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\\ Mahalla : VAI : musica e parole (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fabrizio (del 01/06/2012 @ 09:17:37, in musica e parole, visitato 1327 volte)



Napoli e Romania, la musica partenopea e l'etnia rom si incontrano in uno splendido debutto: l'ensemble fonde musiche tradizionali campane, rom e sinti, in un manifesto di convivenza pacifica e inediti intrecci musicali Vacanze Romanes: il disco d'esordio degli 'o Rom!

VACANZE ROMANES ...il debutto degli 'o Rom...
Terre in Moto 2012 11 brani, 38 minuti


Tre musicisti napoletani. Tre musicisti rumeni di etnia rom. Un incontro all'insegna dello scambio musicale e umano, della reciproca conoscenza di melodie, armonie e ritmi diversi. Questa la filosofia dell'ensemble 'o Rom, il primo e più longevo esperimento di fusione e sintesi tra musiche tradizionali dell'Italia Meridionale e musiche balcaniche di area rom e sinti. Un progetto nato a Napoli tra vicoli e piazze, tra concerti improvvisati in strada e battaglie civili, con l'obiettivo di divulgare con passione e vivacità l'incontro tra culture diverse, apparentemente inconciliabili. Nati nel 2008, subito apprezzati dal vivo per le trascinanti performance, gli 'o Rom mostrano il loro "sincretismo" a partire dal nome: "o rom" in lingua romanes (o romanì) significa l'uomo "zingaro", in napoletano la "o" con l'aggiunta di un apostrofo diventa un articolo, per cui 'o rom si traduce "lo zingaro".

Dopo quattro anni di incessante attività live, gli 'o Rom pubblicano con Terre in Moto Vacanze Romanes, prodotto da Carmine D'Aniello e Carlo Licenziato. "Abbiamo parafrasato il titolo del film Vacanze romane - dichiara D'Aniello - dove romanesindica la lingua parlata da rom e sinti, e abbiamo affrontato in modo sarcastico il tema degli stereotipi e dei luoghi comuni legati ai rom... Alcuni di essi vivono nei campi da oltre 20 anni non per scelta o perché amanti della vita da campeggio ma nella speranza di avere un'abitazione e una vita dignitose". Il cd è dedicato a Adnan Hozic, considerato "il promotore della musica Balcanica in Italia ancor prima di Bregovic negli anni '90, da lui il gruppo trae ispirazione e raccoglie la sua esperienza. Quello che la parte napoletana del gruppo sa della musica balcanica e zingara lo deve a lui".

Carmine D'Aniello (voce, bouzuki, tamburi a cornice), Carmine Guarracino (chitarre), Ilie Pipica (violino), Ion Tiţa e Doru Zamfir (fisarmonica), Ilie Zbanghiu (contrabbasso) e Amedeo Della Rocca (percussioni) sono un concreto esempio diconvivenza, simbolo della fusione di diverse esperienze personali e professionali tra Romania e Italia, tra strada e studi. Vacanze Romanes è concepito come un vero e proprio live in studio, senza soluzioni di continuità tra un brano e l'altro, per restituire all'ascoltatore la freschezza e la visceralità delle inconfondibili performance dei sei. Un'avventura tra Campania, Est europeo e Mediterraneo: 11 pezzi vorticosi e raffinati, con reminiscenze swing, gipsy e manouche.

Venerdì 8 giugno gli 'o Rom presenteranno in anteprima nazionale Vacanze Romanes alla FNAC di Napoli: un appuntamento imperdibile con numerose sorprese, patrocinato dall'Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Napoli. Il disco è in vendita anche nei principali stores digitali.

articolo pubblicato il: 28/05/2012

 
Di Fabrizio (del 11/05/2012 @ 09:17:11, in musica e parole, visitato 1890 volte)

Assaman Martedì 08 Maggio 2012 13:27 - Scritto da Alessandra Montesanto

    In Razzisti a parole (per tacer dei fatti) - un saggio edito da Laterza nella collana Il nocciolo - Federico Faloppa prende in considerazione parole, modi dire e frasi ricorrenti nella comunicazione degli italiani che suggeriscono una mentalità ancora molto, troppo chiusa nei confronti degli stranieri. Ma il linguaggio è anche un pretesto per analizzare le politiche in atto, il mondo dell'informazione e la società stessa in relazione ai temi dell'intercultura e delle nuove forme di polis e di cittadinanza.

Perché ha sentito l'urgenza di scrivere questo saggio? Si può parlare, oggi, ancora di "razzismo"?
Lavoro sui temi del libro da una quindicina d'anni, ormai. E proprio dall'osservazione del linguaggio, e dei suoi usi, ho avuto l'impressione che in questi ultimi quindici anni - malgrado nel frattempo la società italiana sia diventata più complessa, si sia arricchita di presenze, sia diventata, per usare un termine chiaro ancorché discusso, molto più "multiculturale" - il nostro modo di rappresentare questa ricchezza, questa "diversità" (in particolare quella apportata dai migranti), e di parlarne, sia diventato paradossalmente più approssimativo, più stereotipico, e poco rispondente alla realtà. Anzi, mi pare che - per una serie di fattori precisi e concomitanti - atti non sporadici di xenofobia, un evidente "razzismo istituzionale" (a questo proposito, invito a leggere il recente libro di Clelia Bartoli Razzisti per legge), un disarmante conformismo dell'informazione - si sia anche creato, in particolare nel decennio 2001-2011, un discorso razzista diffuso, direi egemonico: talmente egemonico da apparire spesso normale, da non fare più scandalo, da non poter essere quasi messo in discussione. Da passare paradossalmente per "realista" (malgrado gli stessi dati lo sconfessino), in opposizione a quel presunto "buonismo" cui si attribuiscono - artatamente - tutti i mali... Da queste constatazioni è nata l'urgenza di scrivere un pamphlet che tentasse di decostruire questo discorso egemonico, proponendo al lettore alcuni semplici esercizi di smontaggio dei "testi" e quindi dei messaggi, più o meno celati, che questi veicolano.

Nel libro ha preso in considerazione alcune parole ed espressioni di uso comune: "negro", "clandestino", "vu' cumprà": soffermiamoci sulla loro accezione negativa - specie nel caso dei "clandestini" e cerchiamo di capire cosa nasconde questa terminologia...
Provo a essere sintetico, anche se certi argomenti - in termini linguistici - andrebbero sceverati con scrupolo. La lingua di per sé non è né buona né cattiva. Dipende dai contesti, dagli usi, da fattori para-linguistici ed extra-linguistici (come, rispettivamente, l'intonazione e le convenzioni sociali, ad esempio). È altrettanto vero, però, che sul piano del significato alcune parole hanno connotazioni negative, valutative, offensive più marcate rispetto ad altre. Ed il significato è legato certo al momento dell'enunciazione, ma anche alla storia, al "peso" che una certa parola porta con sé. Ebbene, gli esempi che lei ha fatto, da questo punto di vista, sono diversi. Negro, seppur etimologicamente "corretto", ha assunto nel tempo connotazioni estremamente negative, ed oggi viene utilizzato soprattutto con intento ingiurioso (in binomi lessicali o espressioni fisse come "sporco negro", "negro di merda"). Clandestino ha conosciuto uno slittamento semantico importante, ed e diventato, soprattutto nell'ultimo decennio, una sorta di iperonimo per migrante, immigrato irregolare, richiedente asilo, rifugiato, ecc.; anzi - questa e la tesi che sostengo - è diventato un termine per indicare non uno statuto temporaneo, ma quasi permanente: si è clandestini ontologicamente, per natura, prima ancora di esserlo di fronte alla legge. Vu' cumprà, neologismo degli anni Ottanta che sembrava scomparso, riaffiora non di rado nel linguaggio giornalistico, ed anzi - in ragione della sua stabilità nella lingua - è diventato anche morfologicamente produttivo (avendo originato i vari vu' lavà, vu' parcheggià, vu' stuprà, ecc.). Queste e altre etichette hanno usi e storie diverse, dicevo. Ma hanno una drammatica affinità: possono essere pericolosamente ambigue, insinuanti, offensive. E sono ormai parte di un lessico xenofobo riconoscibile, strutturato, diffuso. E di cui si fa sicuramente abuso, sia nel linguaggio politico, sia in quello quotidiano e - mi si perdoni il bisticcio - dei quotidiani e dei mezzi di informazione.

