Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 18/03/2014 @ 09:09:40, in Italia, visitato 1063 volte)

- Francesca Pilla, 14.3.2014 su Il Manifesto

Campania. La commissione del senato per i diritti umani in sopralluogo a Giuliano. Mentre il campo napoletano di Poggioreale ribolle

Ieri una delegazione della commissione del senato per i diritti umani è sbarcata a Napoli e ha girato per il campo di Giugliano, nella Terra dei fuochi. Di fronte alle condizioni di degrado e disumane in cui vivono i nomadi ha sottolineato "l'irresponsabilità dell'amministrazione giuglianese nel collocare un'area di sosta attrezzata per 75 fami­glie in un luogo evidente­mente pericoloso per la salute". L'improvvisata delle istituzioni arriva a tre giorni dalle tensioni verificatesi nella baraccopoli vicino al cimitero napoletano di Poggioreale. Una storiaccia, come spesso capita. Una ragazzina di 16 anni ha infatti raccontato (presentando denuncia in un secondo momento) di essere stata palpeggiata da due membri del campo. Martedì notte i parenti hanno tentato subito di farsi giustizia da soli ed è partita una fitta sassaiola contro le baracche. Il giorno dopo i rom, per timore di nuove rappresaglie, come avvenne con gli incendi a Ponticelli nel 2008 e più recentemente a Scampìa, hanno preparato i bagagli e tentato di raggiungere altri accampamenti. Un disastro perché vicino al cimitero vivevano in centinaia, con numerosi bambini iscritti a scuola.

In tutto si stima che la comunità napoletana conti 6mila persone e 450 minori. Sulle condizioni della struttura vicino al cimitero è inutile soffermarsi, i piccoli a piedi scalzi giocavano nel fango, le fogne erano a cielo aperto, mancavano acqua corrente, luce, gas e la sera, complici i napoletani, la zona diventava luogo di sversamenti di ogni genere.

Le famiglie si sono spostate dove potevano, Gianturco e Giugliano appunto, un posto in cui le condizioni sono se possibile anche peggiori: "La zona si trova all'interno della Terra dei fuochi, circondata da discariche e fortemente contaminata", hanno spiegato dalla delegazione. Proprio qualche giorno fa sono state sequestrate diverse aree e culture perché avvelenate da sostanze tossiche.

"Quello di Poggioreale è l'ennesimo sgombero indotto - si sfoga Antonietta dell'Opera Nomadi - l'ultima dimostrazione dell'atteggiamento di questa amministrazione che con vuoti interventi si è resa corresponsabile di questa situa­zione". All'Opera Nomadi, i volon­tari che quotidianamente lavorano per garantire l'integrazione, hanno una teoria tutta loro su quanto avvenuto: "Il presunto palpeggiamento - dicono - è stato organizzato ad hoc perché è trapelata la notizia di un 'presunto' campo da attrezzare nella zona".

Le istituzioni, come confermato dal vice­sindaco di Napoli Tommaso Sodano, starebbero allestendo da almeno un mese piccole case vivibili e con tutti i confort. "Ora cosa si attende che succeda la stessa cosa in altri insedia­menti spontanei della città? - si chiede Antonietta - Ci auguriamo di no sperando che questa volta si inizi a lavorare seriamente, dando priorità all'umanità delle persone coinvolte".

Di sicuro il problema esiste ed è serio, anche perché gitani, rom rumeni o provenienti dalla Jugoslavia continuano ad arrivare.

In molti hanno trovato anche piccoli lavori. Tutti conoscono la storia di Sarita e Susanna che vendevano accendini nel centro storico e ora sono sposate con dei napoletani. Molti trovano buoni affitti nei bassi un tempo abitati dai napoletani.

Antonietta batte sul ripristino di via del Riposo vicino a Poggioreale: "Il comune ora deve continuare ad attrezzare e trasferire i rom nel territorio in cui vivono ormai dal 2006 dove, nonostante, le mille difficoltà i bambini vanno a scuola e continueranno a farlo. Così come i loro genitori - conclude - sono riusciti nel corso degli anni a costruire forme relazionali con il territorio e con tutte le strutture interessate e presenti in quel luogo. Mi riferisco anche al presidio sanitario".

