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La TV di Stato colpisce ancora
Di Fabrizio (del 15/03/2007 @ 09:58:27, in media, visitato 1426 volte)

Ricevo da Mariagrazia Dicati

Ieri sera all’ ennesima puntata della trasmissione su rai tre :”Chi l’ha visto” condotta da Federica Sciarelli, abbiamo assistito ancora una volta ad una accusa infamante sui rom rapitori di bambini, attraverso la storia di Antonello Tuvoni.
La mattina del 28 agosto 1974, un bambino di 3 anni e otto mesi, stava giocando in una strada di Torpè (Nuoro) e, mentre la madre era rientrata in casa per lavargli un grappolo d’uva, sparì improvvisamente.

Nel 1988 il padre venne contattato da un istituto di Elmas (Cagliari) che gli presentò un ragazzo diciassettenne che affermava di essere il figlio scomparso e di essere stato rapito da alcuni zingari che lo avevano ribattezzato Zoran.

Per conoscere la storia collegarsi a questo link

Certamente è una storia drammatica e triste che non può lasciarci indifferenti, ma questa cronaca proposta a milioni di italiani ha nuovamente diffuso questa calunnia attraverso testimonianze dello stesso Antonello, bambino, ragazzo e poi adulto dalla vita fatta di espedienti e confusione, da un suo amico mentre era in carcere con Antonello e da altri: tutti accusatori, nessuna prova, nessuna difesa, nessun nome.

Antonello sottoposto alla prova del DNA non è risultato figlio di Tuvoni che lo aveva dapprima accolto e poi cacciato di casa per furto, anzi lo stesso presunto padre è convinto che il figlio sia morto, vittima di un incidente e non di un rapimento, escludendo inoltre la presenza di zingari a Torpè all'epoca dei fatti.

Servizio molto accurato che sicuramente ha raggiunto un altissimo indice di ascolto: mentre andavano in onda le varie interviste, venivano proposte immagini di un campo rom e dei rom, quasi a voler convincerci che quelli erano i responsabili di un rapimento, anche se non si sa con esattezza né da dove venga questo ragazzo, il presunto Antonello, nè dove invece sia finito il vero Antonello scomparso nel 74.

A mio giudizio, va sottolineato e non sottovalutata la responsabilità della stampa e della televisione quale mezzo per la diffusione di pregiudizi e di calunnie contro i Rom e i Sinti.

Proprio in questo periodo, i ragazzi di una classe quinta e prima media, alla domanda sulle loro conoscenze relativamente ai Rom e Sinti hanno risposto nella quasi totalità: sporchi, delinquenti, ladri, rapitori di bambini e, alla richiesta quali fossero state le loro fonti, hanno dichiarato: i miei genitori e la televisione, specificando che la stessa cosa era avvenuta anche per i loro genitori.

Ritengo quindi che la stampa e la televisione non solo hanno una responsabilità morale (penale?) nei confronti dei Rom e Sinti, ma anche nei confronti dei nostri ragazzi che crescono con paure infondate e diffidenza verso chi è diverso, ragazzi che diventeranno adulti e che forse avranno un ruolo istituzionale o responsabilità politiche.

Con questo ragionamento non si vuole negare il diritto di informazione, ma ribadire che l’informazione deve essere fondata e riferirsi al colpevole e non a tutti i 12/14 milioni di Rom e Sinti del mondo.

Consiglio a tutti di riguardare il film “ Bambini della strada” dove, anche se in lingua tedesca, non si può restare indifferenti davanti alle scene del rapimento di bambini Rom legittimato dalla fondazione svizzera di beneficenza "Pro-Juventute", cui nel 1926 cui stato affidato l'incarico di"proteggere i bambini a rischio di abbandono e di vagabondaggio dalle autorità Svizzere.

Oggi Mariella Mehr, scrittrice jenische (una comunità gitana), vive in Italia. Da oltre venticinque anni consegna alla carta la memoria di quella comunità Rom della Svizzera vittima, negli anni tra il 1926 e il 1972, di quella vera e propria caccia al nomade che fu l'operazione"Enfants de la grand-route" (Bambini della strada), con l’infallibile collaborazione della polizia e delle autorità pubbliche cantonali e comunali.

“Mi hanno portata via da mia madre poco dopo la mia nascita (...) I primi sei mesi di vita, li ho passati in un centro pediatrico per ritardati mentali. Lì ho vissuto le prime torture psichiatriche di un bambino jenische (...) Quando per la prima volta ho chiesto al mio tutore, il dottor Siegfried, chi fossero i miei genitori, mi ha detto (...) tua madre è una puttana, tuo padre un asociale. E questo, me lo sono portato dietro per dieci anni. Finché ho capito il significato di quelle parole: i miei genitori erano zingari"

Come centinaia di altri figli di nomadi, Mariella era stata tolta di forza ai suoi genitori.
Nella sua famiglia, tre generazioni sono state vittime di questa politica di sedentarizzazione forzata: prima di lei, sua madre, e poi anche suo figlio Settantadue anni dopo, i risultati di una ricerca storica hanno dissipato ogni"ambiguità" su questa operazione.

Nel 1972 la sezione bambini di strada della fondazione Pro Juventude cessa le sue attività, e dopo sei anni di depistaggi e ricerche, nel giugno 1998 Ruth Dreyfuss, consigliere federale oggi presidente della Confederazione elvetica ha dichiarato pubblicamente:
"Le conclusioni degli storici non lasciano spazio al dubbio: l'Opera di soccorso Enfants de la grand-route è un tragico esempio di discriminazione e persecuzione di una minoranza che non condivide il modello di vita della maggioranza".

La fondazione "Pro Juventude" ha ammesso pubblicamente la sua responsabilità, e .... continua normalmente la sua attività come se nulla fosse accaduto.

Nell'arco di quasi mezzo secolo, in Svizzera oltre seicento bambini jenisches sono stati sottratti a forza alle loro famiglie dall'Opera di soccorso"Enfants de la grand-route", che aveva un unico mandato: quello di sradicare il nomadismo.

Con questo proposito, i figli del popolo itinerante erano sistematicamente sottratti ai genitori e collocati presso famiglie affidatarie o negli orfanatrofi, quando non venivano addirittura incarcerati o internati in ospedali psichiatrici.

Consiglierei a Federica Sciarelli di dedicare una puntata di: “Chi l’ha visto” a questa terribile storia ottimamente presentata nel film “Kinder der Landstrasse”.