Molto interessante il capitolo che riguarda la cosiddetta "Discriminazione transitoria positiva": di cosa si tratta ? E quali sono le conseguenze nei confronti degli alunni stranieri?
Con quel capitolo ho tentato di criticare non solo l'impianto della cosiddetta "mozione Cota" (quella, tanto per capirci, che nel 2008 proponeva l'introduzione di "classi separate" nelle scuole italiane, indirizzate agli "immigrati" o ai "figli di immigrati" che non padroneggiassero l'italiano) - un impianto fondato su pochi triti luoghi comuni, privo di qualsiasi base glottodidattica - ma anche il linguaggio, approssimativo, sciatto, fumoso, con cui essa venne scritta e presentata, dentro e fuori il parlamento. Se si legge con attenzione quel testo, è facile trovarvi lacune, contraddizioni, falsi presupposti che non dovrebbero essere presenti in un documento del genere: un documento che tratta un argomento cosi importante come l'educazione delle nuove generazioni e l'idea di società che, a partire dalla scuola, si vuole costruire. Ma lo stesso esercizio di smontaggio si potrebbe fare su molti altri testi proposti e discussi negli anni scorsi, non solo dalle maggioranze di centro-destra. Perché il punto non è (soltanto) quello di accusare di incompetenza gli estensori di quella particolare mozione. È anche quello di puntare il dito contro i molti, troppi discorsi privi di argomentazioni solide, in tema di immigrazione: redatti per fini elettorali, o sull'onda dell'emozione suscitata da fatti di cronaca più o meno gravi. Tornando alla scuola, non dimentichiamo che questa istituzione ha un ruolo - e una responsabilità - fondamentale. Sia perché - nei fatti - è già da anni un formidabile laboratorio di convivenza, dialogo, "intercultura". Sia perché ha il ruolo, preziosissimo, di trasmettere un pensiero critico e di raccontare la complessità agli italiani e ai "nuovi italiani". Non a caso si è cercato, e si cerca di depotenziarla ad ogni occasione: sottraendole risorse, competenze, autorevolezza.

È ancora in atto, a suo parere, una "politica della paura" che porta a considerare gli immigrati come una minaccia per la sicurezza sociale?
Il governo in carica, per fortuna, ha smesso di calcare la mano sul tema. E anzi, mi pare aver derubricato la voce "paura percepita" dalla lista dei problemi e delle priorità della sua agenda politica. Tuttavia, se a livello politico nazionale la tensione si è (forse) affievolita, ed i toni sembrano meno allarmistici, non bisogna dimenticare che quei veri e propri carceri che sono i CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione), sono ancora in piedi, e lavorano a pieno regime. E obbligano alla detenzione coatta centinaia di persone (molte delle quali - tra l'altro - avrebbero diritto a protezione internazionale senza se e senza ma) per le quali è stato di fatto abolito l'habeas corpus. Inoltre, a livello locale (sui media, nelle ordinanze comunali, ecc.), spesso i discorsi paiono essere sempre quelli: "attenzione, elettori, immigrati e rom sono sempre, per definizione, una minaccia!"

Perché la paura e la diffidenza sono rivolte, in particolare, nei confronti dei cittadini rom?
La paura nei confronti degli "zingari" ha origini lontane, e oggi vive - soprattutto - di "sentito dire", quando non di vere e proprie "leggende urbane", bufale (come quella sulle zingare rapitrici di neonati). Per questo è difficile da sradicare, o almeno da ridimensionare, da contestualizzare. Diciamo, in breve, che gli "zingari" hanno storicamente rappresentato (non soltanto in Italia) l'anomalia, l'altro che incombe - a milioni, ma in Italia sono circa 160.000 - sulle nostre certezze e sul nostro benessere, il mostruoso e repellente. Li abbiamo spesso visti, e usati, come capro espiatorio per eccellenza. E li descriviamo - si pensi a certa stampa locale, non solo di destra - come la principale causa di degrado urbano e di tensione sociale. Ebbene, questa "caccia alle streghe" (alimentata spesso ad arte a fini elettorali) dovrebbe finire. E dovremmo smettere di esprimerci per iperboli, senza sapere bene di che cosa stiamo parlando (rom, zingari, slavi, nomadi: siamo sicuri che queste parole siano sinonimi?), e cominciare invece ad affrontare razionalmente le questioni, qualora e quando queste si presentino, evitando ad esempio di "etnicizzare" ogni singolo comportamento, ogni singola devianza.

I mass-media (la stampa e la televisione, in particolare) contribuiscono a veicolare un certo "razzismo democratico"?
A ragione Giuseppe Faso ha coniato, alcuni anni fa, l'espressione "razzismo democratico" (si veda il suo - giustamente fortunato - libro Lessico del razzismo democratico, del 2008), mettendo alla berlina non soltanto gli usi più scopertamente "razzisti" del linguaggio (ad esempio gli insulti cosiddetti "razziali", le espressioni chiaramente offensive) ma anche le formule che sembrano più neutre, e che neutre - a ben guardare - non sono affatto: penso al tanto diffuso «non sono razzista, ma...», penso - come già accennato - all'abuso di clandestino, penso alla stessa parola etnico (ed "etnici" guarda caso sono sempre gli altri), o a giovani immigrati per parlare delle "seconde generazioni", e di persone nate qui, che quindi non sono mai "migrate". Ma non si tratta solo del lessico, che è poi l'aspetto più superficiale. Si tratta anche di argomentazioni fallaci, di errate implicazioni (in presenza di un crimine, il sospetto cade prima sullo straniero), di cliché infondati, di strategie discorsive che riducono i fenomeni migratori - e le rivendicazioni dei migranti - a "problema", o il concetto di sicurezza a una questione di ordine pubblico legata alla presenza di stranieri, ecc. Ebbene, i media (ad eccezione di rari casi) hanno troppo spesso veicolato, più o meno deliberatamente, quest'insieme di pratiche discorsive. O meglio: troppo spesso non hanno fatto nulla per contrastarlo. E non bastano delle scuse una tantum (vedi l'ormai celebre caso de "La Stampa", l'11 dicembre scorso) per fermare la tendenza, per dissimulare l'abitudine. Lo sanno bene i colleghi dell'associazione "Carta di Roma", o dell'associazione "Giornalisti contro il razzismo", o di COSPE, o di "Occhioaimedia", che tentano con attività di monitoraggio e formazione a vari livelli di chiedere ai giornali, e ai giornalisti, di riflettere criticamente su usi e abusi, e di dimostrare maggiore responsabilità e professionalità nel dare notizie riguardanti i migranti, gli "zingari", le minoranze.

Quale soluzione suggerisce per una vera "integrazione" degli stranieri?
Non sono né un politico né un "tecnico". E quindi non ho una "soluzione". Anche perché le soluzioni non possono essere "una" soltanto, né unilaterali. Vanno tentate e negoziate, sempre: tra tutti gli attori sociali (anche, quindi, ascoltando e coinvolgendo gli "altri"). Senza contare che, in termini di "integrazione" milioni di stranieri sono (e si sentono) già parte della comunità nazionale, sono italiani a tutti gli effetti: continuare a non riconoscerlo non solo è profondamente ingiusto nei loro confronti, ma stupidamente errato sul piano della conoscenza dei fatti. L'"integrazione" già c'è, e già - malgrado la complessità dei processi - funziona piuttosto bene: basta guardarsi intorno.

 
Di Fabrizio (del 22/04/2012 @ 09:19:04, in musica e parole, visitato 2333 volte)

Enoteca 70' café LIGERA
via Padova 133 - MILANO

Domenica 29 aprile 2012
presentazione di:


VICINI DISTANTI cronache da via Idro
a cura di Fabrizio Casavola
LIGERA edizioni - collana Idee
128 pagine - 14 euro


Programma:

  • h. 19.30: l'autore intervista alcuni abitanti di via Idro sulle storie presenti nel libro
  • h. 20:45: aperitivo offerto dall'enoteca Ligera
  • h. 21.30: concerto di George Moldoveanu, già direttore d'orchestra in Romania (5 euro, ingresso gratuito a chi presenta una copia del libro)

Alcune cose da sapere:

 
Di Fabrizio (del 08/04/2012 @ 09:17:23, in musica e parole, visitato 1319 volte)

Prosegue la V edizione di StranItalia con una serata che va "Oltre i luoghi comuni".
Recuperare la curiosità e l'apertura verso l'altro, ribaltare i luoghi comuni, i pregiudizi per costruire e proporre luoghi in comune...