Al momento sulla demolizione della baraccopoli è braccio di ferro tra Sodano e il presidente della IV municipalità Armando Coppola che voleva procedere con delle ruspe private per radere al suolo le 300 dimore di fortuna. Il vice sindaco fa la voce grossa perché bisogna rispettare le procedure. Nel frattempo intere famiglie vagano da un campo all'altro.

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Di Sucar Drom (del 19/03/2014 @ 09:04:24, in blog, visitato 1475 volte)

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Di Fabrizio (del 20/03/2014 @ 09:02:29, in Italia, visitato 1088 volte)

Sergio Bontempelli - 17 marzo 2014  su Corriere delle migrazioni

Nazzareno Guarnieri, della Fondazione Romanì, lancia l'allarme: in Abruzzo episodi preoccupanti di discriminazione, anche istituzionale

Nazzareno Guarnieri è uno degli attivisti rom più conosciuti in Italia. Viene dall'Abruzzo, regione dove la presenza rom ha caratteristiche peculiari, diverse da quelle che si registrano altrove: anzi, se vogliamo dirla tutta, è proprio facendo una scappata in Abruzzo che si possono sfatare gran parte dei pregiudizi sui cosiddetti "zingari".

Già, perché qui i rom non abitano - e non hanno mai abitato - nei "campi nomadi". Non vivono nelle baracche, non dormono nelle roulotte, non affollano le piazzole degli insediamenti di periferia. Tutte le famiglie vivono in casa, e se vuoi andarle a trovare devi suonare il campanello di qualche palazzo in cemento armato. Tra l'altro su quel campanello, quasi sempre, non si troverà un cognome dal sapore "esotico" - magari di origine slava, o rumena - ma uno italiano, italianissimo. Come Guarnieri, appunto. Perché in Abruzzo - dicono le statistiche più aggiornate - l'80% dei rom ha la cittadinanza, e ce l'ha da generazioni: si tratta di famiglie "autoctone" a tutti gli effetti.

Eppure, le discriminazioni esistono anche qui. Perché il razzismo non dipende dal colore della pelle, non colpisce (solo) le minoranze straniere, e ha poco a che fare con la "diversità", checché se ne dica. Ma questo è un altro discorso, e sarà meglio non divagare: le cose che ci deve raccontare Nazzareno Guarnieri sono già abbastanza delicate e complesse, e vale la pena di restare sul punto. Lo storico animatore della Fondazione Romanì è preoccupato - molto preoccupato - per quel che sta accadendo nella sua Pescara. E per la verità non è l'unico: qui, in Abruzzo, ad essere in ansia è l'intera minoranza rom. "C'è un clima molto teso nella nostra comunità. Con la Fondazione Romanì, e con l'Associazione Rom Sinti e Politica che opera a Pescara, stiamo visitando quasi quotidianamente le famiglie, facciamo riunioni e assemblee un po' con tutti. E registriamo un clima di grande angoscia, dettato dai fatti delle ultime settimane".

A cosa si riferisce? Faccia capire anche a noi che non siamo della zona... "Alcune vicende sono note e conosciute anche fuori regione. Lei ricorderà, per esempio, i fatti di Alba Adriatica: nel novembre 2009, il giovane Emanuele Fadani fu ucciso da alcuni rom nel corso di una rissa all'esterno di un pub. I colpevoli dell'omicidio furono arrestati - giustamente - e processati: è bene chiarire subito che da parte nostra non c'è alcun "giustificazionismo", e se uno ha commesso un reato così orribile è giusto che subisca i rigori della giustizia. Senza se e senza ma. Il problema è che nei giorni successivi gruppi di giovani violenti avevano organizzato una sorta di "spedizione punitiva" - di fatto, un vero e proprio linciaggio - nel quartiere dei rom: avevano preso di mira persone che non avevano nulla a che fare con l'omicidio, e che avevano l'unica colpa - appunto - di essere rom... Furono lanciati sassi contro i vetri delle abitazioni e delle auto in sosta, provocando danni ingenti".

Ma che c'entra questa lontana vicenda con la situazione di oggi? "C'entra, perché proprio in queste ultime settimane si è concluso il processo contro i giovani accusati di quelle aggressioni. E nessuno di loro è stato condannato. Di fatto, un episodio molto grave di intolleranza e di razzismo è rimasto senza colpevoli".

