Rom e Sinti da tutto il mondo

Ma che ci fa quell'orologio?
L'ora si puo' vedere dovunque, persino sul desktop.
Semplice: non lo faccio per essere alla moda!

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Barbara Breyhan (del 21/02/2013 @ 09:04:45, in Europa, visitato 1231 volte)

Con questa traduzione, anche Barbara Breyhan inizia la collaborazione con Mahalla. Benvenuta!

DORTMUND - Lavoratori ridotti in miseria - di Sibylle Fuchs, 5 febbraio 2013

Due settimane fa il programma televisivo ARD_Monitor ha trasmesso un servizio sconvolgente, che ha mostrato con quale freddezza sociale e con quale disprezzo la città di Dortmund e le istituzioni ecclesiastiche in questa città, rispondano all'indigenza dei lavoratori emarginati dell'Europa sudorientale.

L'estrema povertà dei paesi, da cui questi lavoratori cercano di fuggire, è stata consapevolmente provocata dall'Unione Europea. La povertà serve da leva affinché anche in paesi ancora benestanti, come Germania o Francia, il tenore di vita della classe operaia si abbassi in maniera significativa.

I reporter Isabel Schayani ed Esat Mogul sono stati per una giornata insieme ad Ercan, un Rom della città bulgara di Plovdiv, che ha inutilmente tentato di trovare un lavoro malpagato tra quelli che vengono offerti nel cosiddetto "Arbeiterstrich" nella Mallincksrodttrasse della città di Dortmund ("Arbeiterstrich" viene chiamato in tedesco un incrocio stradale nel quale braccianti dell'Europa sudorientale ciondolano durante la giornata, aspettando che qualcuno passi e offra loro un lavoro, quasi sempre sottopagato, ndr). Da quando Ercan è arrivato, una settimana fa, è riuscito a trovare lavoro soltanto un'unica volta. Con i soldi che ha guadagnato per un trasloco è riuscito appena a ripagare i debiti contratti per il viaggio in autobus dalla sua città d'origine fino in Germania.

Da quando i loro paesi di provenienza sono paesi membri dell'UE, i lavoratori bulgari e rumeni che aspettano un lavoro sull'Arbeiterstrich soggiornano in maniera regolare in Germania, ma finora è loro impedito un altrettanto regolare lavoro. Nonostante ciò, soltanto nel 2011 sono arrivati in Germania 200.000 tra bulgari e rumeni per prestare servizio come lavoratori a giornata.

Dall'entrata di bulgari e rumeni nell'UE nel 2007, anche a Dortmund ne sono arrivati a migliaia. Giorno dopo giorno si mettono per strada e sperano che un automobilista si fermi e li prenda con sé. Nei loro paesi di origine hanno perso il lavoro con la liquidazione delle imprese statali ed hanno perso qualsiasi speranza di lavoro. Se sono fortunati, sull'Arbeiterstrich viene offerto loro un lavoro pesante per una paga misera. Questo estremo sfruttamento dei lavoratori rom fa parte dell'intensificazione sistematica dello sfruttamento della classe operaia in tutta l'Unione Europea.

Molti rom o non hanno un alloggio o sono costretti a vegetare in alloggi indegni in abitazioni malandate, note a Dortmund come "Ekelhäuser" (case che fanno ribrezzo, ndr.). O si tratta di abitazioni occupate, dalle quali possono essere cacciati in qualsiasi momento, oppure sono costretti a pagare 30 euro a notte ai proprietari di casa per un posto-letto, spesso solo dei lager con dei materassi in appartamenti sovraffollati. Gli impianti sanitari e le cucine o sono guasti o del tutto insufficienti per la moltitudine di persone stipate nelle case.

Il sovraffollamento delle abitazioni porta in breve tempo a sporcizia e condizioni igieniche insostenibili. Di regola i proprietari di casa ordinano dei contenitori per rifiuti troppo piccoli per l'immondizia creata dal gran numero di inquilini. Si dice che in una casa fosse presente soltanto un servizio igienico per 19 appartamenti e che fosse privo di acqua corrente.

Ercan ha lavorato per 22 anni come scaricatore in un'azienda, ma poi, come accade per la maggior parte dei rom, è stato licenziato.

Ercan è a Dortmund da una settimana. Non ha nemmeno i soldi per telefonare a sua moglie. Quando è arrivato qua, ha trovato un posto letto in una casa. Un rumeno gli disse di essere il portiere e che avrebbe potuto pernottare nella casa per quattro o cinque giorni. Ma quando la sera è rientrato per pernottare, ha trovato porta e finestre sbarrate. Le sue cose sono rimaste dentro. Adesso gli sono rimasti soltanto gli abiti che porta addosso.

Per via delle temperature sottozero ha bisogno di un posto dove farsi la doccia e dove stare al caldo. La troupe televisiva lo accompagna, con telecamera nascosta, alla Diaconia, l'ente assistenziale della chiesa evangelica. Viene respinto. Un uomo gli mostra un foglio con scritto: "I bulgari qui non possono farsi la doccia".

"Ma loro lo sanno benissimo", dice l'uomo, "ma ritornano sempre! E a me tocca sempre mostrare di nuovo questo foglio! Sanno leggere? E' la loro lingua! Niente doccia!".

Reporter: "Niente doccia. Allora, qui bulgari e rumeni non possono farsi la doccia. Tutti gli altri sì?". Uomo: "Sì".

Da una responsabile dell'Diakonischen Werks Dortmund und Lünen i reporter hanno ricevuto la spiegazione che, in effetti, esisterebbe presso il pronto soccorso un servizio apposito per le emergenze per chi ha bisogno di farsi la doccia, ma che al momento la Diaconia sarebbe equipaggiata in maniera molto ristretta per quanto riguarda la disponibilità delle docce.

La troupe televisiva ed Ercan vengono quindi semplicemente rimandati all'ufficio Consulenza Migrazione, aperto al pubblico alle ore 13:00 per un'ora. Alla domanda della reporter sul perché Ercan non possa farsi la doccia si ha il seguente dialogo.

Uomo: "Infatti, farsi la doccia assolutamente no". Reporter: "Perché no? Allora chi può farsi la doccia?". Uomo: "Soltanto tedeschi, gli immigrati no".

Ci sarebbe un posto in cui anche agli immigrati è permesso farsi la doccia, ma soltanto tre volte la settimana.

Mentre fuori ci sono temperature gelide, Ercan incontra gli stessi problemi per il pernottamento. Accompagnato dai reporter, tenta di chiedere la possibilità di pernottamento presso gli alloggi di fortuna dell'ufficio dell'assistenza sociale per uomini. Anche qui è ospite indesiderato.

Uomo: "Bulgaro? Rumeno?". Ercan: "Bulgaro". Uomo: "Oh! No sleep here! Solo Dortmund, only Germany". Reporter: "Perché?". Uomo: "E' solo per tedeschi, solo per abitanti di Dortmund. Non per bulgari o rumeni. Purtroppo è così: non possiamo permetterlo". Reporter: "Per questo esiste una spiegazione?". Uomo: "E' così purtroppo. Queste sono le regole che ci arrivano dall'ufficio dell'assistenza sociale della città di Dortmund".

L'unica cosa che l'uomo propone ad Ercan è di tornare alle ore 23:30: "A quell'ora il collegio ed io decideremo se potremo lasciarlo dormire qui. A quel punto, però, rappresenterebbe un'eccezione per questo singolo caso, se proprio fuori dovesse fare troppo freddo. Okay? Di più non posso fare".

Ercan passa la notte in un internet café. La mattina seguente decide di ritornare nel suo paese di origine. I reporter gli hanno dato il denaro sufficiente.

Questo non è stato il primo servizio televisivo sulla condizione dei rom a Dortmund. Due anni fa un altro caso ricevette l'attenzione della stampa. Una giovane rom, che voleva provvedere al mantenimento della sua famiglia con il suo lavoro di prostituta,venne lanciata fuori falla finestra da un suo brutale cliente. Sopravvisse, ma restò invalida. Il corrispondente televisivo prese il suo caso come occasione per richiamare l'attenzione sulle orribili condizioni di vita dei rom. Mostrò anche la loro disperata situazione nei paesi di origine. Molti dei rom arrivati a Dortmund con gli autobus provengono dal quartiere Stolipinovo di Plovdiv. E' uno dei più grandi ghetti rom dei Balcani. Vi abitano 45.000 rom - che parlano soprattutto turco - in edifici prefabbricati senza corrente elettrica né acqua.

Le loro condizioni di vita sono notevolmente peggiorate dal crollo dei regimi stalinisti nell'Europa dell'Est, perché essi, per prima cosa, hanno perso il lavoro.

Per poter restare in Germania per più di tre mesi, un bulgaro o un rumeno deve poter presentare un contratto d'affitto, il permesso di soggiorno per cittadini comunitari e un'assicurazione sanitaria. La maggior parte di coloro che arrivano qua non hanno la più pallida idea di come ottenerli. Per i cittadini di questi paesi, la totale libertà di circolazione e la garanzia legale di poter trovare un lavoro varranno soltanto a partire dal 2014. Per ora possono trovare lavoro soltanto in proprio. Alcuni tentano di lavorare come commercianti di rottami metallici, ricavati da autovetture o vecchie pattumiere. Altri non trovano di meglio che chiedere l'elemosina o essere introdotti nella criminalità.

Addirittura alle mense la maggior parte di loro non può ricevere niente, in quanto va esibita una tessera con cui dimostrano di ricevere contributi sociali.

Molte donne hanno trovato di che vivere lavorando come prostitute. In passato più di 700 donne avevano denunciato la loro attività lavorativa come prostitute; nel Strassenstrich ("marciapiede", "quartiere a luci rosse" - in cui, in Germania, è consentito esercitare la prostituzione, ndr.) della Ravensbergersrasse, pensato originariamente per 50 donne, arrivavano a lavorare contemporaneamente fino a 120 prostitute. Con i soldi guadagnati erano in grado di assicurare un'esistenza dignitosa alle loro famiglie in Romania o Bulgaria.