SABATO 14 APRILE

19:30 TESTIMONIANZE di Bianca Stancanelli
Rebecca Covaciu
Roberto Malini
20:30 APERITIVO preparato da Operazione Mato Grosso
e CONCERTO Roberto Durkovic e i fantasisti del metrò

c/o SALA RIUNIONI PARROCCHIA SANTA TERESA (FRATI)
Piazza Montegrappa, 1 - LEGNANO

 
Di Fabrizio (del 28/03/2012 @ 09:25:36, in musica e parole, visitato 2246 volte)

settembre 2011 - LE MEMORIE SI ABBRACCIANO: Paul Polansky con Cveto - via Idro 62

Continuano le tappe lombarde, organizzate dalla rivista FAREPOESIA, l'associazione LA CONTA e MAHALLA

Tocca a Milano, lunedì 2 aprile alle ore 21.00
CAM Ponte delle Gabelle, via san Marco 45

I lettori della Mahalla lo conoscono bene e qualcuno ha già potuto incontrarlo negli anni scorsi. Per i nuovi lettori, ecco un rapido ripasso.

Inoltre, Paul Polansky visiterà gli insediamenti rom di via Sacile (domenica 1 aprile) e di via Idro 62 (lunedì 2 aprile). Si ringrazia il Gruppo Sostegno Forlanini per la collaborazione. Ulteriori informazioni info@sivola.net

 
Di Fabrizio (del 27/03/2012 @ 09:14:48, in musica e parole, visitato 2330 volte)

Da Aussie_Kiwi_Roma

I Rom greci: gli emarginati sociali e le star By Stella Tsolakidou, 19 marzo 2012, (storia originale di Iriri Papafilippaki)

Secondo informazioni del vicedirettore del dipartimento della polizia e dell'ufficio cause penali di Kalamata, si sono registrate recentemente 34 rapine o tentate rapine in appartamenti della più estesa regione di Messinia, effettuate da persone di etnia rom.

Le agenzie di stampa newsbomb.gr e eleftheriaonline.gr segnalano anche casi di furti nelle regioni di Corfu e Kalamata sin dal gennaio 2012.

La questione greca dei Rom, chiamati anche Tsigkanoi, rimane tuttora controversa ed il governo deve prestare loro ulteriore attenzione, a causa della difficile situazione economica che il paese sta attraversando. Ciò che manca ai Rom sono gli incentivi. L'ultima iniziativa statale per migliorare la loro qualità di vita è del 2010, con l'emissione bancaria di capitale che avrebbe dovuto aiutare i Rom a combattere l'alienazione sociale. Tuttavia, gli ultimi due anni sono stati un ostacolo allo sforzo generale.

Oggi vivono in Grecia circa 250.000 Rom, la metà dei quali sono membri attivi della società greca. Difatti, alcuni di loro hanno posizioni di lavoro permanente, ma la maggioranza non frequentano la scuola primaria. I Rom in Grecia vivono sparsi su tutto il territorio in circa 70 insediamenti, soprattutto nelle operazioni. Centri di rilievo in Grecia sono Agia Varvara, Atene, con una importante comunità rom, e Ano Liosia, dove le condizioni non sono buone.

I Rom sono comunemente conosciuti come "zingari" in molti altri paesi. Questo termine abbastanza dispregiativo venne dato loro inizialmente dai Greci, che li ritenevano originari dell'Egitto. Il termine "Rom" è universalmente da loro adoperato, e nella loro lingua significa "uomo" o "uomo sposato". La storia dei Rom in Grecia data dal XV secolo.

Famosi artisti rom greci

Anche se molti Rom vengono accusati di attività illegali, come contrabbando d'armi e traffico di droga, ci sono diversi esempi di Rom che hanno eccelso o eccellono attualmente nello scenario greco. Ecco alcuni dei più importanti artisti rom:

Manolis Angelopoulos - (1939-1989) Leggendario cantante greco, che ha guadagnato l'amore ed il rispetto dei suoi colleghi. Nato a Kavala da genitori rom, Angelopoulos incise la sua prima canzone nel 1957. Sempre fiero delle sue origini, ottenne popolarità negli anni '60 cantando canzoni d'amore, ma anche su temi come i rifugiati greci ed i luoghi esotici.

Kostas Hatzis, famoso cantante e chitarrista, riconosciuto come uno dei principali artisti ed innovativo creatore della canzone "sociale". Lanciò in Grecia il modello "guitar-voice", come le ballate che portavano messaggi sociali.

Makis Christodoulopoulos, famoso cantante di laika. Nato nel 1948 ad Amaliada da una povera famiglia rom, Christodoulopoulos ha percorso la sua strada sino a diventare un cantante ed interprete di successo.

Vassilis Paiteris, musicista e cantante di Drapetsona. Nato nel 1950, Paiteris iniziò la sua carriera professionale di cantante alla giovane età di 13 anni.

Helen (Lavida) Vitali, considerata una delle voci femminili più importanti degli ultimi 20 anni. E' nata ad Atene, in una famiglia dalla vocazione musicale, ed è cresciuta girovagando con i suoi genitori.

Irene Merkouri, cantante pop, la madre è di origine rom. Nata ad Atene nel 1981, Merkouri ha perseguito una carriera professionale dal 2002.

 
Di Fabrizio (del 24/03/2012 @ 09:43:26, in musica e parole, visitato 2210 volte)

Circolo ARCI Via D'Acqua - viale Bligny 83, PAVIA
sabato 31 marzo, ore 21.00 

Reading con Paul Polansky, poeta e attivista americano. Tra i pochi eredi della stagione della "protesta", ha fatto della strada e delle situazioni di sofferenza l’oggetto centrale della sua arte poetica.
Nel corso della serata video e dibattito sui campi rom in Italia e in Europa (con lo stesso Paul Polansky, Giovanni Giovannetti e rappresentanti delle comunità rom e sinti). Finalino con dj-set folk-gipsy.

Programma della serata:
1) Enzo Giarmoleo e Fabrizio Casavola presentano Paul Polansky;
2) Reading - Paul Polansky con traduzione;
3) Proiezione video e intervento di Paul Polansky sulla situazione dei Rom in Europa;
4) Intervento di Giovanni Giovannetti sulla realtà dei Rom e dei Sinti a Pavia e in Italia;
5) Reading - Paul Polansky con traduzione;
6) Finale di serata con dj set folk-gipsy-balkan-pop-unza-unza;
7) Saluti

Nel pomeriggio, prima del reading, Paul Polansky è invitato in visita all'insediamento della comunità sinti pavese.

L'iniziativa è organizzata dalla rivista FAREPOESIA, associazione LA CONTA e MAHALLA, in collaborazione con le locali comunità rom e sinte.

 
Di Fabrizio (del 21/03/2012 @ 09:38:43, in musica e parole, visitato 1646 volte)

Osservatorio Balcani e Caucaso di Svetlana Slapšak1 13 marzo 2012

Foto di Camilla de Maffei

Alla scoperta dei multiformi significati della parola čarda, alla scoperta della "cultura della complessità" che caratterizza il sud est Europa. Un approfondimento in vista di Sapori del Danubio, l'iniziativa promossa da www.viaggiareibalcani.it e Slow Food
Tratto da www.viaggiareibalcani.it

Attraverso incredibili traiettorie linguistiche tipicamente balcaniche la parola turca Çardak è penetrata nell'ungherese, nel serbo-croato-bosniaco, bulgaro, macedone e greco.
Può significare torre, piano superiore o soffitta, magazzino o seccatoio (soprattutto per il mais), locanda di bassa qualità, situata di solito lungo una trafficata via di comunicazione o vicino a un fiume; ma dal termine Çarda deriva anche la musica che i rom ungheresi suonavano in queste locande (le csardas) diventata col tempo una danza eponima ungherese... e si potrebbero trovare altri significati.