Il Tribunale avrà avuto le sue buone ragioni per assolvere, no? "Non voglio entrare nel merito, anche perché le motivazioni della sentenza non sono ancora note. Ma non nascondo che l'esito del processo ha provocato molta amarezza nella nostra comunità. Molti rom si chiedono come sia possibile che un fatto così grave sia rimasto senza colpevoli: anche perché le forze dell'ordine erano intervenute, avevano assistito alle violenze, avevano identificato i presenti. Perché le prime rilevazioni della polizia, le indagini degli inquirenti e poi il dibattimento in aula, non hanno portato all'individuazione dei responsabili?".

E' per questo processo che si registra preoccupazione nella comunità rom? "Non solo per quello. Ci sono altri episodi, sempre legati alla cronaca giudiziaria, che hanno suscitato rabbia e amarezza diffusa. Il primo riguarda un caso di discriminazione. Circa un anno fa, ricevetti una telefonata da una famiglia rom molto conosciuta in città. Il padre mi spiegò che aveva cercato di iscrivere il bambino a un corso di nuoto: il proprietario della piscina, che in un primo momento si era detto disponibile, rifiutò dopo aver incontrato di persona la famiglia. La sensazione era che il bambino fosse stato escluso perché era "zingaro". Questo è ciò che mi fu detto allora, da una persona che conosco bene.

Suggerii di andare dai carabinieri per fare denuncia. Il padre andò subito in caserma, e i militari presero contatti con il proprietario della piscina: lo dico perché è importante, significa che in qualche modo anche la forza pubblica ebbe modo di rendersi conto di quel che era accaduto.

Sono state fatte due denunce, una penale - per istigazione all'odio razziale - e una civile per discriminazione. Entrambi i procedimenti hanno dato esito negativo: il proprietario della piscina è stato assolto, e addirittura la nostra associazione è stata condannata al pagamento delle spese legali".

Le ripeto l'obiezione: anche in questo caso, il Tribunale avrà avuto le sue ragioni per procedere in questo modo... "Non sono un avvocato né un giudice, e non voglio insegnare il mestiere ai magistrati. Mi limito a dire che nella nostra comunità questa sentenza ha suscitato amarezza e rabbia. I rom subiscono discriminazioni di tutti i tipi, e a tutti i livelli: spesso, basta essere identificato come "zingaro" per vedersi rifiutare l'accesso a un servizio pubblico.

Certo, quando accadono casi del genere, non è facile dimostrare l'intento discriminatorio: il gestore di un servizio non andrà certo a dire che ha rifiutato l'accesso a un rom perché era rom. Porterà le sue giustificazioni, dirà che non c'era più posto, spiegherà che non c'era nessuna volontà di discriminare, e così via... Ma la nostra comunità vorrebbe che su questi fenomeni si facessero indagini e inchieste più accurate. E' necessario diffondere una cultura della non-discriminazione, anche tra gli operatori del diritto. Altrimenti, i rom rischiano di percepire la giustizia come una cosa lontana, e magari anche ostile".

Accennava prima ad altri episodi che ha suscitato preoccupazione tra i rom... "Sì, ci sono anzitutto altre vicende di cronaca giudiziaria su cui non mi soffermo in questa sede. E a queste bisogna aggiungere il fatto che in Abruzzo le politiche di inclusione dei rom sono praticamente scomparse: di fatto, le nostre associazioni sono le uniche che fanno qualcosa per la comunità, e tra l'altro lo fanno a titolo volontario, senza finanziamenti pubblici. I rom si sentono abbandonati, consegnati all'emarginazione e alla discriminazione. E percepiscono le istituzioni - tutte le istituzioni - come mondi lontani.

Noi vorremmo invece diffondere tra i rom una cultura della legalità. Ma è necessario che la legge e le istituzioni tutelino le minoranze, le proteggano dal razzismo, dalle discriminazioni, dalle violenze. Altrimenti, è naturale che si diffonda la sfiducia, che si pensi che la legge è sempre dalla parte del più forte..."


Da rileggere: Mahalla 24 maggio 2012
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Di Fabrizio (del 21/03/2014 @ 09:09:53, in Italia, visitato 1190 volte)

Le amare riflessioni dell'amica Fiorella è come se mi avessero svegliato dal letargo:

    sgomberati giovedi di settimana scorsa da v.le Forlaninj, illegalmente, senza che sia stata data loro soluzione abitativa!, coppie senza minori, vagano di 'campo in campo', continuamente rintracciati e sgomberati. Tutto tace, tutto va bene per la sinistra al governo in questa città. Allora, tutti da quel palco del nuovo sindaco eletto, Pisapia, gridavano: siamo tutti rom! ...da allora...è passato tempo...e nessuno grida più siamo tutti rom. I rom sono cacciati senza se e ma.

