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Ricerca articoli per pro juventute

Di Fabrizio (del 13/12/2007 @ 11:41:15 in Europa, visitato 2118 volte)

Da Ticinonews

Furono 590 i bambini della strada "sequestrati" da Pro Juventute
EDIT
11.12.07 16:25

Furono 590 i bambini jenisch tolti ai loro genitori fra il 1926 e il 1973 da Pro Juventute nell'ambito del programma "Bambini della strada". La metà di questi sequestri avvennero nel canton Grigioni, dove viveva la più importante comunità nomade. Le cifre sono pubblicate in uno studio del Fondo nazionale che si è chinato sulla storia delle popolazioni nomadi in Svizzera nel XIX. e XX secolo.

Per 47 anni i figli degli jenish, dei sinti e dei rom della Svizzera furono sistematicamente sottratti ai loro genitori e collocati presso genitori affidatari, istituti, cliniche psichiatriche e orfanotrofi. La formazione scolastica ricevuta dalla maggior parte di questi bambini fu rudimentale o addirittura inesistente, scrivono oggi in una nota i responsabili dello studio "Integrazione ed esclusione" (PNR51).

Più dell'80% di questi bambini non ebbero alcuna possibilità di scegliere un mestiere e più di un bambino su quattro fu dichiarato criminale e piazzato in un istituto chiuso. Le cifre esatte di questo oscuro capitolo della politica sociale svizzera hanno potuto essere ricostruite analizzando i dossier di Pro Juventute che sono conservati all'Archivio federale. Finora si parlava di circa 600 bambini sottratti ai loro genitori.

I ricercatori hanno analizzato l'impatto dei dossier realizzati nell'ambito del programma "Bambini della strada", arrivando alla conclusione che la stigmatizzazione e la discriminazione dei cosiddetti "vagabondi" era strettamente legata alla burocratizzazione dello Stato. I dossier non circolarono soltanto all'interno di Pro Juventute, ma furono utilizzati, con tutte le valutazione che contenevano, anche dalle autorità, dagli istituti e dalle cliniche a scopi di propaganda.


ATS

 
Di Daniele (del 11/02/2006 @ 10:44:35 in Kumpanija, visitato 1732 volte)
swiss-news
May Bittel e Daniel Huber si battono per i diritti dei nomadi svizzeri
May Bittel e Daniel Huber si battono per i diritti dei nomadi svizzeri (swissinfo)
Il presidente della Commissione federale contro il razzismo chiede alle autorità elvetiche di riconoscere appieno la cultura e i bisogni dei nomadi.
Facendosi portavoce del disappunto della comunità jenisch, Georg Kreis chiede più spazi di transito e soggiorno per l'unica minoranza nomade di nazionalità svizzera.
ALTRI SVILUPPI
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«Siamo ancora molto lontani da un incoraggiamento attivo del modo di vita scelto dagli jenisch, che pure sono parte integrante della realtà svizzera», ha affermato senza mezzi termini George Kreis, presidente della Commissione federale contro il razzismo (CFR).

Davanti al Club svizzero della stampa, Kreis ha sottolineato che «mancano delle aree di transito e di soggiorno in numero sufficiente, manca un vero e proprio riconoscimento della cultura jenisch, una promozione della lingua, un sostegno alle donne e ai giovani».

«Abbiamo il diritto di viaggiare, ma non abbiamo più il diritto di fermarci», commenta dal canto suo May Bittel, fondatore del Forum dei Rom e dei nomadi.
L'esempio dei Grigioni
Per Bittel, pastore protestante di Ginevra che è tra i leader della comunità zingara svizzera, i nomadi sono confrontati con delle difficoltà in tutto il paese.

Solo un cantone, quello dei Grigioni, sembra aver trovato un terreno di dialogo con i nomadi. Secondo Daniel Huber, presidente della Radgenossenschaft, l'Associazione svizzera degli jenisch, nei Grigioni sono state attrezzate delle aree per i nomadi locali ed è stato messo a disposizione dello spazio per i nomadi in transito.

In altre parti della Svizzera, il dialogo è più difficile. «Quando ci fermiamo, spesso è l'inizio di una lotta», fa notare May Bittel.

Stando a Bittel, i problemi dei nomadi non sono affatto cambiati dagli anni Settanta, quando la Svizzera abbandonò la sua politica volta a "fermare" la comunità jenisch.
L'ombra del passato
Tra il 1926 e il 1973, seicento bambini jenisch sono stati strappati alle loro famiglie per essere affidati a chi li poteva allevare secondo uno stile di vita "più consono" alla Svizzera. Non si trattava solo di altre famiglie, ma anche di orfanotrofi e di asili psichiatrici. A spingere in questa direzione è stata la fondazione svizzera Pro Juventute.

Scosso dallo scandalo, il governo svizzero ha presentato le sue scuse nel 1986 per aver contribuito finanziariamente a questo tipo di operazioni.

Oggi, i circa 35'000 jenisch, di cui solo un decimo è ancora nomade, chiedono alle autorità svizzere di impegnarsi maggiormente per la loro causa.

Si aspettano dal governo elvetico un ripensamento del rifiuto di aderire alla convenzione 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro relativa ai popoli indigeni. Si tratta di una decisione che deve ancora essere confermata dal parlamento.
Difficoltà
Berna ritiene di non essere in grado di rispettare appieno alcune disposizioni contenute nella convenzione, come l'accesso alla scuola o la protezione della lingua jenisch.

«Per gli jenisch», sottolinea il loro avvocato Henri-Philippe Sambuc, «questa convenzione è il solo modo per ottenere un modello d'azione collettivo sul piano giuridico».

In attesa di un sostegno da parte delle autorità, gli jenisch non perdono la speranza. Tra i giovani della comunità, conclude May Bittel, si riscontra un rinnovato interesse nei confronti della vita nomade.

swissinfo, Frédéric Burnand, Ginevra
(traduzione e adattamento, Doris Lucini)
 
Di Fabrizio (del 26/01/2010 @ 09:43:51 in Europa, visitato 1898 volte)

Da Roma_Benelux

Ginevra potrebbe forzare i bambini rom ad andare a scuola - Christian Lecomte

L'associazione di difesa dei Rom teme una messa sotto tutela

Ormai i bambini rom dovranno passare le loro giornate sui banchi di scuola invece che mendicare davanti ai grandi magazzini? Questa sembra la volontà delle autorità ginevrine. Scandalizzato dal rischio di vedere dei bambini morire di freddo per le strade di Ginevra, il consigliere amministrativo (socialista) Manuel Tornare in un primo tempo si era felicitato che i suoi servizi avessero aperto un rifugio notturno per questi bambini e le loro madri. Misura di protezione salutare che però ha avuto il dono di irritare una parte della classe politica - destra e sinistra insieme - , che teme che tutto si limiti ad "una bolla d'aria".

Sotto lo sguardo di James Fazy (nota ndr)

Manuel Tornare ora va oltre, volendo aprire loro le scuole ginevrine. "Nel paese di James Fazy, si deve assolutamente difendere il principio dell'istruzione, che è il mezzo migliore per uscire dalla miseria", dichiara. Essendo la questione di competenza cantonale, Charles Beer, consigliere di stato in carico al Dipartimento dell'istruzione pubblica (DIP), proporrà una comunicazione in questo senso mercoledì mattina al Consiglio di Stato.

Il capo del DIP, che venerdì scorso si è già intrattenuto a questo proposito con Isabel Rochat, consigliera di stato in carico al Dipartimento della sicurezza, della polizia e dello sviluppo, cosicché i servizi ai minori obblighino i minori ad andare a scuola.

I metodi ed i mezzi al momento non sono ancora conosciuti. Ma garantiamo che sarà arduo convincere le famiglie rom che mendicano per strada a "lasciare" i loro piccoli. "Si deve ai minori la protezione di un'istruzione," sostiene Charles Beer. Ed idealmente, "se sono presenti in maniera stabile a Ginevra, questi bambini devono essere scolarizzati. Ma so che, statisticamente, sarà difficile trovarne anche uno solo, perché i loro genitori non vogliono."

D'altra parte, il consigliere di stato che evoca possibili casi di maltrattamenti, vedendo questi bambini che vivono per strada in pieno inverno, parla di attivare la clausola di pericolo che può condurre al sequestro del bambino, "che sia rom o di qualsiasi altra origine".

Una minaccia giudicata "grave" dall'avvocato Dina Bazarbachi, dell'associazione Mesemrom, che difende i Rom a Ginevra. "Tutto ciò non serve a niente," dice. "Questa gente è qui solo di passaggio, non vivono qui. Se c'è una soluzione, è da trattare a livello rumeno ed in scala europea. E questi bambini non sono maltrattati, non sono in pericolo. La notte, sono al riparo, e strutture diarie possono accoglierli. Agitare il tema del pericolo, significa abbassare la guardia ed imporre una misura tutelare, cosa che è inaccettabile."

"Strumenti di mendicità"

L'eletto liberale al Gran Consiglio, Olivier Jornot, che è all'origine della legge cantonale contro la mendicità, da parte sua si felicita che ci sia una riflessione generale sui Rom perché, afferma, "questo inverno il loro numero sta crescendo. La clausola di pericolo, che permette l'intervento dei servizi sociali, è una buona cosa, perché questi bambini utilizzati come strumenti di mendicità non abbiano da noi posto sulla strada" .

