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Diritti di nazionalità per tutti...
Di Fabrizio (del 22/03/2009 @ 09:16:40, in Kumpanija, visitato 1598 volte)

Da Roma_Daily_News

La comunità mondiale da tempo non è più silente sull'apolidia. Negli anni recenti, paesi come il Bangladesh, l'Estonia, la Mauritania, il Nepal, e lo Sri Lanka hanno fatto passi significativi per proteggere i diritti delle persone apolidi. E' migliorata la risposta delle Nazioni Unite. Le agenzie non governative, gli esperti legali, gli interessati ed altri stanno unendo le forze per condividere informazioni più accurate e ridurre l'incidenza di questo fenomeno globale spesso sottovalutato. E' cresciuta l'attenzione dei media. Circa 12 milioni di persone nel mondo sono ancora apolidi, ed il progresso verso la fine del problema è lento e limitato. La campagna per i diritti di nazionalità è lungi dal dirsi conclusa.

La nazionalità è un diritto umano fondamentale ed un fondamento di identità, dignità, giustizia, pace e sicurezza. Ma l'apolidia, o la mancanza di nazionalità effettiva, riguarda milioni di uomini, donne e bambini in tutto il mondo. Essere apolidi significa non avere protezione legale o diritto di partecipare ai processi politici, inadeguato accesso al sistema sanitario e scolastico, scarse prospettive di lavoro e povertà, poche opportunità di possedere proprietà, restrizioni di movimento, esclusione sociale, vulnerabilità ai traffici, minacce e violenze. L'apolidia ha un impatto sproporzionato sulle donne e bambini.

Le persone apolidi si trovano in tutte le regioni del mondo. Tra i gruppi più vulnerabili ci sono i Rohingya a Burma ed in Asia, i Bidun in Medio Oriente, i Rom in Europa, i figli dei migranti haitiani nei Caraibi, individui dell'ex blocco sovietico, Kurdi denazionalizzati, alcuni palestinesi ed alcuni gruppi in Thailandia. La loro situazione di limbo legale dipende da molti fattori come i cambiamenti politici, l'espulsione da un territorio, discriminazione, nazionalità basata sulla sola discendenza e leggi che regolano il matrimonio e la registrazione delle nascite.

Dato che gli stati hanno il diritto sovrano di determinare le procedure e le condizioni per l'acquisizione e la perdita della cittadinanza, l'apolidia e le nazionalità controverse vanno risolte per ultimo dai governi. Ma la decisioni dello stato sulla cittadinanza devono conformarsi ai principi generali della legge internazionale. Numerosi strumenti internazionali, inclusa la Dichiarazione Universale sui Diritti Umani, affermano i diritti di nazionalità. Esistono da tempo due convenzioni ONU sull'apolidia, ma non sono ratificate estesamente. Ad oggi, 63 paesi sono diventati partecipi della Convenzione del 1954 riguardo lo Status delle Persone Apolidi, e 35 paesi hanno aderito alla Convenzione del 1961 sulla Riduzione dell'Apolidia.

La Convenzione del 1954 identifica una persona apolide come qualcuno che non ha un legame legale di nazionalità con alcuno stato. Quanti legittimamente reclamano la cittadinanza, ma che non possono provarla, o a cui i governi rifiutino di dare effetto alla loro nazionalità, sono pure considerati apolidi. Il numero delle persone apolidi nel 2009 uguaglia circa quello di rifugiati in tutto il mondo. Ma a differenza dei rifugiati, gli apolidi - particolarmente quelli che non possono essere classificati come rifugiati - spesso non beneficiano della protezione ed assistenza dei governi, agenzie di aiuto, o dell'ONU, nonostante il mandato di quell'istituzione di assistere le persone apolidi.

Dal 2004, Refugees International (RI) ha visitato oltre una dozzina di paesi per valutare la situazione di chi è apolide o a rischio di esserlo. Nel 2005, RI pubblicò il suo primo studio globale sull'apolidia, Lives on Hold: The Human Cost of Statelessness, per rinnovare l'attenzione sul problema, asserendo che "doveva chiudersi il gap tra diritti e realtà".