Me la ricordo bene, la fine di maggio 2011. Ero stato addirittura candidato al CdZ per SEL. Si disse che Nicolino avesse voluto mettere il cappello sulla vittoria del buon Giuliano.

"Abbracciare i nostri fratelli e le nostre sorelle rom..." Mi chiedo, OGGI-MILANO, quanti cittadini, quanti amministratori, quanti fra coloro che erano in quella piazza, ripeterebbero quelle parole, con la medesima convinta retorica. Ma, tanto per restare alle parole di Nicolino, non è che la questione MOSCHEA abbia visto un destino diverso, o debba vederlo.

Mi sembra che i tempi per abbracciarsi, FINALMENTE, per guardarsi negli occhi e riconoscersi almeno una volta, come cantava De Andrè (fine anni '90!!!), siano sempre lontani.

Sì, qualcosa è cambiato in questi due anni:

  • ho visto rom e gagé che avevano iniziato a parlarsi tornare ognuno deluso ai propri nidi;
  • ho visto inaugurare tavoli e incontri con quegli stessi rom e gagé, e col comune, e non riesco più a ritrovarli neanche col TOMTOM.

Tavoli e interlocuzioni che erano dovuti, niente di più e di meno, a rom e gagé per mettere assieme qualche idea che ridasse fiato ad una convivenza sempre più critica. Tavoli e interlocuzioni dovuti, forse, a questo o quel soggetto politico che sperava di trovare spazio nel mondo arancione di Giuliano.

Se prima, due anni fa e oltre, era una vera e propria CACCIA AL ROM, adesso forse va un po' meglio (non per tutti, non ditelo per esempio in via Idro...) ma, ripeto, chi tra gli elettori di ALLORA, chi tra gli eletti, è smanioso di ABBRACCIARE I SUOI FRATELLI ROM? Diciamo che questi fratelli sono evoluti alla condizione di TOLLERATI, che è un modo gentile per dire che magari non sono cittadini come gli altri, possono essere sempre sgomberati o stigmatizzati, ma se stanno zitti e non rompono i coglioni al manovratore, possono sperare che qualcuno faccia qualcosa per loro. Il concetto di carità, non c'è bisogno di spiegarglielo.

Due parole agli eletti

Non è vostro compito andare in giro ad abbracciare qualcuno, figuriamoci i Rom! (chi glielo dice a Nicolino?). Ma da voi mi aspetterei un briciolo di politica, cioè:

  1. condivisione
  2. cuore-passione
  3. progetto-visione

e non vedo niente di questo in quella che è (forse) amministrazione. Il rischio che correte (l'ho già scritto), è di perdere alla grande le prossime elezioni.

Due parole agli elettori

Abbracciare gli zingari? Quando mai! Come vi capisco, coi vostri problemi, con rate e bollette da pagare... e tutto il resto. Non pretendo che abbiate testa o cuore per chi è sfigato come/più di voi, ma se si riuscisse a GUARDARSI NEGLI OCCHI (arieccoci) forse capireste che alla fine dei conti, siete trattati da Rom, extracomunitari e pezzenteria varia. Ignorarli, o peggio buttarli fuori bordo nella speranza che la barca non affondi, non vi darà nessun vantaggio. Forse, pensateci, così vi togliete di torno un alleato di cui potreste comunque sbarazzarvi in seguito, quando finalmente capirete quali sono i vostri obiettivi minimi.

Due parole anche ai Rom

Sempre in attesa di qualcuno che vi salvi, di qualcuno che meglio di voi sappia trovare le parole adatte. Che non vi fidate di nessuno, ma vi attaccate a tutti, pur di non muovere un dito. Siete in fondo al pozzo, decidete se rimanere lì, o se volete uscirne cominciate voi ad arrampicarvi. Non aspettatevi niente da nessuno. E se (proprio, proprio) avete bisogno dell'aiuto di qualcuno, abbiate almeno un po' di fiducia in voi stessi.