Lo Strassenstrich è stato tuttavia chiuso nel 2011 e la prostituzione è stata vietata su tutto il territorio della città di Dortmund. Il provvedimento avrebbe dovuto scoraggiare un afflusso più ampio di immigrati dalla Bulgaria. Il prefetto di Dortmund, Ingo Moldenhauer, spiegava: "Deve arrivare fino in Bulgaria il segnale che qui non si può più guadagnarsi da vivere con la prostituzione".

Adesso la prostituzione viene esercitata illegalmente in case-bordello. Le assistenti sociali, che prima si occupavano delle prostitute aiutandole ad ottenere mezzi contraccettivi o organizzando corsi di lingua tedesca, ora non hanno più alcuna possibilità di aiutarle. Nel frattempo adesso si rincorrono voci che potrebbe essere di nuovo autorizzato lo Strassenstrich.

Le terribili condizioni abitative negli "Ekelhäuser" hanno fornito un pretesto per politici populisti e di destra per campagne sobillatrici contro immigrati sia sulla stampa locale che sul web, campagne che nella terminologia ricordano la propaganda nazionalsocialista.

Il telegiornale del 2 aprile 2011, in un servizio, così descriveva un gruppo di inquilini rom: "Rubano, irrompono nelle case, lasciano danni da riparare e confermano concretamente i pregiudizi esistenti su di loro." Hubert Scheuer, ex sindacalista, è dell'opinione che chi non si difende, soccombe.

Invece di chiedere ai proprietari delle case di assumersi le proprie responsabilità e di combattere contro lo strozzinaggio degli affitti esorbitanti, si preferisce insultare i rom che vivono in condizioni disumane.

Alcuni rom che abitavano nelle "case problematiche" sono stati nel frattempo sfrattati tramite le forze dell'ordine. L'impresa comunale della città di Dortmund, la DOGEWO, ha comprato 7 case e sta risanando 65 alloggi. Ne seguiranno altri. I rom senzatetto dell'Arbeiterstrich non saranno in grado di pagare i prezzi d'affitto di questi alloggi.

Dortmund non è un caso unico. In molte grandi città della Germania accade la stessa cosa. Nelle stesse condizioni vivono anche i rom a Duisburg, dall'altro lato del territorio della Ruhr: più di 6000 rom, provenienti dalla Bulgaria e dalla Romania, nelle stesse condizioni disumane.

I politici borghesi e i mezzi d'informazione rappresentano come responsabile essa stessa, per la propria grave situazione, questa parte più povera della popolazione che lavora e ne promuovono la deportazione. La campagna sobillatrice razzista contro i rom viene fomentata consapevolmente dalla borghesia allo scopo di dividere la classe operaia e di ostacolare la solidarietà di classe. I lavoratori europei non lo devono permettere. Solo una difesa anche delle parti più oppresse della classe operaia può impedire che questi attacchi non vengano poi estesi a tutti gli altri e diano spazio a forze di destra e fasciste.

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Di Fabrizio (del 20/02/2013 @ 09:08:18, in Regole, visitato 1110 volte)

Stranieriinitalia.it - Avv. Mascia Salvatore

Non è un opinione, è un crimine punito dalla legge. Ecco come riconoscerlo e combatterlo

11 febbraio 2013 - Il convincimento che la razza, il colore, la discendenza, la religione, l'origine nazionale o etnica siano fattori determinanti per nutrire avversione nei confronti di individui o gruppi, è un pregiudizio, una forma irrazionale di intolleranza, ma è anche e soprattutto un crimine punito dalla legge italiana.

La costituzione italiana condanna ogni forma di razzismo, e all'articolo 3 recita: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". E per cittadini si intendono anche quelli stranieri che si trovano nel nostro Paese.

Infatti, in base all'art. 2 del T.U. n. 286 del 1998, ai cittadini extraue "comunque presenti sul territorio", lo Stato deve garantire il rispetto dei diritti inviolabili dell'uomo, che rientrano nella categoria dei diritti civili.

L'uguaglianza tra le persone è alla base di ogni società democratica la quale deve, quindi, provvedere attraverso le proprie istituzioni a prevenire e tutelare l'intera collettività da atti o comportamenti discriminatori.

Espressione di questa esigenza sono le innumerevoli leggi a livello nazionale, comunitario e internazionale, che nel corso degli anni hanno gettato le basi per contrastare sempre più il razzismo (L. 654/1975; D. Lgs. 215/2003 e D. Lgs. 216/2003 attuativi di direttive comunitarie; D. Lgs. 198/2006).

Considerata la gravità di tale fenomeno, sono previste delle pene molto dure per i colpevoli.

Secondo la legge n.654 del 1975 chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, è punito con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro.Mentre chiunque commette o istiga a commettere atti di violenza o di provocazione alla violenza per gli stessi motivi, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Riconoscere le discriminazioni
Ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l'ascendenza, l'origine o la convinzione religiosa è considerato dalla legge italiana discriminatorio (art.43 del d.lgs. 286/98).

Possono essere considerati fattori di discriminazione anche i motivi linguistici o di provenienza geografica.

Si tratta di un comportamento illegittimo anche se non è intenzionale, perché comunque distrugge o compromette il riconoscimento, il godimento o l'esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Spesso è difficile valutare ciò che è considerata discriminazione e quindi razzismo. Per questa ragione la legge si è preoccupata di definire meglio questo concetto oltre che di fornire una tutela specifica per quelle discriminazioni che si verificano nei luoghi di lavoro e nei rapporti con le pubbliche amministrazioni o con esercenti commerciali.

Compie un atto di discriminazione:
1) il pubblico ufficiale che nell'esercizio delle sue funzioni compia o ometta atti nei riguardi di un cittadino straniero che, soltanto a causa della sua condizione di straniero o di appartenente ad un determinata razza, religione, etnia o nazionalità, lo discriminino ingiustamente;
2) chiunque imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire beni o servizi offerti al pubblico ad uno straniero soltanto a causa della sua condizione di straniero o di appartenenza ad un determinata razza, religione, etnia o nazionalità (prezzi differenziati al bar);
3) chiunque illegittimamente imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire l'accesso al lavoro, all'abitazione, all'istruzione, alla formazione e ai servizi sociali e socio assistenziali allo straniero regolarmente soggiornante in Italia , soltanto in ragione della sua condizione di straniero o di appartenente ad un determinata razza, religione, etnia o nazionalità (locazione di immobili);
4) il datore di lavoro o i suoi preposti i quali compiano qualsiasi atto o comportamento che produca un effetto pregiudizievole discriminando, anche indirettamente, i lavoratori in ragione della loro appartenenza ad una razza, ad un gruppo etnico o linguistico, ad una confessione religiosa, ad una cittadinanza.

Cosa fare quando si subisce una discriminazione

Azione Civile

Chi è stato vittima di un atto discriminatorio da parte di un privato o di un ufficio pubblico può ricorrere all'autorità giudiziaria ordinaria per domandare la cessazione del comportamento pregiudizievole e la rimozione degli effetti della discriminazione.

A tal fine la vittima della discriminazione può presentare, personalmente o avvalendosi di un Avvocato o di un associazione, un ricorso presso la cancelleria del Tribunale Civile della città in cui dimora A supporto delle prove fondamento del ricorso possono essere forniti anche elementi desunti da dati di carattere statistico, dai quali si può presumere l'esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori (es. assunzioni, regimi contributivi, assegnazione delle mansioni e qualifiche, trasferimenti, licenziamenti, ecc. dell'azienda interessata).Spetta poi al convenuto (colui che ha commesso l'atto discriminatorio) provare l'insussistenza della discriminazione. Il giudice, una volta accertato che c'è stato un atto discriminatorio, accoglie il ricorso ordinando che si ponga fine al comportamento discriminatorio e che ne vengano rimossi gli effetti. Potrà inoltre condannare il colpevole a risarcire i danni eventualmente subiti, anche non patrimoniali Il giudice può, inoltre, ordinare la pubblicazione del provvedimento, per una sola volta e a spese del convenuto, su un quotidiano di tiratura nazionale. In caso di condanne a carico di datori di lavoro che abbiano avuto dei benefici monetari sia statali che regionali, o che abbiano contratti di appalto per l'esecuzione di opere pubbliche, servizi o forniture, il giudice comunica i provvedimenti alle amministrazioni che hanno disposto la concessione del beneficio o l'appalto. Il beneficio può, quindi, essere revocato e, nei casi più gravi di discriminazione, può essere disposta l'esclusione del responsabile per due anni da qualsiasi ulteriore concessione di agevolazioni (finanziarie o creditizie) o da qualsiasi appalto.

Se l'ordinanza del giudice non viene appellata entro 30 giorni, diviene definitiva a tutti gli effetti.

Azione Penale
Insieme al diritto di chiedere la cessazione del comportamento, è prevista la possibilità di presentare una denuncia/querela al Tribunale Penale del luogo in cui si è verificato l'evento oggetto del reato con cui chiedere l'arresto di chi commette una discriminazione.
Anche in questo caso il giudice, dopo aver accertato la responsabilità di chi ha commesso il reato, può disporre il risarcimento dei danni materiali e morali a favore della vittima del reato che si sia costituito parte civile nel processo.

Inoltre il giudice può disporre, ulteriormente alla pena, sanzioni accessorie che prevedono obblighi particolari per il colpevole.

Questi potrà essere obbligato a prestare attività non retribuita a favore della collettività per finalità di pubblica utilità; potrà prevedersi la sospensione della patente di guida, del passaporto e di documenti validi per l'espatrio per un periodo non superiore ad un anno; potrà disporsi il divieto di partecipare ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative.

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Di Fabrizio (del 20/02/2013 @ 09:04:12, in Italia, visitato 958 volte)

Corriere Immigrazione - di Sergio Bontempelli

Allarmi strategici, politiche securitarie ed esclusione dei migranti: una ricerca sul caso di Pisa, ex città rossa molto tentata ormai dal rosa cipria.

Corriere Immigrazione si è già occupato del "caso pisano". Piccola città dell'Italia centrale, roccaforte dell'elettorato "rosso" e con una robusta tradizione di sinistra, a suo tempo "patria" del Sessantotto e dei movimenti studenteschi, negli ultimi anni Pisa è divenuta l'epicentro delle "politiche di sicurezza": Marco Filippeschi, Sindaco Pd eletto nel 2008, ha dichiarato guerra a rom e venditori ambulanti senegalesi, facendo delle "politiche securitarie" la cifra del suo agire amministrativo.

