Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
L'ora si puo' vedere dovunque, persino sul desktop.
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

DA PS, IL 10 NOVEMBRE 2011


La Corte europea dei diritti dell'uomo ha emesso una sentenza contro lo Stato della Slovacchia nel caso della presunta sterilizzazione forzata di una donna rom nell'ospedale di Presov nel 2000, ha informato ieri il Centro di consulenza per i diritti civili e umani con un comunicato a tutti gli organi di stampa. «Accogliamo con favore il verdetto. La Corte ha confermato ciò che il Centro di consulenza andava sostenendo sin dalla sua costituzione un anno fa: donne rom hanno subito una sterilizzazione forzata negli ospedali senza il loro consenso informato», ha dichiarato Vanda Durbakova, avvocato di Barbara Bukovsky, la donna rom che ha fatto la denuncia.

La Bukovsky avrebbe presumibilmente firmato un modulo di consenso per la sterilizzazione nel reparto maternità dopo che, alla nascita del suo bambino, le sarebbe stato detto che lei o il prossimo figlio rischiavano la morte se non si fosse proceduto alla sterilizzazione. La donna ha affermato che all'epoca non sapeva cosa si intendesse con il termine "sterilizzazione".

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha respinto l'affermazione che la sterilizzazione si sarebbe dovuta fare a causa di "motivi di salute", dato che questo tipo di procedura non è classificata come "salva-vita". La Corte ha anche assegnato alla donna il compenso di 31.000 euro oltre ad altri 12.000 per coprire le spese relative al processo.

(La Redazione)


NdR: il comunicato (.pdf in inglese) di Poradňa pre občianske a ľudské práva che sollevò il caso

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Di Fabrizio (del 15/11/2011 @ 09:32:52, in Italia, visitato 992 volte)

blog.vita.it/francamente di Franco Bomprezzi

Il tempo per pensare e per osservare non manca, fino a quando resto qui, accanto al letto 14 dell'Unità Spinale. I giornali sul letto, la televisione in sottofondo, il computer acceso per sfogliare il web. Ammetto di aver gioito in silenzio, ieri sera, senza crudeltà e senza rabbia, ma giusto con quel tanto di fiduciosa speranza in un cambiamento possibile, e quasi epocale, che non poteva non accompagnarsi alle immagini delle faticose quanto ineluttabili dimissioni di Silvio Berlusconi da presidente del Consiglio. A parte il giudizio su di Lui, di cui si è scritto e detto anche troppo, ho pensato subito al disfacimento di una innumerevole e costosa corte dei miracoli, governativa e paragovernativa, che, specialmente negli ultimi anni, cioè in questa disperante legislatura, ha dato prova talmente scarsa, in fatto di competenze e di attendibilità delle decisioni, da meritare un rapido silenzio, un definitivo oblio, senza ritorno.

Ecco perché stando qui, con le mie ossa in esposizione, adagiate su teche di resina, come reliquie di una fragilità umana della quale dovrò finalmente e stabilmente tener conto, non riesco ad appassionarmi al sangue, un po' vigliacco e scontato, che si accompagna alle scene peraltro prevedibili e ovvie di giubilo e di scherno nei confronti di Silvio. Il mio pensiero corre all'improvviso e ormai quasi certo cambio di scena, come quando in teatro, tra un atto e l'altro, si spostano le quinte, si cambiano gli arredamenti, entrano sul palco nuovi protagonisti. Il volto di Monti è rasserenante. Dà la sensazione di avere già in mente non soltanto le prime mosse, ma anche i dettagli, le strategie, i collaboratori ai quali affidare, con metodo sperimentato in anni di lavoro in alta quota, le politiche immediate, le misure congiunturali, gli scenari a breve termine. La scelta dei ministri e dei sottosegretari, se corrisponderà al suo profilo, e se i partiti glielo consentiranno (ma in questo senso un ruolo decisivo lo sta giocando sicuramente il presidente Napolitano) ci porterà improvvisamente a fare i conti con persone competenti nei singoli settori, prevalentemente di estrazione universitaria, ma già fortemente connotati per una lunga consuetudine al confronto programmatico con pezzi della società civile ed economica del Paese.

Qui dal letto 14 avverto perciò un rischio tutt'altro che banale. Ossia temo che il mondo del sociale, non solo della disabilità che ben conosco, ma più in generale quella parte di società che ogni giorno vive su di sé e interpreta al tempo stesso il welfare, il volontariato, la cooperazione sociale, la sussidiarietà, la gestione dei servizi sul territorio, arrivi a questo appuntamento con la Storia in una situazione paradossale, di massima stanchezza, di logoramento, di sfiducia quasi rassegnata nel funzionamento delle istituzioni pubbliche, specialmente statali.

E' invece adesso che dobbiamo, tutti quanti, trovare la forza e la lucidità delle proposte migliori. Non solo la difesa, ovvia, dell'esistente, quando riguarda i diritti essenziali delle persone più deboli (disabili, anziani, vecchi e nuovi poveri, giovani, disoccupati, donne, immigrati, e così via), ma anche l'attacco, ossia la proposta attiva di pezzetti di riforma possibile, di miglioramento della qualità della spesa, di individuazione dei percorsi virtuosi, di azzeramento di tavoli di discussione ridicoli (penso alla legge delega sulla riforma dell'assistenza).

Dobbiamo cioè sforzarci di evitare che l'agenda di un governo tecnico di emergenza sia dettata solo dagli euroburocrati che hanno messo in un angolo Berlusconi e soci. Il modo per farlo è inserirsi attivamente, robustamente, in modo visibile e forte, in questa fase di ripensamento del welfare, non delegando ai poteri forti, alla finanza, alle banche, alle grandi imprese, agli opinion makers che spesso sono totalmente sprovveduti o addirittura male informati rispetto ai temi che ci stanno a cuore.