Riguardo la loro scolarizzazione, il deputato ci tiene a porre un limite: "C'è una situazione paradossale: questi non sono immigranti, non sono installati da noi. Scolarizzarli, significherebbe incatenarli a Ginevra e questo non ha alcun senso per queste popolazioni. Il rischio è anche di vedere questi bambini confrontati ad un altro modo di vita ed essere rifiutati dalla loro stessa comunità."


Allegato: da Roma_Francais

ASSOCIATION MESEMROM
4, rue Micheli-du-Crest,
1205 Genève
contact@mesemrom.org

Lettera aperta al Consiglio di Stato della Repubblica e al Cantone di Ginevra

Ginevra, 21 gennaio 2010

Signor Presidente del Consiglio di Stato, Signore e Signori Consiglieri di Stato,

La presente fa seguito alla pubblicazione del vostro comunicato stampa di ieri, annunciante che il Consiglio di Stato incarica la polizia di interrogare e trattenere i mendicanti accompagnati da bambini o i mendicanti minori, di segnalare questi casi al Servizio di Protezione dei minori (SPMi), di condurre i minori con o senza i loro genitori in seno a questo servizio, che potrà pronunciarsi su una clausola di pericolo, cioè il ritiro immediato della patria potestà da parte dei loro genitori e l'adozione del minore da parte del servizio.

L'associazione MESEMROM intende denunciare vivamente queste misure incisive ed ingiuste prese contro i Rom di passaggio a Ginevra con i loro bambini.

Ci indigniamo che il Consiglio di Stato non abbia appreso le lezioni della storia, tornando sui passi della Pro Juventute, più precisamente quelli dell'Oeuvre des enfants de la grande route che ha imperversato dal 1926 al 1973.

Bisogna ricordare che sotto la copertura d' una motivazione sociale, centinaia di bambini zigani sono stati, all'epoca, strappati alla loro famiglia e messi in famiglie di accoglienza. Le attività dell'Oeuvre des enfants de la grande route sono state unanimemente qualificate in seguito come un genocidio culturale.

Deploriamo anche che questa decisione del Consiglio di Stato sia stata presa dall'alto senza alcuna concertazione con gli attori della società civile vicini alla popolazione interessata.

Partendo senza dubbio da buoni sentimenti, urta tuttavia il senso comune nella misura in cui si torna ad una nuova misura discriminatoria ed arbitraria che colpisce una popolazione che vive, in mancanza di interventi nazionali ed internazionali efficaci, in condizioni di precarietà e di miseria estreme.

Ricordiamo che i Rom mendicanti a Ginevra non soggiornano nella nostra città che per una durata molto limitata. Se vivono senza casa e lavoro, non è certo per una scelta deliberata. L'emigrazione, accompagnata dalla mendicità, costituisce un atto di sopravvivenza in risposta alle discriminazioni (tra cui l'accesso al mercato del lavoro) di cui sono vittime i Rom, soprattutto in Romania.

E' nel contesto delle istruzioni che voi avete data che questa mattina, alle 6.30, dei poliziotti del posto di polizia della Sevette sono all'intervenuti all'Armée du Salute ed hanno portato via tre bambini di 9, 6 e 3 anni, mentre stavano dormendo e si trovavano al sicuro con la loro madre.

Malgrado i nostri interventi nel corso della giornata, non abbiamo potuto sapere cos'era accaduto a quella madre e ai suoi bambini, mentre il loro padre è alla disperazione e non possiamo rispondere alle sue legittime domande.

In maniera più generale e forte di una visione pragmatica, chiediamo alle autorità ginevrine di precisare l'obiettivo reale - che non può essere un nuovo mezzo per tentare di escluderli dalla nostra città - e di esporre il seguito delle misure che si propongono, queste non che si possono riassumere a trattenere/detenere bambini o genitori.

Se le nostre autorità sperano, con un certo candore, di assicurare condizioni di vita ed un'educazione appropriata a questi bambini, converrà accordare loro il diritto ad un soggiorno a lungo termine, assieme ai loro genitori, cosa che presuppone anche alloggi e possibilità di lavoro.

Una volta di più, chiediamo l'attenzione delle autorità sul fatto che misure coercitive, come le sanzioni penali, non porteranno in nessun caso una soluzione ad una problematica legata alla miseria, che non può essere risolta che con la collaborazione attiva e positiva, sul posto, delle autorità dei paesi d'origine dei Rom che si trovano a Ginevra.

Solo con interventi politici efficaci, e appoggi finanziari, sul posto, mirati allo sradicamento delle ingiustizie sociali e delle discriminazioni in questo paese, che le autorità ginevrine contribuiranno perché questi bambini rom possano, a breve, essere scolarizzati e beneficiare dei frutti dell'istruzione.

Formuliamo infine il desiderio che la storia oscura della Svizzera non si ripeta con questa ultima presa di posizione che dispiega effetti di una ingiustizia inaccettabile e i cui aspetti pratici ed il seguito a lungo termine ci lasciano allibiti.

Vi ringraziamo per l'attenzione che porterete alla presente, vi preghiamo di credere, Signor Presidente del Consiglio di Stato, Signore e Signori Consiglieri di Stato, all'assicurazione della nostra alta considerazione.

Pour MESEMROM
Doris Leuenberger, Membre du comité
Dina Bazarbachi, Présidente

 
Di Fabrizio (del 23/02/2009 @ 09:38:44 in Europa, visitato 2609 volte)

Da Urloweb.com

Venerdì 20 Febbraio 2009 13:08 - Più di una volta mi sono chiesto se il nomadismo dei rom e dei sinti sia una scelta dettata dalla voglia di viaggiare o da un vitale istinto di sopravvivenza.
Gli zingari rubano i bambini. Una ricerca dell’Università di Verona ha preso in esame l’ultimo ventennio fino al 2007. Ha scartabellato in tutte le procure italiane e non ha trovato un solo caso di rom o di sinto condannato per aver rubato un bambino.
Ora invece facciamo un salto indietro nel tempo. Questa storia, riportata nel mio libro “Non chiamarmi zingaro” edito da Chiarelettere, me l’ha raccontata Mariella Mher la scrittrice jenische (gli zingari svizzeri) che all’età di due anni fu “rubata”, per legge, alla propria famiglia. Siamo nel 1912 e in Svizzera, per contrastare la mortalità infantile, viene creata una fondazione: la Pro Juventute.
E’ subito riconosciuta di pubblica utilità e beneficia di contributi da parte della Confederazione Elvetica.
Nel 1926 le viene affidato l’alto compito di proteggere i bambini dall’abbandono e dal vagabondaggio e così idea il progetto Bambini di strada.
Il fondatore e direttore, dottor Alfred Siegfried, si fa personalmente carico di “sradicare il male del nomadismo” dalla società svizzera. Cardine della sua filosofia è la conversione di tutti gli jenisch, gli zingari svizzeri, da nomadi a sedentari. Purtroppo gli adulti sono già dati per spacciati mentre sui bambini si può ancora agire. Così, attraverso “misure educative sistematiche e coerenti”, Siegfried sottrae con la forza, alle rispettive famiglie jenisch, i figli. Queste operazioni vengono condotte in collaborazione con le autorità cantonali e comunali.
Il dottore, che definisce gli zingari geneticamente “inferiori, deficienti e mentalmente ritardati”, colloca i bambini, anche quelli in fasce, presso orfanotrofi, collegi, ospedali psichiatrici o all’interno di famiglie affidatarie.

L’operazione ha come obiettivo il riplasmare questo materiale umano introducendolo all’interno di una società sedentaria, ordinata e normale. Ogni contatto con la precedente famiglia è categoricamente vietato, pena la non riuscita del piano rieducativo. “Ogni qualvolta” sottolinea il dottor Siegfried “vuoi per nostra bonarietà, vuoi per uno sfortunato e casuale incontro, uno di questi bambini, ancora disadattati e instabili, entra in contatto con i propri genitori, tutto il nostro lavoro viene vanificato.”
Anche i cognomi vengono cancellati per impedire possibili e futuri ricongiungimenti che potrebbero riportare il fanciullo verso una vita nomade e di conseguenza verso il crimine.
Che il nomadismo jenisch anche in Svizzera sia dovuto alla ricerca della sopravvivenza attraverso il piccolo commercio, non viene preso in considerazione dal dottor Siegfried che, al contrario, lo considera una devianza genetica.
Il suo obbiettivo è recuperare questo popolo di asociali e così molte bambine, come fu in seguito provato, sono sterilizzate. Per alcuni bambini con ritardo di linguaggio si crea un metodo speciale: vengono infilati in una vasca da bagno e quindi bloccati dentro con delle assi di legno che gli cingono il collo affinché non possano uscire. Questa teoria medica asserisce che i problemi di linguaggio del bambino, precedentemente sottratto con la forza alla legittima madre, si risolvono immergendo il suo corpo, anche per venti ore, in acqua fredda.
L’ideologia nazista non è né sconosciuta né avversata dalla Fondazione Pro Juventute che, anzi, attraverso il suo direttore, intrattiene strette collaborazioni con psichiatri tedeschi e, in modo particolare, col dottor Robert Ritter che tanta parte ebbe nella soppressione di 500.000 rom e sinti durante il terzo reich.