In un bel libro uscito da pochi giorni (Xenofobia, sicurezza, resistenze. L'ordine pubblico in una città "rossa", edizioni Mimesis), il giovane ricercatore Tindaro Bellinvia ha fatto di Pisa un vero e proprio "case study": ricostruendo non solo gli eventi - ordinanze, campagne di stampa, sgomberi e "retate" di polizia - ma anche il loro significato più ampio.

La volpe e il porcospino: due modelli di città
"Ci sono società urbane più simili alla volpe e altre che assomigliano al porcospino: le prime favoriscono la varietà, la coltivano e la incrementano; le seconde investono in una sola direzione, verso cui orientano il loro sviluppo". Così l'antropologo Ulf Hannerz, citando un verso dell'antico poeta greco Archiloco, identifica due modelli possibili di governo del territorio.
Secondo Bellinvia, le politiche locali a Pisa hanno guardato al modello del "porcospino": hanno costruito cioè "un'economia tutta incentrata sull'accoglienza dei turisti e delle élite in cerca di luoghi raffinati e rassicuranti". Dismessa ogni vocazione industriale (Pisa è stata per decenni una "città operaia" sede di importanti fabbriche), le politiche urbane si sono rivolte al turismo, e ai connessi investimenti immobiliari: alberghi, ville, residenze di lusso, persino un porto per gli yacht sul litorale tirrenico...

Il "marchio" della città e la sicurezza-spettacolo
In questo modello di governo locale, diventa decisivo il "marchio" della città. O, per usare le parole di Bellinvia, il suo "rating". Si deve cioè diffondere la fama di una sede tranquilla, immune da conflitti: un luogo ideale dove un'azienda possa effettuare un investimento, una famiglia benestante trasferire la propria residenza. L'"immagine" della città diventa un tassello decisivo per il suo sviluppo.
In una logica di "marketing", bisogna quindi promuovere il "decoro", la "rispettabilità". Le classi pericolose - i poveri, i migranti, i "marginali" - devono essere nascoste, come si nasconde la polvere sotto il tappeto: allontanate dal centro, ammassate nei piccoli comuni del circondario, a loro volta trasformati in "luoghi dell'eccedente umano".
Soprattutto, si dovranno mettere al bando le attività che compromettono l'"immagine pubblica" di Pisa: l'elemosina, la vendita ambulante, i senza fissa dimora che dormono alla Stazione, i rom che si "accampano" in periferia, i poveri che fanno la fila alle mense della Caritas. E si dovranno compiere gesta spettacolari: esibite al mondo, come si esibisce il "marchio" di un prodotto da vendere.
Di qui la logica delle "ordinanze", finalizzate non al governo di fenomeni sociali ma, appunto, all'esibizione spettacolare. Le "gesta" dell'amministrazione comunale hanno un carattere provocatorio, a tratti persino ridicolo (perché anche il ridicolo serve a far parlare di sé...). Per allontanare i venditori ambulanti si emette l'ordinanza "antiborsoni", con severissime sanzioni per chi si aggiri nel centro storico munito di grosse borse (!); per cacciare i senza dimora si multa la suora che porta da mangiare ai poveri della Stazione; per sbarazzarsi dei rom si fanno sgomberi in stile militare; e per le prostitute si punisce l'abbigliamento femminile che "offenda la pubblica decenza e il decoro".

"Volpi" pisane: c'è chi dice no
In questo modo Pisa - ma lo stesso fenomeno ha riguardato molte altre città - ha perso una caratteristica fondamentale dell'"Italia di mezzo", cioè dei territori "rossi" della Toscana e dell'Emilia: quella di "di far convivere diverse tipologie di attività economiche e culturali". Per usare le parole di Hannerz, Pisa diventa "porcospino" e dismette la sua storica identità di "volpe".
Ma le "volpi" continuano a esistere. Le politiche del Sindaco Filippeschi, infatti, sono state fortemente contestate da un ventaglio molto ampio di "cittadini attivi": studenti, professionisti ed esperti di urbanistica, docenti universitari e intellettuali, organizzazioni di volontariato e comunità migranti.
Il vero e proprio cuore pulsante di questa "resistenza" è stato, secondo l'autore del volume, il Progetto Rebeldia: un network di trenta associazioni, che fino al 2010 ha avuto sede nel quartiere della Stazione (molto frequentato dai migranti e per questo "epicentro" degli interventi repressivi del Comune).
Le associazioni di Rebeldia hanno organizzato non solo un'opposizione radicale alle politiche securitarie - avviando tra l'altro azioni legali contro le ordinanze di Filippeschi - ma anche forme di socialità e di cultura alternative: nel quartiere della Stazione, Rebeldia ha rappresentato un luogo di incontro tra migranti e "nativi", concretizzatosi in momenti conviviali, feste, cene popolari e competizioni sportive.

Una "guerra di simboli"
Rebeldia ha dunque mantenuto in vita l'idea di una città "volpe". Ma ha soprattutto avviato quella che Anna Maria Rivera chiamerebbe una "guerra dei simboli": ed è qui che l'analisi di Bellinvia si rivela particolarmente originale e feconda. Per l'autore del volume, la "sicurezza" è un insieme di discorsi e di significati socialmente costruiti. Solo per fare un esempio, non è affatto naturale che un senza fissa dimora sia percepito come un problema di "sicurezza", come una minaccia all'incolumità dei "cittadini": perché questo avvenga, occorre che si diffonda un senso comune che associa la povertà alla pericolosità. E proprio associazioni mentali di questo genere sono diffuse da giornali e televisioni, così come da Sindaci e politici.
In altre parole, la "sicurezza" è un "codice simbolico": non un dato di fatto ma una percezione, alimentata dalla comunicazione pubblica e dai mass-media. Per contrastarla, dice Bellinvia, occorre "dotarsi di un codice simbolico alternativo". E proprio questo hanno fatto le "volpi" che si sono opposte alle politiche del Sindaco.
Per il momento, la guerra è stata vinta dai "porcospini", cioè dall'amministrazione comunale. Ma Bellinvia dubita che si tratti di una vittoria definitiva: "non crediamo", scrive, che "perseguitare sbandati e persone sospette diminuirà l'insicurezza. Pensiamo piuttosto che questa ossessione per il controllo porterà nuove paure e nuovi timori". La volpe, qui, sembra destinata ad essere come la talpa di cui parlava Marx: avanza silenziosamente, sembra sparita... e poi salta fuori quando meno te l'aspetti!

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Di Fabrizio (del 19/02/2013 @ 09:07:44, in media, visitato 916 volte)

La rabbia civile di Danis Tanovic' di Nicola Falcinella | Berlino 15 febbraio 2013 - Osservatorio Balcani & Caucaso

Un'immagine tratta dall'ultimo film di Danis Tanovic'

Si chiude domani la 63esima Berlinale. E tra i premiati potrebbe esserci il bosniaco Danis Tanovic', con una storia che racconta il dramma di una famiglia rom bosniaca. Lo abbiamo incontrato a Berlino

Tanovic' perché ha scelto di fare un film su questa storia?
Ero arrabbiato. E la rabbia mi ha fatto tornare a quando facevo i documentari durante la guerra. Come può succedere che in un Paese dove durante la guerra si rischiava la vita per salvare degli estranei, una donna rischi di morire e nessuno la aiuta? Sono padre e marito e mi chiedo come possa succedere. Che siano rom è casuale. Ci sono tante famiglie così in Bosnia. Là tanti sono discriminati. Io non lo sono e sono fortunato. Ma in Bosnia non si può fare niente, non ci sono strategie, non si pensa al futuro, non c'è un sistema sanitario.

Come ha girato?
Ho avuto la folle idea di far recitare loro due. Avevo 10.000 euro e mi sono detto: con un budget così piccolo, se funziona bene, se no pazienza. Ero totalmente libero, non avevo produzione o limiti. Ho chiamato il mio direttore della fotografia Erol Zubcevic', il suo assistente e pochi altri. Filmavo la loro vita, li seguivo mentre mangiavano, gli dicevo di fare quel che dovevano senza fare caso a me. Non c'è stata quasi messa in scena, quando dovevano ricostruire l'episodio accaduto lo giravamo una o due volte, perché alla terza avrebbero iniziato a recitare. Per il resto non c'erano luci, non c'era trucco, non c'era catering: sul set solo con il direttore della fotografia e il fonico. Il resto della piccola troupe stava in una stanza di fianco al freddo o fuori.
Purtroppo anche nel fare un film sono sempre i soldi a fare la differenza. Non volevo aspettare due anni per mettere insieme una produzione, volevo girare subito, così ho scelto questa soluzione. Ho fatto un film da boy-scout, il primo sorpreso di essere in concorso a Berlino sono io. Zubcevic' [direttore della fotografia di "Snijeg" e "Buon ano Sarajevo" e a Berlino anche con "A Stranger" di Bobo Jelchic'] quando ha saputo che era presidente di giuria Wong Kar-Wai si è arrabbiato perché lo ama e non voleva fargli vedere questo film.

I protagonisti del film sono tutti quelli reali?
Tutti tranne i dottori, per ovvi motivi, che ho preso tra i miei amici. Non ci sono effetti, non c'è nulla, è tutto reale. Nazif aveva davvero fatto a pezzi la sua auto per vendere i rottami così abbiamo dovuto comprare un'auto molto simile per smontarla. Sono rimasto sbalordito quando l'ho visto. Non avevo mai assisto alla scena di uno che taglia la sua auto con l'accetta.

Com'è lo stato d'animo dei bosniaci ora secondo lei? C'è ancora l'energia del dopoguerra?
Il mood è sul depressivo, ma anche altrove non è che ci sia allegria. Però c'è ancora una grande vitalità nella gente. Nazif mi piace perché combatte: i protagonisti non sono per niente patetici perché lottano, ed è il motivo che me li fa amare. Penso di essere una persona aperta, sono di sinistra, ma il mio contatto con i rom era limitato agli incontri per strada quando mi lavavano il vetro dell'auto o mi chiedevano soldi. Sono grato a questa famiglia per avermi fatto entrare nel loro mondo: sono persone orgogliose, buone. Da noi le persone sopravvivono perché si aiutano, ci sono ancora le relazioni familiari e di vicinato. Un po' come accadeva in Italia prima che diventaste ricchi. Ma ora state tornando indietro.