Mi piace immaginare che ci sia un parallelo tra la mia convalescenza lenta ma costante e la cura ri-costituente di un governo che dovrà di volta in volta conquistare sui singoli provvedimenti il più vasto e inedito consenso nel Parlamento e nel Paese. In un certo senso a Roma può accadere adesso ciò che a Milano stiamo sperimentando, fra mille fatiche e difficoltà, e anche incomprensioni: un'alleanza creativa e operosa fra la parte più riformatrice della società e la borghesia laica e cattolica che sa dove mettere le mani e la testa. In questo modo, se avremo un po' di fortuna, potremo perfino aver voglia di nuovo di far politica, nel senso più nobile e corretto del termine.

Una cosa è certa: in queste ore mi cresce la voglia di tornare a casa, di riprendere il cammino, per quel che poco che potrò fare, da giornalista e da cittadino. Speriamo.

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Di Fabrizio (del 16/11/2011 @ 09:05:09, in Italia, visitato 1148 volte)

...dagli insediamenti siti nel Comune di Milano, promossa dal Naga (Associazione Volontaria di Assistenza Socio-Sanitaria e per i Diritti di Cittadini Stranieri, Rom e Sinti).

Al Sindaco di Milano
Al Prefetto di Milano

L'associazione Naga si dichiara contraria ad ogni sgombero di insediamenti abitativi di cittadini Rom nel Comune di Milano, in particolare di quelli che non siano accompagnati da politiche di accoglienza e alternative valide, sia in termini di migliori e più stabili condizioni abitative che di concrete possibilità di integrazione scolastica e lavorativa, con il preventivo coinvolgimento delle famiglie stesse.

Riteniamo che, a maggior ragione con l'arrivo delle basse temperature e di avverse condizioni atmosferiche, vi debba essere la cessazione immediata di qualsiasi sgombero.
Le motivazioni addotte dall'amministrazione per gli sgomberi effettuati nell'ultimo periodo - vale a dire che si tratterebbe di insediamenti nuovi - non possono essere un alibi per questo tipo di azioni. Come abbiamo più volte sottolineato, gli sgomberi riguardano da tempo, nella maggior parte dei casi, gli stessi gruppi familiari e non hanno altra conseguenza che aggravare le condizioni di vita di queste persone e spostare il “problema” in altre zone. Né possono essere un alibi generiche “esigenze di sicurezza” che, se fossero veramente esistenti, andrebbero affrontate non con i soli sgomberi, ma con la messa in sicurezza delle aree e la ricerca di soluzioni alternative.

Segnali allarmanti arrivano anche da insediamenti come quello di Chiaravalle che, pur nel degrado e nelle serie difficoltà in cui versa, si può considerare uno dei campi stabili e di lunga durata dell'area di Milano, dove abitano - forse grazie alla sua stabilità - un buon numero di persone con un lavoro e molti bambini con un'esperienza scolastica e formativa.
Chiediamo perciò all'Amministrazione comunale chiarimenti e garanzie in merito alla salvaguardia delle condizioni di vita degli abitanti del campo.

Sulla base di queste premesse, con la presente petizione si chiede :

1. La sospensione immediata di ogni sgombero nel Comune di Milano che non sia accompagnato da un serio e concreto sforzo di accoglienza alternativa per i gruppi familiari.

2. La comunicazione pubblica del piano del Comune riguardo alle condizioni abitative di cittadini Rom e Sinti presenti in aree dismesse e campi autorizzati e del finanziamento degli interventi attuati e ancora da attuare.

Milano, 10 novembre 2011

<FIRMA LA PETIZIONE>

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Di Fabrizio (del 16/11/2011 @ 09:05:22, in Italia, visitato 1121 volte)

Segnalazione di Franco Marchi

Rom e Sinti: "Lega razzista, anche noi siamo italiani" Il Fatto Quotidiano

Rom e Sinti manifestano per la prima volta a Montecitorio. 22 associazioni che hanno radunato almeno 200 persone con striscioni e bandiere. Negli scorsi giorni, durante le alluvioni che hanno funestato il nord-ovest dell'Italia, l'on. della Lega Nord Davide Cavallotto, manifestava sollievo perché le alluvioni erano riuscite nell'impresa di sgomberare il campo nomadi abusivo sul Lungo Stura a Torino. Oggi dinnanzi la Camera dei Deputati, la protesta dei Sinti e Rom italiani rispondono alle dichiarazioni del deputato del Carroccio, ma chiedono anche maggiori diritti, come: una tassazione meno dura per i giostrai, case popolari al posto dei campi attrezzati e chiedono anche l'istituzione di un giorno della memoria. "Chiediamo di essere riconosciuti come popolazione, chiediamo il dono della memoria, perché anche noi siamo caduti in tempo di guerra e l'Italia – dicono – è rimasta l'unica nazione a non riconoscerci".

Video di Manolo Lanaro, montaggio Paolo Dimalio


NdR: L'album fotografico su Facebook


Presidio Sinti: 'Commercializziamo ferro in nero ma vorremmo essere legalizzati' C6.tv

Roma. Sono arrivati da tutta Italia per far sentire la propria voce. Sono i Sinti delle diverse regioni del paese che ai piedi di Montecitorio chiedono a gran voce il riconoscimento, come minoranza, dello status di Sinti. 'La seconda cosa che noi chiediamo allo Stato è di essere legalizzati' ci racconta un manifestante 'soprattutto nel lavoro. Noi compriamo e vendiamo ferro dalle scuole e dai cantieri, ma lo facciamo in nero. In questo lo Stato ci deve aiutare.' Servizio di Angela Nittoli

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Di Fabrizio (del 17/11/2011 @ 08:51:49, in Italia, visitato 1482 volte)

Permettete due parole?