In poco meno di quarantacinque anni e cioè dal 1926 al 1972, sono rubati alle rispettive famiglie circa duemila bambini di cui più di seicento dall’Associazione umanitaria Pro Juventute.

Nel 1972 un giornalista svizzero, Hans Caprez, raccoglie alcune testimonianze di jenisch vittime del programma della Pro Juventute. E’ una bomba e lo scandalo che ne scaturisce va su tutti i giornali. Non passa neanche un anno e la Pro Juventute interrompe il progetto Bambini di strada.
Vengono condotte delle indagini sui responsabili.
Tuttavia devono passare quindici anni prima che la Pro Juventute chieda pubblicamente scusa al popolo jenisch ammettendo le proprie colpe.
I risultati delle indagini sulle responsabilità della Confederazione arrivarono, invece, nel 1998 quando è condannata a risarcire le vittime.
Quel che resta, oggi, a questi bambini rubati sono: traumi, lesioni, vergogne e un risarcimento, riconosciuto dalla Confederazione Elvetica, di circa 10.000 euro.

Pino Petruzzelli

 
Di Fabrizio (del 29/12/2007 @ 09:34:17 in Kumpanija, visitato 1924 volte)

Da Roma_Francais

Jenisch, Sinti e Rom (Le temps, CH, 11.12.2007)

Il Fondo Nazionale della Ricerca Scientifica (FNRS) pubblica uno studio sulle sorti della "gens du voyage" nella Svizzera del XX secolo, in particolare sulle centinaia di infanti jenisch, sinti e rom prelevati a forza dalle loro famiglie, con lo scopo di integrarli ed assimilarli, dalla Pro Juventute tra il 1926 e il 1973.

Florence Gaillard
Mercoledì 12 dicembre 2007

Gli Jenisch sono un gruppo etnico europeo. Si dicono di origine celtica ma la tesi è contestata, così come quella che li fa discendenti di commercianti giudei itineranti. Le loro origini rimangono dunque poco conosciute, ma hanno una lingua loro - lo jenisch - il cui primo dizionario è apparso nel 2001. A volte sono chiamati gli "Zingari bianchi" per le loro caratteristiche fisiche: capelli ed occhi chiari.

Nomadi o largamente sedentari al giorno d'oggi, vivono soprattutto in Germania (circa 200.000, nonostante le enormi perdite sotto il nazismo), in Austria, in Francia e nella Svizzera orientale, dove sarebbero oltre 30.000, di cui da 1.000 a 2.000 nomadi. Costituiscono il principale gruppo della gens du voyage di nazionalità svizzera. Stephan Eicher, cantante zurighese ed icona nazionale, è Jenisch da parte di padre.

I Sinti sono pure loro un gruppo etnico che vive soprattutto nell'Europa germanofona. Hanno le stesse radici, modo di vita e struttura patriarcale dei Manouches francesi - il chitarrista Django Reinhardt è Sinti. Sono, come i Rom di Romania - ramo est europeo dello stesso gruppo etnico la cui presenza ha recentemente preoccupato l'Europa occidentale - d'origine lontana indiana. Hanno una lingua propria [...] Il loro numero in Svizzera è ritenuto in meno di 5.000 persone.

 
Di Fabrizio (del 17/03/2011 @ 09:29:50 in Europa, visitato 1625 volte)

Giornata della memoria, protagonisti i popoli nomadi europei

LUGANO - In occasione della Giornata cantonale della memoria, che come ogni anno cadrà il 21 marzo, l'Associazione Ticinese degli Insegnanti di Storia ha organizzato nelle scuole una serie di appuntamenti dedicati ai popoli nomadi europei (Rom, Sinti, Jenish).

"Oggetto da secoli di periodiche persecuzioni, tra le principali vittime del tentativo di sterminio delle "razze inferiori" perpetrato dal nazismo durante la Seconda guerra mondiale, le comunità Rom, Sinti e Jenish sparse per l'Europa stanno diventando di nuovo, in questo ultimo decennio, bersaglio privilegiato dell'intolleranza e della diffidenza; un fenomeno, questo, che non risparmia né la Svizzera né il Ticino".

Per l'occasione sono previsti molteplici eventi nelle scuole, oltre ad una serata pubblica. Presso le scuole medie di Gravesano (la mattina) e le scuole medie di Camignolo (il pomeriggio), agli allievi delle classi quarte sarà rivolto un incontro così articolato: Visione del documentario "Liberi dentro… zingari e svizzeri" di Fabio Calvi, regista, che sarà presente in sala. Testimonianza di Ursula "Ushi" Waser, esponente della comunità Jenish e vittima del programma di rieducazione della Pro Juventute, ed intervento del trio musicale "I Muzikanti di Balval" che proporrà alcuni brani di musica rom.

Presso il Liceo Lugano 1 (la mattina) e il Liceo Lugano 2 (il pomeriggio) è prevista un'attività destinata agli studenti suddivisa in due parti.
La prima ha l'obiettivo di inquadrare il contesto storico in cui si delinea lo scontro tra civiltà sedentarie e nomadi e l'esito di tale scontro nel secondo conflitto mondiale. La seconda parte si prefigge di conoscere meglio le civiltà nomadi contemporanee nel contesto svizzero e italiano. E' previsto l'intervento di vari ospiti.

La sera di lunedì 21 marzo, alle 20.15, presso il Centro evangelico di Lugano (via Landriani 10), si terrà infine l'evento "Alle porte della città, parole e musiche nomadi" con la partecipazione di Giorgio Bezzecchi, di Maurizio Pagani e del gruppo «I Muzikanti di Balval».

 
Di Fabrizio (del 14/10/2008 @ 09:24:38 in Italia, visitato 1393 volte)

Ricevo da ARPJ il testo che segue. PREMESSA: Guardando sul loro sito, vedo che la sigla significa Associazione Romana Pro Juventute, un nome che mi ha subito ricordato la PRO JUVENTUTE svizzera, che per anni si è resa complice di togliere i figli alle famiglie Sinte e Jenisch e metterli in orfanotrofi. Ho chiesto per iscritto spiegazioni, mi è stato risposto dal responsabile del progetto che loro non hanno nulla a che fare con la Pro Juventute svizzera

Alla cortese attenzione del
Prefetto Carlo Mosca
Commissario Straordinario per l'emergenza nomadi a Roma


Gentile Prefetto,
Le scrivono alcune associazioni che da circa tre anni si stanno occupando della situazione dei rom nella città, ponendo particolare attenzione alle numerose famiglie che abitano in quelli che vengono chiamati in maniera significativa "insediamenti abusivi", ovvero nelle baracche di cartone, legno e lamiera costruite sugli argini dei fiumi, sotto i ponti e i viadotti o semplicemente negli angoli nascosti della città.

Negli scorsi mesi dominati dall'ossessivo allarme sulla presenza dei rom nelle città italiane e dalle proposte più disparate e pericolose non abbiamo potuto non apprezzare il Suo atteggiamento, sempre attento ai principi fondamentali del diritto e al rispetto della persona.

Tuttavia il nostro lavoro quotidiano a contatto con gli uomini, le donne e i bambini che vivono sulla loro pelle la condizione di precarietà e di rischio, ci ha permesso di vedere anche da un altro punto di vista queste settimane di polemiche e censimenti.

Dalla seconda metà del mese di agosto molti degli stessi insediamenti che alcune settimane prima erano stati visitati dalla Croce Rossa Italiana hanno ricevuto la visita inaspettata di unità miste, composte prevalentemente da giovani militari della Folgore in tenuta mimetica e generalmente guidati da almeno un poliziotto del corpo della Polizia Fluviale.

Poliziotti e militari entravano negli insediamenti dicendo che dovevano controllare chi c'era e chi non c'era, ed effettivamente chiedevano documenti a tutti i presenti, dando vita ad un parallelo e silenzioso censimento.

In tutti i casi alcuni dei residenti controllati (generalmente gli uomini, ma in diverse occasioni anche le donne) sono stati portati in questura, dove hanno passato diverse ore, a volte la notte intera, in attesa del canonico controllo dei documenti.

Gli stessi insediamenti sono stati visitati più volte con una escalation di tensione, di minacce e di paura: in molti casi amici e conoscenti rom ci hanno raccontato di vere e proprie violenze gratuite contro le persone e contro le cose: tende tagliate, materassi e coperte gettate via, uomini picchiati.

Almeno in due occasioni sappiamo per certo che queste visite sono state realizzate in piena notte, e anche in quelle occasioni i militari e i poliziotti hanno costretto uomini, donne e bambini (in uno dei campi visitati di notte abitava una donna che aveva partorito una bambina solo dieci giorni prima) ad uscire dai loro ripari, a schierarsi nello spazio più ampio a disposizione, a tirar fuori i propri documenti per l'ennesimo e inutile controllo.

Sorvolando solo per questioni di tempo sulle modalità con cui paracadutisti e poliziotti sono entrati nei campi e nelle misere case, sulle capacità di comunicare e comprendere le diverse situazioni, l'obiettivo esplicito di tutte queste visite era sempre lo stesso: annunciare l'imminente distruzione totale dell'insediamento, spingere con modi bruschi e concreti ad andarsene, far presagire il rischio di ritorsioni ben più gravi per chi avesse deciso di rimanere in quel campo.

E questo è effettivamente successo.

