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Le Monde intervista Viktoria Mohacsi
Di Fabrizio (del 09/06/2008 @ 09:16:25, in media, visitato 1161 volte)

Da Roma_Francais

Viktoria Mohacsi, Rom, Ungherese, deputata dell'Alleanza dei democratici e liberali europei (ADLE) al Parlamento Europeo.

L'Europa, sola speranza dei Rom - LE MONDE | 07.06.08

Lo chiedono le OnG che reclamano una commissione d'ispezione europea in Italia, lei ha visitato dei campi rom a Napoli e Roma, il 17 e il 18 maggio. Cosa le hanno raccontato i Rom?

La prima reazione è stata: "Siete la nostra ultima possibilità. L'ultima che possa aiutarci. Perché tutti quelli che ci hanno fatto visita, personalità politiche, del governo, delle organizzazioni civili, ci hanno abbandonato di fronte al pericolo. Rom come loro, ero l'ultima in cui potevano avere fiducia. Quanto avviene in Italia è semplicemente spaventoso Ma non sono io quella che può cambiare il sistema italiano.

Su 200.000 Rom che vivono in Italia, 80.000 sono cittadini italiani, 120.000 ex Yugoslavi e Rumeni. La maggioranza tra loro è in una situazione molto particolare: possiedono un passaporto yugoslavo, che non corrisponde più ad alcun paese esistente, abitano in Italia da oltre venti, trenta o cinquant'anni. I figli nati in Italia hanno quasi totalmente dimenticato il romanì (lingua largamente condivisa tra i Rom in Europa).

Lei è, con Livia Jaroka, una delle due sole deputate rom del Parlamento Europeo, dove è entrata a 29 anni. Come è arrivata sino a lì?

Nei tre piccoli villaggi ungheresi dove ho passato la mia infanzia, alla frontiera con la Romania, vivevamo come una grande famiglia. Un terzo ungherese, un terzo rumeno, un terzo rom, ci si conosceva tutti. Tuttavia, sembrava completamente naturale, malgrado i risultati eccellenti, che fossi relegata in fondo alla classe. Era la discriminazione, ma non eravamo in pericolo, come è il caso odierno dei Rom in diversi paesi dell'Unione Europea.

Quando avevo 14-15 anni, cercavo sempre di aiutare i miei a migliorare la loro situazione. Organizzammo un club con i miei compagni di classe e con dei componenti della mia famiglia per studiare assieme, per essere piazzati meglio nella scuola e poi, più tardi, sul mercato del lavoro. Al liceo, volevo preparare una scuola di giornalismo: volevo lottare contro i problemi della discriminazione che constatavo tutti i giorni per strada e nelle istituzioni. Ho capito allora che il mezzo più efficace era di parlare a tutti. L'opinione pubblica, ne ero persuasa, non poteva che giudicare inaccettabile tutto quello che subivano le minoranze: difficoltà sociali, segregazione nella scolarità, ghettizzazione, rifiuto d'accesso al sistema sanitario.

I Rom hanno rivendicazioni in termini di identità?

In Italia, assolutamente no. Il discorso non è rivolto alle rivendicazioni identitarie, perché sono in una situazione d'urgenza. Viceversa, nel resto d'Europa, numerose organizzazioni civili lavorano per ottenere che il romanes diventi una lingua ufficiale della UE. Le conferenze sui Rom riuniscono differenti stati membri e si tengono in romanes. In Ungheria, uno dei primi risultati del movimento rom è stato l'ufficializzazione del romanes: possiamo studiare ed ottenere diplomi alla scuola ed all'università in romanes (o in beash, altra lingua parlata dai Rom). L'università possiede un dipartimento di romologia. Ma la medaglia ha il suo contrario: essere bilingue romani ed ungherese spesso è percepito male.

I Rom hanno una reale volontà d'integrazione?

Se non desiderassero ottenere la cittadinanza italiana, i 100.000 ex-Yugoslavi ritornerebbero in Serbia, in Montenegro, in Bosnia, in Kosovo... La questione della volontà d'integrazione non si pone per una popolazione che non ha più una terra nel paese dove è nata. Quando la Yugoslavia s'è divisa su base etnica, i Rom non ebbero più il loro posto. Sono fuggiti nei paesi più vicini. Poco importava che si trattasse dell'Italia, della Gran Bretagna o del Belgio.

Io non so chi ha cominciato a dire che era nel loro sangue il vivere da nomadi. I Rom non sono nomadi. Non si muovono. Si stabilizzano, anche se nelle baraccopoli. La maggior parte dei Rom d'Italia vogliono essere regolarizzati. Non considerano la Serbia o la Croazia come i loro paesi. In questo momento, con molte OnG internazionali, stiamo mobilitando degli avvocati per raccogliere tutte le carte dei Rom per permettere loro di ottenere la nazionalità italiana. Occorre trattare individualmente ogni singolo caso.