Non c'è indicatore migliore per descrivere "l'unicità plurima" di cui è impregnata la cultura balcanica, non c'è prova più lampante dell'inconsistenza di tutti i discorsi identitari nazionalistici che hanno fatto breccia tra ampi strati delle società di questa regione. In tutti i suoi significati la parola čarda, csardas, cardak, čardaklija - un tipo di casa in Bosnia -, cognome o toponimo in Macedonia, si associa con l'inferiore e il più felice, declinato in chiave sia musicale che sessuale.

Čarda-Çardak-csardas, la cui radice etimologica deriva forse dalla lingua Avara (črtog, čertog), quindi più alta e nobile di quella turca, denota un posto dedicato al riposo, al piacere e alla contemplazione del mondo - il miglior punto panoramico della casa: fondamentalmente il piacere provato da un voyeur nascosto.

Altri significati accordati a questo termine: balcone, terrazza, stanza delimitata da ampie vetrate, camera del padrone e anche casa di campagna, come le vikendice sparse attorno alle città dei Balcani. Il segno più importante del godimento insito in questa parola è la musica: nelle melodie del rebetiko greco l'uomo invita la donna nella sua čarda per godere insieme i piaceri dell'amore.

In Vojvodina e Ungheria le čarde sono soprattutto i luoghi dove si può sentire la musica Rom. In modo estensivo Čarda potrebbe forse indicare un luogo del peccato? Sicuramente sì, perché il nascosto è la parte integrante di tutti questi multiformi significati. Oltre alle sue declinazioni erotico-dionisiache la parola čarda, nel suo senso culturale e sociale, è un posto dove ci si diverte al riparo dagli sguardi indiscreti delle masse, proprio perché si tratta di un diletto contrario a forme di divertimento caste, approvate dai codici sociali del tempo.

Le čarde e la cultura delle čarde sono frequentate anche dalle classi superiori, come luoghi e tempi dell'illegale. Cornice naturale della produzione di sottoculture, čarda è simbolo di conflitti e accordi - o più precisamente di negoziazioni sociali su cosa sceglieranno per sé gli strati sociali più alti della società nel loro diritto esclusivo ai piaceri della carne e dello spirito.

Per usare una metafora, lo stesso poliziotto che di notte paga musicisti e danzatrici rom affinché animino la sua terevenka (sbornia collettiva) con gli amici, il giorno seguente rimane impassibile vedendo i colleghi chiudere una csarda, arrestare e picchiare i musicisti, o in tempi più bui mandarli nei campi di concentramento. L'intera storia dei Balcani è caratterizzata da esplosioni di violenza contro vari tipi di sottoculture. Parallelamente però sono queste ultime ad aver sempre prodotto le forme comportamentali dominanti legate alla sfera del desiderio e del piacere.

In assenza di quei codici sociali e di quelle istituzioni che nell'Occidente europeo assicurano trasferimenti più complessi tra gli strati culturali superiori e inferiori, questa specificità dei Balcani è potuta sfumare negli stereotipi semplificatori che ricoprono la regione: "balcanofili" che credono di poter trovare nei Balcani emozioni e comportamenti autentici come pure "balcanoclasti" terrorizzati da essi, sono entrambi vittime di una percezione edulcorata delle culture sincretiche di queste terre.

Esiste allora una formula per comprendere i Balcani? Si, ma non è semplice.

Innanzitutto bisogna conoscere almeno una della lingue parlate in questa parte d'Europa; in secondo luogo, aggiungo, almeno due generi musicali dei Balcani. Le correlazioni tra le musiche balcaniche, in termini culturali, sono straordinarie. Quella che forse è la più famosa, il rebetiko greco, conserva tanti elementi della musica rom. Jovan Tsaus, un popolare musicista di rebetiko degli anni venti e trenta del secolo scorso, era un immigrato proveniente dai Balcani centrali. All'altro estremo di questo spazio semantico, nella musica ungherese, è difficile trovare elementi che non siano di origine rom.

Tutti questi tipi di musica tradizionale, dal rebetiko a quella ungherese, includendo la tamburaska di Vojvodina e Slavonia, la musica di Costantinopoli, lo stile anatolico o di Smirne, la sevdalinka bosniaca, le kantade adriatiche o i canti a cappella, sono tutte forme di musica dove l'improvvisazione è un elemento centrale, anche se in realtà tale peculiarità fuoriesce dai Balcani e si diffonde in tutta l'area mediterranea. Un paragone azzeccato che coinvolge la sfera delle sottoculture urbane è la musica americana jazz/blues o il tango. È la musica che dà il meglio di sé quando viene suonata per la propria anima.

Nel momento in cui alcuni esperti dell'Unesco vollero registrare il rebetiko originale, andarono a cercare il leggendario Vasilis Tsitsanis, scovandolo una sera nella cucina del suo locale, al termine dell'abituale concerto settimanale. Queste registrazioni di Tsitsanis, con una strumentazione ridotta al minimo e la sigaretta all'angolo della bocca contratta in un canto destinato solo a coloro che davvero amavano la sua musica, sono le migliori registrazioni esistenti.

Nelle čarde che conosco lungo il Danubio e la Drava, quando è notte inoltrata e la maggior parte degli avventori è già rincasata, questo è il momento dei repertori musicali ebbri di passione che si custodiscono solo per momenti speciali. Una di queste čarde è rimasta incisa nella mia memoria: è la Čarda "Čingi-lingi", frequentata da bambina negli anni sessanta. Ci andavo con mia mamma e i suoi amici che già a quel tempo dicevano "non è più come una volta". Di loro però non ci si poteva fidare: erano tutti ancora piccoli negli anni antecedenti la Seconda guerra mondiale, e sicuramente si ricordavano più dell'esperienza dei loro genitori che della propria.

Quando in seguito mi capitava di tornare con la memoria al "Čingi-lingi", o quando sentivo raccontare altre storie su di essa, il mio ricordo infantile trovava conferma: tutti parlavano di questa čarda da un punto di vista mitologico, senza un vero legame esperienziale. Perciò ritengo che sia giusto obbedire a questa usanza, e invece di raccontare un'esperienza personale, che a causa della mia giovanissima età e dunque dell'assenza di codici culturali non può essere elaborata sino in fondo, racconto un'esperienza altrui. Riguarda mio nonno, che purtroppo non ho mai conosciuto essendo morto molto tempo prima che io nascessi. "Il nonno Vlado non poteva essere altro che un rom", penso spesso guardando le sue foto. La sua professione - in vita fu un commerciante di successo - deve avergli permesso l'acquisto di un'altra, più "rispettabile" identità. Neanche quella comunque gli è stata d'aiuto a mantenere il senno della ragione, anche se questo è un dettaglio di secondo piano nella storia che sto per raccontare.

Il nonno Vlado era un grande edonista, conosceva tutte le migliori locande con annessi musicisti da Budapest a Zagabria, Novi Sad e Niš giù sino a Skopje. Più a sud purtroppo non arrivò mai. Con tutti i musicisti parlava nella loro lingua madre.
I suoi tour notturni nella città natale, a Osijek, iniziavano sempre al Royal, che oggi è un triste residuo di un locale K&K di un tempo, e finivano alla già citata čarda "Čingi-lingi", oggi solo una rovina, un triste monumento dell'ultima guerra degli anni novanta.
Nelle critiche al suo stile di vita che sentivo dalla nonna, era la frequenza di questi tour a essere rimproverata: la necessità di intraprenderli non si metteva mai in discussione. Amico di ebrei e rom, colpevole di possedere un'identità "sbagliata", il nonno fu tra i primi ad essere ucciso dopo la fondazione del NDH - lo Stato Indipendente Croato. Gettato nella Drava, il suo corpo emerse nel Danubio a Bela Crkva - fatalmente un altro posto famoso per le sue čarde e la sua musica.
Se quindi dovessi definire la mia identità culturale e legarla ad un luogo, la čarda "Čingi-lingi" lungo la riva della Drava potrebbe rappresentare un sicuro rifugio contro ogni identità chiusa, refrattaria alla contaminazione. La čarda non c'è più, le acque della Drava sono passate sulle sue fondamenta. Tuttavia, la musica un tempo suonata tra queste mura aleggia ancora nell'aria, immune a qualsiasi cambiamento politico o sociale. Musica fatta di un continuo dare e ricevere dai propri vicini, con la quale si ama facilmente e si uccide a stento; musica di infelici e perdenti i cui brevi momenti di gioia nessuno potrà mai cancellare.