Nel quadrante sud della città sono stati distrutti e sgomberati diversi insediamenti: decine di baracche nella zona della Magliana e di Ponte Marconi sono state abbattute a calci e le persone costrette alla fuga spesso senza nemmeno avere il tempo di recuperare gli oggetti personali o almeno una coperta per la notte.

In nessuna occasione era presente personale della Croce Rossa o dei Servizi Sociali Comunali e famiglie intere sono state semplicemente lasciate per strada senza alcuna indicazione e alternativa.

Paradossalmente uno degli insediamenti sgomberati è stato quello in cui è stato avviato il censimento romano; così dopo la visita degli operatori della Croce Rossa, dopo i servizi televisivi e le foto sui giornali, dopo la partecipazione, le promesse e le aspettative, quelle persone si trovano ora per strada, a cercare ogni notte un riparo diverso.

Non è nostra intenzione avviare in questa sede un ragionamento, comunque necessario e urgente, sulla utilità delle misure straordinarie e sul censimento.

Non possiamo tuttavia non denunciare con forza che quelle misure minime di garanzia che lei stesso aveva più volte dichiarato agli organi di stampa, in particolare l'assicurazione che non ci sarebbe stato alcuno sgombero fino al termine delle operazioni del censimento, sono state ampiamente contraddette e disattese. Come nei mesi precedenti alla Sua nomina, la modalità di intervento delle Istituzioni è stata sempre la stessa: creare un clima di paura e costringere materialmente alla fuga chi abita nelle baracche e nei ripari di fortuna.

A questo servono i commissari speciali e l'esercito nella città ?

Sono queste le politiche attive per la sicurezza che dovrebbero favorire l'inclusione sociale e la legalità ?

ARPJ - Tetto
progetto "Una Scuolina per crescere"
www.arpj.org - scuolina@arpj.org

POPICA ONLUS
www.popica.orginfo@popica.org

GRUPPO EVERYONE
Il Gruppo EveryOne comunica che presenterà il testo della lettera aperta al Prefetto anche presso la Commissione europea, denunciando questa nuova, disumana escalation di terrore istituzionale perpetrata - in violazione delle Direttive Ue e di tutte le Carte che tutelano i diritti dei popoli - dalle Istituzioni e dalle autorità romane. In fede, Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau
www.everyonegroup.com

ARCI di ROMA
www.arciroma.it

 
Di Fabrizio (del 28/02/2008 @ 09:21:44 in Europa, visitato 2374 volte)

Gli aborigeni australiani hanno recentemente ricevuto le scuse del governo di Canberra per le discriminazioni del passato. Una vicenda che ricorda quella degli Jenisch, il popolo nomade della Svizzera.

Originari soprattutto dall'Europa dell'Est, gli Jenisch sono stati riconosciuti quale minoranza nazionale dopo il periodo buio del secolo scorso. Il passaporto elvetico non garantisce però loro pieni diritti.

La comunità aborigena ha dovuto attendere il momento per oltre 50 anni. Il 13 febbraio, il premier australiano si è presentato in parlamento scusandosi per «le leggi e le politiche dei passati governi, che hanno inflitto profondo dolore e sofferenze» alla popolazione indigena.

Kevin Rudd ha chiesto scusa alle famiglie coinvolte nella vicenda della generazione rubata ("Stolen generation"), in riferimento alle decine di migliaia di bambini di sangue misto che sono stati sottratti ai genitori per essere cresciuti in istituti statali o affidati a famiglie bianche.

Una pagina triste della storia australiana, quella della prima metà del XX secolo, che ricorda - con le dovute proporzioni - la vicenda degli zingari in Svizzera. Anche loro discriminati in quanto minoranza. Anche loro vittime di un "furto generazionale". E anche loro riabilitati dalle scuse delle autorità.

Sradicare il nomadismo
Le vicissitudini dei nomadi della Svizzera (soprattutto Jenisch, ma anche Sinti e Rom) hanno inizio già nell'Ottocento. Considerati un problema sociale e di polizia, sono oggetto di persecuzioni ed espulsioni.

Il loro girovagare senza meta non piace alle autorità, che attorno al 1850 decidono di naturalizzarli assieme ai cosiddetti senza patria nei cantoni dove soggiornano: un lavoro regolare e un domicilio fisso dovrebbero rappresentare la soluzione al problema del vagabondaggio.

Non sarà così e qualche decennio più tardi la Confederazione è tra i primi stati a introdurre limitazioni della libertà di spostamento degli zingari a livello legislativo. Decisa a combattere ogni forma di marginalità, non rinuncia nemmeno a ricorrere a misure coercitive per sottomettere i cittadini che non riflettono gli ideali di ordine dell'epoca.

Offre così il suo sostegno all'opera di assistenza "Bambini della strada". Un programma nato sotto buoni auspici (integrare i piccoli girovaghi in famiglie svizzere "normali" e garantire un'adeguata scolarizzazione), i cui sviluppi saranno tuttavia disastrosi.

Bambini rubati
A partire dal 1926, l'opera istituita dalla fondazione Pro Juventute inizia a togliere sistematicamente i figli Jenisch ai loro genitori, cancellando perlopiù ogni traccia della loro identità e origine.

«L'intenzione originaria di sistemare i bambini in famiglie d'accoglienza non è stata realizzata», rileva uno speciale studio sui nomadi svizzeri del Fondo nazionale (PNR 51) pubblicato nel 2007. «Solo poco più del 50% è stato affidato ad una famiglia».

Molti bambini si ritrovano in cliniche psichiatriche o in prigione, dove nel nome della lotta al nomadismo subiscono maltrattamenti e abusi. Lo scandalo viene alla luce nel 1973 grazie ad un settimanale svizzero tedesco (Der schweizerische Beobachter): Pro Juventute è costretta a sospendere l'opera.

Ci vorranno 15 anni prima che le autorità federali facciano il mea culpa. Nel 1987, attraverso le parole dell'allora presidente Alphons Egli, la Confederazione porge le sue scuse riconoscendo la propria responsabilità morale e politica.

Aprire gli archivi
Gli autori del programma di ricerca PNR 51 "Integrazione ed esclusione" confermano che i casi accertati di bambini sottratti ai genitori sono 586. I cantoni più interessati sono i Grigioni, il Ticino, San Gallo e Svitto.

I dati non sono tuttavia completi e le stime parlano di circa 2'000 bambini. Oltre a Pro Juventute (che ha aperto i suoi archivi), furono infatti attivi anche altri enti assistenziali, come l'associazione cattolica Seraphisches Liebeswerk, la quale ha negato ai ricercatori l'acceso agli incartamenti.

Invano finora l'appello dell'ex consigliera federale Ruth Dreifuss, che ha invitato il Parlamento a «prendere la stessa decisione adottata per far luce sui conti bancari degli ebrei durante la Seconda guerre mondiale, ovvero imporre la salvaguardia e l'apertura dei documenti rilevanti per gli Jenisch».

Stessi doveri, diversi diritti
Nell'attesa di una totale chiarezza, i circa 35mila Jenisch della Svizzera continuano a lottare per il proprio diritto di esistere in quanto minoranza nazionale.

«Il maggior problema è rappresentato dalle aree di soggiorno e di transito», dice a swissinfo Daniel Huber, vicepresidente dell'Organizzazione mantello degli Jenisch in Svizzera. «Bisognerebbe metterne a disposizione di più, ad esempio in cantoni di frontiera come il Ticino e Basilea, attrezzandole con le infrastrutture adeguate».

Paradossalmente, nell'era della globalizzazione e della libera circolazione delle persone, la vita da nomade si è fatta più complicata. «Sulle strade c'è sempre più gente e le zone di sosta continuano a diminuire», osserva Huber.

Con la riforma Esercito XXI, il Dipartimento della difesa metterà in vendita diversi terreni. Spazi che secondo Huber potrebbero venir trasformati per accogliere i girovaghi.

Fino ad allora, gli Jenisch continueranno a coltivare un certo senso di frustrazione. «Siamo qui fin dalla nascita della Confederazione nel 1291, siamo naturalizzati e paghiamo le imposte . Ma se non abbiamo la possibilità di praticare il nomadismo, come facciamo a mantenere viva la nostra cultura?», s'interroga Huber.

«Abbiamo gli stessi doveri di tutti gli svizzeri, ma non i medesimi diritti», conclude.

swissinfo, Luigi Jorio

 
Di Fabrizio (del 23/05/2009 @ 09:21:05 in Europa, visitato 1405 volte)

Da Roma_Francais

Gli "Zigani" ritrovano pezzi di memoria Swissinfo.ch par Isabelle Eichenberger

Passaporto svizzero di Thedo ed Anna B. annullato nel 1931 e mai rinnovato (Archivi federali svizzeri)

La Svizzera non è mai stata tenera con la "sua" gens du voyage e s'è superata durante la II Guerra per liquidare il problema degli Zigani che scappavano dallo sterminio nazista. Un libro infine chiarisce questa zona d'ombra della politica dei rifugiati.

Primo caso illustrato: l'attuale presidente dell'associazione yéniche di Svizzera, Robert Huber, è stato internato nel penitenziario di Bellechasse a 17 anni, in mezzo ai criminali, giusto perché faceva parte di questa minoranza di "asociali".

Secondo caso: Anton Reinhard, giovane Sinto tedesco rifugiato in Svizzera, espulso nel 1944 verso la Germania, dove fu ucciso nel 1945.

