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Il gioco delle parti
Di Fabrizio (del 18/12/2006 @ 09:37:46, in Italia, visitato 1161 volte)

OPERA NOMADI SEZIONE DI MILANO ONLUS

Lo sgombero di giovedì 14 Dicembre di una piccola comunità di rom rumeni in via Ripamonti a Milano, riaccende le polemiche sulla presunta “emergenza nomadi” in città.

Come in un “gioco delle parti”, i rappresentanti di Prefettura, Provincia, Comune e Casa della Carità che fino a ieri sedevano insieme al tavolo interistituzionale per disegnare le nuove politiche di accoglienza rivolte ai rom, si dicono “sorpresi” o del blitz improvviso o delle conseguenze che ha provocato, riposizionandosi attorno alle proprie sensibilità e al diverso modo di considerare l’insieme della problematica.

In buona sostanza un “incidente di percorso”, che naturalmente non bisogna ripetere, ma che lascia le cose così come sono, anche per il futuro.

Ma in cosa consistono le iniziative che “bollono in pentola”?

Da mesi, è in preparazione un Piano di Intervento Comunale che si fonda sulla sottoscrizione di un “Patto di socialità e legalità” da parte delle comunità rom e sinte, in cambio di una adeguata assistenza e ospitalità.

Le linee fondamentali del piano prevedono: la creazione di piccoli campi che non superino le 100 – 150 presenze; il censimento per chi abbia titolo a rimanere in Italia; aiuti umanitari affidati a gruppi di volontariato; la realizzazione di una graduatoria dei regolari che saranno poi sistemati nei campi.

Campi che saranno gestiti attraverso un Regolamento che fissa alcuni impegni essenziali, come l’obbligo di mandare i figli a scuola, inserirsi nel mondo del lavoro, garantire la pulizia del territorio contro il degrado, “denunciare” le situazioni di illegalità ecc.

Un percorso “ben chiaro” che assicuri vivibilità e sostegno, seguito da vicino da associazioni del volontariato e forze dell’ordine, che coniughino sicurezza con solidarietà.

Com’è ovvio, alcune di queste enunciazioni sono genericamente condivisibili o quantomeno non esclusivamente riferibili ai rom in quanto tali, ma ai comportamenti civili che dovrebbero tenere tutti i cittadini e le stesse Istituzioni.

Altri aspetti, la maggior parte, andrebbero analizzati con più attenzione, perché ripropongono un’idea stantia di assimilazione, controllo e assistenzialismo, nel più completo immobilismo culturale.

L’idea di costruire “campi nomadi” (o villaggi della solidarietà) di 100 – 150 persone è, ad esempio, ormai ampiamente superata nella società, per la consapevolezza degli insufficienti benefici che ne derivano e per il significato di separazione sociale che li accompagnano, ma è anche respinta dalla maggioranza delle stesse comunità rom e sinte che appena possono ne rifuggono.

Non si possono poi ignorare le modalità di partecipazione e condivisione del progetto che i proponenti dichiarano essere la premessa per ogni intervento.

Di sicuro queste non riguardano i diretti interessati, cioè i rom, del tutto ignari di quanto sopra, ma nemmeno l’arcipelago di piccole o grandi associazioni che da anni se ne occupano sul territorio, ugualmente escluse anche se citate per convenienza, che se vorranno continuare ad operare in questo settore erogando servizi, dovranno sottostare alla medesima logica politica subalterna e ricattatoria.

Un’ultima considerazione riguarda la presunta offerta di luoghi di ospitalità: non ve ne sono, né di nuovi né all’orizzonte, nemmeno nell’area provinciale, dove il rinnovamento politico dell’amministrazione aveva creato molte aspettative.

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