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Metti una rom in sala
Di Fabrizio (del 26/01/2010 @ 09:11:26, in Italia, visitato 1375 volte)

TerraNews.it a cura di Giuliano Rosciarelli
INTERVISTA. E’il vanto di una famiglia rom sfuggita dalla Bosnia. E dai campi nomadi di Roma e Milano. Romina ora ha un sogno: «Aiutare chi è più sfortunato».

Attrice, volontaria per Save the children, Romina ha 17 anni, è nata in Italia e i suoi genitori sono romnì xoraxanè, rom di origine bosniaca. Insieme ai suoi otto fratelli è una delle cosiddette migranti di seconda generazione: figli di immigrati, nati e cresciuti nel nostro Paese ma visti “dagli altri” pur sempre stranieri. Frequenta il quarto anno di un istituto professionale per assistenti sociali, il suo sogno è aiutare chi è stato meno fortunato di lei.

Ti sei mai sentita straniera a casa tua?
A volte. Negli occhi di chi mi fissa mentre passeggio con le mie amiche, nel rigore di una burocrazia che non mi riconosce italiana, nei media che alimentano stupidi stereotipi. Io sono comunque fortunata. I miei genitori non si sono mai rassegnati a vivere nei campi e questo mi permesso di integrarmi con più facilità. Mi sento a tutti gli effetti italiana perché sono nata e cresciuta qui, vesto e parlo come le mie coetanee ma sono anche rom perché lì affondano le mie radici, la mia cultura. Per chi è nato qui, come me, parlare di integrazione non ha senso.

Perché la tua famiglia è venuta in Italia?
I miei nonni erano bosniaci e sono arrivati a Milano tanti anni fa per scappare dalla guerra. Non c’era lavoro. I rom poi erano perseguitati da tutti. Bisognava scappare per sopravvivere. Mia madre aveva dieci anni quando sono arrivati. Venti li ha vissuti nei campi, prima a Milano poi a Roma (vicolo Savini). Ma non le è mai piaciuto stare lì. Voleva lavorare, farsi una vita e migliorare la propria condizione. Prima ha fatto l’insegnante di danza del ventre, poi è diventata imprenditrice, insieme a mio padre.

A scuola hai mai avuto problemi?
Non direi. Da piccola soffrivo per alcune cose che non capivo. A Natale, ad esempio, tutti i miei compagni parlavano dei regali ricevuti, noi però siamo musulmani e quindi pensavo che a casa mia Babbo Natale non arrivasse. Ora tante cose mi sono più chiare. Ma non tutti i rom la vivono in questo modo.

Cosa pensi dell’Italia?
E’ un Paese dove si vive tutto sommato bene. Ma c’è anche tanta ignoranza e superficialità. Ad esempio quando vado in giro con i miei compagni di classe italiani nessuno si accorge di me. Se invece esco con le mie amiche rom tutti mi guardano. Questa rimane comunque casa mia.

C’è qualcosa che rimproveri alla tua comunità?
La rassegnazione. Se vogliono qualcosa di meglio per la propria vita devono lottare, non rassegnarsi e stare seduti ad aspettare, anche se l’emarginazione e l’intolleranza molto spesso rappresentano degli ostacoli insormontabili.

Quando e come hai cominciato a fare cinema?
Al primo ruolo avevo otto anni. Mio zio lavorava a Cinecittà e conosceva un regista al quale procurava i personaggi. Dopo alcuni cortometraggi tra cui uno con Sergio Rubini è arrivato il film con Valeria Golino Prendimi e portami via, e la serie Ispettore Coliandro. Ora però mi sono dovuta fermare perché mia madre vuole che studi e non posso perdere l’anno. Se ne riparla dopo il diploma. Il mio sogno però è aiutare chi è stato meno fortunato di me.