Chi è?

Nata a Belgrado il 18 gennaio 1948, tra gli anni sessanta e settanta partecipa ai movimenti studenteschi nati attorno al sessantotto jugoslavo. Dopo aver conseguito laurea e dottorato di ricerca in linguistica, inizia a pubblicare articoli e saggi in difesa della libertà di espressione e dei diritti umani. Dagli anni ottanta dedica la sua attività intellettuale al contrasto delle spirali nazionalistiche che stavano crescendo in Jugoslavia. A causa di alcuni articoli critici verso Slobodan Milošević e sua moglie Mirjana Marković, nel 1988 Svetlana Slapšak fu portata a processo: sebbene assolta, perse il lavoro, fu isolata dal resto del mondo accademico serbo, espulsa dall'Accademia delle scienze e delle arti in quanto unica membra a non aver firmato un documento con il quale si rompevano tutti i rapporti culturali tra la repubblica serba e quella slovena.
Tra il 1988 e il 1989 viaggiò instancabilmente attraverso i territori jugoslavi tenendo conferenze contro i venti di guerra che soffiavano sulla Jugoslavia. Quando nel 1991 iniziarono i primi scontri a fuoco in Slovenia, Slapšak si trasferì a Lubiana, dove tuttora vive assieme al marito (l'archeologo Božidar Slapšak), bollata in patria come "traditrice" e "minaccia nazionale". Dagli anni novanta inizia anche il suo impegno a difesa dei diritti delle donne. Dal 1996 insegna presso il Ljubljana Graduate School in Humanities, prestigiosa scuola di dottorato dove insegna studi di genere e antropologia dei mondi antichi. Collaboratrice del settimanale belgradese Danas a partire dalla caduta di Miloševic e del quotidiano sloveno Većer, nel 2005 è stata inserita tra le mille donne candidate al Nobel per la pace.

 
Di Fabrizio (del 20/03/2012 @ 09:18:06, in musica e parole, visitato 4840 volte)

(Note al testo ed Appuntamenti)

FAREPOESIA - RIVISTA DI POESIA E ARTE SOCIALE Anno 3 - N. 6 Marzo 2012
IN QUESTO NUMERO: PAUL POLANSKY POETA LEGGENDARIO a cura di Enzo Giarmoleo

Alcuni affermavano: "La poesia non è democratica, non fa sconti!" Altri parlavano dell'importanza solenne della metrica. Altri dissertavano sulla lunghezza del verso misurandolo. Altri dicevano che i "Veri" poeti in Italia sono circa dieci. Altri li rintuzzavano dicendo che quella era una visione elitaria. Altri parlavano di minimalismo, qualunquismo, epigonismo, di poesia come atto di fede nel futuro…

Mentre la disputa infinita infuriava è apparso a Milano Paul Polansky, poeta leggendario, uno degli scrittori più impegnati nella lotta per i diritti umani nell'Europa dell'Est, erede di una stirpe di guerrieri di un "antico villaggio vichingo", una stirpe di "belve combattenti"1. La sua presenza è riuscita a neutralizzare la controversia. Polansky non è approdato nella Milano dei "Veri" poeti, non ha sventolato bandiere per farsi notare.

Avevo letto il suo nome nelle locandine "resistenti" di realtà culturali come "La Casa della Poesia" di Baronissi e l'associazione "Angoli Corsari" di Reggio Calabria. Una sera di novembre, all'Arci di Turro, nel cuore del quartiere più multietnico di Milano, Polansky si è rivelato e ha rubato l'attenzione del pubblico con le sue poesie e i suoi racconti.

Le sue opere spaziano dalla narrativa alla poesia, inizia a scrivere romanzi per poi approdare, a 50 anni, alla poesia impegnata. Polansky è sicuramente il poeta più coinvolto, a livello globale, nella difesa dei diritti umani delle popolazioni Rom, vittime dell'olocausto. La parola nei suoi scritti ha sempre a che fare con l'azione e, come dice il poeta e attivista americano Jack Hirschman: "Non v'è alcuna fuga artificiosa attraverso lo stile". Polansky non si pone il problema di verseggiare per rispettare certe regole dell'accademia, né d'altra parte potrebbe farlo, tanto impellente è la necessità di raccontare. Per una volta la liricità non ha bisogno di lacci e lacciuoli. La poesia di Polansky è la prova che fuori dal carcere delle strutture linguistiche esistono mille altri modi di fare poesia. Il risultato è che riesce a trasmettere emozioni fortissime; in ogni parola, in ogni immagine, si sente l'odore dell'indigenza, della violenza, della guerra.

Nel 1963 Polansky lascia l'America per sfuggire all'arruolamento per la guerra in Vietnam e si trasferisce in Spagna, un paese dove ancora l'ombra del Caudillo si allunga minacciosa oscurando i cuori e le menti. La Guardia Civil è onnipresente sul territorio. Si sposta anche nella Spagna rurale, spesso girovagando sul dorso di un mulo per le sendas (mulattiere) in paesaggi selvaggi, per ricostruire il filo di sentieri persi e dimenticati, quasi anticipando la sua passione e la sua sete per la ricerca antropologica. Più di mille discorsi, la poesia "Caccia Grossa"2 svela un modo di sentire, quasi una concezione del mondo, con un tocco di ironia.

Nel 1991 parte per la Repubblica Ceca con l'intento di svolgere ricerche sulle origini della propria famiglia di linea paterna. Scopre negli archivi 40 mila documenti riguardanti il famoso campo di lavoro di Lety costruito durante la II guerra mondiale per gli ebrei e successivamente impiegato solo per gli zingari. Polansky non può rassegnarsi quando viene a sapere che il campo era gestito da guardie ceche e non da tedeschi. Contrastato nel suo intento dalle autorità egli cerca eventuali sopravvissuti al campo di lavoro. Le voci strazianti dei sopravvissuti sono contenute nella sua prima raccolta di testimonianze orali "Black Silence" e nel suo primo libro di poesie "Living Thru It Twice" (1998) che, come dice il poeta, gli ha cambiato la vita.

C'è una poesia che rispecchia la dedizione del poeta nei confronti dei Rom, scritta basandosi sulla testimonianza di una donna sopravvissuta al campo di sterminio di Lety, la poesia s'intitola "Pensavo di essere una sopravvissuta", una delle parole chiave del testo è il termine "barcollare" e ci suggerisce nettamente la sensazione di perdita d'identità che hanno provato migliaia di persone. La poesia è talmente densa di emozioni che ogni suo verso potrebbe dare il titolo a questo straordinario componimento.

Durante la fine degli anni '90, Polansky, dotato di grande empatia, combatterà a fianco delle popolazioni rom ceche per ottenere i risarcimenti per i torti subiti nei campi boemi durante la II guerra mondiale e fa propria la storia dolorosa degli zingari kossovari nella guerra Serbo-Albanese. La sua scrittura e la sua poesia saranno le sue armi per raccontare l'esperienza storica del popolo Rom ma anche per dare visibilità ad un popolo che appare soltanto negli "hate speech" diffusi nei discorsi pubblici e nelle rappresentazioni mediatiche negative.

La sua protesta comincia a preoccupare le autorità ceche, un suo romanzo "The Storm"del 1999, in nuce la descrizione di una sopraffazione storica, viene requisito dalle librerie3.

In questi anni la poesia serve ad esprimere questo dolore. È sempre una poesia che non segue i canoni classici della poesia tradizionale, la rima, la misura del verso; al di là del tema trattato, la drammaticità serpeggia nelle sue poesie. La poetica di Polansky è al di fuori dell'assolutezza di un principio che valga per tutti; c'è solo spazio per le allitterazioni e l'eufonia, tipiche della
antica poesia vichinga, che per il poeta sono naturali4.

Dalla storia inquietante di "Sacchi per Cadaveri" (1999) emergono i mali nascosti dell'America, un esempio di umorismo nero per una vicenda tragica come la strage per mano di due adolescenti5.