"Perseguitati già sotto l'Ancien Régime, gli Yénich e gli altri "Zigani" hanno sofferto molto nel XX secolo. Con l'arrivo del nazismo, la discriminazione s'è mutata in persecuzione". Thomas Huonker è uno dei migliori specialisti della gens du voyage in questo paese.

Assieme a Regula Ludi, ha scritto "Roms, Sintis et Yéniches – La 'politique tsigane' suisse à l'époque du national-socialisme", per la Commissione indipendente di esperti "Svizzera - II Guerra mondiale" (CIE).

Alla  pubblicazione del rapporto finale nel 2002, la CIE aveva rinunciato a tradurre i suoi studi in francese ed italiano. Ora è cosa fatta grazie alle Edizioni Pace Deux.

Fonti rare

Le pubblicazioni su questa popolazione sono rare come le fonti ufficiali, perché gli "Zigani" hanno una tradizione orale ed erano registrati solamente sui registri della polizia (che sono segreti). Questo statuto giuridico particolare fa sì che gli storici lavorano soprattutto con le testimonianze. Inoltre, le famiglie spesso sono state separate e le tradizioni familiari perdute. Bisogna quindi rendere omaggio alla pazienza dei due storici.

A differenza dei Rom e dei Sinti di origine indiana, gli Yénich sono una minoranza autoctona dalla notte dei tempi e si stima che il 10% sia ancora nomade. "Sono cittadini svizzeri dal 1851, ma sono rimasti una sospetta" spiega Thomas Huonker. E poi "dal 1926 c'è stata quell'azione Enfants de la Route de Pro Juventute per neutralizzare gli Yénich e sterilizzarli, separare le famiglie ed affidare i bambini a famiglie o case d'accoglienza".

Thomas Huonker, storico e specialista degli Yénich (swissinfo)

"Razze straniere"

Quanto ai Sinti e ai Rom, sono stati ugualmente sospetti ed indesiderabili. "Sono stati sistematicamente cacciati dalla Svizzera, tranne tra il 1848 e il 1888," prosegue lo storico. "Dal 1906, la frontiera per loro si è chiusa e non avevano il diritto di viaggiare in treno. Le autorità non volevano questo gruppo culturale nel paese. Questa terribile tradizione è durata sino al 1972 e non si è interrotta neanche durante l'Olocausto."

Questa gente è stata assimilata alle "razze straniere" della dottrina ariana dei nazisti. Le autorità svizzere erano informate delle persecuzioni, ma non hanno lo stesso accordato l'asilo alla gens du voyage. Hanno continuato ad espellerle e sterilizzarle.

"Erano sottoposti ad una procedura di registrazione," prosegue Thomas Huonker. "Gli uomini erano internati per mesi nei penitenziari (a Witzwil, Bellechasse, ecc.) o in clinica psichiatrica e la loro famiglia nelle case dell'Armée du Salut o della Caritas. Li si riuniva solo per espellerli."

Un'antica maledizione

Perché questo accanimento? Per Thomas Huonker, è il problema classico delle minoranze, un'antica maledizione, come quella degli ebrei o degli indigeni nei paesi colonizzati. "Una volta rinchiusi nello stereotipo della minoranza senza voce, è molto difficile uscirne perché i pregiudizi persistono, la maggioranza insiste nel trattarli da stranieri." Questi meccanismi sociologici perseguitano la gens du voyage.

Le cose hanno cominciato a cambiare negli anni '70, dopo la denuncia dello scandalo di Enfants de la route. Ma è occorso tempo. Solo nel 1987 il presidente della Confederazione, Alfons Egli, ha presentato scuse ufficiali alla gens du voyage. Adesso resta loro da ritrovare il loro passato sparpagliato ai quattro venti.

"Gli Yénich hanno domandato ricerche ufficiali dal 1975. Si sono dovuti attendere vent'anni perché cominciassero. In effetti ci sono state resistenze ad aprire gli archivi, soprattutto da parte della Pro Juventute, delle polizie cantonali e delle istituzioni psichiatriche", racconta lo storico.

Lo yénich è stato riconosciuto come una lingua nazionale ma, politicamente, questa minoranza è assente dal paesaggio. "Provano a fare parlare di loro per difendere la loro perpetua ricerca di terreni d'accampamento (vedi QUI ndr), ma non sono rappresentati nelle istanze politiche, come gli Uranais o gli Appenzellois. Ce ne sono uno o due nei Grigioni che hanno responsabilità comunali, ma si definiscono come grisoni, non come yéniche", spiega ancora Thomas Huonker.

 
Di Fabrizio (del 04/10/2011 @ 09:13:19 in Europa, visitato 2626 volte)

10 e 11 Ottobre 2011 Università Torino, Fac. Lingue e Letterature straniere - Via Verdi 10
XXIV CONVEGNO NAZIONALE A.I.Z.O. rom e sinti
in occasione del 40° anniversario dell'Associazione Italiana Zingari Oggi.

Organizzato in concomitanza con le celebrazioni dei 40 anni dell'Associazione, il convegno, a cui parteciperanno studiosi da tutta Europa, intende ricordare una tragedia, il genocidio di rom e sinti durante la II guerra mondiale, troppo spesso dimenticata, attraverso testimonianze e resoconti storici. Il convegno darà modo, inoltre,  di riflettere sulle nuove intolleranze che stanno emergendo nella società odierna.

PROGRAMMA:

10 ottobre I PARTE h. 09,00

Saluto delle autorità

  • Dott. Piero Fassino, Sindaco di Torino
  • Dott.ssa Paola Bragantini, Presidente Circoscrizione 5
  • Prof. Paolo Bertinetti, Preside Facoltà Lingue e Letterature Straniere, Università di Torino

Presentazione del Convegno: Jonko Jovanovic, vice presidente nazionale A.I.Z.O.
Presiede: Maria Teresa Martinengo, La Stampa 40 anni di fondazione A.I.Z.O., una storia da raccontare, una passione da trasmettere
Testimonianze Kuse Mancini

h. 13,00 Pranzo

II PARTE h. 14,30

Ripresa lavori
Presiede: dott.ssa Stefanella Campana, giornalista, Vicepresidente Paralleli Istituto Euromediterraneo del Nord Ovest

  • Lo sterminio dei rom e sinti d’Europa prof. Rajko Djuric, scrittore già presidente Romani Union International
  • Il Gypsy Camp ad Auschwitz e  la presenza dei rom nei lager ebrei, prof. Slawomir Kapralski sociologo, studioso dello sterminio rom (Polonia)
  • Le persecuzioni in Romania Luminita Cioaba, presidente fondazione "Ion Cioaba" (Romania)
  • "Qui non ci sono bambini" (gli esperimenti dei medici nei lager) prof. Erasmo Maiullari, docente di chirurgia pediatrica, Università di Torino
  • I crimini jugoslavi sotto il regime degli Ustasha dott. Haliti Bajram, scrittore rom (Kosovo)
  • Jasenovac, Donja Gradina, Ustica dott. Saša Aćić Coordinatore della C.I. per la verità su Jasenovac

11 ottobre III PARTE h. 9,00

  • Un viaggio nel dolore, l’esile filo della memoria dott.ssa Carla Osella, Presidente A.I.Z.O.
  • I luoghi della memoria, il Porrajmos in Polonia prof. Adam Bartosz, direttore musei di Tarnow (Polonia)
  • Il caso dei bambini jenish rapiti dalla Pro Juventute dott.ssa Silvana Calvo, Svizzera ricercatrice
  • Il mio nome è Uschi Uschi Waser, Svizzera
  • La tendenza a minimizzare il Porrajmos prof. Jan Hancock, membro del Consiglio del memoriale dell’Olocausto negli USA  Università di Austin, Texas
  • Lo sterminio della mia famiglia m.o. Jovica Jovic
  • L’internamento di una minoranza durante il fascismo dott.ssa Giovanna Boursier, storica e giornalista Rai
  • Il conflitto bellico in ex Jugoslavia e gli aspetti etnici dott. Jovan Damjanovic, Deputato Repubblica di Serbia
  • Rapporto dell’indagine sulla condizione di rom, sinti e caminanti in Italia, on. Letizia De Torre Commissione Cultura, Scienza e Istruzione Camera dei Deputati

h. 13,00 Pranzo

h. 14,30 Ripresa lavori.
Presiede: dott. Gabriele Guccione, giornalista

  • I ghetti mentali prof. Maria Teresa Mara Francese Università di Torino
  • Una comunità sotto assedio dott.ssa Gabriella De Luca presidente A.I.Z.O. di Catanzaro
  • L’intervento dell’UNAR a tutela della parità di trattamento di rom e sinti Avv. Olga Marotti, UNAR

Testimonianze
Dall’esclusione alla cittadinanza prof. Marcella Delle Donne, Università La Sapienza di Roma

h. 18,00 CHIUSURA CONVEGNO

Durante il Convegno sarà proiettato il documentario della regista Cioaba "Roma tears" (Lacrime rom).
Nei locali dell’Università sarà allestita nei giorni del Convegno una mostra fotografica: "Rom e sinti, il genocidio dimenticato"

Per raggiungere la sede del Convegno:
Dall’Autostrada Torino-Milano: uscire all’ultima uscita, imboccare Corso Giulio Cesare e proseguire verso il centro.
Dalla stazione F.S. Porta Nuova: linee GTT 68 direzione Cafasso o 61 direzione Mezzaluna, scendere alla fermata Via Po.
Per partecipare al Convegno è necessario iscriversi scrivendo a: aizoonlus@yahoo.it
Fax: 011740171
Per info: 0117496016 - 3488257600

Il Convegno è realizzato grazie al contributo della Compagnia di San Paolo di Torino.
Il servizio di catering è offerto da Nova Coop e Meeting Service.