Di fronte alla delinquenza, in Italia come in Bulgaria, i cittadini si mobilitano in milizie per garantire la sicurezza dei quartieri. I Rom rispettano il diritto comunitario (Romani Criss) ma non altrettanto il diritto nazionale?

La Romani Criss è l'eredità storica dell'arrivo dei Rom dall'India in Europa nel XIV secolo. Allora erano illegali, cacciati da un paese all'altro. Ed in questo contesto specifico, si sono dotati di un mezzo per risolvere i problemi della comunità. Hanno fondato la Romani Criss, una sorte di corte di giustizia composta dagli uomini più anziani che potevano condannare un Rom al bando o ad avere il cranio rasato. Questo funzionamento era legato al nomadismo, al quale erano allora forzati. La comunità non dipendeva da alcun cuore nazionale. Ma la Romani Criss non è una legislazione, è un'etica comunitaria. E le regole della Romani Criss non sono in opposizione alle legislazioni nazionali.

Illegali, i Rom in Italia non beneficiano ai sostegni sociali a cui hanno diritto i cittadini italiani poveri. IO non dico che non pratichino alcuna sorte di criminalità, ed il bisogno non è una scusa. I crimini devono essere puniti. La risposta dev'essere la stessa per ogni individuo.

Qual'è, a suo avviso, l'approccio migliore per far evolvere la situazione dei Rom: nazionale od europea?

Tutte e due. Penso da qualche anno che la questione dell'integrazione debba essere di responsabilità nazionale, perché ciascuno dei 27 Stati membri ha una situazione differente: problemi sociali, cittadinanza in Italia, segregazione scolastica altrove. Ma adesso, dopo la mia esperienza al governo in Ungheria (come ministro delegata all'istruzione), so che la responsabilità dev'essere doppia. Ho potuto fare adottare leggi contro la segregazione che hanno permesso di sviluppare un programma per l'istruzione, largamente finanziata dall'Europa.

L'Ungheria ha ricevuto 215 milioni di euro per la lotta alla segregazione: cinque scuole ghetto sono state chiuse, ma ne esistono sempre 400. La legge non sempre basta, occorre una pressione dei politici nazionali ed europei. I sindaci, compresi quelli che hanno votato la politica d'integrazione e i deputati, non la applicano per timore di mettersi contro gli elettori. Ecco perché c'è bisogno di fondi specifici della UE per l'integrazione dei Rom: alloggio, lavoro, sanità, istruzione. Occorre ugualmente una giustizia molto severa contro la discriminazione.

La questione della rappresentazione dei Rom per i Rom è sempre più attuale. E' diventata interlocutrice di differenti comunità rom in Italia, Spagna, Francia?

Se i Rom si rivolgono a me, nei campi in Italia o nel mio paese, è sicuramente perché rappresento la nostra comunità. Ma io sottolineo sempre che sono un'eletta liberale che lavora per i Rom. Il partito liberale (SzDSz) mi ha chiesto di essere messa in lista per difendere le minoranze e i Rom in particolare, dato che in Ungheria la situazione diviene sempre più pericolosa con la crescita dell'estrema destra. Ma non mi penso come rappresentante di tutti i Rom. Anche se è il mio sogno.

La rappresentazione dei Rom è una questione molto complessa. Quando lavoravo per il Centro europeo dei diritti dei Rom, prima di entrare in politica, giocavamo un ruolo molto efficace d'informazione presso la UE sulle discriminazioni. In molti mi chiamano ancora oggi quando arriva loro qualche cosa. Ma rendere un servizio ai discriminati di ogni sorte è più facile come semplice militante che come membro del governo o come eletta nella UE.

I rappresentanti politici rom sono la speranza dei Rom, ma non sono mai stati molto efficaci. Si sentono investiti di una missione e fanno del loro meglio. Ma quando uno di loro prende la parola, davanti al Parlamento ungherese, numerosi eletti escono dalla sala. Anch'io, quando ho suggerito al mio gruppo politico che prima dell'adesione della Bulgaria e della Romania, dovevamo cambiare la politica dell'immigrazione in seno alla UE, sono stata derisa da tutti. Si sono presi gioco di me, dicendo che la questione era già stata trattata nel processo di adesione.

La Commissione pubblicherà entro luglio un rapporto sulle politiche, gli strumenti esistenti ed i progressi realizzati da ciascuno stato membro per l'integrazione dei Rom. A settembre si terrà una conferenza a Bruxelles. Cosa possono sperare i Rom e gli stati?

L'integrazione! Che il governo dia una risposta immediata alle discriminazioni! I Rom in Italia attendono una risposta. Io non so cosa possa proporre Bruxelles. C'è urgenza. E' per questo che abbiamo iniziato a lavorare con le OnG. Ed in attesa di ottenere dei fondi di Bruxelles specificatamente per i Rom, l'Italia e la Romania dovranno regolare il problema. Per quanti sono in Italia, il meglio sarebbe una regolarizzazione caso per caso degli ex-Yugoslavi. E, per i Rom rumeni, cominciare seriamente ad integrarli in Romania.

Propos recueillis par Anne Rodier