Gli anni seguenti vedono la ripresa dei temi dei Rom in Kossovo e nella Repubblica Ceca dove le autorità locali e civili auspicano l'eliminazione o la deportazione di queste comunità prendendo alla lettera la lezione swiftiana6. Nella poesia "The Well" lontano da atmosfere ovattate, c'è il racconto, crudo dettagliato, di uno zingaro vittima di una violenza estrema - uno dei tanti costretti a fuggire "da un paese in cui hanno vissuto per quasi settecento anni".

Come sempre avviene nei migliori esempi alla "Guantanamo", la violenza psicologica perpetrata nei confronti degli zingari cechi è paralizzante quanto quella fisica. Un esempio calzante lo troviamo nella poesie "Un Vestito Nuovo" e "Una scuola speciale". Ironia e sarcasmo del poeta, se da un lato attenuano la drammaticità e la crudezza di alcune poesie-racconto, dall'altro fanno emergere con più forza l'ingiustizia perpetrata nei confronti dei rifugiati come in "Fermata d'Autobus", "Il Presidente del Kossovo" e in molte altre.

I temi dei suoi scritti si alternano, dalle raccolte di poesie sui rom kossovari a quelle con connotazioni antropologiche sulle comunità di zingari, per ritrovare ancora la Spagna dove è iniziata la sua incredibile avventura.

Un suo libro in lingua ceca del 2001, "Homeless in the Heartland" venduto per le strade di Praga dai barboni, ricorda in parte l'epoca dei libri samiždat che venivano scambiati clandestinamente nella Praga degli anni '80. La discriminazione è ricorrente nella poetica di Polansky anche quando racconta la realtà dei senzatetto americani del midwest.

C'è anche una poesia più personale ed intima che ha per oggetto gli anni duri dell'adolescenza quando praticava sport come il football americano e la boxe. La boxe diventa protagonista di uno dei suoi libri più famosi, "Stray Dog" (Cane Randagio, 1999), in cui dagli aspetti violenti emerge la profonda sensibilità umana del poeta7. Nella poesia "Gli imbattuti", pervasa da un grande senso della realtà, alle immagini crude si associa un senso di fragilità e di sofferenza dell'io narrante consapevole che non si vince mai del tutto anche se abbatti l'avversario. Solo chi si distrae durante il "combattimento" non sente la poesia.

Un virus partito da un antico villaggio vichingo, diffusosi poi in America e ritornato in Europa, si aggira ora per Milano; è il virus "Polansky", pericoloso virus dell'empatia che potrebbe insediarsi nelle nostre menti per amplificare la nostra comprensione, per capire ad esempio le ragioni per cui i bambini zingari di Mitrovica (Kossovo) sono morti a seguito di complicazioni dovute ad avvelenamento da piombo nei tre campi ONU costruiti su una discarica tossica.

Dall'azione alla narrazione. Quella di Polansky è una metanarrazione mai consolatoria, che non si sofferma soltanto sulle discriminazione nei confronti dei rom e l'orrore da essi subito. Polansky racconta con molta serenità e in veste di antropologo anche l'origine, i rituali della cultura rom, le abitudini, le credenze, le abilità di questo popolo. Racconta in modo disarmante gli espedienti usati dai rom per sopravvivere, si sofferma su alcuni aspetti non accettati dalle comunità "civili" occidentali: usanze millenarie come la compravendita delle giovani spose o l'atteggiamento fortemente maschilista all'interno delle comunità zingare.

È grazie a questo approccio, alla serietà delle sue ricerche che la narrazione coinvolge l'ascoltatore e lo fa avvicinare allo scottante problema degli zingari8. La conoscenza di Polansky è frutto di una attenta osservazione sul campo e di pazienti ricerche antropologiche in India, Pakistan, Kashimir, ex Cina. Si scoprono cosi le similarità linguistiche tra gli zingari nostrani e le tribù sansis del Punjab, certa musica zingara del Rajestan in tutto simile al flamenco spagnolo o più in generale i debiti della musica colta nei confronti dei Rom.

Polansky trova nei luoghi originari degli zingari corrispondenze con moltissimi aspetti e dettagli della cultura rom di cui si era impadronito vivendo con i rom sia in Spagna che nel Kossovo.

Si sfaldano nei suoi racconti anche i luoghi comuni che vogliono gli zingari nomadi costantemente in viaggio. Gli zingari, dai musicisti ai maniscalchi, viaggiavano di mercato in mercato per vendere cesti, ferri di cavallo, briglie, setacci ecc, o si spostavano per i lavori stagionali ma solo dalla primavera fino all'autunno. Anche certe leggende, come quella del serpente domestico protettore della casa, suggeriscono che gli zingari non erano nomadi ma vivevano in abitazioni fisse.

La simbologia del serpente, comune agli zingari in Albania, Grecia, Turchia e nelle montagne della Bulgaria, le pietre fluviali messe nelle tombe per garantire l'acqua ai defunti nell'aldilà allo scopo di non mendicare l'acqua nell'altro mondo, certe cure sciamaniche comuni sia agli zingari della Bulgaria che a quelli del Kossovo o l'appartenenza alle caste sono prove del legame degli zingari con l'India.

Polansky sa che gli zingari sulle montagne della Bulgaria credono nel Dio Sole e ritrova questo legame, in particolare a Multan, l'antica capitale del Punjab, dove intorno all'anno mille c'era il famoso tempio del sole e dove arrivavano gruppi consistenti di esiliati dall'Egitto. Da qui anche l'etimo di zingaro: Egyptian come Gypsies.

Un capitolo molto interessante riguarda il ruolo vitale che gli zingari assumono nell'economia di altri paesi. Con l'inizio della diaspora del XV secolo, si spostano dalle regioni balcaniche in Calabria, Sardegna, Spagna diventando spesso manodopera indispensabile a basso costo, specie nell'agricoltura nelle fasi della semina e del raccolto. Questo ruolo vitale restituisce dignità storica, se pure ce ne fosse bisogno, alle comunità zingare ed è un buon punto di partenza per ricostruire una storia che non sia solo il frutto di mistificazioni o di analisi faziose sulla loro cultura.

Intervista a Paul Polansky
a cura di Enzo Giarmoleo



Ho l'impressione che sei molto attento a non farti coinvolgere dal successo facile, dalla notorietà, insomma che ti difendi dal circolo mediatico. È un'impressione corretta?

Giusto il contrario. Inseguo i media, non per me stesso ma per la mia causa, la mia missione, per aiutare la gente a capire gli zingari, la cultura rom. Ho avuto successo nel coinvolgere BBC (British Broadcasting Corporation), ZDF (Zweites Deutsches Fernsehen, la seconda televisione tedesca), TV Australiana, Arte TV, Al Jazeera, ecc. ma non sono riuscito a fare molti progressi né con i media italiani né con quelli americani. Sia gli uni che gli altri non danno tendenzialmente spazio agli zingari a meno che non si tratti di una storia negativa. Sebbene abbia partecipato a reading in più di 50 città italiane, solo raramente sono stato intervistato dalla stampa italiana poiché agli editori non interessa chi parla in modo positivo degli zingari.

Alcuni episodi della tua vita on the road mi hanno fatto venire in mente "Il Vagabondo" di Jack London, anche se è difficile inquadrarti in una corrente letteraria. Quali sono i tuoi punti di riferimento artistici?

Jack London, Hemingway e la prima poesia di Bukowsky hanno avuto su di me una grande influenza. Suppongo che verrò sempre considerato un poeta americano fuori patria, completamente fuori dal mainstream, con poco o nessun riconoscimento in America. Credo di trattare temi sociali che non sono popolari per la maggior parte degli americani e che la mia poesia sia più accettata in Europa. D'altra parte ho vissuto in America solo 21 anni e in Europa per ben 49 anni. Credo nel socialismo, termine che in America è considerato una parolaccia. Gran parte della mia poesia è molto di sinistra che significa che molti degli editori americani, se non tutti, ignorerebbero i miei scritti. Lo stesso vale per il pubblico americano.

