaggio che questo libro propone è un viaggio di conoscenza, un utile antidoto contro l'assedio dei luoghi comuni, a cominciare dal primo, il più diffuso, che gli zingari siano nomadi.

BIANCA STANCANELLI, autrice del libro "La vergogna e la fortuna" ha gentilmente messo a disposizione dei lettori di Articolo21 uno dei capitoli del suo libro.

Il suo sogno italiano, Ramona può riassumerlo in sette parole: «fare una vita bella per i figli.» Mi accompagna da lei Donatella De Vito. Ramona ha trentasei anni, un marito cinque anni più grande e tre figli. Appartiene alla generazione che ha fatto in tempo a conoscere la Romania co­munista e il dopo. Preferiva la dittatura: «Quando lui era vivo, lavoravi.» Non pronuncia il nome di Nicolae Ceausescu: solo quell'ingombrante pronome evocativo. Quando c'era "lui", Ramona si guadagnava da vivere come contadina nei campi di mais e suo marito aveva un impiego come operaio in fabbrica. Caduto il regime, hanno perso il lavoro. Nel 2003 hanno deciso di venire in Italia, lasciando alla nonna materna, all'inizio, i tre figli. A Milano sono arrivati nel campo di via Capo Rizzuto, verso l'autostrada per Torino, una baraccopoli nascosta tra gli alberi. Ci abitavano trecento persone: alcuni avevano chiesto l'asilo politico, altri, portandosi dietro un figlio malato, avevano ottenuto un permesso di soggiorno. Per due anni vissero in pace e in miseria. «Nessuno veniva a trovarci» dice Ramona, e quel nessuno è la polizia. Niente di cui gioire, in quella quiete: «Avevo una vita malissima.» Suo marito è un musicista della casta dei lautari, il suo strumento, purtroppo, è la batteria. Purtroppo? Gli amici con cui era venuto, musicisti come lui, andavano a suonare in metropolitana e guadagnavano benino, ma non potevano portarselo dietro «perché faceva troppo rumore.» Per tirare avanti, Ramona chiedeva l'elemosina davanti ai supermercati. Nel giugno del 2005 li sgomberarono e sulla loro strada si alzò la mano protettrice della Casa della Carità. Cinque anni dopo, la famiglia di Ramona vive in affitto, in un bilocale di periferia. L'appartamento è modesto e confortevole. Ai balconi, sgargianti tende di garza rossa, contro il malocchio. La figlia maggiore, che ha ventidue anni, è impegnata in un tirocinio come assistente alla persona, una via di mezzo tra un'infermiera e una badante, il figlio sedicenne frequenta un corso per diventare meccanico, il piccolo va a scuola, il marito è stato assunto in una cooperativa che ha in appalto dal Comune la pulizia delle docce pubbliche, Ramona lavora come domestica, una sua sorella di vent'anni si è sposata con un italiano e gli ha pure confessato di essere rom senza esserne ripudiata (ma ai suoceri non l'hanno detto, non si sa mai), altre due sorelle, che si erano trasferite in Italia con la famiglia, sono tornate indietro perché non hanno trovato nulla. Quanto alla Romania, i suoi figli non hanno nessuna intenzione di tornarci e lei vuole solo dimenticarla: «Speriamo che non ci vado più.» Questo quadretto di tranquillità domestica prospera al riparo di un'identità "di copertura". Nessuno dei vicini, dei datori di lavoro, dei compagni di classe dei figli sa che la famiglia è zingara. La Casa della Carità ha giudicato che tacere questo dettaglio sia il metodo migliore per offrire ai rom sgomberati l'opportunità di rifarsi una vita. Sembrano precauzioni eccessive, ma l'esperienza insegna che non sono mai troppe. Ramona si è giocata un posto scoprendosi per sbaglio come zingara e ancora non se lo perdona. L'errore, forse un minuscolo peccato di vanità, è stato prender parte a un film con i comici Ale e Franz. S'intitolava, come per sberleffo, Mi fido di te. È successo nel 2006, quando da due anni Ramona faceva le pulizie a casa di una ricca signora milanese che vendeva a domicilio abiti firmati, aveva un vasto giro d'amicizie e l'abitudine di seminare i soldi per casa senza problemi. Capitava che la signora andasse a prendere Ramona alla fermata della metropolitana e che, in macchina, incontrassero rom. La signora si sfogava: «Che gente schifosa, questi zingari: ne arrivano a milioni, non se ne può più.» Seduta accanto a lei, rigida come un lampione, Ramona farfugliava: «Ma davvero, ma che schifo» e tremava di paura al pensiero che da un segno, da un gesto, la signora capisse che anche