Lettura consigliata:

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Di Fabrizio (del 22/03/2014 @ 09:03:03, in Kumpanija, visitato 1595 volte)

Piùculture.it - Sandra Fratticci (12 marzo 2014)

L'incontro pubblico Essere Romni: donne Rom ora e qui, ideato da Saška Jovanović Fetahi, presidente dell'Associazione Romni, in collaborazione con l'Associazione LIPA per promuovere una piattaforma comune con le reti delle donne e le associazioni che rifiutano la discriminazione

"Noi donne rom siamo discriminate 3 volte: perché donne, perché rom, perché straniere. Nasce da qui l'esigenza di tessere una rete tra tutte le donne rom e sinti: solo unite possiamo vincere e cambiare il nostro futuro". Saška Jovanović Fetahi è molte cose: un ingegnere energetico che in Kosovo era a capo di 12 uomini, mamma di tre splendidi bambini, imprenditrice che ha dato vita ad un'azienda di import-export, presidente dell'associazione Romni Onlus, fellow 2014 dell'Open society foundations romani women's fellowship.
Sabato 8 marzo nella sala convegni del CESV- Centro servizi per il volontariato del Lazio - di donne come Saška ce ne sono molte, che investono su sé stesse e lottano per l'emancipazione facendo i conti con una duplice discriminazione: da parte della società italiana, ma anche della stessa comunità alla quale appartengono.

"Oggi la comunità rom conta in Italia circa 150.000 - 160.000 persone" spiega Concetta Sarachella dell'associazione Ticane Asiem Onlus: "Per secoli c'è stata una discriminazione di genere che ha relegato la donna nell'invisibilità dell'assistenza familiare e tuttora in alcune realtà le donne non possono uscire dal campo senza la supervisione della suocera o della figura femminile incaricata della loro tutela, poche riescono a raggiungere alti gradi di istruzione e molte famiglie non consentono di accettare lavori altri rispetto a quelli tradizionali all'interno delle comunità". Il prezzo dell'emancipazione è l'esclusione: una donna che non si conforma ai ruoli classici è destinata nella maggior parte dei casi a restare single.

La discriminazione da parte della società italiana non è meno feroce: "Senza la cittadinanza come farò a trovare lavoro e costruirmi un futuro?" domanda al Presidente della Repubblica la 18enne Brenda, nata e cresciuta in Italia, all'interno del video Sono solo una ragazza. "Abitiamo in dei container due metri per quattro, è tutto grigio e recintato, pieno di fango" prosegue la 15enne Pamela "Ci credo che non ho amici, nemmeno io la vorrei un'amica che abita in un posto così brutto".



"Non possiamo aspettare che gli altri ci riconoscano le nostre prerogative, dobbiamo agire e alla fine gli uomini ci correranno dietro" dichiara Dijana Pavlović, artista impegnata dal 2008 in politica, annunciando la presentazione, il prossimo 8 aprile, di una campagna per una legge di iniziativa popolare volta al riconoscimento della minoranza rom e sinti.

"Noi viviamo una grande crisi di identità: abbiamo comunità quasi analfabete, una percentuale del 93% di disoccupazione. Crescere i nostri figli orgogliosi della propria identità vuol dire mantenere il nostro popolo... pulito. Riconquistare una cultura e una storia che si stanno perdendo dopo tanti anni di vita nei campi. Altrimenti tutte le nostre battaglie si ridurranno soltanto ad ottenere un appartamento o un lavoro".

"Ci incontreremo nelle prossime settimane per realizzare progetti volti a dare voce e rispetto a tutte le donne" assicura Daniela Tiburzi, presidente Commissione delle elette del Comune di Roma e anche l'europarlamentare Silvia Costa, che non ha potuto prendere parte all'incontro, si dice disponibile al confronto. Un altro passo verso l'emancipazione è stato compiuto?

Visita il profilo facebook di Rowni Italia - gruppo di donne rom e sinti

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Di Fabrizio (del 23/03/2014 @ 09:08:49, in casa, visitato 1305 volte)

di Riccardo Noury

Miriana Halilovic è una cittadina italiana, italianissima. Ha due gemelle nate l'estate scorsa e altri due figli, di quattro e 11 anni. Sgomberata nel 2010 dal Casilino ‘900, vive nel campo di Salone con la famiglia in una roulotte composta da due piccole stanze da letto e un vano per cucinare e mangiare. Ha fatto domanda per uno degli alloggi popolari del comune di Roma.