Aveva qualche modello di altri film mentre girava?
I miei film preferiti sono italiani, quelli vecchi, i classici. In questo caso ho pensato a "Ladri di biciclette". Piango ogni volta che lo rivedo.

Il film uscirà in sala?
Č difficile distribuirlo, ne sono consapevole. Il pubblico chiede intrattenimento, non vuole andare al cinema per vedere la vita reale, purtroppo.

Quanto aiuta vincere l'Oscar?
Aiuta molto se sei a Hollywood. A me al massimo danno un posto migliore in aereo. Sono uno straniero, sono un regista bosniaco, uno si aspetta che sia milionario e faccia film che costano milioni. Invece ogni volta è difficile e bisogna ricominciare.

Su cosa sarà il prossimo film?
Non dico nulla, se non che sarà diverso. Già venerdì (oggi, ndr) inizio a girare qui a Berlino per qualche giorno. Č una città molto affascinante, per me è come New York, è bella, ha un'atmosfera impressionante, soprattutto la notte. Č l'unico posto in cui mi sento a casa già prima di essere sceso dall'aereo.

E il suo impegno politico? Continuerà con il suo partito?
Mi sono dimesso dal Parlamento un mese fa perché dovevo fare il film. La politica prende tempo, è un impegno grosso, richiede energie e io sono un filmmaker. Ma la Bosnia è piccola, si è tutti vicini, per me la politica è essere cittadino, far parte della comunità. E i miei amici e compagni di partito continuano a lavorare per cambiare il paese, per estendere i diritti, anche ai rom. Oggi se non sei musulmano o serbo o croato non hai rappresentanza e dobbiamo cambiare.

Si sente ottimista o pessimista sulla Bosnia?
Sono profondamente ottimista e profondamente pessimista. Ho una relazione di amore e odio con il mio paese, ci sono tornato a vivere da cinque anni, ho i miei genitori, i miei amici. Anche i caffè sono importanti, a volte parliamo, altre volte stiamo in silenzio e ciascuno legge il giornale per conto suo. Sono un modo per stare insieme. Mia moglie è francese e si sorprende, ma noi stiamo zitti senza che sia un problema puoi rimanere in silenzio solo con la gente con cui stai bene.

    Il festival e Tanovic

    Danis Tanovic'
    Una storia realmente accaduta, interpretata dagli stessi protagonisti della vicenda reale. Č la soluzione adottata dal bosniaco Danis Tanovic' per raccontare il dramma vissuto da una famiglia rom bosniaca. "Epizoda u dzivotu beracha dzeljeza - An Episode in the Life of an Iron Picker" è il quinto lungometraggio del regista di "No Man's Land" e "Cirkus Columbia" ed è in concorso alle 63 Berlinale che si conclude domani sera. Al fianco di quello Tanovic' vi è un altro film dei Balcani, il romeno "Poziţia Copilului - Child's Pose" di Cialin Peter Netzer. Entrambe pellicole che hanno chance di premio, il romeno soprattutto per l'interpretazione di Luminita Gheorghiu madre assillante di un trentenne che ha causato un incidente stradale.
    Tanovic' racconta invece di Senada e Nazif, che vivono con due figli piccoli nel remoto villaggio di Polijce. Č inverno, fa freddo, c'è un po' di neve. In casa i bambini guardano la televisione ma non c'è legna per la stufa. Il padre, che lavora raccogliendo rottami di ferro con un parente, va nel bosco, taglia un albero, lo fa a pezzi e ne porta alcuni per riscaldare la piccola abitazione. Una scena semplice che dichiara tutto: la famiglia vive di pochissimo, non ha nulla da parte, non può programmare, la coppia deve continuamente risolvere i problemi quotidiani man mano che si presentano. Senada da parte sua prepara da mangiare, accudisce i bambini, lava a mano i vestiti. Mentre stende il bucato, la donna si sente male, cade, si rialza, è sola, raggiunge il divano e si mette a riposo. A quel punto lo spettatore scopre che Senada è incinta per la terza volta. I dolori non passano, il marito rientra, si interessa a lei, che resiste stoicamente. Solo quando è troppo tardi salgono tutti sull'auto scassata per raggiungere Tuzla.
    Dall'ambulatorio la mandano all'ospedale, il bambino è perso, ma è necessario un intervento chirurgico. Per chi non è coperto da assicurazione sanitaria l'operazione costa 980 marchi (490 euro) e va pagata in anticipo. I medici sono impermeabili alle richieste e alle preghiere dell'uomo, preoccupato per la moglie. Ai due non resta che tornare mestamente a casa tra mille sofferenze di lei. Nazif si mette a raccogliere ferro più che può, ma recupera pochi marchi. Fanno un secondo tentativo in città ma va a vuoto, neppure l'intervento dell'associazione che aiuta i rom può nulla. Non resta che chiedere a una parente che ha la polizza e tentare all'ospedale di Doboj.
    Č un film molto bello, molto intenso, che fa sentire allo spettatore, fisicamente, la dedizione e l'affetto di lui, vero protagonista, e la sofferenza di lei. Un film minimale e aderente ai personaggi, uno stile che sembra documentaristico ma non lo è, Tanovic' si discosta molto dai precedenti per cercare l'essenziale, il nocciolo del rapporto tra i due, fatto di piccoli gesti, intese tacite, una relazione rafforzata dalla condivisione delle sofferenze. E in più le discriminazioni e soprattutto l'esclusione sociale: i soldi salvano la vita.
    Un film che ha qualcosa del Vittorio De Sica di "Ladri di biciclette" e "Umberto D", che ricorda "La morte del signor Lazarescu" di Cristi Puiu per l'odissea sanitaria, il cinema del pedinamento dei fratelli Dardenne e la testardaggine dei ragazzini dei film iraniani anni '90 di Abbas Kiarostami o Jafar Panahi. Nazif chiede aiuto ma non pietà, ha una grande dignità, una caparbietà senza pari. E il regista lo mostra tal quale, nella sua vita reale, senza orpelli e senza ricatti morali. Non c'è commiserazione ma c'è compassione, nel senso che l'ora e 20 scarsa di film è di sofferenze insieme ai protagonisti. E il finale è un ricominciare nella sopravvivenza.
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Di Fabrizio (del 18/02/2013 @ 09:10:14, in media, visitato 1608 volte)

Lunedì 25 febbraio, ore 18.00
Biblioteca Crescenzago via don Orione 19 - 20132 Milano
Introduce e modera: Paolo Melissi (associazione Pluriversi)

Fabrizio Casavola (autore di Vicini Distanti) con alcuni abitanti del campo rom comunale di via Idro, tutti nei panni degli imputati, risponderanno alle vostre domande su perché gli zingari siano colpevoli di ogni malefatta. Se avanza tempo, si racconterà anche come si vive e cosa si fa in un campo rom, e sul rapporto che si è creato col mondo intorno.

    Vicini Distanti (edizioni Ligera - 2012) è la cronaca di 20 anni di vita di una comunità rom da sempre presente a Milano. Attraverso interventi di mediatrici culturali, insegnati, giornalisti, dei Rom stessi, scorrono i vari aspetti della loro vita: infanzia, scuola, lavoro... con gli innumerevoli tentativi, alcuni riusciti e altri meno, di instaurare un dialogo e un modo di convivere con la città attorno.
    Dello stesso autore:
  • Luoghi comuni, guida turistica semiseria ai segreti, le bellezze, i monumenti del campo rom comunale di via Idro.
  • Cocci: viaggio nell'Italia del 2012

PluriVersi è una associazione di promozione sociale che dedica le sue attività al benessere psicofisico delle persone, e alla qualità dell'abitare e del fruire di un luogo. Si occupa di promozione della culture e di valorizzazione del patrimonio, ma anche di servizi per il benessere della persona, organizzando servizi di supporto. L'associazione opera utilizzando un approccio pluridisciplinare e pluriculturale.

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Di Fabrizio (del 18/02/2013 @ 09:09:35, in casa, visitato 977 volte)

La frode immobiliare dietro lo scandalo degli alloggi di accoglienza - Ustì nad Labem, 8.2.2013 9:58, (ROMEA)
This article was also published by news server Denìkreferendum.cz. - Sasha Uhlova', translated by Gwendolyn Albert

Edificio nel quartiere di Predlice a Ustì nad Labem. Difficile da credere se non lo si vede di persona. Le fotografie nell'articolo sono di Sasha Uhlovà del news server Denìk referendum.

La stanza era illuminata dal fuoco attraverso un buco nel camino. In tutto l'edificio non c'era acqua corrente, era stata staccata la corrente elettrica e qualcuno aveva rimosso le impalcature d'acciaio, finite probabilmente in qualche discarica. La donna sconsolata nel letto non sapeva se l'edificio sarebbe potuto crollare, seppellendo lei e sua nipote tra le macerie.

Si era trasferita dal primo piano in un appartamento al pian terreno, perché i piedi le facevano troppo male nel salire le scale. Nel momento che me ne sono andata, hanno iniziato il saccheggio. Ogni notte c'è qualcuno. Non so chi sia, o cosa facciano di preciso, ho paura a a lasciare il mio appartamento," diceva Gizela su quelle condizioni. Il proprietario dell'edificio non si faceva vivo. Non c'era nessuno a cui pagare l'affitto, a cui chiedere le riparazione, o di proteggere la proprietà dai furti di metalli.

Nella stanza al buio ci raccontava della sua gioventù, quando lavorava in fabbrica, prima a fare le pulizie e poi promossa come operatrice alle macchine: "C'erano abbastanza soldi per mangiare, qualcuna ci cuciva i vestiti, non c'erano privazioni." Dopo il 1989 perse il lavoro: "E' così che sono finita qui. Campo con 3.400 corone [135 euro] al mese di assistenza. Non riesco a trovare lavoro. Sono vecchia. Anche i giovani non trovano lavoro. Vivo come una vagabonda. Ho 56 anni e non sono mai caduta così in basso in tutta la mia vita."

