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Sono cool questi Rom
Di Sucar Drom (del 15/09/2011 @ 08:53:54, in scuola, visitato 1143 volte)

ZeroViolenzaDonne di Paola De Meo - 13 settembre 2011
(vedi anche)

"Ma che strano modo di venire a scuola
dietro una bicicletta che è anche una carriola
c'è una nuova amichetta, non parla una parola
sembra in difficoltà ma poi è lei che ci consola..."
da "Sono cool questi Rom", Assalti Frontali 2011

Cantano e ballano i bambini dell'Iqbal Masih, insieme ai loro compagni Rom. E' uno spettacolo per genitori insegnanti e amici che conclude un anno scolastico passato a parlare e a mettere in versi e musica diritti e articoli della Costituzione. Hanno inventato un rap sulla Costituzione: "Art. 34: La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita." E ancora: "I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi"…
E' finito un altro anno intenso e divertente, fatto di discussioni serie e avvincenti, di studio e di ricerca, di molte domande e poche risposte, e strane canzoni che resteranno nel ricordo insieme alla sensazione di aver parlato di cose da grandi e del proprio futuro.
A scuola si studia, ma soprattutto si fa esperienza del mondo, bambini e adulti tutti insieme e le storie di ciascuno diventano le storie di tutti.
E in questo incontrarsi, davanti ai pantaloni lisi e a una faccia arruffata e un po' monella, si svuotano i pregiudizi più oscuri e minacciosi. Allora, con immenso sollievo, ci riscopriamo umani.

Madalina viene a scuola tutti i giorni, non è mai in ritardo, non fa capricci, è sempre pulita e in ordine. Non era mai andata a scuola ma fa progressi veloci e nel giro di poco è quasi alla pari con gli altri. Contemporaneamente anche gli adulti fanno grandi progressi: le famiglie dei bambini della classe parlano di lei come la "loro" bimba Rom e fanno la colletta perché ha bisogno di occhiali da vista e la sua famiglia non può comprarglieli. Madalina vive ancora in una ex fabbrica occupata ma, grazie anche alla comunità scolastica, oggi è un po' meno "zingara".

La scuola pubblica, piaccia o no, è questo: un ponte, a volte di pietra altre solo di liane, tra persone e culture diverse, uno spazio e un tempo di incontro e conoscenza reciproca, di uscita dall'isolamento. Un ponte tutt'altro che scontato, da costruire con intelligenza e sensibilità, da coltivare con cura giorno dopo giorno. E per costruirlo la scuola e i suoi operatori devono ricercare, non senza fatica, modi di entrare in relazione con le famiglie Rom e non, per esplicitare e risolvere aspettative, fraintendimenti, paure, diffidenze reciproche.

Bisogna trasmettere l'idea che l'istituzione scolastica non è in antagonismo con i valori educativi della famiglia rom e mettersi personalmente in gioco per permettere lo sviluppo di rapporti e relazioni basate sulla fiducia. Bisogna rassicurare le famiglie degli altri alunni sui timori che l'inserimento di bimbi Rom si ripercuota negativamente sulla vita della classe. Bisogna trovare forme nuove di organizzazione interna e allacciare rapporti stabili con le altre istituzioni e con le associazioni per concertare azioni coerenti.
Così, insieme ai volontari, le maestre cominciano ad andare al campo ogni mattina per portare i bimbi a scuola e nel giro di qualche anno ci si ritrova ad accogliere le nuove generazioni che, accompagnate dai genitori, vengono a scuola perché "ci si sta bene".

Ma anche quando ormai la scuola è diventata un valore e insieme un riferimento per la comunità Rom, gli interventi al campo restano necessari per conoscere e capire la realtà in cui i bambini vivono. Siamo, infatti, soliti a chiamare Rom, Nomadi o Zingari una costellazione di etnie molto diverse per cultura, credo religioso e provenienza geografica, spesso tra loro incompatibili: Sinti, Rudari, Khorakhané, Rom Rumeni, accomunati soltanto dalla migrazione forzata dai luoghi d'origine e oggi, con le politiche di respingimento adottate dal Comune di Roma, dalla convivenza forzata nei campi autorizzati.

Rendersi conto che le richieste che si fanno a scuola sono altre, a volte anche distanti o contraddittorie, rispetto a quelle che si vivono a casa, aiuta i docenti a elaborare strumenti didattici e strategie più efficaci che rendano più graduale il passaggio: dalla cultura orale a quella scritta, dall'apprendimento esclusivamente concreto e basato sull'imitazione all'astrazione dei segni. Né bastano le specifiche competenze professionali: ci vuole tempo e pazienza, capacità di mettersi in ascolto e lasciarsi guidare da un'osservazione attenta sul modo in cui i bambini entrano in rapporto con loro e con gli altri, sostenendo comportamenti che aiutino a stare bene insieme, rispettando spazi, tempi e modi degli altri.

E'quindi all'interno di un clima affettivo accogliente e valorizzante che i bimbi Rom, come anche gli altri del resto, prendono coscienza dell'ambiente scolastico, familiarizzano con regole e tempi diversi da quelli conosciuti, scoprono motivazioni ad apprendere, incominciano a intravedere per se stessi un futuro diverso da quello dei loro genitori (e sono le bambine più dei maschietti ad esplicitare il desiderio di trovare un lavoro, forse per sfuggire ad un destino di maternità precoce e povertà duratura).
La scuola pubblica: un ponte tra chi ha cittadinanza e chi "dovrebbe" restare invisibile.
E' proprio questa vocazione a includere, ad affiancare chi si vede negati diritti e dignità che le viene rimproverata dai politici attuali mentre si nascondono dietro "giustificazioni" demagogiche di ordine, decoro e sicurezza.

Nell'alba livida di un giorno di novembre del 2009 arriva la Folgore a sgomberare (la chiamano bonifica!) un insediamento di duecento persone tra uomini, donne e bambini. E mentre gli uomini scappano o vengono portati in caserma, mentre le ruspe già distruggono quelle misere casupole, le mamme e i papà degli altri vanno a prendere i "loro" bambini Rom per portarli al riparo, a scuola.
Continueranno a venire dal nuovo posto che li ha accolti, distante chilometri, seduti nella cesta di plastica che il papà ha assicurato al telaio della vecchia bicicletta.
Valentin e Cristina, deportati troppo lontano, qualche giorno dopo ci salutano tra le lacrime incredule di adulti e compagni.
Per loro la scuola è finita, per noi la Costituzione è stata, ancora una volta, calpestata.