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Kosovo
Di Fabrizio (del 02/09/2006 @ 10:33:57, in conflitti, visitato 1430 volte)

(visto da Singapore - newpaper.asia1.com.sg/®)

ANCORA NESSUNA SPERANZA dopo 7 anni di guerra razziale
Presa in mezzo tra Serbi e Albanesi, la minoranza zingara del Kosovo diventa la nuova vittima in una vecchia guerra
By Ng Tze Yong


August 26, 2006

Il giorno che le bombe smisero di cadere e i mezzi della Nato rombarono in città, la madre di Ibro Suleimani lo vestì per tornare alla scuola.

Con due humvees della Nato di scorta Ibro, Rom di 7 anni, prese il bus scolastico delle Nazioni Unite.

Non gli era mai piaciuto sedersi accanto al finestrino. Spesso era a mira dei sassi che gli Albanesi gettavano contro il bus.

Questo nel 1999, subito dopo l'intervento Nato per concludere la campagna di pulizia etnica dei Serbi contro gli Albanesi. Ci furono almeno 6.000 morti e un 1,4 milione di profughi in cerca di rifugio.

Ibro che sogna spesso di essere una rock star, ama esercitarsi alla sua chitarra.

Durante il conflitto, la minoranza Rom del Kosovo venne presa nel mezzo. Alcuni aiutarono i Serbi come informatori [...]

Dopo la guerra, tornarono i rifugiati Albanesi con l'intento di prendersi la rivincita. I Rom divennero le nuove vittime di una vecchia guerra.

Da allora sono passati sette anni. La fragile pace ha tenuto.

Ma nel quartiere Rom, la "mahalla", ben poco è cambiato.

A differenza di Singapore, non c'è nessuno sforzo per integrare le differenti razze. In breve, nessuna Educazione Nazionale a scuola. I bambini sono diventati giovani adulti, ma rimangono paura e sosetti reciproci.

[...]

Ibro oggi ha 14 anni. Sfoggia un taglio di capelli che vorrebbe renderlo simile a Kurt Cobain, l'ex cantante dei Nirvana. Ogni mattina si affaccia all'uscio e gioca con i suoi amici

Demo Lamici ricorda quando si nascose sotto il letto per fuggire alla violenza albanese.

Gli adulti siedono al margine delle loro case e chiacchierano di fronte a tazze di caffé turco.

Di 200 Rom, solo in 10 lavorano.

Sadete Suleimani, 40 anni e madre di Ibro, dice: "Se il Kosovo diventerà indipendente, noi partiremo. Non si discute".

I ricordi della guerra sono tuttora freschi. Anche i più giovani nella mahalla hanno lo sguardo stanco di chi ne ha viste troppe e troppo presto

Gli Zingari non vogliono essere una minoranza in un Kosovo guidato dagli Albanesi.

Soltanto due anni fa, il Kosovo eruttò di nuovo violenza. Gli Albanesi attaccarono le truppe ONU, frustrati della mancanza di progresso verso la completa indipendenza.

Così le strade si riempirono del fumo dei SUV dell'ONU e il rimbombo degli elicotteri dappertutto, la violenza raggiunse l'ingresso della mahalla.

Ciò che li fermò furono le barricate di casse, pneumatici e pali erette dagli Zingari.

Dice Demo Lamici, 19 anni: "Ero nascosto sotto il letto con mia sorella. Mia madre pregava e piangeva."

La liberazione avvenne in maniera inaspettata. Un gruppetto di Albanesi, che abitavano ai margini della mahalla, sbucarono d'improvviso sulle barricate, per mandare via gli assalitori.

Alla fine della rivolta, 28 persone erano state uccise e più di 600 ferite.

Cinque anni di lavoro di riconciliazione dell'ONU, sembrano scivolate come acqua lungo uno scolo.

[...]

Il senso di pessimismo nella mahalla è profondo. La gente ha iniziato ad impacchettare le sue cose.

Sei mesi fa, Ibro salutò il suo miglior amico, che andava in Svezia. Piangeva, ma ora quando ne parla, accompagna il racconto con una scrollata di spalle. "Forse un giorno tornerà a visitarci" continua. Ma dentro di sé, Ibro sa che non succederà.

Tornare in Kosovo? Cosa c'è qui?

"Anch'io vorrei partire" ammette. "In Serbia o in Svezia. Magari in Germania... dovunque. Qui non c'è niente per me."

Ibro trova serenità nella moschea.

"In moschea, non ci sono Albanesi o Zingari. Siamo tutti fratelli," afferma.

Ma fuori, le distinzioni rimangono.

Nel suo tentativo di trovare corde per la sua chitarra in città, un ragazzo albanese gli grida: "Majup, tornatene a casa!"

"Majup" è un peggiorativo per dire Zingaro.

Questa bambina ha lo sguardo stanco di chi che ha visto troppo troppo presto.

Ibro si scrolla, Ogni volta che entra nel settore albanese le urla e le minacce riprendono.

Con nonchalence, continua sulla sua strada.

Nella sua borsa, tiene un piccolo blocco dove scrive le parole inglesi che non capisce. Sa di aver bisogno dell'inglese, per un biglietto dal Kosovo, e lo sta studiando furiosamente.

La sera, attacca con la chitarra -che ha tre sole corde attaccate con chiodi, provando a rifare i pezzi dei Nirvana.

Ha sogni, ma se non riuscirà a partire al più presto, slitteranno via.

"Un giorno" ci dice colmo di speranza "Sarò una rock star."

Il reporter è stato volontario in Kosovo nel 2003. Il mese scorso vi è ritornato per una visita.