 
Di Fabrizio (del 26/03/2013 @ 09:08:17 in Europa, visitato 1489 volte)

Stefano Galieni | 18 marzo 2013 | Fonte: corriereimmigrazione.it

Il titolo del convegno è esplicito: Il ruolo delle donne rom nella tutela dei diritti umani e in tempi di crisi economica. Lo ha organizzato a Roma la sezione italiana di Amnesty international, riunendo quattro donne unite da forti motivazioni, esperienza, capacità comunicative e competenza: Isabella Miheleche, attivista per i diritti delle donne in Romania, Beatriz Carrillo, presidente dell'associazione Fakali, per i gitani nella regione spagnola dell'Andalusia, Dijana Pavlovic, dell'associazione Rom e Sinti insieme che opera in Italia, e Dzemila Salkanovic, per l'associazione 21 luglio.

Isabela Michalache, nel denunciare l'aumento delle discriminazioni, le difficoltà nell'accesso al lavoro e ai servizi pubblici (è successo che anche i medici, a volte, abbiano rifiutato le cure), ha toccato anche il delicato tasto delle problematiche interne alle stesse comunità, dai casi di violenza fra le mura domestiche al ripristino di regole ancestrali come quella sulla verginità e ai matrimoni precoci. A causa della crisi, ha spiegato, le donne sono divenute ancora più vulnerabili. In Romania era stato approvato un piano strategico nazionale che prevedeva interventi a lungo termine, soprattutto nel campo della formazione e dell'istruzione, ma non ci sono le risorse per attuarlo. "Bisognerebbe – ha affermato Michalache – operare per rendere le donne più autonome, fornendo libri di testo, sussidi alle famiglie, favorendo la concessione di crediti per chi ad esempio in Moldavia, vuole lavorare la terra, bloccare sfratti e sgomberi che creano emarginazione e disagi, produrre cambiamento anche valorizzando le ong composte da rom. Ci sarebbero mille piccoli interventi alla nostra portata, non solo in Romania, e che produrrebbero cambiamenti importanti e duraturi".

Beatriz Carrillo, con un intervento molto appassionato, ha voluto aprire una riflessione su quella che ha definito "storia muta e invisibile", anche se è consapevole che la situazione spagnola finora è stata fra le migliori d'Europa. Sarà per una presenza numericamente molto consistente, stabile e nata da tempi lontani e per una programmazione di interventi messi in atto per la salute, il lavoro, l'istruzione, fatto sta che in Spagna sono nate istituzioni partecipate e riconosciute dal governo come il Consiglio statale del popolo rom e l'Istituto di cultura gitana. In Spagna si è tenuto il primo congresso mondiale delle donne gitane senza aver bisogno di intermediari. "La Spagna in questo senso è un modello da seguire – ha dichiarato la relatrice- Ma da noi è stato più facile anche grazie all'alto numero di gitani che esercitano professioni che hanno esercitato influenza nella cultura spagnola e che si sono amalgamati con la società". L'immagine che però viene riaffermata anche in Spagna delle popolazioni rom è carica di negatività, tanto che nelle scuole, a detta di Carrillo, spariscono la lingua, le differenze e anche la rivendicazione di identità. "Anche da noi, come nel resto d'Europa, le cose peggiorano. Gruppi estremistici entrano nei governi e nei parlamenti con un messaggio razzista e discriminatorio. Gruppi che vengono condannati a parole ma mai concretamente sanzionati. La situazione è poi precipitata anche da noi con la crisi. Non vogliamo essere un fanalino di coda ma essere ad armi pari. Non siamo disposte a vedere annientati i nostri valori culturali, vogliamo affrontare anche con gli uomini la società gitana. Fakali è impegnata per l'emancipazione femminile e per far valere i nostri valori di solidarietà e rispetto rifiutando però l'assimilazione". E c' è stato anche modo e tempo per ricostruire un percorso che attraversa gli anni bui della dittatura franchista e che ha una svolta nel 1978 quando, nel primo governo democratico, trova posto anche un rom che si era distinto per l'impegno in anni scomodi. Le donne rom hanno operato anche insieme alle altre cittadine spagnole, per una legislazione più paritaria, sono entrate nelle università e hanno fatto sentire anche politicamente la propria voce.

Dijana Pavlovic ha stupito e commosso recitando una parte del monologo Vita mia parla, basato sulla vita di Mariella Mehr, scrittrice e poetessa jenish (nome dato ai rom svizzeri), che nel paese elvetico fu vittima del programma di sterilizzazione forzata imposto dagli anni Venti fino al 1974 tramite l'istituzione Pro Juventute. Un testo violento e diretto, in cui si raccontano con crudo realismo le violenze subite e l'odio accumulato, torture che non sembrano possibili e che pure sono state reali in un Europa cieca e pronta a girarsi dall'altra parte.

Dzemila Salkanovic, invece, come racconta nella lunga intervista che ci ha rilasciato, ha parlato della vita difficile che nella capitale italiana conducono i rom, tanto divisi e poco capaci ancora di fare fronte comune.

Numerose le domande che hanno trovato puntuale e non scontata risposta. A chi criticava il machismo spesso diffuso nelle comunità rom è stato comunemente risposto come il machismo, la violenza sulle donne, gli elementi di problematicità a volte drammatica, siano caratteristica comune e da combattere in ogni cultura. Non nascondendosi dietro alla presunzione che il problema riguardi solo universi ritenuti inferiori ma mettendosi, come uomini e come donne, in discussione. Fra i tanti elementi emersi, che meriterebbero ulteriori approfondimenti, il peggioramento delle condizioni nell'Est europeo dopo il crollo del muro e dei regimi. C'era concordia nell'affermare che la privatizzazione di ogni servizio abbia approfondito le disparità, tolto ai rom diritti acquisiti come la casa, la sanità, la scuola e il lavoro. Duro accettare che tali disagi vengano comunemente imputati alla "democrazia". E' comune la richiesta di una moratoria continentale della politica degli sgomberi, capaci solo di produrre disperazione. E a dirlo, a spiegarlo non sono attivisti neutri di associazioni che si occupano dei rom, ma donne rom in carne ed ossa.

 
Di Fabrizio (del 15/01/2013 @ 09:06:14 in musica e parole, visitato 1583 volte)

Da Czech_Roma

Prague, 26.12.2012 23:31, (Romano vod'i) - Inka Jurková, translated by Gwendolyn Albert
--ilustrační foto--

Roger Moreno Rathgeb è autodidatta, come molti musicisti rom, ma poco a poco ha iniziato ad usare la partitura musicale e a comporre. Diversi anni fa decise di comporre un requiem per le vittime del campo di sterminio di Auschwitz, ma il suo lavoro fu interrotto da una visita che lo  influenzò fortemente, bloccando per diversi anni le sue capacità creative. L'impulso a completare il lavoro arrivò sotto forma di richiesta da Albert Siebelink, che gli suggerì di presentare il  "Requiem for Auschwitz" all'International Gipsy Festival di Tilburg e poi in altre città europee.

Compositore e polistrumentista (suona fisarmonica, violino, contrabbasso, chitarra, piano e percussioni), Rathgeb è a Praga per la prima volta il suo lavoro sinora più vasto, "Requiem per Auschwitz" (ulteriori notizie su questo eccezionale evento su Romea.cz). Abbiamo parlato assieme nel foyer del Rudolfinum durante le prove generali, che potevamo udire dall'altra parte della parete. E' stato molto bello.

Sei nato in Svizzera nel 1956, cioè 11 anni dopo la guerra. Anche se la Svizzera era neutrale, hai patito le conseguenze della guerra?

In effetti in Svizzera non c'era la guerra, ma c'erano altri problemi. Ad esempio, proprio in quel periodo una specifica organizzazione svizzera (la Pro Juventute, ndr.) stava lavorando per sottrarre i bambini dalle famiglie romanì subito dopo la nascita, per darli a coppie non-romanì che erano sterili. E' durato sino al 1979. Si può dire che anche questa era una guerra, solo un po' diversa.

Da dove provenivano i tuoi genitori?

Mio padre non era Rom, era uno Svizzero tedesco. Mia madre era Rom - precisamente, era Sinti - ma anche lei era nata in Svizzera. All'epoca non crebbi nell'ambiente romanì tradizionale.  Con mia sorella frequentammo la scuola normalmente. Sino ai 12 o 13 anni nemmeno seppi che mia madre era sinti. Non solo a casa non parlavamo romanés, ma nemmeno sull'essere rom. Di fatto non so come si conobbero i miei genitori. Mio nonno (cioè il padre di mia madre) morì quando lei aveva sei anni, così de facto non conosceva la propria cultura.

Però parli il romanés. L'hai imparato dopo?

Sicuro. Nel 1980 con la mia band eravamo in tour in Olanda, dove incontrai parecchie famiglie di musicisti sinti. La band mi lasciò solo con loro [ride]. Parlavano solamente il sinto ed in mezzo a loro mi sentii subito a casa.

