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Razzismo e antirazzismo... ma poi mi sono perso!
Di Fabrizio (del 12/05/2013 @ 09:09:45, in blog, visitato 1455 volte)

Leggevo un articolo di Valeriu Nicolae (interessante come sempre, purtroppo non ho tempo per tradurlo). Tra la situazione rumena e quella italiana ci sono naturalmente grosse differenze, ma anche similitudini, che vale la pena di approfondire. Il pezzo inizia così:

    "Ritengo che l'effetto più perverso del razzismo non sia la disumanizzazione né la violenza (entrambe sono difatti punite dalle leggi di molti paesi), ma l'abbandono collettivo, a volte parziale e altre completo, delle nostre auto-percepite (superiori alla media) moralità ed etica in favore del pregiudizio"...

Pezzo interessante, dicevo, e da qua vorrei partire per ulteriori ragionamenti. Quello che noi "gagé antirazzisti" abbiamo sempre denunciato è il razzismo che percepiamo nel nostro intorno, il motivo della denuncia può essere morale, solidale, politico... fa parte comunque dei nostri codici.

L'esperienza mi ha insegnato, e possiamo trovarlo anche in molti casi descritti, è che il razzismo influisce sulla vittima (che non sempre condivide i nostri codici e la nostra cultura), non solo con la violenza diretta e indiretta, ma spesso (non sempre) anche nell'auto-percezione che la vittima ha di sé come persona e come parte di una comunità.

La persona volonterosa quindi, che faccia parte di una maggioranza o di una minoranza, quando intende operare in senso antirazzista, non può limitarsi a contrastare i razzisti, ma finisce per confrontarsi con gruppi discriminati, che finiscono per ritenere la discriminazione verso di loro come una cosa normale e perpetuabile. Così da parte di questi gruppi si mettono in moto meccanismi di difesa che per "la nostra cultura" sono deleteri o inaccettabili: dal giustificare il furto come una forma di rivalsa sociale, all'accettare di vivere di assistenza e carità.

C'è chi tra di noi accetta questo tipo di atteggiamenti, che non hanno niente di culturale o di immutabile, e chi li contrasta. In tutti e due i casi, il problema rimane quello del SUPERARLI, come precondizione perché la minoranza venga percepita come composta da cittadini come tutti gli altri, con PARI DIRITTI e DOVERI.

    (Mi rendo conto che sono ragionamenti "tagliati con l'accetta"... e pure teorici, cioè tutti da approfondire)

Il superamento non è mai facile ma, checché se ne dica, è altrettanto inevitabile. Sempre sulla base della mia esperienza, non ci sono casi immutabili. La questione, come in ogni ambito politico, è verso dove andrà questo superamento, e quale potrà essere la sintesi di voci e obiettivi che quasi mai concordano in partenza, nonostante tutte le dichiarazioni di buona volontà. Ad esempio: obiettivo di una maggioranza è l'INTEGRAZIONE della minoranza, che a sua volta cercherà di mantenere spazi di autonomia, che talvolta servono a ripetere i meccanismi di gestione e potere già propri della maggioranza. Il fatto è che il concetto stesso di INTEGRAZIONE presuppone un modello precedente a cui conformarsi (si presume, da parte dei più deboli), mentre lo scopo dovrebbe essere che le due parti lavorino, oltre che per l'ovvio loro interesse economico, per creare un equilibrio più avanzato rispetto ai modelli precedenti.

Per ottenere questo risultato, il lavoro comune i tutte le parti è INDISPENSABILE, altrimenti il massimo a cui si può aspirare è un'INTEGRAZIONE IMPOSTA. Ma, cosa significa operare ASSIEME, soprattutto quali meccanismi di delega e decisionali competono alla parte minoritaria, che non sempre è coesa o immune da meccanismi di sfruttamento tra gruppi? Basta coinvolgere alcuni settori, quelli probabilmente più disposti a collaborare e a cogliere gli effetti della collaborazione?

Si da il caso che questi settori siano anche quelli che hanno maggior istruzione, maggiore autonomia sociale ed economica, siano quindi già INTEGRATI o quasi. Ma che riconoscimento potranno avere nelle fasce più deprivate di quanti pretendono di rappresentare?

    (Notate come partendo dal razzismo, si arrivi a ragionare sui meccanismi che governano le maggioranze stesse?)

Allora: "... rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando, di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese.", cioè, nient'altro che la nostra storia e le nostre migliori tradizioni. Ma, a chi si riferisce quel testo glorioso? A noi, a un popolo singolo, o dobbiamo considerarlo come una MISSIONE universale? E, se così fosse, siamo missionari?

E qua, si torna al punto iniziale. C'è un filo che unisce il razzismo violento o disumanizzante, alla perdita dell'auto-percezione. Se il razzismo crea quel legame, l'antirazzista può brancolare nei miei confusi ragionamenti, oppure può scoprire che il razzismo crea le condizioni ottimali per fare dell'antirazzismo un'impresa: cioè limitarsi a fornire aiuto, assistenza, mantenendo comunque le cause e le condizioni dell'attuale disparità. Ovviamente, sarà più facile impostare un rapporto tra padrone-illuminato e sfruttato-senza storia, la comunicazione non potrà che essere unidirezionale. Il soggetto dell'aiuto potrà migliorare, ma non potrà mai trovarsi ad un livello paritario. Dal punto di vista economico: una specie di COLONIANISMO BUONO, con la controindicazione di avere (percentualmente) gli stessi costi, ma rendite assolutamente inferiori a quei tempi di schiavismi e cannoniere. Per cui, la MISSIONE si perde, rimane la giustificazione economica: chiedere soldi in nome di una carità che serve a pagare dipendenti, progetti, specialisti di ogni genere, affitti, spese di gestione... o al limite qualche comparsata sui media.