Proprio in fondo alla strada c'è la palestra dove la famiglia Chervenhàk dorme su delle brandine. Era di sabato, il 10 novembre 2012, vivevano lì da una settimana. Su una panchina c'era una piastra ed accanto un po' di polenta gialla poco invitante. In sala i bambini giocavano - gli attivisti erano arrivati da Praga per organizzare un giorno di divertimento. Gli adulti erano esausti e impauriti di ciò che poteva succedere. I bambini correvano, dipinti, felici che qualcuno fosse venuto a giocare con loro.


Gizela Karichkovà era rimasta nella sua stanza. Rifiutava di andare nella palestra, nonostante il rischio che l'edificio potesse crollare. Continuava a sperare di trovare un alloggio migliore e, alla fine forse ce l'ha fatta, perché aveva un alto punteggio nella lista di attesa. Con l'aiuto degli assistenti sociali, si è trasferita a metà dicembre in un nuovo appartamento. Era grata ai giornalisti di aver portato attenzione sul suo caso: "Prima di allora, l'ufficio assistenza non aveva mostrato alcun interesse, ma una volta che sono finita in televisione, improvvisamente vollero aiutarmi."

E' cominciato molto tempo fa
Lo scorso settembre, in un edificio di via Hrbotickèho a Ustì nad Labem, era crollato un soffitto seppellendo una giovane donna. Era madre di due bambini e la nipote della signora Karichkovà. Non era il primo edificio a colllassare nel quartiere Nové Predlice, ma per la prima volta qualcuno aveva perso la vita in un incidente simile. Forse a causa di ciò, l'Autorità sui Lavori Edili aveva accelerato le ispezioni in altri edifici della zona.

Venne trovato pericoloso un edificio in via Beneshe Lounského, i cui soffitti erano divorati dai tarli. Il proprietario non aveva agito e gli inquilini avevano iniziato a ripararli per conto loro, ma i loro sforzi non erano stati sufficienti. Per questo la famiglia Chervenhàk si era dovuta trasferire nella palestra.

Casa loro si trovav in un quartiere devastato, risultato delle privatizzazioni selvagge iniziate alla fine degli anni '90. Gli edifici, su cui per anni nessuno ha investito, poco a poco hanno seguito lo stesso destino. Ma per comprendere la situazione attuale, dobbiamo andare ancora indietro nel tempo.

La vicenda ha radici negli anni '80, quando la maggior parte degli originari abitanti del quartiere si trasferirono in seguito all'assegnazione di nuovi edifici residenziali. Fu allora che i primi occupanti romanì, oggi vengono chiamati "i veterani", iniziarono a spostarsi negli appartamenti lasciati vuoti.

Un'altra ondata di romanì vi si insediò subito dopo il 1989. Un paio di famiglie era della Slovacchia, ma la maggior parte erano famiglie cacciate da parte più lucrose della città. Sono quelli indicati oggi come "i nuovi arrivati". I due gruppi si vedevano di mal'occhio, prima che un terzo gruppo li riunificasse.

Il terzo gruppo era composto da famiglie romanì benestanti, originarie della Moldavia, che avevano acquistate alcuni di questi edifici durante le privatizzazioni tra il 1998 e il 2002, obbligando gli inquilini a firmare contratti vessatori. Altri edifici vennero acquistati tempo dopo dalla Spobyt.

Spobyt era la cooperativa edificatrice dell'impresa Spolchemie. Dopo che vendette alcuni degli edifici, si fuse la Investimenti Immobiliare Ceca (CPI). Nel 2010 smise di esistere e la CPI rilevò tutto il suo patrimonio immobiliare. Oggi CPI detiene più di 2.000 appartamenti nella sola Ustì nad Labem.

Jan Cherny' di People in Need (Chlovek v tìsni), che all'epoca dirigeva la sezione di Ustì, ricorda la vendita: "Una società di Praga acquistò in blocco parte del quartiere. Un'intera sezione. Era un tizio piccolino, con stivali rossi e sei telefonini. Poi rivendette gli appartamenti dall'altra parte della strada. La gente gli dava il denaro e firmavano il contratto appoggiati al cofano della sua macchina. Alcuni appartamenti vennero acquistati da gente del posto, altri da un gruppo organizzato di Dvur Kràlové. Si son fatti prestare soldi usando dei prestanome utilizzando questi edifici e facendoli valutare in modo fraudolento e fasullo. Ora la situazione è tale che tecnicamente non si può più fare nulla a riguardo. Queste rovine sono in mano alle banche ed i proprietari o sono sotto processo, oppure già in prigione."

Durante gli ultimi 15 anni, molti degli edifici più volte sono passati di mano in mano. Alcun i di questi sono stati oggetto di frodi creditizie, in maniera simile: L'edificio viene "venduto" per finta - senza alcuno scambio monetario - ad un "proprietario", di solito un tossicodipendente o un senza dimora, per un importo più volte superiore il suo valore reale. Il nuovo "proprietario" - che di solito  non capisce in cosa è stato coinvolto - prende in prestito una somma giustificata dal falso prezzo dell'immobile. Dopo aver girato l'importo del prestito agli organizzatori della frode, sparisce senza restituire la somma del prestito. La banca potrebbe rivalersi pignorando l'immobile, che tuttavia ha un valore parecchio inferiore alla somma erogata.

Spiega Jan Cherny': "Abbiamo avuto una cliente ad Ostrava. Era una tossicodipendente appena uscita dalla riabilitazione. L'abbiamo trovata dalle parti di Olomouc. Ripulita, con un nuovo taglio di capelli, le avevano dato un nuovo documento d'identità e "venduto" un edificio a Predlice. Poi l'avevano portata a Nàchod, dove aveva ottenuto un prestito di 2,5 milioni di corone [99.000 euro], usando l'edificio come garanzia e consegnando la somma ai truffatori. La ragazza si rivolse a noi chiedendo cosa poteva fare a questo punto, perché aveva timore che la potessero uccidere. Se l'avessero accoltellata e poi buttata nel fiume Morava, nessuno avrebbe fatto caso alla sua scomparsa."

Talvolta durante queste vendite i proprietari si sbarazzano dei loro inquilini, perché gli edifici si svuotino per un dato periodo. Alcuni rimuovono persino porte e finestre prima di rivenderli, lasciandoli completamente accessibili. Ciò fornisce un'opportunità a chi tratta metalli usati, per prendersi parte degli infissi.

Le strade su cui si affacciano questi edifici privatizzati, sembrano una zona di guerra dopo un bombardamento. Palazzi appena ricostruiti stanno fianco a fianco con altri in rovina o che sono diventati mucchi di rottame. Gli abitanti della zona dicono che lo stato degli edifici cambia rapidamente. Dove si ergeva una villa di lusso, ora resistono un paio di pareti semi smantellate.

Un rudere può essere momentaneamente ristrutturato - almeno esternamente, per renderlo simile ad un posto abitabile. Durante i tre mesi in cui è stato scritto il rapporto, molti edifici del circondario si sono trasformati. Alcuni sono deteriorati ulteriormente, quelli ben conservati lo erano ancora, ma si poteva notare che su qualcuno di questi erano state investite piccole somme per riparazioni sommarie o dar loro una mano di intonaco colorato.



Nessuna soluzione se non demolire
Veronika Kamenickà, consulente locale dell'Agenzia Governativa per l'Inclusione Sociale, attiva nel quartiere dalla fine del 2012, non vede molti spiragli di speranza. Secondo il suo parere, la città non possiede quasi più edifici, perché negli anni '90 privatizzò tutto il possibile: "Qui non esiste il concetto di housing sociale. Presto altre 40 famiglie potrebbero finire per strada, e le conseguenze sarebbero una crisi di nervi per qualche operatore di ostelli residenziali. La città non ne possiede neanche uno sotto gestione propria."

Kamenickà spiegava che dato che i proprietari non si curano dei loro edifici, il comune murava per ragioni di sicurezza gli ingressi al pian terreno, cercando di recuperare i costi dai proprietari stessi. "Non solo non si prendono cura di niente," diceva, "ma non vengono mai assicurati alla giustizia."

"L'intera via di Na Nivàch ospita 20 edifici vuoti, tutti dello stesso proprietario, che quando li acquistò promise di fare qualcosa per risistemarli. Poi è emigrato in Svizzera, da cui è scomparso questo febbraio. Se la città dovesse demolirli, costerebbe circa 20 milioni di corone [792.000 euro]. Così si preferisce appendere fuori un cartello che vieta l'ingresso," dice Kamenickà.

Alla domanda su cosa si dovrebbe fare del ghetto, da una risposta laconica: "Lo demolirei. Non c'è altra soluzione."

Mi ucciderei se me li portassero via
Dopo essere stata 10 giorni nella palestra, la famiglia Chervenhàk si traserì in un ostello nel quartiere Kràsné Brezno. Non volevano spostarsi nel primo posto che capitava, perché avevano paura di rimanere bloccati lì. I lughi corridoi scuri erano vuoti, eccetto che per gli scarafaggi.

Dice Iveta: "L'assistente sociale minacciò di sottrarci i bambini se non fossimo andati lì. I miei figli sono la cosa più cara che ho. Mi ucciderei se me li togliessero."

Un altro fatto spiacevole fu che i burocrati municipali li informarono immediatamente dopo il trasferimento, del cambiamento del loro indirizzo di residenza. Le stesse autorità che avevano minacciato di portar via loro i figli, premevano perché sulle loro carte di identità venisse subito registrato che ora risiedevano ed erano a carico del municipio di Ustì nad Labem. "Altrimenti avremmo perso i benefici sociali," spiega Iveta, ovviamente esausta e prossima a perdere la speranza.

Miroslav Brozh dell'associazione Konexe è stato spesso a fianco delle famiglie dopo il loro trasferimento forzato nell'ostello, facendo del suo meglio per svolgere lì il proprio lavoro comunitario. E' un'attività volontaria, che per il momento non sembra essere altrimenti strutturata. Passa il suo tempo con la gente dell'ostello, ascoltandoli e facendo del suo meglio per consigliarli.

E' fortemente critico verso People in Need, che accusa di inazione e di essere collegata con le alte cariche cittadine. Zuzana Kailovà, attuale vice sindaco di Ustì nad Labem, è una ex dipendente di People in Need.