Polansky spiazza il lettore tradizionale abituato a romanticherie tutte occidentali, con tematiche e soggetti fuori dagli schemi: rom, zingari, barboni, pugili…

Si, perché sono temi rari. I lettori sono più interessati ad ascoltarli. Oggi buona parte della poesia almeno in America, tratta della tragica vita amorosa del poeta. I lettori si annoiano a leggere queste storie senza fine, che sono fondamentalmente identiche. Zingari, pugili, vagabondi hanno ancora storie universali da raccontare, in grado di colpire il lettore. Ogni volta che leggo le mie poesie a studenti della scuola superiore in Italia, succede che gli insegnanti vengono da me e dicono che questa è la poesia che dovrebbero insegnare. Dicono questo perché i loro studenti restano entusiasti e coinvolti mentre trovano noiosa la poesia classica insegnata a scuola. Per quanto grandi siano i poeti classici come Dante, gli studenti oggi non riescono a stabilire un rapporto con essi.

Hai avuto mai problemi con i poeti o i critici dell'establishment che ti hanno fatto critiche riguardo alla metrica, al ritmo, alla lunghezza del verso e cose simili?

Si, certamente. Alcuni poeti e critici non considerano la mia poesia, poesia, neanche antipoesia. Questo non mi disturba. Scrivo per raccontare una storia. Tutte le mie poesie potrebbero prendere la forma di racconti, persino novelle. Faccio molta attenzione alle allitterazioni e all'eufonia perché queste mi arrivano naturalmente, proprio come le mie storie. Il poeta francese Frances Combes dice della mia poesia: "È il tipo di poesia che amo. Efficiente, saggia e talvolta ironica. Soprattutto testimonianza umana. Questa è la poesia di cui abbiamo bisogno in questi tempi di divertimento massmediale e di brutalizzazione della mente. Poesia fatta non solo di parole ma di vita. Ora penso che le poesie debbano essere vissute prima di essere scritte."

A cosa serve l'ironia? Mi pare che essa non manchi nei tuoi scritti.

La mia poesia deriva da esperienze vere. E ne ho avute parecchie. Sebbene i miei temi siano centrati sull'ingiustizia e sull'ipocrisia, spesso vedo queste cose attraverso il filtro dell'ironia piuttosto che con la rabbia. Ho visto persone morire nelle mie braccia. Ho visto centinaia di persone cacciate dalle loro case saccheggiate e distrutte. Mi succede di descrivere le storie così come le persone le hanno vissute; altre volte uso la lente dell'ironia o dell'umorismo nero. L'ironia è una forma più sofisticata della rabbia. I lettori sono stanchi di poeti e attivisti che battono semplicemente sulla grancassa della politica. L'ironia fa arrivare lo stesso messaggio ma in un modo più interessante, serve anche ad erodere l'ipocrisia.

Come mai non sono stati ancora pubblicati in Italia: Living through it twice (scritto nel 1998), libro che ha segnato una tappa importante nella tua vita, e la raccolta di testimonianze orali Black Silence scritto nell'autunno del 1998?

Innanzitutto questi libri dovrebbero essere tradotti in italiano e questa operazione costa denaro che oggi manca a molti editori. Un'altra ragione è che gli editori non vogliono investire molti soldi in un sentimento di solidarietà per gli zingari. Le case editrici temono che il pubblico non comprerebbe libri che parlano di zingari. Cosi l'ignoranza sugli zingari è alimentata proprio da quelle stesse persone (gli editori) che dovrebbero educare il pubblico.

Vivere nell'epoca della globalizzazione ti reca qualche disagio? Come ti contrapponi ai mali della globalizzazione? Come ti poni nei confronti dei movimenti antiglobalizzazione, contro la guerra?

Ho lasciato l'America nel 1963 a causa della Guerra del Vietnam; credo che da allora non sia cambiato nulla. L'America ancora crede nell'impero, nella guerra, nell'essere il poliziotto del mondo. Oggi il complesso militare-industriale insieme alle lobby israeliane regna sulla politica estera americana. La globalizzazione ha solo contribuito a rendere le imprese americane più ricche e il mondo più povero. I problemi che ne derivano sono difficili da descrivere con la poesia a meno che non si racconti la tragedia attraverso la
storia di un individuo piuttosto che attraverso una diatriba politica. La poesia può raggiungere la gente, e in modo speciale i giovani, più velocemente di qualsiasi altra forma di comunicazione, fatta eccezione forse per il video. Persino il video è troppo lungo qualche volta. La poesia breve può svegliare le persone più di qualsiasi altra cosa.

Leggendo le tue poesie mi sono accorto della ricchezza e della varietà dei temi trattati. Non c'è il rischio che tu venga conosciuto solo come il poeta che difende i diritti umani, in particolare dei Rom?

Ho più di 3000 pagine di poesia non pubblicate che non parlano di diritti umani o di zingari. Una delle mie collezioni non pubblicate parla dei miei giorni passati a fare trekking sul dorso di un mulo in Spagna alla ricerca di sentieri perduti e dimenticati. Un'altra collezione tratta della mia gioventù nella vecchia Madrid. Spero che un giorno la mia "Altra" poesia venga pubblicata.

Puoi dirci brevemente perché hai dichiarato guerra all'ONU nel periodo in cui ti sei occupato dei bambini di Mitrovica.

La missione ufficiale dell'ONU e delle sue agenzie è soprattutto quella di difendere i diritti umani e in modo particolare i diritti dei bambini. Eppure in Kossovo ho visto che l'ONU era presente solo per difendere i diritti degli albanesi. Nei campi ONU dove ho vissuto con gli zingari, i diritti umani non solo non erano rispettati ma erano invece violati da personale ONU, specialmente dagli appartenenti ai livelli più alti. Nella mia esperienza la maggior parte degli ufficiali dell'ONU è interessata esclusivamente a conservare il proprio posto di lavoro, la propria sicurezza, la carriera e la pensione, piuttosto che al benessere delle persone che proprio loro dovrebbero aiutare. Come si può rispettare una organizzazione come l'ONU che ha lasciato vivere bambini in campi ONU costruiti su discariche tossiche per 12 anni? Sin dal primo anno i loro stessi dottori e in special modo l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e la Croce Rossa avevano avvertito l'ONU che ogni bambino nato in questi campi avrebbe accusato danni irreversibili al cervello e non sarebbe vissuto abbastanza per dar vita ad un'altra generazione. L'ONU è gestita da politici disoccupati. Il cinismo, il nepotismo e la corruzione finanziaria permeano i ranghi dell'organizzazione rendendola in molti casi inutile.

Sette poesie

GLI IMBATTUTI


Esistono solo nei fumetti
Persino Marciano non restò imbattuto


Rocky perse fuori dal ring
Perché evitò Kid Rivera


Nella vita reale non puoi evitare gli avversari
specie i peggiori: la famiglia e gli amici


La vita non è un incontro dilettantistico di tre round
ma un campo di sterminio dove fai cose cattive
per sopravvivere


Una lotta a mani nude in un porcile
Senza un gong o un arbitro a salvarti


Ho più cicatrici sull'anima che attorno alle sopracciglia
……………………………………….
………………………………………


Puoi vincere sul ring,
ma non vincerai mai
più di un round
nella vita
…………..


CACCIA GROSSA

Una domenica del 1967
ci allontanammo dalla spiaggia alla ricerca
di una senda sopra Sierra Cabrera


Molti sentieri portavano a
fattorie abbandonate e
a due villaggi semideserti


Eppure ci vollero quattro ore
per trovare un sentiero
e superare lo spartiacque


Nessuna capra di montagna in vista
né bighorn
neanche un cinghiale selvatico


Solo una pernice dalle zampe rosse
che planava giù
per i pendii spogli.


…………………………….


…………………………….


Dopo aver abbeverato i cavalli
stavamo per tornare indietro
quando arrivò la Guardia Civil


Un ufficiale si sporgeva
con un binocolo
dal finestrino della jeep verde


Dietro c'erano quattro guardie
e ciascuna aveva un fucile
con il mirino


L'ufficiale chiese
se avevamo visto
qualcuno sulla vetta


Non mi piacevano i suoi
baffetti ben curati
quindi dissi di no


In seguito venni a sapere che alcuni fuggitivi
repubblicani ancora erano
nascosti nelle sierras dal 1939.


Un cacciatore del posto mi disse:
"questa è l'unica caccia grossa
che ci è rimasta.

