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Ragazze in cerca di indipendenza. Così le rom imparano la moda
Di Fabrizio (del 16/01/2008 @ 09:01:10, in scuola, visitato 1521 volte)

Da Primonumero

Si è concluso lunedì nella sartoria di via Ruffini il corso di taglio e cucito per ragazze di etnia rom finanziato dal Comune di Termoli al posto del sussidio di mantenimento. Le partecipanti, tutte giovani, ne approfittano per raccontare qualcosa di se stesse e della comunità ‘zingara’ di Termoli, che conta circa 200 persone. “Ci sentiamo termolesi, e rispetto alle nostre madri abbiamo altri desideri, come aprire una sartoria di moda qui in città”. Un progetto dalla duplice finalità: favorire l’integrazione sociale e creare una possibilità occupazionale salvando un mestiere in via di estinzione

di Monica Vignale

 

Termoli. C’è un antico detto cinese che recita così: “Dai un pesce a un uomo e lo farai mangiare per un giorno. Insegna a pescare a un uomo e l’avrai sfamato per tutta la vita”. E’ più o meno quello che ha cercato di fare il Comune di Termoli quando ha finanziato il corso di taglio e cucito per ragazze di etnia rom invece di erogare, come ogni anno, un sussidio sociale alle loro famiglie. Niente soldi in mano, ma piuttosto un’occasione per imparare un «mestiere in via di estinzione», come ricorda l’insegnante Maria, che da quarant’anni, armata di pazienza e di una discreta dose di severità («che fa sempre bene») tramanda conoscenze tecniche e metodi di sartoria a giovani apprendiste.
 
Lunedì 14 gennaio, nei centralissimi locali di via Cleofino Ruffini, le dieci iscritte hanno sostenuto gli esami e ottenuto i diploma della scuola Sitac. Un anno di lezioni, due volte a settimana, divise fra il tavolo da cartamodello, righe, squadre e centimetri, forbici e macchine da cucire. Il risultato è appeso sulle quattro pareti della stanza centrale: abiti da sera con inserti di paillettes, gonne lunghe e svolazzanti di chiffon, corpetti ricamati, camicette a motivi floreali, giacche con inserti decorati. Il gusto e lo stile sono quelli dei rom, i colori sgargianti testimoniano l’abbigliamento etnico che caratterizza il popolo degli zingari, come qualche volta, con un accenno di biasimo, vengono definite le famiglie rom.
 
A Termoli la comunità è grande: duecento persone circa, divise in 25 nuclei familiari. Con un problema, più o meno diffuso fra tutti: non lavorano e, di conseguenza, non sono abbastanza integrati con il tessuto sociale. Una limitazione non da poco, per la quale il progetto sponsorizzato dall’Assessore alle Politiche Sociali Antonio Russo vuole essere un tentativo di risposta. Lui, accompagnato dal consigliere Giuditta e dall’assistente sociale del Municipio, viene accolto con un applauso e subito s’informa sui progressi delle ragazze, che non si fanno ripetere due volte le domande e si lanciano in un racconto entusiastico dell’avventura sartoriale, iniziata il 16 gennaio dell’anno scorso. Due volte a settimana lezioni di cartamodello e cucito: per tutte un’opportunità di acquisire gli strumenti di un mestiere prezioso e sempre meno diffuso.
Per molte anche l’unica occasione per uscire di casa durante la settimana, come racconta con garbo Giovina, una delle partecipanti, che non ha problemi a parlare della mentalità rom e cerca di far quadrare l’affetto per i genitori, ancora molto legati alla tradizione, con la voglia di sentirsi termolese a tutti gli effetti e quindi sicuramente più indipendente. «All’inizio non è stato per niente facile convincere mio padre a darmi il permesso di frequentare questo corso. Eppure io faccio parte di una delle famiglie più aperte fra quelle rom, e frequento addirittura l’università! (è iscritta a Giurisprudenza a Campobasso, ndr). Poi però, un po’ alla volta, ha capito... e adesso è molto contento per me». Complice il coraggio di questa venticinquenne, che si è messa in testa di ‘educare’ i genitori a una maggiore apertura verso la società, «perchè magari mamma e papà temono che quando esco di casa posso incorrere in tanti pericoli, e invece le cose sono sicuramente più tranquille. Termoli è un paese...» Un paese dove i rom, anche quelli di seconda o terza generazione, sono ancora visti con un po’ di sospetto.
 
