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\\ Mahalla : Articolo
Un’altra tragedia annunciata
Di Fabrizio (del 24/11/2007 @ 08:05:07, in Italia, visitato 418 volte)


Comunicato stampa dell’Opera Nomadi, sezione di Padova

Da come si recepisce dai mass media, sembra che ultimamente ci sia stata un’invasione di rom rumeni, in realtà già da qualche anno si sapeva della loro presenza soprattutto nelle grandi città: Napoli, Roma, Milano, Bologna e Firenze, dove sono costretti a vivere in baraccopoli o in campi abusivi o ammassati nei campi nomadi anche assieme ad altri rom di diversa provenienza. Restavano e restano invisibili perché poco o nulla si fa per loro: progetti di integrazione lavorativa, scolastica e abitativa.

Già all’inizio del 2006, abbiamo inviato ai Ministeri un dossier approssimativo sulla presenza dei rom rumeni in Italia, soprattutto per il fatto che andavano ad aumentare il numero delle presenze nei campi e nelle baraccopoli vere e proprie favelas che causano tragedie come quelle di Follonica, dove una bambina è morta bruciata a marzo di quest’anno, di Livorno in agosto dove sono morti bruciati 4 bambini e oggi a Bologna a Borgo Panigale in una baracca dove è morto un altro bambino di 4 anni e i suoi 2 fratellini sono rimasti gravemente ustionati.

Il numero delle presenze è senz’altro aumentato in quest’ultimo periodo, sono arrivate con mezzi di fortuna, intere famiglie povere e purtroppo, grazie alla strumentalizzazione sia politica sia dei mass media, il “razzismo da paura” e la xenofobia, che erano latenti nella gente comune, sono emersi, tanto da convincerla che proprio questa povera gente sia il pericolo maggiore per quanto riguarda la sicurezza dei cittadini. Pensiamo sia giunto il momento di spegnere il televisore, riporre i giornali e fermarci a riflettere su quanto la presenza dei rom rumeni rappresenti una minaccia concreta alla nostra società, già afflitta da problemi socio economici gravissimi. Come presupposto imprescindibile per affrontare il fenomeno e governarlo al meglio ci dovremmo domandare innanzitutto quanti sono perché, a giudicare dalla visibilità data loro dai media la risposta sarebbe tanti, più dei mafiosi, degli evasori fiscali, dei precari e dei lavoratori in nero, in realtà non esistono cifre precise. È dunque giustificato parlare di invasione e cifre allarmanti ? la nostra percezione di minaccia trova un effettivo riscontro numerico nella realtà ?.

Non è mai stato avviato un monitoraggio qualitativo e quantitativo di queste popolazioni a livello nazionale anche se, come Opera Nomadi, abbiamo presentato ai Ministeri già all’inizio di quest’anno un progetto di indagine conoscitiva sociale di tutta la popolazione rom, sinta e camminante presente in Italia che dovrebbe essere effettuata impiegando mediatori culturali Rom italiani e stranieri, Sinti e Camminanti, vista la problematica situazione in cui versano le famiglie. Un progetto per poter meglio affrontare da un punto di vista organico e organizzativo le situazioni, per portare a conoscenza delle Istituzioni le problematiche e le istanze degli invisibili ignorati e discriminati, per conoscere precisamente quanti siano i Rom, Sinti e Camminanti presenti in Italia (con un’attenzione particolare ai bambini e ragazzi in età scolare), per riuscire ad avere una visione più chiara e completa a livello nazionale. Solo attraverso una conoscenza più approfondita e uno scambio interculturale possono venire superate le paure e i pregiudizi. C’è da sottolineare il fatto che, tranne per alcune realtà, prima dell’arrivo dei rom rumeni, non si è proceduto mai alla sistemazione dei rom e sinti italiani presenti in Italia alcuni dal 1400, altri dai primi del novecento o dopo la seconda guerra mondiale e dei rom provenienti dalla ex Jugoslavia arrivati nel ns. paese a causa della guerra negli anni ‘90, che rappresentano tutti insieme, italiani e stranieri, circa lo 0,3 % della popolazione italiana. E’ mancata la volontà politica di superare il ghetto rappresentato dai campi nomadi, preferendo lasciare queste persone in condizioni di passività supportandole con l’assistenzialismo, senza favorire un percorso autonomo, di accesso alle risorse lavorative, in modo da far si che si assumessero i diritti e i doveri che comporta l’essere cittadinanza attiva.

Purtroppo la tragedia di Roma pare aver segnato un punto di non ritorno: dal 1° novembre non c’è spazio per alcuna posizione intermedia, e viene sistematicamente censurato qualsiasi tentativo di mediazione e analisi del problema: la ragione ha ceduto il passo alla pancia.