Quando eri con loro, sapevi già di essere un Sinto?

Sì. Da bambini i compagni di scuola ridevano di me e dicevano che ero uno "zingaro", accusa da cui mi difendevo perché davvero non sapevo niente delle mie origini. Dovevano aqverlo saputo in qualche modo. Una volta tornai a casa e mi lamentai con mia madre, così lei mi rivelò che ero un Rom. Non fu facile per lei dirmelo, si vergognava un po'. Poi, per molti anni, ho avuto problemi con la mia identità. Dopo tutto, sono cresciuto solo come un "normale" Svizzero, proprio come un gagio.

Oggi ti identifichi come Rom-Sinto?

Ho sempre avuto la sensazione di non essere come gli altri Svizzeri. Ero un ribelle. Contestavo le leggi, la società svizzera, protestavo contro tutto. Gli Svizzeri hanno una mentalità completamente differente. Sospettavo di non essere uno svizzero, che non fosse vero. Doveva esserci qualcos'altro.

Quando hai deciso di dedicarti professionalmente alla musica? Cosa ti ha portato a ciò?

Quando compii 10 anni, mia nonna (lato materno) mi regalò una chitarra. Avevo scoperto che avevo talento musicale, anche se sono il solo in famiglia che si è dedicato alla musica. In famiglia d'altra parte nessun altro ha mai avuto questa passione.

Qual è la musica che ti piace di più? Sei qui a Praga per un concerto di musica classica, o anche per la musica rom tradizionale?

Sì, la musica rom è sicuramente quella che mi piace di più. La strada per la musica classica per me è stata davvero lunga, perché per molto tempo non riuscivo nemmeno a leggere la musica.

Dove hai imparato la teoria musicale, che è così necessaria per comporre un requiem?

Incontrai le prime scale musicali quando avevo 35 anni. Prendevo lezioni di violino ed il mio insegnante era un Rom ungherese che suonava nell'orchestra sinfonica di Maastricht. Fu il primo a mostrarmi la notazione musicale e così facendo mi aprì un mondo intero davanti.

Oltre alla musica rom e a quella classica, che musica ascolti?

Di base amo tutta la musica. Una volta ho anche suonato la batteria in una rock'n'roll band e sino ad oggi ho avuto belle sensazioni su questo stile musicale, mi piace!

Tu hai collaborato con molti gruppi - di quali hai i ricordi migliori e quali hanno più impattato sulla tua vita?

Direi la famiglia sinti con cui iniziai a suonare dopo il trasferimento in Olanda [la Zigeunerorkest Nello Basily - nda]. Interpretavano la musica tradizionale dei Rom di Ungheria, Romania e Russia. Imparai da loro, in particolare dal suonatore di cimbalom, come distinguere le armonie ungheresi. Sono i migliori per apprendere l'accompagnamento, perché sono in costante evoluzione, e ciò rende più facile accompagnare anche canzoni che non si conoscono. Sono giunto alla più grande profondità di comprensione con quel gruppo.

Perché hai deciso di emigrare in Olanda?

Nel 1980 con la band eravamo in tour in Olanda, e la mentalità delle gente di quel paese mi coinvolse da subito. Gli Olandesi sono liberi pensatori, a differenza degli Svizzeri che sono terribilmente conservatori. La verità è che agli Svizzeri i Rom non piacciono. Gli Olandesi sono aperti e tolleranti ed hanno un paese meraviglioso. Fu una decisione molto rapida.

Hai scritto sceneggiature per diversi spettacoli teatrali - di che si tratta?

Con la band abbiamo creato degli spettacoli teatrali. Il primo si chiamava "Il Lungo Viaggio" e raccontava la storia della migrazione del popolo romanì dall'India in Europa. Il secondo l'abbiamo chiamato "La Vita" e lì ritraevamo la vita di ogni giorno dei musicisti rom. Sono pastiches di musica, poesia e narrativa. Ci sedevamo attorno a un fuoco, suonavamo i nostri strumenti e facevamo del nostro meglio per creare l'atmosfera di un campo rom. I gagé non conoscono molto del popolo rom e spesso mi chiedono della nostra storia e cultura. Volevamo in qualche modo avvicinarli alla nostra "Romanipé", perché la discriminazione deriva soprattutto dall'ignoranza.

Quanta gente veniva a sentirvi - erano soprattutto Rom oppure no?

Abbiamo recitato nei teatri di Belgio, Germania e Olanda, e il pubblico era soprattutto di gagé. E' triste - i Rom non sono interessati in queste cose, non so il perché.

Sei a Praga con tua moglie. E' musicista anche lei?

Sì, anche sul palco siamo assieme, è il nostro modo di vivere. E' buffo, che le mie composizioni siano suonate in tutta Europa, ma che che ancora io non ci abbia guadagnato, ed in qualche maniera si deve pur vivere. Suoniamo nei concerti, ai festival, nei teatri, ai matrimoni e nelle varie feste.

Sei uno degli interpreti principali del film "Musicians for Life", creato da Bob Entrop. Cosa puoi dirci del film?

E' una delle ragioni per cui sono a Praga. Albert Siebelink, il direttore del festival romanì di Tilburg, l'ha visto, e c'è un'intervista in cui parlo di "Requiem for Auschwitz". Dopo aver visto il film, Albert mi chiese se lo avessi completato, ma non era ancora pronto. Mi promise che se l'avessi completato, si sarebbe dato da fare per la sua esecuzione. Iniziai nuovamente a lavorarci nuovamente, ma lo stesso mi ci sono voluti altri tre anni.

"Musicians for Life" non è il solo film con cui ho collaborato con Bob Entrop.  C'è anche il documentario "A Hole in the Sky", sui sopravissuti alla II guerra mondiale.

Quando hai iniziato a lavorare a "Requiem"?

La prima volta ho visitato Auschwitz nel 1998 e subito ho avuto l'idea di scrivere un requiem. Iniziai a lavorarci, ma dopo qualche tempo tutta la mia ispirazione scomparve. Pensai che tornando ad Auschwitz avrei saputo come continuare - ma successe il contrario. Ero soltanto distrutto, è un posto molto macabro. Ho messo il lavoro da parte e non sono tornato al "Requiem" che otto anni dopo.

Ti definiresti un attivista rom o sinto?

Probabilmente, no - sono solo un musicista. Però, se la gente vede un messaggio nella mia musica, va benissimo.

Per un certo periodo hai collaborato con la cantante lirica Carla Schroyen. Di che progetto si trattava? E' iniziata da lì la tua idea di creare una grande opera musicale come "Requiem for Auschwitz"?

Carla Schroyen ha scritte diverse arie "zingare" per opera ed operetta e l'ho accompagnata alla fisarmonica, ma questo non ha influenzato la mia composizione. Già da prima mi ero dedicato alla musica classica.

Qual è stata la tua prima composizione classica?

Nel 1995 decisi di provare a scrivere un balletto per un ensemble di danza amatoriale a Maastricht. Tuttavia, alla fine, si trasformò in un lavoro sinfonico-poetico.

In "Requiem for Auschwitz" hai provato ad incorporare elementi della musica romanì?

Un poco, ci sono diversi motivi che tornano di continuo, però "Requiem" non è dedicato solo alle vittime romanì, ma a chiunque abbia sofferto e sia perito ad Auschwitz. Prima di scriverlo non avevo ascoltato altri requiem, così non sarei stato influenzato da altri lavori. Nel "Requiem" ci sono io, nessun altro, è per questo che lì si trovano alcuni motivi romanì.

Vedi qualche differenza tra il genocidio del popolo ebreo e quello del popolo rom?

E' del tutto la stessa cosa. I numeri differiscono un po', ma non è questo l'essenziale.

Tu hai suonato come apertura per Chuck Berry, per la famiglia reale olandese, e "Requiem for Auschwitz" è stato suonato nelle più celebri sale da concerto europeo. Quale consideri il tuo più grande successo, sinora? Hai altri piani o sogni?

Sto lavorando su un oratorio riguardo la migrazione dei Rom dall'India all'Europa. Penso che sarà un lavoro più ampio di "Requiem". Vorrei anche scrivere un'opera sui bambini rom portati via dalle loro famiglie e collocati in famiglie non-Rom in Svizzera. Come vedi, ho abbastanza piani! [ride]

 
Di Fabrizio (del 19/01/2013 @ 09:02:30 in Europa, visitato 2848 volte)

Bakhtale ROMensa - di Serena Raggi

Ieri, 11 gennaio 2013, ho passato la giornata con Mariella Mehr, scrittrice e poetessa Jenisch, Svizzera.
Scriverò di seguito ciò di cui abbiamo parlato, della sua vita, il suo scrivere, la sua storia.
La Consapevolezza che ho acquisito dopo questo preziosissimo incontro, mi ha portata a farmi tante domande, domande difficili che mi hanno messa di fronte ad una in particolare:

"Cosa ha veramente senso in questa vita?" .

Ha senso conservare la Storia e la Memoria, ha senso Comprendere che si può essere italiani, svizzeri, spagnoli, rom, ebrei, ... ed essere una cosa sola: Umani.
Con una storia comune, La Storia.
Ha senso impegnarmi per fare in modo che Mariella Mehr e tutte le marielle mehr che hanno vissuto la Storia non vengano scordate ma assimilate per andare a completare la Nostra Identità. La mia e la tua. E starci male, ma sentirsi cresciuti, diversi, io così mi sento, ha senso assimilare tutto, Sapere e conservare, per essere Persone con una Identità forte, forti di quello che siamo.
Sapendo chi e cosa ci ha portati ad essere noi, oggi. Senza passare su questo mondo come dei vestiti vuoti.

