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A Mestre, nella scuola dei Sinti
Di Fabrizio (del 18/05/2007 @ 10:00:38, in scuola, visitato 1770 volte)

«Se fosse vero che a causa dei nomadi gli altri bambini restano indietro, in pochi anni avremmo chiuso. Invece... E poi abbiamo il riscontro delle scuole medie. I nostri alunni non hanno nulla da invidiare agli altri, quelli che vengono dalle altre scuole elementari. Anzi...».
A parlare è Antonio Perazzi, uno dei maestri della scuola elementare "Francesco Baracca" di Mestre. Una scuola di frontiera, come di frontiera era l'esperienza del pilota cui è intitolata, che andava su e giù per i cieli a battagliare con quegli aerei di "carta" che si facevano nel primo '900.

Una multiformità che non si nota. Un dato solo: alla "Baracca", su una settantina di iscritti, circa venti sono rom o sinti. Anzi, quasi tutti sinti. O, per dirla che la capiscano tutti, zingari.
Sono i bimbi del vicino campo di via Vallenari, quello di cui si parla sui quotidiani un giorno sì e l'altro pure perché si progetta di spostarlo e di collocarlo in un'altrea area, appositamente attrezzata.
Però, entrando a scuola ci si rende ben poco conto, di primo acchito, di questa sorta di record da Guinness: tutt'al più si osserva qualche bambino che ha la pelle più scura. Ma sono gli stessi che all'intervallo stanno giocando insieme ad altri dal colorito molto italiano. E anche in classe i ragazzini che potresti immaginare di altra etnia sono sparpagliati qua e là per l'aula: scelta degli insegnanti, che cercano di favore l'osmosi e scoraggiano la formazione di gruppetti fissi, legati magari dall'etnia.
Quando poi cominciano ad aprir bocca e a fare domande all'ospite (il cronista), vanno a raffica, senza distinzioni, curiosi anche di sapere quanto guadagna un giornalista.
La "Francesco Baracca" è uno degli avamposti dell'integrazione. E anche se non è tutto rose e viole, è un'esperienza di formazione e di condivisione culturale che da anni sta dando lusinghieri risultati.
Alessandra Bressan, storica insegnante della "Baracca", dove ha passato più di trent'anni, si ricorda bene la situazione degli esordi. Allora sì la continuità della presenza a lezione degli alunni nomadi era una quasi-utopia. E il senso della disciplina e il rispetto delle regole e degli orari erano ben lungi dall'essere acquisiti.

Cos’è cambiato da trent’anni fa. Alessandra Bressan ha smesso di insegnare pochi anni fa, ma la passione per la sua scuola e per questo cocktail inusuale di umanità la tiene ancora avvinta al complesso scolastico che si trova in fondo a via Bissuola: era lì anche per organizzare, qualche settimana fa, il concorso "Io e gli altri", con la successiva premiazione dei disegni elaborati dagli alunni.
Da trent'anni fa la "scuola degli zingari" è cambiata. Non nel senso di una forzata assimilazione, ma in quello di un progressivo avvicinamento fiducioso: «Si è via via creato un rapporto di fiducia con i genitori», sottolinea il maestro Perazzi.
I segni del cambiamento possono sembrare piccoli, ma sono importanti: da qualche anno i piccoli sinti si fermano a mangiare alla mensa scolastica; prima non accadeva. Oppure tornano al pomeriggio, nelle giornate di rientro; prima non accadeva.
E non accadeva neppure - ricorda il maestro Nerio Bellemo - che venissero in gita. Adesso, invece, le mamme si fidano e, anche se mantengono un po' di ansie iper-protettive, affidano i loro figli agli insegnanti: «Purché - aggiunge qualcuna - lei, maestro, tenga mio figlio per mano».

Un saluto dalla curva. Parimenti, i papà sinti manifestano, magari un po' a modo loro, il compiacimento di avere i propri ragazzi a scuola: all'intervallo si avvicinano al cancello per fare un buffetto ai figli che giocano in cortile; oppure passano in auto e dal curvone danno un colpo di clacson per dire ciao ai bimbi.
E i nei? E le incomprensioni o le distanze culturali ? Non sono scomparse del tutto. Anche se il nomadismo è sempre meno diffuso, capita anche oggi che qualche famiglia del campo di via Vallenari ad un certo punto prenda su baracca e burattini e se ne vada, anche per qualche settimana. Il che non fa certo bene alla continuità didattica.
Ma la novità è che un bambino (è successo qualche mese fa) chiami al telefono il suo maestro per dirgli: «Io voglio stare lì con te, nella mia scuola a Mestre».
Così anche le difficoltà linguistiche che, sia pure più contenute di un tempo, persistono, sono controbilanciate da aspetti positivi: «Chiedo ai miei alunni - esemplifica Bellemo - di aiutarmi a spostare i banchi o di prestare una matita a chi se l'è dimenticata? I più gentili e più veloci sono i nomadi».

Di buono perfino gli odori. Certo, bisogna che gli insegnanti siano uniti, appassionati. Non è che alla "Baracca" ci debbano essere dei maestri con una marcia in più: in tante altre elementari - anche se la cosa non finisce in prima pagina - ci sono educatori competenti e generosi.
Ma alla "Francesco Baracca" bisogna aver presente che si è comunque immersi in un'esperienza pilota. Perdipiù, in una scuola piccola, si instaura un clima di comunità. Se ne fa portavoce Antonio Perazzi: «Con i colleghi si è costruita una vera sintonia. Ma se devo dire perché io mi trovo bene ad insegnare qui, dico che è perché ritrovo la spontaneità, la freschezza, quel modo affettuoso e riconoscente di fare che vedevo negli alunni delle mie prime esperienze da maestro, quando, in un paese delle colline emiliane, insegnavo in una scuola di campagna pluriclasse: 7 bambini dalla prima alla quinta. Perfino gli odori - di fresco e di aperto - ho ritrovato nelle classi qui alla "Baracca"».