Raccomanda: "Fate due passi attraverso Predlice, dove hanno lavorato per 10 anni, e parlate con i Rom di lì. La loro immagine brillante e PR cadrà in 10' come un castello di carte."

All'inizio di tutto questo scandalo, Brosh fece del suo meglio per attivare gli altri residenti di Nové Predlice. Voleva fare pressione verso il municipio sui problemi del quartiere. Sottolineava che erano diversi i palazzi che avrebbero potuto collassare da un momento all'altro. Fece del suo meglio perché il problema non fosse ridotto al solo edificio di via Beneshe Lounského.

Si chiede Brozh: "Questo è un problema strutturale. Le OnG sono obbligate ad essere fedeli ai gruppi che hanno influenza sulle concessioni delle sovvenzioni; sono dipendenti dall'appoggio politico. Ciò contraddice la loro lealtà a questi clienti impoveriti, i cui diritti spesso vengono calpestati proprio dai medesimi gruppi. Chi si assumerà la responsabilità della catastrofe di Predlice?"

Brozh ritiene che la situazione delle comunità romanì impoverite si stia deteriorando giorno dopo giorno e, quel che è peggio, che il deterioramento stia accelerando. Presumibilmente, a prescindere dall'applicazione delle politiche di integrazione sociale o dagli sforzi delle associazioni civiche.

Nell'ufficio della sezione di Ustì di People in Need siedono due impiegati, Vìt Kuchera and Jakub Michal, che mostrano abbastanza rassegnazione. Descrivono la catastrofica situazione e spiegano che l'attuale maggioranza è meglio di quella precedente. Difendono il classico approccio al lavoro sociale, criticato da Brozh, in cui i soggetti, come modello di funzionamento, vengono trattati su base individuale.

Inoltre considerano controproducente l'attività di Brosh. Pensano che "sollevi inutilmente speranze esagerate" tra la gente. Considerano un successo che si possa mantenere lo status quo. Spiegano: "Stiamo facendo del nostro meglio per mantenere la riconciliazione sociale."

Non parlate coi giornalisti
Il comune di Ustì nad Labem è tristemente noto perché i suoi consiglieri ed impiegati con comunicano coi media. Secondo i giornalisti del luogo, dipende da tendenze municipali poco trasparenti, ma il metodo del silenzio è stato applicato anche in questo caso, che il municipio vede solo come un piccolo scandalo. Mentre la consigliera Zuzana Kailovà (Partito Socialdemocratico Ceco - CSSD) mi rispondeva al telefono, subito mi indirizzava verso l'addetta cittadina alla stampa, appena le chiedevo dell'edificio in via Beneshe Lounského, riattaccando il telefono.

Il sindaco era indisponibile e anche gli altri dipendenti municipali rifiutavano di parlare, mentre altri condizionavano il loro consenso ad un'intervista solo su autorizzazione dall'alto. Tutti mi riferivano di rivolgermi all'addetta stampa. Il direttore dell'Autorità sui Lavori Edili, che naturalmente non è parte dell'amministrazione ma dipende dallo stato, mi disse apertamente: "Mi è impedito comunicare coi media, chieda all'addetta stampa."

Romana Macovà, l'addetta stampa, per telefono si disse d'accordo ad incontrami, ma richiamandomi un'ora dopo: "Ho parlato con la signora Kailovà," disse. "Non è possibile che le mi faccia le domande, mi mandi una mail e vedremo."

Dopo che le domande furono inviate, arrivo la seguente risposta: "Le invieremo una risposta appena possibile. Per cui, non c'è bisogno di incontrarci domani." Le risposte arrivarono effettivamente qualche giorno dopo ma, naturalmente, erano inutilizzabili perché troppo vaghe.

L'unica occasione in cui i cittadini di Ustì nad Labem possono farsi sentire, è durante le sedute consiliari, accessibili al pubblico. Ovviamenti, gli interessati devono sorbirsi diverse ore di dibattito prima che il punto "varie ed eventuali" venga trattato e siano in grado di porre le loro domande.

Iveta Jaslovà ha preso parte alla riunione di dicembre, assieme a molti parenti ed attivisti. Dopo aver cercato di ascoltare ore di interventi riguardo milioni di corone, alla fine ha preso la parola con altri cittadini impegnati sulla situazione di Predlice. La risposta suscitata dall'intervento, però ha mostrato come i socialdemocratici siano sotto stretta supervisione dell'opposizione, che li ha criticati per spendere soldi nello spostare gli occupanti nell'edificio della palestra, per mandarli solo dopo nell'ostello.

"Ritengo che vadano aiutate le persone che lo meritano," ha insistito un consigliere del partito Salute Sport e Prosperità (Strana Zdravì Sportu a Prosperity). "La seconda cosa che vorrei chiedere è quanto questa azione costerà ai contribuenti." Secondo lui, se altri si fossero trovati in una situazione simile, nessuno se ne sarebbe curato.

"Il nostro compito era di aiutare questa gente," spiegava Kailovà, trovandosi improvvisamente nella posizione di chi aveva fatto "troppo" per gli evacuati. L'intera operazione non era costata che 200.000 corone [7.900 euro]. Il municipio cercherà di recuperare il costo da Klement Buncìk, il proprietario della villa di lusso che non parla coi giornalisti e non si cura delle sue proprietà. Mentre lasciamo la seduta, qualcuno dice a bassa voce: "Qui si occupano di milioni e stanno a lesinare quando si tratta di 200.000 corone."

Solo tre giorni per lasciare Kràsné Brezno

Lunedì 28 gennaio 2013, l'appena creata Alloggio per Tutti ha tenuto una manifestazione di fronte al ministero del lavoro e degli affari sociali. L'ostello di Kràsné Brezno sarebbe stato chiuso a fine mese, per i debiti dell'operatore e l'incapacità di prendersene cura.

Diverse centinaia di persone hanno preso parte ad una dimostrazione pacifica. Verso la fine, una quindicina di attivisti si sono diretti verso il palazzo ministeriale per "parlare" col ministro, senza successo, e per sollevare l'attenzione dei media, cosa che invece è riuscita.

Qual è la situazione del diritto alla casa? La Repubblica Ceca ha firmato la "Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali. Adottandola, lo stato ha riconosciuto il diritto di ognuno ad un etto sulla sua testa. Il governo è responsabile verso la comunità internazionale per applicare gli obblighi derivanti dalla Convenzione," ha detto nel comizio Anna Shabatovà, presidente del Czech Helsinki Committee. Questo spiega perché una manifestazione per il diritto all'alloggio si è tenuta di fronte al ministero del lavoro e degli affari sociali.

Secondo l'art. 35 della legge sui comuni, un comune ha lo scopo di creare condizioni per lo sviluppo dell'assistenza sociale e soddisfare i bisogni dei propri cittadini. Quando il comune non adempie ai suoi obblighi, la responsabilità di farlo ricade sullo stato. Lo stato garantisce che nessuno dovrebbe finire in mezzo a una strada. Dice la legge: "Ciò riguarda primariamente soddisfare le esigenze abitative, tutela e sviluppo della salute, trasporti e comunicazioni, la necessità dell'informazione, l'educazione dei figli, lo sviluppo culturale complessivo, la tutela dell'ordine pubblico."

Dove? Ovunque! Forse all'Hotel Freedom

Il 30 gennaio c'era tensione all'ostello. Si immaginava che il giorno dopo la polizia venisse a sgomberare, e le famiglie avevano anche paura che gli assistenti sociali avrebbero portato via loro i bambini. Quel mercoledì arrivavano mano a mano anche gli attivisti, e la sera con gli occupanti avevano concordato un comune atteggiamento. Veniva delineato uno scenario critico, se le famiglie allargate fossero state divise.

Se fosse successo, ognuno dei nuclei familiari si sarebbe trasferito in un appartamento differente. C'era qualcosa di sbagliato in tutto ciò - uno non aveva il riscaldamento, l'altro mancava di elettricità, altri avevano affitti troppo alti. Una famiglia si trovava di fronte al rischio di capitare in un malfamato ostello dal poetico nome di "Freedom Hotel".

A Ustì nad Labem ci sono diversi ostelli dedicati a clienti socialmente svantaggiati. Non offrono grande confort anche se gli affitti sono abbastanza cari. I loro operatori sono specializzati soprattutto nella raccolta degli affitti, nient'altro. Freedom Hotel è uno di questi.

La mattina dopo la confusione nell'ostello era ancora maggiore. Tutti erano nervosi. I bambini battevano sui tamburi portati dagli attivisti e le percussioni risuonavano in tutto l'edificio. Alcuni degli occupanti che facevano parte della famiglia Chervenhàk e ancora non sapevano dove sarebbero andati, o che erano rischio di finire in appartamenti troppo cari e degradati, erano parecchio stressati.  Uno degli uomini commentava con rabbia ciò che accadeva intorno a lui: "Sono venuti qui a suonare, ma non abbiamo un posto dove vivere!"

Col passare delle ore l'atmosfera diventava ancora più opprimente. Tuttavia, erano infondate le preoccupazione per un raid della polizia - che non intendeva intervenire - il loro portavoce aveva anche elencato una lista di posti dove gli occupanti avrebbero potuto trasferirsi.

All'inizio della settimana, People in Need aveva disdetto unilateralmente l'accordo di collaborazione con le famiglie dell'ostello. In un comunicato stampa emesso giovedì, diceva che le famiglie avevano rifiutato nove appartamenti adeguati. Per quanti osservavano la situazione dall'esterno, il comunicato era la conferma che le famiglie allargate fossero irriconoscenti, ed il sentimento antizigano contro di loro veniva rafforzato da altre informazioni.

Il comunicato di People in Need veniva utilizzato anche dal vicesindaco Kailovà. Dopo che gli attivisti avevano fatto del loro meglio per incontrarla venerdì mattina, lei aveva convocato i giornalisti davanti al municipio, leggendo loro una dichiarazione che accusava le famiglie di aver rifiutato dozzine di appartamenti offerti loro, in quanto erano state manipolate dagli attivisti.

"E' una bugia," rispondeva Iveta, ma non c'era nessuna sala, riunione, trattativa per dibattere. Dopo aver letto la sua dichiarazione, Kailovà aggiungeva poche parole e se ne andava. Le porte del municipio si chiudevano con l'inizio del fine settimana.

