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Lo storico degli zingari: "PPP con una pallonata mi insegno' a scrivere"
Di Fabrizio (del 05/02/2013 @ 09:09:33, in musica e parole, visitato 1290 volte)

l'Arena.it SERGIO PRETTO

Sergio Pretto con la sposa a un matrimonio Rom

Un mondo che intravediamo appena, che non vogliamo vedere, che magari ci fa paura. Sergio Pretto, romano, 73 anni, giornalista prima della carta stampata poi alla Rai, racconta gli zingari attraverso un secolo di storia in Novecento Rom (Cartacanta, 400 pagine, 18 euro). Narra la storia di una famiglia, dagli anni Trenta al 2010, tessendo un arazzo di rapporti intrecciati. Se ne esce incantati da una scrittura a immagini, frammentata, a volte straniata, che si avvicina alla poesia.

Nella quarta di copertina si legge che lei è stato avviato alla scrittura da Pier Paolo Pasolini. Come?
Pasolini l'ho conosciuto da ragazzo su un campetto di calcio. Era un uomo che, a prima vista, intimoriva, dai tratti spigolosi, e che poi, invece, scoprii umanissimo. Diede una gran pallonata, che colpì il "palo" della nostra "porta", fatto da libri e quaderni di scuola legati con l'elastico, come si usava allora. Si scusò moltissimo, ma si soffermò sui quaderni. Soprattutto sul mio, quello dei temi e lì, subito, a darmi consigli, a dirmi di infrangere le regole, di esplorare le cose e insieme di aggredirle. E io cambiai il mio modo di scrivere. Lo cambiai più volte, dopo, anche sotto l'influsso del surrealismo di Calvino e del realismo magico di Màrquez, scrittori che riportano, anche se a prima vista non sembra, allo scavo nel torbido di PPP.

Perché si è interessato ai Rom?
È stato proprio Pasolini a insegnarmi a guardare agli ultimi. Il primo contatto l'ho avuto attraverso un'assistente sociale: cercavo informazioni per un altro libro, che stavo scrivendo. Abbiamo incontrato un giovane Rom, quello che nel romanzo io chiamo Decebal. Non è stato facile né da parte mia, né da parte sua. Ci dividevano mille pregiudizi. Ma mi sono reso conto che quello che noi vediamo - la sporcizia, il furto... - è la punta di un iceberg. Sotto c'è una cultura straordinaria, musicale, umanitaria, una solidarietà che non possiamo percepire. Siamo fermi agli stereotipi. E invece ci sono zingari docenti universitari, sportivi di fama (Andrea Pirlo, il calciatore), avvocati, pugili... C'è un'orchestra sinfonica di violinisti, tutti zingari, che sta girando l'Europa riscuotendo enorme successo. Una zingara di vent' anni, Laura Halinovic, ha vinto il Festival audiovisivo di Montecarlo con il documentario Io, la mia famiglia Rom e Woody Allen.

Come ha fatto a documentarsi?
Ho passato mesi tra i Rom. Decebal, una volta che siamo riusciti ad intenderci, mi ha detto che qui in Italia sono tutti giovani: per ascoltare la loro storia dovevo andare a Craiova, in Romania. Ho fatto partire il mio romanzo-verità da laggiù, quando Simplon, il padre di Decebal, decide di raccontare ai suoi figli la tragedia del Porrajmos, come gli zingari chiamano il genocidio pianificato dai nazisti: nei lager morirono 600mila Rom e Sinti. Simplon è depositario di testimonianze dirette, dal padre Ofiter e dalla madre Limpiana. Racconta come dei gitani si siano salvati nelle "marce della morte" verso i campi di sterminio. Quando seppellivano le vittime, alcuni si gettavano vivi nelle fosse: poi una coperta, quindi i morti, poi badilate di terra. L'ultimo della fila batteva sul tumulo cinque colpi: il segnale che la colonna si allontanava, così i sepolti vivi potevano uscire dalle fosse. Questo stratagemma l'avevano escogitato grazie alla loro antica tradizione di seppellire i morti durante il cammino. Non esistono cimiteri Rom o Sinti fino ai primi del Novecento: nomadi, gli zingari seppellivano i loro morti lungo la strada.

Rimangono impresse le figura femminili del libro. Ce ne vuol parlare?
Grifina era una giovane zingara dalla bellezza fiera e singolare. L'ufficiale medico del lager la notò e se la prese come infermiera e amante. Lei sopravvisse alle sevizie, accudendo una bambina che aveva trovato nel campo, sperduta, e con la certezza che un giorno si sarebbe vendicata. Alla fine, lo fece: uccise con il bisturi l'ufficiale medico. La giovane Jonela è invece l'esempio del contrasto tra gli anziani e i giovani. I ragazzi vedono i lati positivi della nostra società, quella di noi gagé, come ci chiamano i Rom. Jonela, cresciuta il Romania sotto il regime di Ceausescu, preferiva i jeans alle gonne a fiori e non voleva più camminare sempre un passo dietro al suo uomo...

I Rom sono così maschilisti?
Questo è un argomento, forse il primo, su cui ci siamo trovati a discutere. Ho parlato ai Rom di grandi donne di cui non conoscevano l'esistenza: le americane che nel 1908 scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare e morirono nell'incendio scoppiato l'8 marzo. Madame Curie, Rita Levi Montalcini... Le donne, che prima si ritraevano, hanno cominciato a sorridermi, ad invitarmi a mangiare. Gli uomini a considerare le loro compagne in una nuova dimensione. Non ci siamo messi d'accordo, invece, sulla scuola. "L'istruzione", mi hanno detto, "dovrebbe portare alla felicità. Perché noi dovremmo accettare, senza discutere, la vostra?"

Apertesi le frontiere dell'Europa orientale, la famiglia di Decebal ha lasciato la Romania per Francoforte, quindi Roma: nel campo al Casalino, che poi è stato spazzato via, e infine al Tiburtino. La storia è chiusa?
Spero in un finale aperto. Finché noi li ghettizziamo, saranno sempre pronti a ripagarci con il peggio perché a questo porta la disperazione. Ci chiedono di lavorare, anche lavori umilissimi - li ho visti io stesso farli, insieme agli immigrati - e ci chiedono di non dover rinunciare all'essenza della loro cultura. Sono il popolo meno sanguinario del mondo, che non ha mai combattuto una guerra, anche perché non ha confini da difendere.

Alessandra Milanese