Dopo aver accusato la Moratti di razzismo per anni, Pisapia supera De Corato i nomadi: a Milano li chiudono in un recinto

«Abbracciamo i nostri fratelli rom e musulmani». L'invito era stato urlato in piazza dal leader di Sel, Niki Vendola, il giorno della vittoria alle Comunali di Giuliano Pisapia. Sei mesi dopo i fratelli sono già diventati nemici. Dopo aver ricevuto consulte di nomadi a Palazzo Marino, annunciato liste di attesa per le case popolari e preparato progetti per l'acquisto di cascine in provincia di Pavia, la giunta ha deciso di alzare un muro fra gli zingari e la città. Un muro che nelle intenzioni dovrebbe impedire ai rom di accamparsi sotto le volte del ponte Bacula, ma che simbolicamente mette a nudo l'ipocrisia di chi da sempre si professa amico dei nomadi.

Il ponte ferroviario di piazzale Lugano dal 2008 è diventato il rifugio di decine di disperati. La giunta Moratti lo ha più volte sgomberato fino a realizzare nell'estate del 2009 - su proposta dell'allora vice sindaco Riccardo De Corato - una cancellata in acciaio per impedire la costruzione di tende e casupole di fortuna a due passi dai binari. Dopo mesi di tregua, gli zingari sono tornati. Complice il clima di "tolleranza" e la decisione di revocare alla polizia locale il compito di vigilare sul territorio. Subissato di lettere di protesta, il Comune ha deciso di intervenire. Nessuno sgombero all'orizzonte. Palazzo Marino intende costruire un muro che impedisca ai rom di accamparsi sotto il cavalcavia, come ha annunciato l'assessore alla Sicurezza Marco Granelli.

«L'ipocrisia di questo annuncio è sotto gli occhi di tutti – tuona De Corato -. Questa giunta prima accoglie i rom nella sede del Comune promettendo cascine e case popolari e poi pensa di risolvere un problema grave come questo con un muro». Che, fra l'altro, potrebbe dimostrarsi assolutamente inutile. «I rom sono ottimi muratori. Se si costruisse un muro loro praticherebbero un buco nel giro di qualche giorno, e lo attraverserebbero – prosegue l'ex numero due di Palazzo Marino -. Per risolvere il problema del ponte Bacula bisogna chiedere l'immediato intervento delle Ferrovie dello Stato, che hanno l'obbligo di mettere in sicurezza l'area. E realizzare un cancello di acciaio inossidabile, da far pagare alle stesse Ferrovie. Questa severità di facciata, con la quale questa amministrazione pensa di prendere in giro i cittadini, non potrà attaccare».

Ne è convinto anche il capogruppo della Lega a Palazzo Marino, Matteo Salvini. «Questa giunta non è credibile – conferma -. Parla adesso di un muro, dopo che la Lega ha fatto tre sopralluoghi per denunciare la situazione del ponte». E poi ci sono i dissidi interni, perché se da una parte il Comune pensa al muro, dall'altra il consiglio di Zona 8 – maggioranza di centrosinistra – ha appena approvato un documento che prevede di integrare quei nomadi offrendo loro una casa. «Credo che sia il caso che si mettano d'accordo – conclude Salvini -. Questa maggioranza è allo sbando, mentre il piano Maroni resta fermo. Fra l'altro, l'unica soluzione per il cavalcavia è la recinzione che avevamo realizzato noi. Non certo un muro».

di Daniela Uva - 16/11/2011

Commenti:
Mettete un bel cancello in acciaio così dopo dieci minuti ve lo hanno già fregato, ridotto a pezzi e rivenduto ai ferrivecchi. Quanto patetici siete a Milano. Una bella grata attraversata da 20.000 Volt non sarebbe meglio? Pensateci. di Alvit


Dalla redazione di Mahalla: Direi che quei casinisti di Libero stavolta hanno centrato in pieno.

Se proprio devo trovare un difetto, l'introduzione mi sembra confusa come al solito, ma la cronaca non sbaglia: a Milano c'è una giunta che (quatta quatta, zitta zitta) sta portando avanti la stessa politica che nei loro tempi d'oro De Corato e Salvini conducevano con rulli di tamburo. Ovvio che i due siano quantomeno agitati: pensavano che il copyright fosse loro, non di un Granelli ultimo arrivato!

Un appunto al simpatico commentatore: secondo me il cancello d'acciaio andrebbe benissimo; ormai con la crisi che c'è, si parte la mattina col furgone a raccogliere metallo, si gira tutto il giorno, e la sera si torna a casa distrutti avendo guadagnato 10 euro (se va bene). Mi sembra però che metterci la corrente a 20.000 volt sia un po' dispendioso (per non parlare dei pericoli per ponte, ferrovia ecc.), costerebbe di meno un comunissimo allaccio per la corrente civile. O forse ho capito male io le intenzioni???

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Di Fabrizio (del 17/11/2011 @ 09:21:42, in media, visitato 1115 volte)

Internazionale 8 novembre 2011 14.40 - Le celebri immagini di Josef Koudelka sono state pubblicate in un nuovo libro aggiornato e ampliato. Christian Caujolle ha incontrato il fotografo.