Come Miriana, molti dei circa 4300 rom residenti nei campi autorizzati di Roma hanno presentato quella domanda. Invano. Dei 50.000 nuclei familiari che vivono nelle case popolari della capitale, lo 0,02 per cento sono rom.

Stanno bene come e dove stanno, direte. Eppure, la stragrande maggioranza del rom incontrati da Amnesty International negli ultimi anni ha detto di averne abbastanza della vita nei campi. Vorrebbe, come chiunque, una casa degna di quel nome. Per avere un futuro, perché - come dice Kinta del campo di Castel Romano (nella foto) - "qui dentro non c'è futuro, c'è spaccio di droga, tossicodipendenza. Qui non c'è vita".

Nonostante le loro povere condizioni di vita, fino al 2012 i criteri per dare priorità alle domande di alloggio popolare hanno impedito ai rom di accedervi. Il richiedente doveva dimostrare di essere stato legalmente sfrattato da un alloggio privato in affitto, cosa impossibile per i rom residenti nei campi o sgomberati forzatamente da questi ultimi.

Alla fine di quell'anno è stato introdotto un nuovo criterio per dare priorità alle persone che si trovavano in gravi condizioni di svantaggio ed erano ospitate a titolo provvisorio in strutture fornite da enti caritatevoli o dallo stesso Comune di Roma. Quando i rom residenti nei campi hanno iniziato a presentare domande, la giunta Alemanno si è affrettata a chiarire, con una apposita circolare, il 18 gennaio 2013, che quel criterio non si applicava nei loro confronti, in quanto i "campi nomadi" erano strutture "permanenti" e non "provvisorie".

Poi ci sono state le elezioni e si è insediata la giunta Marino. Gli sgomberi dei campi informali sono proseguiti, accanto a dichiarazioni pubbliche sulla necessità di un piano per integrare le comunità rom.

In un incontro avuto in Campidoglio il 28 ottobre 2013 con Amnesty International, l'assessora alla solidarietà sociale e alla sussidiarietà Rita Cutini ha dichiarato il suo impegno a ritirare la circolare discriminatoria. Amnesty International ha espresso pubblicamente il suo apprezzamento per queste parole.

Sono passati cinque mesi e la circolare rimane in vigore. Non solo. Il sindaco Marino non ha neanche ritenuto necessario rispondere a una lettera di Amnesty International ricevuta ormai più di un mese fa (qui il testo integrale).

È bene chiarire un paio di cose. Amnesty International non intende sollecitare una corsia preferenziale per i rom che chiedono di poter accedere alle graduatorie per l'assegnazione delle case popolari; chiede che non ne siano esclusi per la semplice ragione della loro origine etnica.

Va anche detto che tutelare il diritto all'alloggio per tutti - un obbligo internazionale per l'Italia come per ogni altro stato - è una sfida complessa, anche perché il patrimonio immobiliare di proprietà pubblica nel nostro paese si è progressivamente ridotto: il 5 per cento del patrimonio immobiliare complessivo, rispetto al 23 per cento in Austria e al 32 per cento in Olanda.

Le liste d'attesa sono infinite. Al ritmo attuale di 250 assegnazioni all'anno, per assegnare gli alloggi a tutti i richiedenti, l'ultimo oggi in graduatoria l'otterrebbe tra 117 anni.

Dunque, per risolvere il problema degli alloggi a Roma, senza discriminare poche centinaia di famiglie rom, il Comune di Roma dovrebbe impegnarsi seriamente per accrescere la disponibilità di alloggi pubblici per le migliaia di famiglie della capitale che hanno disperato bisogno di un'abitazione.Rom, gli impegni non mantenuti dal Comune di Roma

[...]

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Di Fabrizio (del 24/03/2014 @ 09:09:44, in media, visitato 1436 volte)

Ne scrive una testata attenta e prolifica come Giornalettismo: nella notizia non c'è un briciolo di verità.

E, parere personale, non ci sarebbe bisogno di qualcuno che segnalasse la cosa come bufala, perché è palese. Difatti, la notizia nasce su siti che sono dichiaratamente satirici.

Essendo io una persona assolutamente non-moralista, forse dovrei pormi la domanda su quali siano i limiti della satira, ma non ci riesco proprio. Vorrei allora rivolgere a voi pigri lettori (e cercare una risposta) altri interrogativi:

  1. Perché nel 2014 qualcuno creda ancora a notizie simili.
  2. Quale sia il meccanismo che le fa circolare.
  3. Quale sia il linguaggio adoperato.

