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Pausa
Di Fabrizio (del 08/09/2008 @ 09:16:51, in Italia, visitato 1266 volte)

Da Gopk

Pausa sull'erba del principale parco milanese, controllando permessi e altro, vicino, un gruppo di musicisti improvvisamente iniziò a suonare... musica zingara. Forte. Belle canzoni da Gadjo Dilo e altre famose colonne sonore. Qui nei prossimi giorni ci sarà qualcosa come un festival di musica zingara. E' la prima volta che in questa città appare questo tipo di musica in questa maniera eccezionale... un fenomeno che succede in un periodo in cui la vita romanì viene rappresentata sui media come una minaccia alla sicurezza urbana italiana ed un pericolo per la cultura e la legalità italiane. Piuttosto spiazzante questo Giano a due facce (i Rom come popolo) non sarebbe differente dalle forme classiche con cui la vita romanì potrebbe resistere/negare/accettare le oppressioni e le discriminazioni. In ogni caso, sopravvivere. Le condizioni costanti di essere nel contempo esoticizzati ed oppressi può aver contribuito a perpetuare l'ambiguità della rappresentazione comune della vita romanì culturale e sociale. Un'ambiguità che sfida qualsiasi concezione pura ed essenziale dell'identificazione, che è la ragione per cui sociologi ed antropologi si sentono nel contempo affascinati e delusi.

In questo paese, dove il tempo sembra eterno, dove - come dice Pasolini in un film apparso in questi giorni sulla sua "rabbia" - non c'è una rabbia forte, perché non c'è una forte vita borghese, tutte le possibilità di emancipazione ed opposizione all'ideologia dominante (come il capitale e la chiesa) sono vecchie, non rinnovate. E questo è molto più interessante quando si arriva alla questione su come vengano costruite le rappresentazioni. Penso che dovremmo prendere la rappresentazione dei Rom come un caso di "eternizzare" un mondo sociale che si pensa essere solo un utile strumento per assicurare a qualche piccolo borghese la sensazione di sicurezza. Naturalmente, non tutti in questo paese hanno questa sensazione. E non sono neanche sicuro che quello di cui parla Pasolini sia così differente da quello di un prete o di un  vescovo... la tendenza ad essere profeta, la tendenze a spiegare "la realtà", tutto, con un paio di frasi, e la tendenza ad arrivare ad importanti conclusioni da un paio di considerazioni sulla "società italiana". Mancanza di materiale empirico, in altre parole.

Tuttavia - come dice Bourdieu - gente come Sartre (e Pasolini potrebbe essere considerato una sorta di j. P. Sartre italian-visuale orientato all'arte) sono quelli che hanno le parole da usare quando qualsiasi altro è silente.