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Un'altra
Di Fabrizio (del 22/07/2011 @ 09:57:15, in musica e parole, visitato 1222 volte)

Il giornale di Vicenza VIAGGIO. Una giornalista dal Nord al Sud per raccontare vite nel vento - 20/07/2011

Rom fotografati da Bianca Stancanelli sulla copertina del suo libro La vergogna e la fortuna (Marsilio)

«Questo libro è un viaggio», dice Bianca Stancanelli, giornalista siciliana, autrice de La vergogna e la fortuna, storie di rom (Marsilio, 2011). Un viaggio in quella «galassia di minoranze» che sono gli zingari, ma anche nel loro rapporto con i gagè, parola con cui la lingua rom, il romanés, indica i non-zingari. Ladri, mendicanti, imbroglioni, bugiardi: cosa c'è oltre a quello che di solito la gente pensa degli zingari? Bianca Stancanelli apre la porta del ghetto sociale recintato dai pregiudizi, con il merito di descrivere scenari nuovi, talvolta sorprendenti. Il reportage nasce, come racconta l'autrice, da una tragica domanda. Nel 2007, a Livorno, quattro bambini rom bruciano nel rogo della loro baracca. Eva, Danciu, Lenuca e Menji: 11 anni la maggiore, 4 il minore. «Tutto ciò che il pubblico ministero vuole è tenere in prigione i genitori dei bambini morti con l'accusa di abbandono e omicidio colposo. In un'altra estate, in Sicilia, un padre stordito dall'afa dimentica nell'auto arroventata suo figlio, che muore soffocato. Al padre, l'Italia offre una sgomenta solidarietà e a nessun magistrato viene in mente di aggiungere al suo strazio la pena della galera. Ma se quell'uomo fosse stato zingaro l'avremmo perdonato?»

Gli zingari in Europa, unica minoranza presente in ogni Paese, sono stimati in 8-12 milioni. Secondo l'antropologo Leonardo Piasere, l'80% è ormai stanziale. L'Onu li suddivide in rom, sinti, kalè, manouches e romanichals; l'Ue semplifica in rom e sinti. In Italia sono 160mila. «Siamo tra i Paesi che ne hanno meno e che più li odia», commenta Bianca Stancanelli.

Percorrendo l'Italia da nord a sud, l'autrice ci accompagna in case famiglia, appartamenti di periferia, carceri, loft in quartieri rinomati per raccogliere testimonianze di rom e sinti: miserabili, come le ladre recidive Susanna, Mina e Vesna, o emancipati, come lo scultore Bruno Morelli o la regista Laura Haliovic. Ogni capitolo esalta la soggettività dell'intervistato per estrarla dall'universo indistinto in cui è confinata per propria o altrui volontà. Si scansa sia il «lirismo di chi li descrive come il popolo del vento» sia la «crudezza di chi li considera un rifiuto della storia». Una missione ambiziosa, l'autrice lo sa. Non per niente una citazione di Hemingway verga l'inizio del libro: «La cosa più difficile al mondo è scrivere una prosa assolutamente onesta sugli esseri umani».

Bianca Stancanelli documenta con animo aperto e, si capisce, con il desiderio di raccogliere storie di riscatto. Talvolta ci riesce, come quando scrive del timido Baraba, ragazzo rom del campo di Ciampino impegnato nel servizio sociale, benché spesso fermato dalla polizia in via preventiva: «'Ndo vai? A rubba'?»

Altre volte il tentativo di affrancamento va a vuoto: «Susanna ha cominciato a rubare a 14 anni come scelta inevitabile. "Bello non è bello. Uno è costretto dal fatto di non avere documenti e di non poter ottenere un lavoro regolare". È una scusa per conferire una paradossale dignità alla scelta di vivere rubando? Avverto una sottile irritazione serpeggiarmi sottopelle», scrive l'autrice, «il dubbio che quell'insistenza sul pregiudizio antigitano sia, insieme, un alibi e un ostacolo». Ma dietro i furti ci sono anche le infanzie negate, come quella di Beda, classe 1990, che porta le cicatrici delle percosse: «Essere menati da tuo padre se non rubi ed essere menati dalla polizia perché rubi». Beda è scappata, ora vive in una casa famiglia e lavora in un magazzino.