Che poi, sono tre domande collegate.

Cominciando con la prima: è ipotizzabile un livello tale di ignoranza mediatica (in un'epoca in cui le notizie si creano, circolano e muoiono a tonnellate), per cui non si distingua più il possibile dal palesemente falso? Se non è ignoranza, se non è voyerismo, QUAL E' L'UTILITA' PRATICA, TANGIBILE, DI RIPRENDERE UNA BUFALA PALESE?

La risposta che mi viene in mente è "forse" culturale: non esiste alcuna utilità pratica o strumentale, ma l'internauta-tipo con un atto così gratuito stabilisce a se stesso e ai propri lettori una specie di superiorità. Cioè GLI ZINGARI sono una categoria talmente infima, di cui si può scrivere di tutto (e il contrario di tutto, nella variabile buonista); un po' come se fossero animali o i negri nel 1800. Tanto, sarà Giornalettismo a rispondere, non gli zingari!

Il terzo punto è altrettanto interessante: un pesce d'aprile in anticipo, un commissario UE di SEL che non esiste, e sfruttare la distanza che il cittadino comune oggi sente verso l'Europa (e il politichese che contorna le su notizie) mischiandola con pregiudizi vecchi e nuovi:

  • Un aiuto concreto ai tanti Rom che usano il trasporto pubblico per poter mendicare e trovare il giusto sostentamento per una vita dignitosa...
  • Questo provvedimento continua sulla strada intrapresa dal nostro Governo in questa fase di profonda crisi...
  • dovrebbe coinvolgere più di 300 mila Rom. Per la minoranza Rom l'esenzione coprirà tutte le tratte nazionali...
  • Il nostro obiettivo - ha detto l'onorevole Beneamato - è quello di intervenire con decisione sul sistema della mobilità per rendere i mezzi di trasporto più attraenti e maggiormente fruibili...
  • E' l'Europa che ce lo chiede...

Voi, che ne pensate?

#media #bufala @giornalettismo #SEL @serbontempelli

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Di Fabrizio (del 25/03/2014 @ 09:08:45, in blog, visitato 1510 volte)

conduce Ivana Kerecki
Domenica 30 marzo alle 11,30 al mercatino libri usati in via Don Minzoni 129, SESTO SAN GIOVANNI (raggiungibile a piedi da MM1 Rondò)

Mahalla, lo sapete benissimo cos'è.

Se per caso chi legge è nuovo in queste pagine, allora l'occasione è la migliore per capire di che si tratta.

Se invece siete navigati lettori, e magari del milanese, possiamo approfittarne per scambiare due chiacchiere in tutta rilassatezza e alla fine berci assieme un aperitivo. Magari per trovare proprio quel libro usato che cercavate da anni.

Insomma, vi aspetto.

#viaidro #mahalla #sestosangiovanni

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Di Fabrizio (del 26/03/2014 @ 09:07:07, in Italia, visitato 1221 volte)

23 marzo 2014, di Dijana Pavlovic

Il Sindaco di Milano è una merda
o c'è qualcuno che ne spande troppa e ci avvelena?


Due giorni fa a un incontro con le scuole il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, viene apostrofato da un ragazzino: "Sei una merda , hai dato i soldi ai rom". Invitato sul palco da un sindaco sin troppo civile contesta Imu, ecc. e afferma: "Io sono informato". Sarebbe facile buttarla sull'ironico e dire "Magari i rom avessero preso un po' di soldi" a uno che si propone come emulo di quel De Corato che ha speso oltre 5 milioni di euro in inutili e crudeli sgomberi di rom che l'unica cosa che hanno visto sono state le ruspe sulle loro baracche o il degrado dei campi regolari abbandonati a se stessi.

Ma ci colpisce di più un'altra cosa, un atteggiamento pone una domanda inquietante. Chi lo educato a modi così "garbati", chi lo ha informato su cose non vere, qual è l'aria che respira in casa sua, o con i suoi compagni o nella sua scuola, qual è il suo orizzonte politico? Come cresce un ragazzino che con i suoi coetanei è il futuro di questa città?, e cosa fa questa città perché l'inciviltà, la maleducazione, l'ignoranza non siano il futuro di tanti suoi figli?