Dato che non c'è più un direttore nell'ufficio parigino della Magnum e che l'agenzia fotografica, a causa della crisi, ormai sta tutta su un piano, Josef Koudelka si accomoda nella poltrona del capo: "Ho sbagliato tutto nella vita, non sono mai stato né direttore né presidente", dice ridendo. I capelli e la barba arruffata sono diventati bianchi, ma è un eterno ragazzo, a volte serio a volte spiritoso, costretto a dedicarsi a un esercizio che non ama: parlare di sé. Teme sempre di essere frainteso (dà degli esempi) e cerca, nonostante le digressioni, di essere preciso. Lo aiuta uno schemino con le cose da fare, diviso per fasce orarie di colori diversi. A quasi 75 anni, Koudelka non si ferma mai, ha sempre bisogno di fare, guardare e dare forma. Oggi tocca al Mediterraneo, che attraversa e fotografa da vent'anni. Entro il 2013 porterà a termine il progetto "Marsiglia, capitale della cultura".

Guardare al futuro, produrre, far emergere le immagini non gli impedisce di tornare incessantemente su quello che ha fatto. Continua a inseguire quello che potrebbe aver dimenticato, o sopravvalutato, nei lavori passati. La prossima tappa è l'incredibile presentazione a Mosca del suo progetto sull'invasione dell'armata rossa a Praga. Una grande rivincita, accompagnata da mille copie del libro, in russo, pubblicato da Torst, il grande editore ceco suo complice. Anche se è sempre riservato, Koudelka è chiaramente emozionato.

Ma è per un altro ritorno al passato che ci incontriamo: Zingari, il libro che l'ha fatto conoscere, è stato ripubblicato in sette paesi in una nuova edizione ampliata. La storia del volume è istruttiva, quasi esemplare. Il giovane Koudelka, che comincia la sua carriera a Praga come fotografo in un teatro, fa dei ritratti espressionisti e compone immagini molto grafiche.

Quello che c'è tra noi
Tra il 1962 e il 1971 comincia a sviluppare un lavoro a lungo termine su quelli che all'epoca sono chiamati zingari. Nel 1968, con il sostegno di Anna Farova, lavora insieme al grafico Milan Kopriva al progetto di un libro. "Non sapevo niente di libri di foto. Sapevo solo che volevo somigliasse alla vita, al mio rapporto con gli zingari, a quello che succedeva tra noi".

Il volume dovrebbe uscire a Praga nel 1970 ma, nel frattempo, Koudelka lascia la Cecoslovacchia occupata. Le sue foto dei carri armati e della rivolta fanno il giro del mondo e, attraverso Henri Cartier-Bresson, incontra Robert Delpire, il mitico editore di Robert Frank, di molti fotografi della Magnum e di tanti altri. Delpire vuole pubblicare il libro, ma in un'altra versione: 60 foto (di cui 50 tratte dal progetto originale) escono nel 1975 con il titolo Gitans, la fin du voyage (Aperture si aggiudica la versione statunitense). Un'edizione speciale è pubblicata anche dal Moma di New York per accompagnare la mostra fotografica. Il libro diventa subito un classico, una delle opere più ricercate della fotografia del novecento.

La nuova edizione torna oggi in gran parte al progetto originale, anche se con 109 immagini, un formato più grande e un ritmo più narrativo rispetto alla prima, rigorosa selezione. "Non volevo solo una collezione di belle foto. E volevo che, anche se sono tutti scatti fatti tra gli zingari, il libro andasse oltre". Nell'edizione francese Robert Delpire spiega che la scelta editoriale non è sua, ma che la pubblica per amicizia, stima e rispetto. Si avverte chiaramente uno di quei conflitti che possono esserci tra un autore e un editore molto esigenti. E Koudelka non vuole parlare di come sono andate le cose per "ammirazione, rispetto e amicizia per Bob. E poi sono così contento che l'abbia pubblicato come lo volevo io".

È la sua creatura: "Un progetto che ho portato con me, anche fisicamente, per quattro anni. Ho avuto il tempo di capire cosa andava e cosa no. Ho lasciato la Cecoslovacchia con 154 foto sugli zingari. L'essenziale del libro era già lì. È una storia, una storia di persone, di me con queste persone la cui musica mi ha attirato e m'incanta tutt'ora. Erano le stesse persone di cui si diceva ‘chiudete le porte, arrivano gli zingari e ruberanno le galline'".

La maggior parte degli scatti sono verticali: "Questo ha avuto un peso importante nell'organizzazione del libro, nel ritmo che il grafico Milan Kopriva ha saputo inventare. L'altra persona fondamentale per questo progetto è stata Anna Farova. È lei che mi ha aiutato a strutturare le immagini, e a non dimenticare niente". Sono le due persone a cui il libro è dedicato.

La giusta distanza
A Koudelka non piace commentare il suo lavoro. Non ha un punto di vista, dice, sulle sue incredibili inquadrature dal respiro naturale, dalla giusta distanza. Ammette però che "ci vuole un obiettivo da 24 millimetri perché tutto sia nitido in spazi spesso molto ristretti e con poca luce. Poi ho cambiato, non volevo ripetermi. L'obiettivo ti dice come fare".

Ma non dice niente sulla grana delle immagini, spesso così particolare e sensuale, sui negativi difficili, sviluppati senza prendere troppe precauzioni. Non ripetersi, è anche la ragione per cui non ci sono foto recenti di zingari. "È una generazione che non esiste più. Quando sono tornato a Praga nel 1991, sono andato a vedere. Sono sempre lì, le condizioni in cui vivono sono un po' migliorate, ma poco, e la maggior parte di quelli che conoscevo sono morti. Ho pensato che non avrebbe avuto senso ricominciare. Oggi è un altro mondo e prima o poi qualcuno farà un lavoro formidabile a colori su di loro". L'importante è "continuare a fotografare, perché ho la fortuna di averne ancora voglia e di poterlo fare". Ma il libro rimane fondamentale. Ben più delle mostre che sono "effimere".