lei era zingara e la cacciasse. Né Ramona né, probabilmente, la sdegnata signora che le sedeva accanto potevano sapere che la capitale della Lombardia ha un'antica tradizione di odio antizigano. Uno dei più brutali editti che mi sia capitato di leggere è una grida pubblicata a Milano l'8 agosto 1693. Consente a chiunque incontri zingari «d'ammazzarli impune e levar loro ogni sorta di robbe, bestiami e denari che gli trovasse.» Trecento anni dopo quella grida, Ramona traccia i suoi giudiziosi distinguo tra gli zingari: «I rom jugoslavi sono cattivi davvero. Anche noi rumeni siamo zingari, ma non facciamo male.» La ascolto, non replico: dopotutto, perché a noi italiani soltanto deve essere riservato il privilegio del pregiudizio? La sua conclusione non ammette repliche: «Tutti credono che i zingari fanno male, così non ti danno lavoro se sei zingaro.» Quando accettò di recitare in quel film, in una particina minuscola, confusa in un gruppo di rom, Ramona non sospettava che la signora avrebbe mai potuto saperlo. Lo scoprì, invece; forse qualcuno che aveva visto il film le riferì che, tra gli zingari che recitavano la parte di allegri truffaldi, c'era Ramona. Stanata, non poté più nascondersi: «Sai come stavo male quando quella signora ha saputo che ero zingara? Prima mi dava i soldi della spesa, mi faceva tenere le chiavi. Dopo il film, mi stava sempre vicino, mi controllava, alla fine mi ha lasciato a casa.» Grazioso eufemismo per definire il licenziamento di una presunta nomade. Don Massimo Mapelli mi dice che, per i progetti che riguardavano più di duecento rom sgomberati negli anni dal 2005 al 2007, sono stati impiegati due milioni di euro. È meno della metà della cifra che il Comune ha speso in sgomberi nei quattro anni dal 2006 al 2010. Ma gli sgomberi producono solo altri sgomberi, in uno sfiancante inseguimento tra guardie e zingari, mentre i progetti della Casa della Carità hanno trasformato i minacciosi invasori in famiglie serene. Non tutti e non sempre, naturalmente. E non senza frizioni, difficoltà, inciampi. Don Massimo sa bene che «dovendo sopravvivere, i rom tendono a concepire la relazione con te secondo il modello "devo succhiare tutto quello che posso".» Come se il manghél, l'elemosina, fosse diventato uno stile di vita. «L'idea che ha guidato gli interventi sui rom è sempre stato l'assistenzialismo. Farli passare all'autonomia è complicato. Noi ce l'abbiamo fatta perché, detto brutalmente, eravamo a casa nostra, potevamo mettere le cose in chiaro: se non ci stai, amici come prima, ma te ne vai. È quello che nei campi non si può fare. Intendiamoci, non tutti accettano. Qualche famiglia se ne è andata, ha preferito continuare a vivere in quel sottobosco dove l'informale si lega all'illegale.» È in quel sottobosco che gli zingari, spesso, incontrano gli italiani. Don Massimo fa un esempio: «Nei campi abusivi, abbiamo scoperto che i rom lavoravano in nero a fabbricare bancali, perché gli zingari non li vuole nessuno, ma i bancali in nero li vogliono tutti. Allora abbiamo fondato una cooperativa per fabbricarli noi, mettendoci dentro sette rom e due nordafricani. In un anno di crisi pesante come il 2009, abbiamo creato posti di lavoro e regolarizzato un settore che era in nero.»

In nome di un'esperienza lunga cinque anni, don Massimo può dichiarare: «Il problema rom è un problema che, finché resta tale, è utilizzabile.» Amara sentenza che dà ragione della curiosa inefficienza milanese nell'inventare soluzioni diverse dai brutali, costosi, inutili sgomberi e di altre storie accadute qua e là in Italia. Come la cacciata dei prefetti di Roma e di Venezia, rimossi d'autorità – e senza spiegazioni – nel pieno dell'"emergenza nomadi". Il primo, nel novembre 2008, fu Carlo Mosca, prefetto di Roma che rifiutò di prendere le impronte ai bambini rom e mai venne meno al motto «Si sgomberano le macerie, non le persone.» Il secondo, nel dicembre 2009, è stato Michele Lepri Gallerano, prefetto di Venezia per quattro mesi: il tempo di gestire il trasloco di 38 famiglie di sinti veneziani dalle baracche a un villaggio di casette allestito dal Comune. Trasloco compiuto a mezzanotte, in trentotto minuti – troppo pochi perché le torpide truppe antizigane potessero accorgersene e impedirlo.

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