Più preoccupante dei sospetti e delle ritorsioni contro i rumeni in generale, è stata la reazione delle Istituzioni. I politici si sono affrettati a disporre provvedimenti scritti, avendo in mente come destinatario un’etnia ben precisa, e per questo motivo hanno emanato leggi speciali per un gruppo sociale definito: e quindi leggi razziali. Ecco gli sgomberi e abbattimenti indiscriminati di baracche abitate da persone senza proporre e fornire altre soluzioni (così è successo a Bologna, Roma, ecc.) persone che non conosciamo neppure, oppure ordinanze di sindaci che grazie al recente decreto si sentono in diritto di negare la residenza e di espellere dal proprio territorio chiunque non abbia un alloggio decente e un reddito minimo di sopravvivenza (come a Cittadella Comune della Provincia di Padova). Da ciò hanno tratto forza gruppi organizzati che cavalcano la paura dei cittadini e manifestano esponendo simboli che la nostra Costituzione considera fuori legge. A ben guardare, la politica dello sgombero, assomiglia al gioco delle tre carte: non appena ciascuna città avrà allontanato i propri indesiderati, vedrà arrivarne contemporaneamente altri, sgomberati da un’altra Amministrazione, e i cittadini saranno ancor più allarmati dalla presenza di facce sempre nuove. Che fare dunque, quando qualsiasi proposta di attivazione di progetti di integrazione (almeno per i bambini!) viene aggredita con rabbia irrazionale? Come trasmettere che, come dimostra l’esempio di migliaia di cosiddetti nomadi, queste persone se dotate di strumenti validi, quali percorsi mirati di inserimento lavorativo e scolastico, sono in grado, tanto quanto i nostri concittadini in condizione di svantaggio, di affrancarsi dalla miseria e dalla ghettizzazione come sta avvenendo in alcune città (purtroppo poche) dove le amministrazioni si sono dimostrate sensibili al problema?

Il nodo centrale, pare, siano le risorse economiche necessarie per finanziare i progetti, che oltretutto i rom “non meritano” siano essi stranieri o italiani. Ma siamo sicuri che meritino di essere considerati degli asociali subumani che non possono che essere rimandati nel loro Paese o relegati a vivere per sempre nei ghetti come sono i campi nomadi o nelle baracche? Per quanto riguarda gli stranieri extracomunitari, la legge Bossi Fini è fallita proprio per questo: le procedure di espulsione sarebbero costate un’enormità sia di denaro che di personale impiegato. L’espulsione inoltre, non dà garanzia alcuna che il flusso dei migranti si arresti, né che prenda altre destinazioni, o che le stesse persone, non avendo nulla da perdere, tornino nuovamente in Italia. Espellere non è fattibile per gli extracomunitari, figuriamoci per i rumeni, almeno che non siamo favorevoli all’introduzione di una sorta di expulsion-tax. Se in Italia stiamo fronteggiando un’emergenza umanitaria, allora agiamo di conseguenza, attivando tutte le risorse del caso. Innanzitutto si devono creare dei punti di prima accoglienza, tirando fuori dalle lamiere adulti e bambini, attivando anche Protezione Civile e personale sanitario.

Una volta stabilizzata la situazione, è doveroso iscrivere subito i minori a scuola, formando mediatori culturali rom con il compito di favorirne l’integrazione in classe e facilitare i rapporti scuola – famiglia. Un bambino che va a scuola è un bambino che non rivedremo né per strada né nei sensazionalistici articoli di cronaca in cui ci imbattiamo negli ultimi mesi.

Contemporaneamente vanno analizzate le competenze lavorative degli adulti e va attivato un piano di inserimento lavorativo che contempli anche la possibilità di costituire cooperative di recupero di materiale ferroso, cooperative edili, di pulizia e di giardinaggio, lavori tradizionalmente praticati dai rom nei Paesi di origine dai Rom/Sinti. Il reperimento di un’abitazione consona a degli esseri umani deve essere indirizzato sia verso alloggi di edilizia popolare, quando le famiglie ne abbiano i requisiti, sia rivolgendosi al mercato privato. Una terza via assai vantaggiosa per gli stessi comuni è, come insegnano altre realtà in Italia ed Europa, l’autocostruzione e l’autorecupero, ovvero il restauro di stabili inoccupati. Una volta economicamente autonome, le famiglie saranno in grado di gestire la propria vita senza alcun altro bisogno e richiesta da parte loro.

Da sottolineare che i soldi stanziati dalla Comunità Europea per l’integrazione di Rom e Sinti ci sono, ma non sono stati richiesti da nessuno (Governo e amministratori). Questi fondi esistono da anni, tanto quanto le baracche e i campi nomadi che troppo a lungo abbiamo finto di non vedere.

I Rom e i Sinti rappresentano la più grande minoranza a livello europeo con circa otto milioni di persone e, nonostante questo, nella legge 482 del 15 dicembre 1999 “norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche e storiche”, nel ns. paese le popolazione rom/sinte non sono state neanche nominate disattendendo norme, principi ed impegni internazionali e in particolare quelli della Carta Europea delle lingue regionali minoritarie in vigore dal 1° marzo 1998 che prevede esplicitamente norme “anche per le lingue sprovviste di territorio come l’yddish e lo zingaro”.

Sappiamo tutti che nessuno nasce con il pregiudizio (viene trasmesso da padre in figlio), alla cui base sta soprattutto la mancanza di conoscenza; non si riduce solo col buon senso ma con messaggi istituzionali forti che permettano alla società maggioritaria una conoscenza più approfondita di queste popolazioni e che agevolino quest’ultime nel processo di assunzione, come già espresso in precedenza, dei diritti e dei doveri di cittadinanza attiva, uscendo dalla logica assistenziale negativa a cui sono stati abituate troppo spesso e in cui si sono adagiate. E’ necessaria, quindi, una riconciliazione nazionale che chiuda le ostilità, che avvii processi e iniziative, che permetta che venga riconosciuta la ricchezza derivante dal dialogo e dallo scambio fra i diversi orizzonti culturali per una ridefinizione degli stessi.

Per concludere, la sicurezza non si ottiene con azioni repressive ma attraverso l’accoglienza, l’attenzione, l’inclusione sociale, l’accesso alle risorse e soprattutto con la conoscenza e con lo scambio interculturale.
Opera Nomadi
Sezione di Padova – ONLUS

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