Farà vedere il libro agli zingari, come faceva con le foto ("Mandavano baci e ballavano per mostrare il loro apprezzamento")? "Certo, appena posso". Possiamo immaginare che sfogliando le pagine, dietro l'elegante copertina bianca con il sobrio titolo nero Cikáni, si ritroveranno, ameranno, balleranno e manderanno baci.

Internazionale, numero 922, 4 novembre 2011

Zingari di Josef Koudelka contiene 109 fotografie scattate nell'ex Cecoslovacchia (Boemia, Moravia e Slovacchia), in Romania, in Ungheria, in Francia e in Spagna tra il 1962 e il 1971. Il volume è la versione aggiornata di Cikáni (zingari in ceco), un libro che non fu mai pubblicato perché Koudelka lasciò la Cecoslovacchia nel 1970. Le foto sono accompagnate da un testo del sociologo Will Guy.

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Di Fabrizio (del 18/11/2011 @ 09:19:32, in casa, visitato 1565 volte)

INSIDE HOUSING

Dale Farm ha monopolizzato i titoli dei giornali negli ultimi mesi. Ma come prova Alex Turner, ci sono innumerevoli esempi di Traveller che lavorano con successo assieme ai proprietari terrieri

I titoli nei giornali degli ultimi mesi hanno reso una triste immagine per le comunità zingare e viaggianti in GB.

I 10 anni di lotta contro lo sgombero tra i residenti a Dale Farm ed il consiglio di Basildon, giunto ad un violento epilogo il mese scorso, ha portato l'attenzione pubblica sul conflitto tra i Traveller ed i consigli locali, col diritto ad una sistemazione decente al centro dell'argomentare. Si aggiunga a ciò la proposta dell'inizio dell'anno di Eric Pickles, segretario alle comunità, per dare ai consigli maggiori poteri nello sgomberare gli zingari dai siti illegali, e potrete immaginare i Traveller di fronte ad una costante battaglia contro le autorità.

La situazione reale è spesso più armoniosa di quanto la recente copertura mediatica potrebbe farci credere. Presso il sito per zingari e viaggianti di Cemetery Road, a Silverdale non lontano da Newcastle-under-Lyme - 19 piazzole, Housing Aspire ha portato notevoli miglioramenti dopo la consultazione con i residenti.

Secondo Chris Whitwell, direttore dell'associazione caritativa "Friends, Families and Travellers", questo tipo di approccio positivo verso la gestione del sito, può alla lunga impedire frizioni occasionali tra comunità viaggiante e stanziale. Dice: "Girando in lungo e in largo per il paese, l'esperienza mostra che siti zingari e viaggianti ben gestiti non causeranno problemi con la comunità locale."

Il lavoro, finanziato da 200.000 sterline dalla Homes and Communities Agency and Aspire, ha incluso nuovi bagni e cucine, ed anche il rinnovamento dell'impianto luce e riscaldamento. Nel sito è stato anche rinnovato e allargato il centro comunitario, che ospita un'aula scolastica per i figli di alcuni residenti.

Come qualsiasi altro

Il direttore del distretto Aspire, Kevin Davies, che ha responsabilità operative per il sito di Cemetery Road, conferma le impressioni di  Whitwell. "I bambini frequentano le scuole locali, e non ci sono grandi questioni tra la popolazione zingara e viaggiante ed i residenti nell'area circostante," dice. "Trattiamo i nostri residenti a Cemetery Road, come tutti gli altri delle nostre 8.500 proprietà."

Il sito è gestito dal consiglio di Newcastle-under-Lyme, che l'ha aperto nel 1993, fino a trasferirvi le sue azioni nel 2000. Quando è subentrata Aspire, il lavoro da svolgere a Cemetery Road equivaleva a zero.

"C'era da migliorare alcuni servizi," ricorda Davies. "Come parte del lavoro, abbiamo anche aumentato il numero delle piazzole da 17 a 19."

Le due nuove piazzole beneficiano di accesso per disabili - un vantaggio in una comunità delle età più diverse - ed il programma di investimento, ritagliato sulle necessità individuali, si è dimostrato sorprendentemente popolare tra i residenti.

"Questo sito è incantevole ed ora ha tutto ciò che si vuole," dice Rose*, che ha vissuto a Cemetery Road sin dalla sua apertura. "La mia roulotte ha una propria zona giorno, cucina e doccia, e c'è sempre acqua calda e fredda. Sono arrivata con la mia famiglia, e ora qui ho anche tre figlie."

Legami famigliari

Avere la famiglia in loco è uno dei criteri per essere rialloggiati a Cemetery Road, in base al contratto di gestione tra Aspire ed il consiglio di Newcastle-under-Lyme. Attualmente le condizioni di licenza stanno per essere rivedute, per portare i diritti di successione in linea con gli altri contratti di locazione di Aspire - a cui si ispirano sotto molti aspetti.

"I candidati ci approcciano direttamente - ovviamente devono essere Traveller," dice Davies. "Li mettiamo in lista d'attesa e contemporaneamente come priorità nel caso ci fossero esigenze particolari - mediche, connessioni locali ecc. - secondo la politica che applichiamo con tutti i richiedenti.

La popolarità di Cemetery Road ha significato scarso turnover di residenti negli ultimi anni. Come risultato: una lunga lista d'attesa per i richiedenti, anche se la funzionaria Carol Yeardley tende a sottolineare i benefici di questa stabilità.

"I problemi di gestione sono simili a quelli di molte altre tenute di Aspire," ci dice. "I nuovi incaricati devono impiegare tempo nel farsi conoscere, ma la gente ha fiducia in noi. Siamo spesso nell'ufficio in loco ed i residenti sono contenti di parlare con noi. Sotto un certo aspetto il sito è autogestito.

Storia del gestore del sito

Derek Mincher, 64 anni, è responsabile dei compiti giornalieri, come anche delle piccole manutenzioni e della raccolta degli affitti, vive e lavora a Cemetery Road sin dall'apertura nell'agosto 1993.