L'AUTRICE analizza l'odio per gli zingari che da secoli circola e che ha trovato sfogo, oltre che in innumerevoli episodi locali di violenza, nel grande Porrajmos, il Divoramento, come gli zingari chiamano il tentativo di annientamento sistematico che fu attuato contro di loro dai nazisti. «I rom sono un popolo-termometro: misurano la febbre della società», dice Stancanelli.

Verona, cui l'autrice dedica un intero capitolo, vive l'esperienza emblematica che culmina nel campo di Boscomantico, chiuso nel 2008 per volere della neoeletta amministrazione guidata dal sindaco Flavio Tosi: allora un politico di provincia, oggi star televisiva e astro nascente della Lega. Per alloggiare le famiglie sfollate, ricorda Bianca Stancanelli, «il Centro Don Calabria lancia un appello alla "Verona che non volta le spalle": invita a offrire case per i rom, si fa garante del regolare versamento dell'affitto. Ma nella cattolicissima Verona, su 250mila abitanti rispondono in due». Altri immobili sono messi a disposizione da associazioni benefiche. «Ma riuniti dal prefetto, i sindaci del Veronese reagiscono: io non gli do la residenza, non li iscrivo all'anagrafe». Commenta l'autrice: «C'è nella violenza di quei rifiuti un eccesso di ostilità che è difficile non chiamare razzismo».

Nel 2001 un gruppo di leghisti veronesi — Flavio Tosi, sua sorella Barbara Tosi, Enrico Corsi, Luca Coletto, Matteo Bragantini e Maurizio Filippi — promuove una campagna politica con lo slogan: «Firma anche tu per mandare via gli zingari». L'operazione, denunciata in procura da movimenti a difesa dei nomadi, viene giudicata di stampo razzista in primo grado dal Tribunale di Verona nel 2004. La condanna — pur con le attenuanti, confermata in Cassazione nel 2009 — è stata sospesa. Ma in una recente intervista al quotidiano cattolico Avvenire, dopo l'udienza in Vaticano concessa dal Papa ai rom, Tosi si è preoccupato di dichiarare che quella degli zingari «è una scelta di vita che va rispettata, purché siano rispettate le regole». Per esempio, «mandino i figli a scuola». E un rom che chiede offerte suonando sul marciapiede «non è un accattone, ma un artista di strada», basta che non molesti i passanti e che sviolini prima del coprifuoco. «In questo caso, ben venga», parola del nuovo Tosi buonista.

Il problema c'è, ma la ghettizzazione non lo risolve. Un futuro giusto per tutti, secondo l'autrice, può camminare solo sulla strada dell'integrazione. Bisogna cogliere il germoglio di cambiamento che già esiste. Un segnale che viene soprattutto dalle donne. Dice Bianca Stancanelli: «È uno scenario insospettabile di femminismo gitano: la lotta di donne che vogliono cambiare la loro vita e si trovano contro la famiglia di tradizione maschilista e poi, compatta, anche la società italiana». Questa volontà di rinnovamento è speranza di un destino migliore per i giovani: «Ci sono ragazzi e ragazze che provano a incamminarsi su un percorso di legalità e, per farlo, si mettono contro il proprio clan. Se alla fine non succede nulla, perché senza uno straccio di documento nulla può succedere, tornano al campo sconfitti, umiliati. E finiscono risucchiati dall'illegalità. Penso ai bambini che trovano violenza dentro e fuori dal campo, cui la vita deve sembrare precocemente una trappola. Penso che dobbiamo salvarli, farlo presto. E sarà comunque tardi».

Lorenza Costantino