Questo rapporto, Nationality Rights for All: A Progress Report and Global Survey on Statelessness, fornisce uno studio globale ed aggiornato sull'apolidia in oltre 80 paesi ed accerta i progressi dal 2005 nel proteggere i diritti umani delle persone apolidi e nel prevenire e ridurre l'apolidia. In cambio sono riflessi importanti sviluppi nella legge internazionale e nei passi intrapresi da governi, organizzazioni internazionali ed OnG. E mentre l'Ufficio ONU dell'Alto Commissario per i Rifugiati (UNHCR) sta pensando più strategicamente di prima per mantenere fede ai suoi obblighi, le agenzie dell'apolidia rimangono severamente sotto organico e mal finanziate rispetto le altre funzioni organizzative. Deve migliorare il coordinamento tra le agenzie ONU che si occupano di apolidia.

Tre casi di progresso - Bangladesh, Etiopia e Kenia - illustrano come possono accadere i miglioramenti, ma anche quali sfide rimangono per completare e rafforzare le soluzioni sull'apolidia. Questi tre casi dimostrano il ruolo critico della volontà politica (o della sua mancanza), dei quadri legali di riferimento internazionali e nazionali, degli sforzi di collegamento tra l'ONU e le altre agenzie, come pure delle iniziative degli apolidi stessi.

  • In Bangladesh, a seguito di un precedente legale, la maggior parte della minoranza di lingua urdu (chiamati anche "Bihari" o "Pakistani in difficoltà") è stata riconosciuta come cittadini in un giudizio dell'Alta Corte del maggio 2008. Dal 1971, almeno 200.000 ma probabilmente 500.000, componenti di questa minoranza hanno vissuto in squallide baraccopoli, con accesso limitato alla sanità, istruzione [...] Per 37 anni, né il Bangladesh né il Pakistan li hanno riconosciuti come cittadini. Come primo passo verso l'integrazione, l'Alta Corte ha ordinato la registrazione al voto degli adulti consenzienti ed emesso le carte nazionali d'identificazione.
  • In Etiopia, almeno 120.000 ma forse 500.000 persone di origine eritrea furono private della cittadinanza durante il conflitto di confine con l'Eritrea del 1998-2000. Circa 75.000 furono deportati in Eritrea, dividendo diverse famiglie. Chi non venne deportato apparentemente sembrava in grado di riacquisire la cittadinanza con la Proclamazione Eritrea della Nazionalità, ma è difficile ottenere numeri certi.
  • In Kenia, circa 100.000 Nubiani hanno avuto meno difficoltà nell'ottenere le carte d'identità, particolarmente da quando fecero causa nel 2003 e nel 2004 contro il governo, attraverso l'Alta Corte del Kenia e la Commissione Africana sui Diritti Umani con base in Gambia.

Redatto alla luce di questi sviluppi, questo rapporto ha lo scopo di espandere la comprensione del problema dell'apolidia, aumentare il riconoscimento del diritto di nazionalità e promuovere soluzioni per la fine del'apolidia. I tre casi mostrano che soluzioni fattive per l'apolidia si estendono oltre l'individuazione delle determinazioni accurate dello status giuridico. Comprendono processi di integrazione a lungo termine e la gestione della diversità. I governi devono assicurare che le istituzioni pubbliche - scuole, ospedali, comuni, tribunali - applichino pienamente la legge. La direzione governativa è importante per instaurare un tono conciliatorio.

Dato che l'apolidia è spesso un problema nascosto, un soggetto sensibile e talvolta ad un punto morto diplomatico, si sbiadisce sullo sfondo. Ma la perdita della nazionalità e la sua negazione protratta spesso portano al diniego massivo dei diritti umani. Le iniziative locali per risolvere l'apolidia devono essere incoraggiate, ma l'impegno dell'UNHCR è essenziale per aumentare la forza e la legalità degli standard internazionali legali sui diritti di nazionalità ed il loro sviluppo nella pratica.

Verso queste mete, Refugees International raccomanda a tutti gli stati di rispettare ed assicurare il diritto di ogni persona ad avere una nazionalità, lavorare per l'acquisizione della nazionalità, e sostenere gli standard internazionali per proteggere le persone apolidi, prevenire e ridurre l'apolidia. Refugees International preme anche sull'UNHCR perché compia passi concreti per tenere pienamente fede al suo mandato. Anche i gruppi non-governativi hanno un importante ruolo da giocare. Sforzi concreti per terminare l'apolidia sono in grave ritardo.

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