"La popolazione è aumentata con i figli ed i matrimoni e siamo cresciuti assieme," dice. "Sei coinvolto nella loro vita sin dalla nascita."

"Si va ai battesimi, ai matrimoni e ai funerali, vedendo le cose buone e quelle cattive."

Inoltre Mincher aiuta i residenti ad essere coinvolti nelle attività dentro e fuori dal sito. Aggiunge: "Anche il consiglio ricreativo di Newcastle and North Staffs è stato regolarmente coinvolto."

"Abbiamo castelli gonfiabili, tendoni e presto ci sarà un narratore zingaro. Alcuni residenti hanno difficoltà nel leggere e scrivere, così se è necessario raccolgo le loro lettere e gliele leggo."

Il personale neo assunto è invitato a visitare Cemetery Road, ed anche i residenti della comunità stanziale, per incoraggiare una maggior integrazione tra il sito ed il quartiere circostante.

"Ci sono ancora pregiudizi," dice Mincher. "Ci fu un caso in cui volevano sposarsi ed avevano prenotato in un pub - ma quando lì hanno scoperto che si trattava di un matrimonio zingaro, la prenotazione è stata annullata. Abbiamo contattato Citizens Advice e la situazione si è risolta."

Mincher è orgoglioso della relazione di Aspire con i  residenti di Cemetery Road. Dice: "Sono qua a tempo pieno e se qualcuno ha bisogno, gli basta venie a trovarmi."

Ho l'appoggio [dell'amministratore delegato] Sinead Butters - un visitatore assiduo - di dirigenti, funzionari ed altri che mi sostengono nell'offrire questo servizio."

* Non è il suo vero nome

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Di Fabrizio (del 18/11/2011 @ 09:48:13, in Regole, visitato 1034 volte)

Da Mundo_Gitano

Si registreranno incidenti razzisti e xenofobi al fine di combatterli

Il Ministro degli Interni creerà un registro per i casi verificatisi

Durante l'ultimo Consiglio dei Ministri il governo ha approvato un documento a lungo sostenuto dalle OnG che lottano contro il razzismo. Il documento, che offriamo ai nostri amici e lettori, si intitola "Strategia Integrata contro il Razzismo, la Discriminazione e la Xenofobia." Prevede la creazione di un registro sugli incidenti razzisti e discriminanti e chiede la modifica del Codice penale, per punire qualsiasi atto di incitamento all'odio. Per questo andrebbero aboliti gli articoli 510 e 607 del Codice Penale, al fine di eliminare le differenti interpretazioni dei tribunali riguardo a questi delitti.

Si ritiene così di articolare e stimolare le azioni che sviluppano i poteri pubblici e la società civile nella loro lotta contro il razzismo e la xenofobia per cercare di dare una risposta più efficace di fronte a queste situazioni, con strumenti simili a quelli di altri paesi europei.

La strategia è rivolata a tutta la società, anche se contempla situazioni specifiche di gruppi specifici come i gitani o quei cittadini che si trovano in situazione di maggiore vulnerabilità. E tutto perché si riconosce che sono presenti nella società spagnola atteggiamenti e manifestazioni discriminatorie, come i fatti di violenza ed odio di origine etnica o razziale.

Come Unión Romaní è nostra intenzione che tutte le persone di buona volontà, tutti i democratici, ricevano questa notizia con la fondata speranza che possa contribuire al consolidamento di una società migliore.

Fonte:

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Di Fabrizio (del 19/11/2011 @ 09:50:02, in Europa, visitato 1287 volte)

Chiara-di-notte.blogspot.com

In un commento al mio terzo articolo sull'intolleranza fra tzigani e gadje' in Ungheria, mi e' stato chiesto di spiegare qualcosa di piu' riguardo all'Autogoverno Nazionale Rom di cui, appunto, parlo. Non smentendomi mai quando qualcosa mi prende e sento di essere in grado di dare un piccolo contributo - ed avendo un po' di tempo libero - avevo preso la tastiera e iniziato a scrivere, salvo accorgermi alla fine che la mia risposta era venuta talmente lunga da avere la struttura non piu' di un semplice commento, ma di un nuovo articolo che avrebbe potuto benissimo integrare gli altri tre gia' scritti sull'argomento. Ecco dunque, per chi fosse interessato, di cosa si tratta quando si parla di sistema di autogoverno nazionale per le minoranze.

Creato nel 1993, il sistema di autogoverno avrebbe dovuto permettere ad ognuna delle centotrentadue minoranze riconosciute in Ungheria di stabilire forme locali, regionali e nazionali di autogoverno. L'Autogoverno Nazionale Rom (Országos Roma Önkormányzat oppure Országos Cigány Önkormányzat), dunque, non si differenzia da ogni altro autogoverno nazionale delle minoranze, come ad esempio quello rumeno o tedesco che formalmente e sostanzialmente hanno identiche funzioni.

Questi organi elettivi, che sono paralleli alle principali istituzioni, ma non ne sostituiscono le funzioni, hanno soprattutto il compito di prendere decisioni in materia di istruzione locale, sulla protezione delle tradizioni e della cultura, e sulla lingua da utilizzare nelle istituzioni pubbliche e nei mezzi di comunicazione stampati ed elettronici.

"Il nostro obiettivo e' quello di rappresentare i Rom ed aiutare il governo locale a costruire ed operare in linea con quelle che sono le necessita' della comunita'. E' importante per noi la legalita', la professionalita' e la moralita'. Il nostro interesse comune e' quello di preservare i nostri valori e la nostra identita', concorrendo allo sviluppo rurale e alla creazione di nuovi posti di lavoro. Crediamo che in molti casi lo sviluppo vada oltre gli interessi specifici delle comunita' locali, i comuni, le province, perche' in tutto il paese, operando insieme, possiamo rafforzarci a vicenda."