Il piccolo contributo che noi possiamo dare è invitare questo ragazzino in un campo (a patto che non ci venga per bruciarlo!) e fargli semplicemente conoscere i rom perché possa capire e poi giudicare.

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Di Fabrizio (del 27/03/2014 @ 09:07:44, in Italia, visitato 1149 volte)

300 giorni. Tanto è durato il governo di Enrico Letta, e con esso tutti i ministeri nati nell'aprile del 2013. Tra questi, uno dei più discussi è stato senza dubbio quello per l' integrazione, guidato da Cecile Kyenge, spesso al centro di attacchi politici e personali. Un dicastero, quello della parlamentare emiliana, che ha segnato una svolta nella storia della Repubblica italiana, in quanto primo ad essere gestito da una persona di colore. Ad un mese dal passaggio di consegne al governo Renzi, Piuculture ha intervistato in esclusiva l'ex ministro dell'integrazione per fare un bilancio del lavoro svolto e per affrontare alcuni nodi cruciali per il prossimo futuro.

Dopo trecento giorni di governo, il ministero per l'integrazione è stato soppresso, cosa ne pensa?

La scelta di avere un ministero dell'integrazione da parte del presidente Letta è stata molto coraggiosa e lungimirante, perché è andata molto avanti rispetto alla tradizione italiana che non aveva mai avuto un dicastero di questo tipo. Il segnale è stato forte e mi ha permesso di parlare al mondo intero con autorevolezza. Ha consentito all'Italia di non guardare più all'immigrazione con timore ma con l'idea di aprirsi al diverso, di porre le basi per iniziative come il servizio civile nazionale aperto agli immigrati o al dialogo interreligioso. Il ministero è stato importante anche per avere un approccio inclusivo e non esclusivo verso lo straniero. Oggi il governo non ha confermato il ministero per l'integrazione ed è un peccato, ma il mio augurio è che ci possa essere comunque una cabina di regia che funga da luogo di discussione per alcuni temi centrali sull'immigrazione. Tutto questo è fondamentale, sopratutto vista l'assenza di un modello d'inclusione italiano. Prendiamo sempre come riferimento quello statunitense o quello francese, ma dovremmo crearne uno nostro.

Una delle riforme più discusse durante il suo mandato è stata quella per lo Ius Soli. Quando riusciremo a facilitare l'accesso all'acquisizione della cittadinanza italiana?

La volontà è che avvenga il prima possibile. Spero che il progetto di legge vada avanti perché il riconoscimento della cittadinanza per i giovani è un grande strumento d'integrazione, è strettamente legato al luogo in cui loro vivono e alle tradizioni che andranno a comporre il loro bagaglio culturale e la loro identità. Il mio obiettivo dal momento in cui sono stata nominata ministro del governo Letta, è stato di riconoscere questo strumento, e a maggior ragione, ora che non ricopro più quella carica istituzionale, non mi fermerò finché non sarà approvato. I giovani sono il futuro del nostro paese e non mi basta sentir dire che i ragazzi italiani ormai sono abituati a considerare i figli degli stranieri come loro pari. Servono norme legislative che rafforzino questa idea, e lo Ius Soli deve essere la principale.

La questione sulla chiusura dei CIE sta facendo discutere, qual è il suo pensiero al riguardo?

Bisogna innanzitutto capire che tipo di politica dobbiamo mettere in campo. Quando si decide di eliminare una struttura come quella dei CIE, c'è la necessità di costruire delle alternative ai vecchi modelli di accoglienza, altrimenti si rischia di peggiorare la situazione. Guardando le persone che vivono in questi luoghi, bisognerebbe trovare dei modelli d'integrazione ad hoc per ognuno di loro. Oggi assistiamo ad una promiscuità nell'assistenza. Il 60% di loro vengono dal carcere e necessitano una soluzione diversa, come ad esempio l'identificazione fatta direttamente in carcere invece che essere effettuata nei CIE. Ci sono donne vittime della tratta, e anche con loro bisogna approcciarsi in modo specifico, così come con tutti coloro che perdono il lavoro e finiscono dentro il centro. Si devono riorientare le politiche di accoglienza, in questo modo non ci sarà bisogno di chiedersi, dove finiscono queste persone.

Adriano Di Blasi (18 marzo 2014)

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