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L'eterna gabbia di Rom e Sinti nelle linee guida sull'integrazione
Di Fabrizio (del 03/03/2014 @ 09:07:51, in scuola, visitato 1917 volte)

di Monica Febbo, 01/03/2014 - 08:27 su LinguaMigrante

''Il dialogo interculturale non è un vezzo, è una necessità del nostro tempo.
(...) il dialogo interculturale è impossibile senza un riferimento chiaro e condiviso a valori fondamentali, quali la democrazia, i diritti umani e il primato del diritto.

(Consiglio d'Europa, Libro bianco sul dialogo interculturale, 2008)''

"Le categorie di spazio e di tempo, ad esempio,
sono concepite in modo culturalmente diverso e da ciò derivano,
talvolta, differenti modalità di approccio e di risposta
alle esperienze e agli apprendimenti che la scuola propone.
similmente, sul versante delle capacità di astrazione e simbolizzazione,
vi sono specificità particolari, per cui gli studenti sinti e rom
potrebbero faticare molto a memorizzare,
ad attribuire a dei simboli significati e concetti.
Questa caratteristica contribuisce a rendere difficoltoso l'apprendimento della letto-scrittura,
problematicità derivante anche dal fatto
che nelle culture di provenienza le lingue madri sono prevalentemente orali.
''

Si potrebbe riassumere con le due citazioni sopra riportate (da: Linee guida per l'integrazione 2014 - MIUR), stringatissime e poste su due piani paradossali, il testo emanato in questi giorni dal MIUR.
Un testo che si autoannuncia come qualcosa di fortemente rivoluzionario e innovativo.

Estrapolando solamente queste due affermazioni si direbbe che segue piuttosto la dicotomia di pensiero che contrassegna da tempo il sistema scolastico e non solo. Non in secondo luogo è da tenere in considerazione la mancanza di tangibilità con un reale quotidiano che, con tutta certezza, non è stato valutato interpellando i diretti interessati, cioè gli insegnanti, "in prima linea" in quanto attori di didattica, sapere, ricettori reali di un mondo che cambia, spettatori di un susseguirsi generazionale che non doveva e non deve essere mai messo in secondo piano.

La marcata incompetenza in fatto di materia scolastica, è da ribadirlo, lo mostra il secondo passaggio riportato.

Vero e proprio atto lesivo e non solo nei confronti di categorie che con dovizia di dettaglio vengono elencate come a farne un discorso maggiormente assimilabile a una sorta di novello Manifesto della razza degli studenti. Prospettiva di certo non tranquillizzante. Quanto una tacita negazione di studi in merito alla linguistica, ai processi cognitivi e all'alfabetizzazione, percorso in salita che ha visto confutare le teorie esposte a Teheran negli anni '60 dove il problema era inteso, come qui brutalmente esposto ovvero come Coscientizzazione e che prende cioè le mosse dall'esperienza concreta.

L'aspetto duplice dell'affermazione del MIUR mostrerebbe invece delle potenzialità non irrilevanti se si avesse la volontà di portarle a risultati d'ordine pratico, come nel caso dell'aritmetica e di processi di memorizzazione intuitivi già presenti nella mente del bambino ancora prima del suo ingresso a scuola.

Senza contare che l'accettazione di un giudizio così lapidario porterebbe di certo a una condanna senza appello di adulti analfabeti ancora presenti nelle nostre comunità del benessere.

L'oralità che è tipica appunto in colui o nelle comunità che fanno minor ricorso alla lettera scritta non presuppone distinzioni tali da far credere scientificamente che i processi cognitivi del bambino come dell'adulto siano compromessi e impediscano dunque il leggere e lo scrivere come appunto immagini simboliche da decodificare.

IIn secondo luogo, è stato dimostrato che oggigiorno il registro linguistico del testo scritto mostra sempre più una capacità di flessibilità tale da poterlo mettere spesso a confronto con il parlato. Se si pensa a un testo per una conferenza o un convegno, sembrerà di assistere a una vera e propria trascrizione della voce del relatore, molto più che nel caso di una chat o di un sms. Dunque, evitando pericolose ghettizzazioni della lingua soprattutto a certi gradini della conoscenza di essa, scomodando trattati che stabilivano grossolanamente dogmi pedagogici e d'ordine pratico che non fanno altro che ghettizzare l'alunno in una sorta di stato di reclusione ed eterna gabbia nei confronti di una comunità scolastica, che sia adulto o minore, da cui egli stesso certo non potrà sottrarsi, se non da quell'assassino di se stesso che gli altri ne fanno, criminali di un sapere imprescindibile perché da intendersi come vitale necessità e pari diritto a essere liberi.