Questo e' cio' che sta scritto nei propositi e nelle intenzioni, e i rappresentanti dell'Autogoverno Nazionale Rom tentano di farlo contribuendo a tutte le questioni che riguardano la minoranza Rom locale attraverso l'accesso garantito alle riunioni del consiglio comunale, oppure tramite altre funzioni speciali che vengono stabilite dallo stato centrale a seconda delle esigenze contingenti del momento.

Oggi ci sono oltre 1.100 Autogoverni Rom locali in Ungheria e perche' un autogoverno sia formato trenta persone, appartenenti ad un gruppo di minoranza e residenti nello stesso comune, devono registrarsi e partecipare alle elezioni.

Fin dall'inizio, giuristi, studiosi e politici vari hanno espresso preoccupazione per un sistema di governo separato in grado di deliberare sulle questioni delle minoranze. Cio' anche a causa di vari ed evidenti problemi procedurali. Nel 1997, in una conferenza a tre (il Consiglio d'Europa, l'Ufficio del premier ungherese, e i rappresentanti degli autogoverni nazionali) che aveva lo scopo di valutare il funzionamento del sistema, sono stati individuati molti problemi: competenze poco chiare, mancanza di differenziazione tra i bisogni delle varie minoranze, carenze di finanziamento, nonche' una scarsa emancipazione degli elettori, indipendentemente dall'appartenenza etnica. Quest'ultimo problema, combinato al fatto dei molti candidati che cercavano di rappresentare gruppi di minoranza a cui non appartenevano, ha portato a casi, come quello nella comunita' di Jászladány, di non rom (eletti da elettori non rom), che in realta' avevano come finalita' quella di limitare l'efficacia dell'Autogoverno Nazionale Rom locale.

Per risolvere alcuni di questi problemi, nel 2005, dopo anni di negoziati, il Parlamento ungherese ha approvato una serie di modifiche al sistema di autogoverno. I cambiamenti riguardano una piu' chiara definizione delle competenze, il rapporto con il governo locale, e l'istituzione di meccanismi di maggiore trasparenza per supervisionare i fondi destinati alle varie minoranze. Queste modifiche hanno anche corretto parzialmente il problema che nell'autogoverno fossero eletti cittadini non appartenenti a quel gruppo di minoranza, esigendo che i candidati fossero nominati solo dagli appartenenti alla minoranza stessa e che gli elettori registrati per eleggerli dovessero ufficialmente dichiarare la loro etnia.

Ma anche se le modifiche hanno prodotto dei miglioramenti, non hanno affrontato i problemi inerenti al modo in cui il sistema e' stato progettato, cioe' la tendenza a marginalizzare le questioni delle minoranze, depositandole su una struttura semi-governativa parallela molto limitata nelle sue funzioni, piuttosto che affrontarle con veri e propri strumenti istituzionali.

Percio', seppur il sistema sia chiamato "autogoverno", tale termine e' improprio in quanto la gamma delle sue competenze e' ben lungi da quelle che dovrebbe avere un vero autogoverno. L'Autogoverno Nazionale Rom non ha, infatti, l'autorita' di agire al di fuori di un ambito molto limitato di funzioni ed assomiglia piu' ad una ONG che ad un organo elettivo. L'uso del termine "autogoverno", dunque, non e' solo impreciso, ma in realta' danneggia la credibilita' e la legittimita' dell'intero sistema tra i rom, in quanto suscita aspettative irrealistiche che non vengono quasi mai realizzate nei fatti.

Tutto il difetto sta nel modo stesso in cui il sistema e' stato progettato che gli impedisce di avere un impatto significativo sui temi di maggiore interesse per la maggioranza dei rom e ne ostacola subdolamente l'integrazione politica. Cio' e' dovuto al fatto che non era una vera integrazione politica l'intento iniziale del governo quando lo ha creato. Piuttosto, il vero obiettivo era quello di dare alle minoranze una salvaguardia per preservare le diverse tradizioni culturali e linguistiche, ma soprattutto - secondo l'opinione di molti – era un modo per incoraggiare i paesi vicini a fare la stessa cosa, cosi' da permettere alle comunita' di minoranza ungherese lo stesso privilegio.

Gli Autogoverni Nazionali Rom, in ogni caso, non sono adeguatamente finanziati. Soprattutto a livello locale mancano finanziamenti sufficienti per svolgere entrambe le funzioni che erano l'intento originario del sistema: quella socio-culturale, e quella di promuovere ulteriori progetti per migliorare le condizioni di vita dei membri della comunita'. Con un budget bassissimo, di appena tremila dollari l'anno, destinato ad ogni "cellula", senza che vengano considerate le dimensioni della citta' o della popolazione, un Autogoverno Nazionale Rom da solo non puo' coprire che un modesto stipendio per un dipendente a tempo parziale incaricato di coordinare il lavoro dei suoi rappresentanti eletti. Per tale motivo, i fondi stanziati dallo stato vengono spesso integrati anche con aiuti che giungono a sostegno, come finanziamenti da parte di privati e enti religiosi.

Gli Autogoverni Nazionali Rom sono autorizzati a distribuire tali fondi sottoforma di aiuti a imprese, sostegno a famiglie oppure come borse di studio, e cio' puo', in molti casi, essere fonte di manipolazione e uso improprio di questi soldi. Ovviamente, come si puo' ben capire, tutto cio' crea contrasti e conflitti all'interno della stessa comunita' rom.