 

PENSAVO DI ESSERE UNA SOPRAVVISSUTA

Sono sopravvissuta alle bande della gioventù hitleriana

scappando a Praga
Dopo che mi hanno portato a Lety
sono sopravvissuta


fame
fucilazioni
iniezioni letali
squadre di lavoro
pestaggi
stupri
tifo
e annegamenti
nel fusto di acqua piovana


Dopo la guerra
volevo una vita migliore
ed ho sposato un uomo bianco


Solo uno dei miei otto figli
ha ereditato la mia pelle scura di zingara.


Ora lui è in ospedale
a riprendersi da due operazioni
dopo che gli skinheads
lo hanno impalato su un palo metallico


Non so se sto vivendo
nel 1936 o nel 1995.


Pensavo di essere sopravvissuta,
ma credo di aver solo
barcollato senza arrivare da nessuna parte


SACCHI PER CADAVERI

I sacchi per cadaveri
che la polizia ha usato
per portare fuori
gli studenti morti
sembravano
gli stessi sacchi di plastica nera
che l'esercito usava
per riportare dal Vietnam
i corpi dei miei
compagni di scuola
un anno dopo
il nostro
diploma
Sfortunatamente
non credo
che i sacchi per cadaveri
andranno mai
fuori moda
in America
per gli studenti
delle scuole superiori.


IL POZZO

Mi presero al mercato
dove la mia gente una volta vendeva i vestiti
e dove ora gli albanesi praticano il contrabbando
Quattro uomini mi gettarono sul sedile posteriore
di una lada blu urlando "Lo abbiamo detto
niente zingari a Pristina"


Mentre mi spingevano sul fondo
sentivo la canna della pistola sull'orecchio sinistro
Era così fredda che sussultai proprio mentre qualcuno premette il grilletto
Il sangue mi schizzò su un lato della faccia
dalla ferita sulla spalla
Caddi fingendomi morto
Pregai la mia amata madre morta tutti i
Mulos9 affinché questi uomini non si accorgessero da dove
fuoriusciva il sangue

Quando arrivammo
mi tirarono fuori per i piedi
La testa si schiantò sul terreno
rimbalzando sulle pietre


Mi gettarono a testa giu in un pozzo
Non raggiunsi mai l'acqua
C'erano troppi corpi
Giacevo rannicchiato quasi incosciente
finchè la puzza e il bruciore della calce viva
non mi fecero rinvenire
………………………..
………………………….


A mezzogiorno stavo camminando
attraverso un bosco seguendo un sentiero per carri
che nessuno usa più


Tranne gli zingari
che fuggono da un paese
in cui hanno vissuto
per quasi
settecento anni


UNA SCUOLA SPECIALE

Ho sempre saputo che mia figlia era brillante
Faceva disegni pieni di dettagli
memorizzava tutte le canzoni dei nostri antenati
suonava il piano prima di avere cinque anni


Per cui fui sorpreso quando l'insegnante venne
a casa nostra e ci disse
che nostra figlia non era pronta per la scuola


Il suo ceco non era abbastanza buono
aveva bisogno di aiuto con la grammatica


Mia moglie disse che tutti a sei anni
hanno bisogno di aiuto con la grammatica


Il preside accettò di incontrarci
disse che nostra figlia era una bella bambina
ma sarebbe stata l'unica zingara nella sua classe


Alla fine acconsentimmo
Firmammo il foglio
Non volevamo che la nostra bambina fosse maltrattata


Ma ora quando la porto a piedi a scuola
e vedo la targa sull'edificio
mi si spezza il cuore


Perché non ci hanno detto
che la sua scuola speciale
era un centro per


ritardati mentali


FERMATA D'AUTOBUS

Io e mio marito
avevamo finito di fare le compere
ed eravamo alla fermata dell'autobus
quando arrivò questa macchina.


mio marito era andato presto in pensione
perché non riusciva a vedere bene
A me non va molto meglio ma vidi che gli uomini
che scendevano erano gadzos10


Quando mi svegliai in ospedale
avevo un braccio rotto
il naso rotto e
avevo perso tutti denti anteriori


Eppure ce l'ho fatta ad andare
al funerale
di mio marito

NOTE

Da metà marzo a tutto aprile, Paul Polansky è in tournee in Italia. A fine marzo sarà in Lombardia. Contattatemi per organizzare un reading nella vostra città. Calendario provvisorio:

  1. In Una figlia parla, Boxing Poems, Volo Press, Lonato (BS).
  2. Le poesie "Caccia Grossa"(1999),"The Well", "Pensavo di Essere una Sopravvissuta", "Sacchi per Cadaveri", "Il Pozzo", "Una Scuola Speciale", "Paradiso e Inferno", "Il Presidente del Kossovo", "Gli Imbattuti", sono incluse in Undefeated, P. Polansky, trad. e cura di Valentina Confido, Multimedia Edizioni, Baronissi (SA) 2009.
  3. Polansky: "il governo ceco avvertì il mio editore di Praga, un ebreo slovacco, che sarebbe stato espulso dal paese se avesse pubblicato un altro mio libro. Tutte le copie furono comprate da Prince Karel Schwarzenberg, il cui padre aveva fondato il campo di Lety. Quest'ultimo usava gli ebrei e gli zingari come schiavi durante la guerra e i cechi-tedeschi come schiavi dopo la guerra fino a quando le sue proprietà non furono confiscate dal governo comunista nel 1948. Prince Karel Schwarzenberg oggi è il ministro degli esteri della Repubblica Ceca e il candidato favorito alle prossime elezioni presidenziali." (da un messaggio elettronico del poeta).
  4. Polansky: "The only poetry techniques I have in my poetry are alliteration and euphony (like the old Viking poetry), both of which come naturally to me … like many other themes." (ibid.).
  5. Il riferimento è alla strage di Columbine nel Colorado (inverno 1999).
  6. Jonathan Swift, Una modesta Proposta.
  7. Estratti di Stray Dog si possono trovare in Undefeated, P. Polansky, Multimedia Edizioni Baronissi (SA), a cura di Valentina Confido
  8. Polansky definisce gli zingari con il nome che loro stessi si danno. Se sono rom, kale, sinti… li identifica con questi nomi, quando parla in generale usa la parola "zingaro" che è quella compresa da tutti. Si può approfondire il tema consultando il libro La mia vita con gli zingari, P. Polansky Ed. datanews.
  9. Mulos: spiriti di zingari defunti a cui non è stato ancora concesso di entrare nel regno dei morti.
  10. Gadzos: in lingua Romani, il termine indica i non Rom.

  • 23 marzo: Libreria delle Moline a Bologna  (sera, orario da definire)
  • 31 marzo: Circolo ARCI via d'Acqua a Pavia, alle 21.00
  • 2 aprile: CAM delle Gabelle a Milano, alle 21.00 (gli eventi di Pavia e Milano sono organizzati da FAREPOESIA, LA CONTA e MAHALLA, a breve il programma completo)
  • 13 aprile: Università di Cagliari alle 18.00, evento sponsorizzato dall'Unicef
  • 17 marzo: ore 21:00 Pane e Bacco – Osteria Fuori Porta via IV Novembre, 69 – Rezzato (BS) info: magadellaspezie@osteriapanebacco.com
  • 18 marzo: ore 21:00 Caffè Galetér via Guerzoni, 92h – Montichiari (BS) info: info@galeter.it
  • 27 aprile: Vicenza alle 18.00 a Palazzo Trissino (Sala degli Stucchi), nell'ambito di Dire Poesia
 
Di Fabrizio (del 28/02/2012 @ 09:02:39, in musica e parole, visitato 2149 volte)

SABATO 10 MARZO ORE 19,30
REBEL STORE in VIA DEI VOLSCI 41 - SAN LORENZO, ROMA

"Tristezza ironica, gioia di vivere e speranza sono i fili conduttori che accompagneranno il lettore in questo viaggio. Racconti e poesie si alterneranno con vivace ritmicità e sono lì a testimoniare la quotidianità di questo popolo, i Rom, che può insegnare ciò che nel nostro mondo di è dimenticato: la verità semplice di chi non ha niente, la cui unica ricchezza sono le proprie tradizioni e la propria cultura."

 

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