I Chervenhàk si difesero dalle accuse. "Mai sentito di nessuna lista e nessuno ci ha offerto appartamenti. Abbiamo chiesto per telefono a People in Need di cercarne e ne abbiamo trovati due. Uno era distrutto e l'altro era di un mafioso (in italiano nel testo, ndr.)," spiegava Iveta Jaslovà.

La situazione peggiora tra venerdì 1 febbraio e sabato 2. Venerdì la CPI scollegò elettricità, acqua e riscaldamento. Gli attivisti riuscirono a recuperare una stufa a gas e una bombola per alimentarla. C'era preoccupazione che il Dipartimento dell'Assistenza Sociale e la Protezione Infantile potesse prendere in custodia i bambini. Sabato gli attivisti contattarono il Centro di Consulenza per la Cittadinanza, perché non avevano un avvocato e la situazione sembrava disperata.

Un avvocato del Centro di Consulenza si consultò con loro e altri impiegati del centro coinvolti in una frenetica ricerca di appartamenti. Quella sera il direttore di un edificio recentemente ristrutturato si presentò con sua moglie all'ostello. Avevano seguito lo scandalo attraverso i media, e offrivano uno spazio agli occupanti.

Un lieto fine per il momento, ma con altri episodi sulla strada
Lunedì 4 febbraio le ultime famiglie hanno lasciato l'ostello per la nuova residenza. Nonostante la vittoria, alcuni degli attivisti sono tornati a casa con sentimenti contrastanti.

"Non consideravamo che potesse anche finire male, che avrebbero potuto portare loro via i bambini," confidava un attivista di Praga. Altre riflessioni riguardavano la mancanza di preparazione durante tutto l'evento, il fatto che non fossero presenti avvocati e che non ci fosse un progetto su cosa si voleva fare.

Miroslav Brozh traccia un bilancio tutto sommato positivo di questa frenetica esperienza: "Lentamente, stiamo iniziando a capire cosa sia successo a Kràsné Brezno. Sinora eravamo stati da criticare per i vicoli ciechi e le proposte che non portavano a niente, adesso sappiamo di essere capaci di risolvere queste situazioni," conclude.

Un momento triste di tutta questa vicenda è stato l'incapacità delle organizzazioni e delle iniziative civiche nell'unire le proprie forze per risolvere la situazione. I comunicati stampa volavano violenti e veloci, e non era facile per osservatori esterni orientarsi su chi effettivamente si desse da fare e chi sfruttava il lavoro altrui.

La scena della sinistra radicale è all'inizio di un viaggio. Sinora, i suoi attivisti non avevano dedicato molta attenzione ai problemi dei Rom impoveriti. Sembra che qualcosa stia cambiando. Dalle conclusioni sul manifesto pubblicato alla fine della vicenda, possiamo aspettarci sviluppi interessanti:

"Saremo stronzi, disturberemo e cattivi con chiunque neghi a chi è povero, dignità e diritti. Comunicheremo quanto abbiamo imparato a Kràsné Brezno. Torneremo nei posti dove meno i potenti si aspettano e dove la gente in fondo al barile intende battersi per i propri diritti e una vita dignitosa, per i diritti dei loro figli, per la casa e contro il razzismo. Poi torneremo tranquilli, metteremo da parte le nostre bandane e nelle tenebre ci manterremo vigili."

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Di Marylise Veillon (del 17/02/2013 @ 09:01:57, in Europa, visitato 898 volte)

La nouvelle Republique Viaggiatori: una nuova era "aiffricana" 09/02/2013 05:38


Il sito è stato inaugurato ieri a mezzogiorno da Geneviève Gaillard (al centro) insieme a numerose personalità.

Una nuova era si apre ad Aiffres per la gens du voyage, con l'area di accoglienza nuova fiammante di 20 posti, appena inaugurata.

Neanche un solo posto libero. "E' sempre pieno, afferma Serge Morin, Sindaco di Aiffres. Abbiamo perfino dovuto stabilire delle prenotazioni anticipate ad agosto, prima dell'apertura". A colpo sicuro, si tratta di un'era nuova che si apre per le persone della comunità dela gens du voyage ad Aiffres.

Ieri è stata inaugurata una nuova area, aperta a settembre. Un'area che comprende 10 zone (di 2 posti di 100mq ciascuno), ognuno equipaggiato con un blocco sanitario con doccia, WC e tettoia semi-chiusa a uso lavanderia/cucina.

1,1 milioni di euro
Una realizzazione che sarà costata 1,1 milioni di euro, in gran parte (851.000 €) finanziata dalla CAN, con diversi aiuti (213.000 € dallo Stato, 20.000 € dalla CAF e 15.000 € dal Dipartimento)

"Come tutti i cittadini della nostra città"
Gli eletti hanno l'uno dopo l'altro salutato questo progetto diventato realtà, con un pensiero verso Alain Mathieu "il quale vi era molto legato". "Possiamo oramai accogliere la gens du voyage come tutti i cittadini della nostra città, rispettando il loro stile di vita", si è rallegrato Serge Morin. La presidentessa della CAN ha ricordato quanto questo fascicolo "non fosse facile". E di spiegare: "Per alcuni concittadini, è sempre un problema, non vogliono avere queste popolazioni nei pressi di casa loro". Il presidente del Dipartimento Eric Gautier, così come il prefetto Pierre Lambert, hanno del resto ricordato i soprannomi sentiti in altri tempi, come "zingari" e "gitani". "Un modo di mettere una distanza, che non mostrava altro che una mancanza di conoscenza degli uni e degli altri". Questa area è la terza sul territorio della CAN, con quelle della Mineraie e di Noron a Niort. Non resta altro che realizzare quella di Chauray, per rispondere agli obblighi della legge Besson del 2000, la quale impone una area in ogni comune di più di 5.000 abitanti. "Spero che potremo realizzarla a breve scadenza", ha dichiarato la presidentessa.

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Di Fabrizio (del 16/02/2013 @ 09:06:39, in lavoro, visitato 1011 volte)

CASTELLI today Polemiche a Frascati per l'assegnazione a una ragazza di etnia rom di una borsa lavoro del comune - di Francesca Ragno - 13 febbraio 2013

Fa le pulizie al centro anziani del Comune di Frascati ed è assegnatrice di una borsa lavoro comunale, fin qui non ci sarebbe nulla di male se non fosse che la ragazza in questione è di etnia rom.

L'etnia della donna ha sollevato un vespaio politico di cui si è fatto paladino il Popolo delle libertà di Frascati e così il gruppo consigliare pidiellino ha chiesto un incontro immediato nella giornata del febbraio con il settore servizi sociali del comune di Frascati: "Č nostro intendimento verificare che tutto si sia svolto secondo legge", scrivono in una nota i consiglieri comunali.

Intanto sui social network il dibattito è acceso e duro, il consigliere Mirko Fiasco da Facebook intende chiarire che il PDL non è razzista, ma intanto è meglio non assumere una "zingara": "Non siamo razzisti, siamo per l'integrazione, ma quanti padri di famiglia frascatani sono senza lavoro?Quanti attendono un sussidio? Sindaco Di Tommaso l'unica via sono le dimissioni". Il PDL è sicuro andrà "fino in fondo a questa storia".

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Di Fabrizio (del 15/02/2013 @ 09:04:23, in Europa, visitato 851 volte)

EXBERLINER "Posso dirlo perche' sono ebreo. Dei Rom e dei Sinti non importa." by Ruth Schneider
(NdR. Una nascita tormentata: gennaio 2008, gennaio 2011, agosto 2011)

Dani Karavan e la cancelliera Angela Merkel alla cerimonia di inaugurazione del memoriale lo scorso 24 ottobre. Photo by Stephanie Drescher

Il 24 ottobre 2012, dopo 20 anni di controversie politiche e logistiche, il Memoriale per i Rom ed i Sinti Uccisi è stato finalmente svelato nel Tiergarten di fronte al Reichstag. Tra il pubblico, sopravvissuti ottuagenari, rappresentanti romanì e membri del governo tra cui la stessa cancelliera Merkel. Fine di ignoranza, pregiudizio e ostracismo?

Il Memoriale per i Rom ed i Sinti Uccisi, progettato da Dani Karavan. Photo by Marta Domínguez

    * Viene ancora discussa la vecchia cifra di 500.000 vittime. Mi chiedo se c'è un ordine del giorno. (Vedi la precedente intervista a Ian Hancock)

Mentre il 58% dei tedeschi, ancora nel XXI secolo rifiuta di avere "zingari" come vicini - e la Germania è attualmente impegnata nella deportazione di 10.000 Sinti e Rom (inclusi quelli nati e cresciuti in Germania) verso il Kosovo che lasciarono due decenni fa - il destino del popolo più perseguitato d'Europa non sembra preoccupare la nazione che, 70 anni fa, cercò di sterminarli.

In aggiunta, si susseguono cifre e dibattiti raccapriccianti, mentre i romanì lottano ancora per essere ascoltati come le "altre" vittime dell'Olocausto nazista.

Abbiamo chiesto a Dani Karavan, progettista del memoriale, di condividere le sue opinioni sull'argomento.

    * "Gli ho detto che si fosse trattato di Ebrei, avrebbero spostato la fermata del bus in una settimana. Ma di Sinti e Rom non si preoccupano."

Allo scultore israeliano Dani Karavan fu commissionato il memoriale nel 1992, su suggerimento personale di Germani Rose, capo del Consiglio Centrale Tedesco per i Rom e Sinti. L'artista conosciuto in tutto il mondo era autore di molti monumenti e memoriali simili in tutto il globo - da Israele al Giappone sino alla Francia. Molti di questi sono collegati ai diritti umani e si mescolano con gli elementi circostanti in un unico riflesso che interseca natura, storia e spazio. A 82 anni, l'artista sempre in viaggio per il mondo non ha perso il suo morso.

E' da parecchio che stavi lavorando a questo memoriale...

Ci sono abituato. Esistono i problemi politici, le elezioni... Ma, è vero, stavolta c'è voluto molto tempo perché, prima c'è stata una discussione durata otto anni tra l'amministrazione e il consiglio centrale dei Sinti e dei Rom. L'argomentare era che i primi volevano adoperare la parola Zingari, che i secondi trovavano denigratoria.