Il mio parere - e non solo il mio - espresso piu' volte in varie occasioni, e' che pur riconoscendo le carenze inerenti alla progettazione iniziale del sistema, gli Autogoverni Nazionali Rom debbano innanzi tutto favorire una maggiore partecipazione (ed inclusione) politica degli appartenenti alla comunita'. Cosa che non puo' avvenire se non si allarga la base di persone istruite. Il rischio, infatti, e'che a gestire gli autogoverni e ad essere eletti siano in fondo sempre le stesse persone, per questo necessitano maggiori fondi a sostegno dell'educazione e dell'istruzione. Oltre a cio', Autogoverni Nazionali Rom e ONG, insieme, dovrebbero svolgere non solo un ruolo piu' importante nel monitoraggio delle politiche dei governi locali e nazionali, soprattutto per cio' che riguarda la trasparenza nei criteri con i quali vengono assegnati e ripartiti i fondi, ma anche una funzione istituzionale di monitoraggio ed eventuale denuncia laddove venga ravvisata una violazione dei diritti umani.

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Di Fabrizio (del 20/11/2011 @ 09:48:21, in Italia, visitato 2085 volte)

Due anni fa, era il 19 novembre, GIORNATA DEI DIRITTI DELL'INFANZIA, grande iniziativa a tema in Comune. Pioveva, e quello stesso giorno alcuni bambini DIVERSI venivano sbattuti per strada con i loro genitori e niente da portarsi dietro, dallo stesso comune di Milano.

Iniziò allora la RESISTENZA di Rubattino, che vide assieme le famiglie rom, gli insegnanti, i genitori dei loro compagni di scuola, cittadini, sacerdoti, persino un produttore di vino... Si concretizzò l'idea di una Milano diversa e solidale, che non si limitava a protestare, ma sapeva reagire.

Anche da quell'esperienza, è nato il cambio di maggioranza della primavera scorsa.

Venerdì scorso, a due anni da quello sgombero, è stato presentato il libro che racconta di questa esperienza. Alla presentazione, una delle oratrici era l'attuale vice sindaco, Maria Grazia Guida, che dopo il suo intervento si è subito eclissata.

Sempre il 19 novembre, ma del 2011: Appello del Sindaco Pisapia ai Milanesi: "Donate un golf o una coperta che non usate a chi ne ha bisogno" e per la seconda volta mi sento preso in giro da sindaco ed assessori schierati in buon ordine, col fazzoletto in mano per la commozione.

Ai compagni, agli amici che pieni di buona volontà tentavano di coinvolgermi, ho provato a spiegare con qualche difficoltà perché non avrei aderito. Provo a farlo con voi, premettendo che quello che potrà sembrarvi uno sfogo personale, è in realtà una questione POLITICA (come sempre):

Anche se non amo parlare di me, confesso che sacchi a pelo, coperte, piumoni, giacche a vento ecc. li raccolgo tutto l'anno e senza tanta pubblicità; preciso: non sono il solo. Finiscono in quei campi nomadi ABUSIVI, il cui sgombero per De Corato era un vanto da esibire, e per la nuova giunta invece una storia minore da tenere nascosta.

Noi, sfigati volontari, quei Rom ancora più sfigati, i cittadini che se li ritrovano rimbalzati sotto casa nell'eterno gioco di guardie e ladri, non abbiamo ancora capito la differenza tra uno sgombero fascista e uno democratico... forse adesso al posto della ruspa i vigili porteranno caffè e giornale, resta il fatto che l'unica soluzione proposta rimane quella della divisione dei nuclei famigliari: donne e bambini piccoli nei centri d'accoglienza, uomini e bambini grandi a spasso.

Ma perché facciamo questo tutto l'anno, immaginate con quale gioia per le nostre tasche? Perché durante questi sgomberi quello che abbiamo procurato in precedenza va perso e va reintegrato di continuo.

QUESTO E' L'ASSURDO DELL'APPELLO DI PISAPIA: da un lato la sua amministrazione è complice nel non voler affrontare il problema e nella distruzione di nostre proprietà private, dall'altro ci chiede di dare una mano a quelli che sono i SUOI poveri (o i poveri buoni, o i poveri che vuole rendere visibili - fate voi).

Per me, per chi come me questo l'ha sempre fatto in silenzio, tutti i poveri hanno pari dignità e pari bisogni, al di là che abbiano o meno un documento in tasca. E questo è il nodo politico.

Comunque, non è questo il cambiamento per cui avevamo votato.

Tra l'altro, sinora ho scritto della situazione nei campi abusivi. Ma esistono anche quelli comunali dove, a maggior ragione, chi ci abita aspettava segnali di uscita da un'incertezza che dura da anni.

Cosa chiedevano questi nostri concittadini (di cui molti sono italiani, non dimentichiamolo)?

  • Prima di tutto, poter parlare in prima persona sulla loro situazione. NESSUNA RISPOSTA.
  • Capire quale sarà il loro destino, visto che in comune si continua a parlare di "superamento dei campi". NESSUNA RISPOSTA.
  • Poi, visto che i campi li si vuole chiudere, ma nel contempo stanno cadendo a pezzi perché da anni manca la manutenzione, che si facciano quantomeno i lavori indispensabili: restaurare ciò che è a rischio crollo, assicurare acqua ed elettricità, mettere i campi in sicurezza. NESSUNA RISPOSTA.

Mi tocca ripetere quello che ho già scritto altre volte: "Novembre non è il mese più adatto per giocare al piccolo campeggiatore" Vedete di capirlo, voi ed i vostri appelli alla carità cristiana!

Novità: dopo un mese e mezzo passato al telefono, i Rom di via Idro hanno ottenuto un incontro con il dirigente dell'Ufficio Nomadi. Si trattava, e si tratta tuttora, di urgenza. Un sentito applauso al tempismo dimostrato.

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