«Questa scuola di cucito ci dà finalmente la possibilità di dimostrare che anche noi sappiamo fare qualcosa di buono!» si sfoga Giusy, anche lei – come tutte del resto – con occhi scuri e lunghi capelli neri che scendono sulle spalle. Si chiamano Giovina, Giusi, Donatina, Antonietta, Loredana, Rosetta, Fernanda, Antonella, Barbara, e ancora Antonietta. I cognomi sono sempre quelli: Cirelli, De Rosa, De Guglielmo. Le storie personale cambiano di poco: tutte nate a Termoli, sono cresciute nella famiglie allargate dei rom, destinate a sposarsi e a mettere al mondo figli esattamente come le loro madri. «Ma noi abbiamo altre aspirazioni – interviene Antonella, al quarto anno di scuola di confezione, ormai stilista esperta – Il mio per esempio è aprire una sartoria, con l’aiuto magari di altre ragazze. Voglio lavorare,e voglio fare quello che faccio oggi: creare abiti».
Un sogno nel cassetto che accomuna diverse ragazze. Tanto che la richiesta all’assessore Russo è unanime: premere perchè il Comune continui a finanziare il corso.
 
«All’inizio c’è stata un po’ di resistenza da parte della Giunta – ammette l’assessore, mentre ammira un abito da sposa in miniatura – perchè era difficile da capire la finalità del progetto. Di solito per il taglio e cucito ci sono i corsi professionali, e gli altri assessori non si spiegavano come mai dovesse essere il Comune a finanziarli». Fuori dai microfoni, quando arriva anche il direttore generale Petrosino, che Russo presenta alle ragazze come «il vero capo del Comune, perchè è quello che sgancia i soldi», c’è tempo per ricordare che la delibera di finanziamento del corso taglia e cuci è dovuta approdare tre volte in Giunta prima di avere l’ok. Un aneddoto che diverte il segretario: «Bisogna riconoscere che l’oggetto, quel ‘taglia e cuci’ scritto in grassetto sotto lo stemma del Comune, faceva sorridere...».
 
«Il fatto è – spiega l’assistente sociale – che queste ragazze non avrebbero mai potuto sostenere la selezione per un corso professionale. Molte di loro non hanno nemmeno la terza media, e non hanno alcuna conoscenza di matematica». E l’insegnante Maria ricorda di quando, un anno fa, si è armata di santa pazienza per insegnare alle allieve a fare le addizioni e le moltiplicazioni, «se no, come facevano a prendere le misure e a fare i cartamodelli?».
Magari coi numeri non ci vanno troppo d’accordo, ma sull’attualità sono ferrate. Rispondono senza esitazione ai quesiti dell’assessore Russo, che indaga sulle loro conoscenze politiche e sulle preferenze partitiche. Diplomatiche, ma senza esagerare. «Prodi o Berlusconi? Veltroni o Casini? Meglio farebbero tutti a mantenere le promesse che fanno agli italiani!».
Fernanda ne approfitta per ricordare che «anche il Comune ci ha fatto una promessa, ha detto che ci avrebbe aiutato. Per ora l’ha mantenuta, ma ricordatevi di finanziare anche il secondo anno di scuola!»
E mentre si scartano piatti di dolci rigorosamente preparati in casa dalle ragazze, si chiacchiera sulla fattibilità di avviare una cooperativa di sarte. La moda, coi suoi meccanismi creativi e leggeri, svincolata dai pregiudizi assai più che altri ‘rami occupazionali’ per quell’estro poliedrico che la caratterizza, si presta a favorire l’integrazione. Magari tra qualche anno vedremo le dame della borghesia termolese indossare abiti scintillanti lungi alla caviglia e ragazze rom girare in minigonna. Un capo che, almeno per il momento, è rigorosamente bandito dal ventaglio di creazioni stilistiche di via Ruffini. Ma non è detta l’ultima parola.  

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