Davvero volevano usare quella parola?

Quello era il concetto del ministro alla cultura. Si diceva che nessun documento storico del nazismo avesse mai menzionato di uccidere Rom e Sinti ma solo gli Zigeneur. Questa era una discussione. L'altra riguardava quanti Rom e Sinti fossero stati uccisi. Il governo voleva indicarne 100.000, mentre Sinti e Rom dicevano che eraano almeno 500.000.

Ma 500.000 non è già una cifra al ribasso?

C'è chi pensa che sia una stima elevata, per motivi politici. Il comitato per i diritti di Sinti e Rom al Parlamento Europeo mi disse che sarebbero stati circa un milione. Così ho sostenuto l'idea che il memoriale dovesse assolutamente menzionare almeno mezzo milione. E fui criticato da un professore dell'università di Haifa in Israele, che diceva fossero molto meno! Durante tutta la discussione con l'amministrazione tedesca, ho preso le parti dei Sinti e Rom.

Qual è stata la tua relazione con l'amministrazione?

Sono stato obbligato a lavorare con gente del senato di Berlino, dipartimento pianificazione cittadina, che non era professionale. Quando vedi cosa è successo con l'aeroporto, con la Topografia del Terrore... sono cose fatte miseramente. Hanno trattato il mio progetto in modo tale che iniziai a credere che fosse una forma di razzismo. Non gli importava cosa veniva fatto, il materiale da adoperare, l'impresa che doveva incaricarsi del lavoro. Hanno agito come se fossi irrilevante, in maniera sgradevolmente aggressiva.

Come spieghi questa mancanza di professionalità?

Non so spiegarmelo. Ho fatto molti lavori nella mia vita. Mai avuto problemi simili. Sono stati anni d'inferno, e non sono un giovanotto. Ho iniziato che avevo 68 anni, ora ne ho 82. E' impossibile accettare cosa hanno fatto. Ho raccontato l'intera storia e nessuno crede che questo sia successo in Germania. I tedeschi dovrebbero chiedersi: chi ha sepeso questi soldi, perché c'è voluto tutto questo tempo? Secondo me è gente che dovrebbe essere portata in tribunale.

Il tuo budget era abbastanza limitato, vero? 2,8 milioni di euro?

Anche di meno, ma poi hanno dovuto spendere di più perché non potevano fare il lavoro correttamente. Hanno cambiato il concetto. L'ingresso doveva essere sul lato del Reichstag, ma lì c'era una fermata d'autobus. Per questo hanno cambiato la posizione dell'ingresso. Ti immagini, non poter spostare una fermata d'autobus per l'ingresso principale al memoriale dei Sinti e Rom?! Gli ho detto che se si fosse trattato di Ebrei, avrebbero spostato la fermata in una settimana. Posso dirlo perché sono Ebreo. Ma di Sinti e Rom non gliene importa.

Finché non è intervenuto il governo federale...

Sì... anche Wim Wenders ha detto che se non fosse cambiato, sarebbe stato un grande scandalo internazionale. Alla fine hanno passato la responsabilità dal senato di Berlino al ministero federale delle Costruzioni, con gente molto seria, che aveva rispetto per il progetto e per i Sinti e i Rom. Mi hanno rispettato e commissionato il progetto ad uno studio di architettura di Berlino. Dobbiamo ringraziare il ministro della cultura Bernd Naumann. Quando capì, tutto cambiò. Altrimenti, il memoriale non sarebbe mai stato terminato.

Come ebreo israeliano, cosa è significato per te lavorare ad un monumento per le vittime dimenticate dell'Olocausto?

Credo che dovrebbe esserci stato un solo memoriale dell'Olocausto per tutti. Non divisi.

La comunità ebraica si è opposta...

Non mi importa. E' la mia opinione. Come Ebreo ho tutto il diritto di dir loro che dovrebbe essere per tutti Li hanno uccisi tutti assieme. Per questo sento che sono miei fratelli e sorelle. All'inaugurazione ho detto in ebraico che sento come se la mia famiglia sia stata uccisa e cremata con i Sinti e i Rom nelle medesime camere a gas e che le loro ceneri sono andate col vento nei campi. Così siamo assieme. E' il nostro destino.

Personalmente, quanto sei soddisfatto del risultato di tutti questi anni di infernale lavoro?

Sono stato colpito dalla reazione della gente. L'inaugurazione è stata davvero imponente, grazie alla cancelliera e al ministro della cultura. Storicamente, è stato un evento davvero importante. Tuttora ricevo commenti da parte di chi si è sentito toccato. Davvero, la mia sofferenza è valsa la pena!

Nel suo discorso, la cancelliera Merkel ha detto di essersi dedicata al benessere di Sinti e Rom. Nel contempo, la Germania sta deportando Romanì che hanno vissuto in Germania per 20 anni. Non è ipocrita? Immagineresti se la Germania deportasse oggi gli Ebrei?

Penso che tu abbia ragione. In un certo senso gli Ebrei sono privilegiati, perché dopo la guerra l'Olocausto è entrato nella loro cultura. Talvolta, è una mia opinione, alcuni ebrei lo adoperano in modo sbagliato. La loro influenza e posizione sono forti. Per questa ragione è stato così importante per me, Ebreo israeliano, fare meglio che potessi questo lavoro per i Sinti e i Rom.

Il memoriale nelle parole del suo creatore:

    "Ho avuto l'idea che il memoriale dovesse essere solo un fiore, ma per proteggere il fiore dovevo avere l'acqua. L'acqua è diventata parte integrale del memoriale. I riflessi scuri nell'acqua la rendono simile ad un buco nella terra. Riflette gli alberi e il Reichstag, e chi si avvicina all'acqua diviene parte del memoriale. Per me è molto importante. Il visitatore non solo osserva, ma ne è parte. Anche il fiore è molto importante, perché Sinti e Rom sono sepolti in enormi cimiteri, senza tombe, senza targhe, solo fiori. Non sappiamo dove. Forse solo le radici dei fiori lo sanno. Il fiore è un triangolo, che rappresenta il triangolo che portavano sul loro corpo. Nel momento in cui portavano quel segno, perdevano ogni diritto come esseri umani. Questo è il concetto." Dani Karavan
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Di Fabrizio (del 15/02/2013 @ 09:04:00, in lavoro, visitato 1474 volte)

La Stampa Protesta dei "ferramiu" contro le nuove norme alla presentazione del Piano Città - di PAOLO COCCORESE

Il "business" del riciclo: Un'ottantina di persone hanno manifestato contro le nuove norme del mercato del rottame che dà da mangiare a quasi 5 mila "ferramiu"

"Futuro" è stata la parola d'ordine dell'assemblea pubblica di presentazione del Piano Città, la serie di interventi da 11 milioni di euro che, a partire dai prossimi mesi, avvieranno il rilancio di Falchera.
La parola "futuro" l'ha pronunciata il sindaco Piero Fassino, ed è apparsa su uno dei cartelli di protesta esposti dall'ottantina di persone, nella stragrande maggioranza nomadi del quartiere, che durante la serata hanno manifestato contro il blocco del mercato del recupero del rottame. Lavoro, che in tempo di crisi, dà da mangiare a quasi 5 mila "ferramiu".

Il rilancio del quartiere
Futuro, come sinonimo del recupero della Falchera e Pietra Alta. A gennaio, la Città si è aggiudicata i fondi statali per i progetti di riqualificazione urbana. Denaro pubblico che diverrà volano per investimenti privati.
"Falchera è un quartiere che ha enormi potenzialità ambientali che si sono trasformate in focolare di degrado - dice il presidente della Circoscrizione Conticelli -. Con il Piano Città si potrà invertire la rotta". Non mancano le critiche - "porterete solo cemento", la più diffusa -, ma il Piano si svilupperà su due principi: "Un ridisegno complessivo della zona e un riqualificazione basata sulla sostenibilità ambientale". Tra i progetti: la bonifica dei laghetti, la ristrutturazione delle scuole e dei palazzi Atc, il nuovo cavalcavia per il "secondo accesso" e la sistemazione di piazza Astengo.

La paura
Futuro, invece, inteso come incertezza per chi vive recuperando e vendendo rottami di rame, acciaio o bronzo. Nelle ultime settimane il mercato si è quasi fermato. Alle officine specializzate nell'acquisto del metallo di recupero, centri simili a "compro oro", è stata recapitata una lettera della Provincia dove si chiedono maggior controlli per arginare il riciclaggio del rame rubato. Diktat che rischia di affamare migliaia di ferramiu di fortuna, raccoglitori ambulanti che vivono riciclando rottami dei cantieri e svuotando le cantine.
"Da lunedì non possiamo più lavorare - dice Zajim Halilovic, ferramiu della Falchera -. Pretendono l'iscrizione alla camere di commercio, autorizzazioni Inal e Inps, omologare i furgoni. Guadagno 700 euro al mese e ne dovrei pagare 1500". Ma chi vive vendendo rottami? Sono in tanti: ditte specializzate, ma anche tanti ambulanti. Chi svuota i cassonetti, i pensionati e, soprattutto, i nomadi. In tanti hanno protestato davanti al sindaco Fassino.

Problema sociale
Il mercato del rottame è un limbo tra chi rispetta le regole e chi vive di furti e mercato nero. Gli oggetti di metallo (dalle grondaie, ai cavi elettrici) sono rifiuti e richiedono autorizzazioni particolari che il trasporto. "E' ingiusto qualificarci come ditte - aggiunge un altro ferramiu, Ottavio Piramide -. Se ci sequestrano il furgone siamo costretti ad andare a rubare". La lettera della Provincia rischia di diventare un problema sociale. "La nostra intenzione è limitare il fenomeno dei furto di rame - dicono dall'Assessorato all'Ambiente -. La lettera era funzionale a questo scopo, non era nostra intenzione generare il blocco della vendita".
I nomadi, dopo aver protestato davanti Fassino sono pronti per fare un sit-in davanti alla sede di corso Inghilterra. "Nei prossimi giorni ci sarà un incontro con la Regione per trovare una soluzione - aggiungono dalla Provincia -. Pensiamo a direttive che permettano l'attività per tutti nel rispetto delle regole".

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