La Storia ci insegna che ci sono dei grandi fardelli da portare, Mariella Mehr mi ha fatto partecipe del suo e io non voglio fare altro se non spartire questo peso, un immenso dono, dono e fardello, fattomi da questa donna incredibile.

Le mie ricerche su di lei sono iniziate qualche mese fa, quando quasi casualmente ho assistito ad uno spettacolo teatrale che parlava proprio della sua vita.
Da allora ho letto le sue poesie, ho deciso di fare la mia tesi su di lei e sono andata a conoscerla.
Mariella Mehr nei suoi libri denuncia ciò che è stato in Svizzera tra il 1926 e il 1974: fu vittima dell'"Opera di soccorso dei bambini di strada", della Pro Juventute, passando 24 anni della sua vita, dai 5 anni (quando fu strappata alla madre) in poi, in istituti psichiatrici, collegi, subendo elettroshock, esperimenti medici e psichiatrici, violenze e abusi, un figlio preso e fatto adottare da estranei e la sterilizzazione.
La Svizzera, neutrale alla guerra ma non all'eugenetica, ha cercato di estirpare le 'razze inferiori' e purificare il sangue della nazione, esattamente come altri paesi a tutti noti.
Mariella Mehr è sopravvissuta a tutto questo, è stata attivista politica e, da sempre, scrittrice.

''Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l'anima mia si apre
in una lingua stranier
a.''

La figura del lupo torna molto spesso nelle poesie di Mariella Mehr. La simbologia del lupo, comunemente usata, è il pericolo, una visione funesta. Ma per Lei, cosa significa?
Il lupo è solo, è Solitudine, e tante solitudini fanno il suo branco e così io mi sento.
Sola e accomunata nella solitudine con altre persone sole.
Il lupo aggredisce se è attaccato e cosi faccio io... in Cecoslovacchia ho avuto degli incontri ravvicinati con questo animale e anche qui dove vivo adesso ci sono lupi... per gli uomini non sono un problema... al contrario gli uomini sono un guaio per loro... io ho paura della gente, ma di un lupo o delle bestie mai.

Questo sentire fa parte anche della sua 'diversità'? Come vive, oggi, la sua identità di Donna Jenisch?
La mia famiglia viene dalla Polonia, dopo la Pro Juventute ho fatto ricerche con uno storico per l'albero genealogico e i miei avi non si sa se siano Ebrei o Rom... sono un essere umano, parlo 6 lingue correntemente, tra le quali il Romanes. Ma mi considero semplicemente un essere umano.
Nel corso del 1800 entrò molta gente in Svizzera: Ebrei, Rom, Polacchi, Lovari, gente che voleva lavorare... questa gente è stata chiamata Jenisch dagli svizzeri, ed è una parola che deriva dal greco e vuole dire 'doppia faccia", come i doppiogiochisti e quindi anche questo è un termine dispregiativo e creato da altri (come il termine 'zingari'), entrato in uso comune per indicare 'lo straniero'.

A quei tempi, durante i pogrom contro gli Ebrei, questi hanno cambiato i documenti e comprato quelli dei Rom... viceversa i Rom hanno comprato documenti Ebrei per entrare in Svizzera, cambiando identità per sopravvivere, a seconda delle necessità del momento: questo è un piccolo esempio per far capire che tutte le genti si sono mescolate... e Jenisch quindi sono semplicemente PERSONE che hanno subito delle persecuzioni.
La cosa piu' grave dei Rom, che tengo molto a dire, è che sono suddivisi in clan e a volte si fanno addirittura la lotta tra di loro... e così facendo non sopravviveranno a lungo... bisogna essere uniti perché siamo tutte persone, e il nostro sangue si mescola continuamente. Questo per non categorizzare troppo, io parlo di PERSONE, di UMANI, che hanno subito queste cose che io denuncio e racconto nei miei libri.

Dopo l'uscita dei Suoi scritti, ha notato un maggiore interesse verso questi argomenti? La gente vuole sapere questa parte di Storia? oppure in Svizzera è come in Italia?
Nei libri di scuola ancora oggi, sia in Italia che in Svizzera, non è citato alcun Rom perseguitato né omosessuale né malato di mente. Perchè queste persone ancora oggi sono delle persone di serie B, persone che non si vogliono considerare. E i miei libri purtroppo sono serviti a poco.

Oltre a Lei, altre persone sopravvissute hanno saputo impegnarsi per l'informazione e la politica dei diritti?
Io ho subito a 5 anni elettroshock, a 9 cure di insulina, a 16 anni ancora elettroshock, a 18 carcere perché avevo fatto un bambino con un uomo mezzo Rom e mezzo Ebreo... non ho fatto mai niente di male per meritarmelo, ti giuro!
E gli altri che hanno subito queste cose sono praticamente tutti kaput, morti... i pochi ancora vivi sono alcolisti, o gente che non é più capace di vivere in questa società.
Bisogna sopravvivere sia fisicamente che mentalmente... per fortuna ho trovato la Letteratura e le parole giuste per iniziare a scrivere, e questo mi ha salvata.
A 15 anni ho scritto la mia prima poesia, "L"uccello blu", (parlava di un uccello che avevo avvistato, una specie che di solito vola sul mare e solo io lo avevo visto) in quel periodo, come la maggior parte della mia vita, ero in una casa psichiatrica.
Io ero un corpo per gli esperimenti, sai? non solo le menti erano soggette a queste cose ma anche i corpi: io sono praticamente ceca a seguito di 5 interventi sperimentali effettuati da un medico non riconosciuto... la Pro Juventute ha lasciato molte tracce.

Ma in quegli anni ('26-'74), in Svizzera, la gente comune sapeva? i cittadini erano a conoscenza di ciò che succedeva nelle loro città, nei vari istituti, eccetera?
Naturalmente la gente sapeva.
Ma era stata fatta una enorme propaganda, la gente VUOLE credere nel bene, e la Pro Juventute si vendeva come un'organizzazione che AIUTAVA i giovani... in Svizzera non era così evidente come il fascismo in Italia o il nazismo in Germania... ma la gente voleva credere nel bene e si autoconvinceva.

Come iniziò a leggere, per poi scrivere?
Quando ero piccola, a 12 anni ero in un istituto... in questo istituto le suore avevano una enorme e fornitissima biblioteca ma era per loro, non per noi, e la tenevano chiusa a chiave.
Allora io un giorno ho rubato questa chiave e sono andata in città a farne una copia. E di notte andavo e prendevo una manciata di libri a caso, al buio, e invece di dormire stavo sotto le coperte con la lampada a leggere... Goethe, Sartre... .non ho capito niente, ero una bambina, ma tutto era stampato nella mia testa, ho memorizzato nella mia mente e capito anni dopo.
Così ho iniziato a leggere leggere leggere, avevo Fame di Letteratura, ed era più forte della fame normale. Questo mi ha fatto andare avanti, leggere. E poi iniziare a trovare le parole giuste per scrivere, e sopravvivere a tutta quella follìa.

A quei tempi, io non sapevo ancora CHI SONO, questo l'ho scoperto DOPO i trattamenti della Pro Juventute.
Quando questi mi hanno detto 'vai a lavorare', a 16 anni, io sono andata... 'o vai a lavorare o ti aspetta il carcere', mi hanno detto e mi hanno mandata in una città che io non conoscevo, a Lucerna, e girando in tutti gli alberghi e negozi, nessuno voleva darmi un lavoro, ero troppo piccola. Poi per caso davanti ad un bar ho incontrato un uomo che mi ha chiesto "Senti, ma che cerchi per strada?", "Cerco un lavoro" e io avevo una faccia da ragazzo, maschio, (che ogni tanto torna ancora oggi, quando sono arrabbiata), ho potuto lavorare come bar man ma prima il capo mi ha portata dal parrucchiere per fare un taglio da uomo, poi al negozio di vestiti mi ha comprato i pantaloni, il gilet, la camicia bianca da lavoro e il giacchetto nero, naturalmente.
Poi mi ha detto: "Così puoi lavorare nel mio bar e ti chiamerai Mario'.
Ho lavorato lì un anno, poi un giorno è entrato nel bar questo uomo di 30 anni più grande che mi ha chiesto un caffè ed è stato il primo uomo a guardarmi davvero.
Dopo poco mi ha riconosciuta in quanto ragazza e io, presa dal panico, ho iniziato a piangere, avevo paura che mi facesse perdere il lavoro, avevo paura di finire in carcere...
Dopo avere scoperto della Pro Juventute questo uomo mi ha aiutata molto ed è lui il padre del mio bambino... (è poi morto in un campo di concentramento tedesco, era mezzo Rom e mezzo Ebreo)... lui mi ha aiutata molto...mi ha trovato un altro lavoro, presso una famiglia, e insieme abbiamo deciso di fare un bambino.
Per la Pro Juventute se sei incinta sei un'adulta e libera di sposarti e fare una vita e avere diritto ai servizi degli ospedali per la gestazione e il parto, ma le autorità mi hanno segnalata e fatto una ricerca attraverso l'interpol (pensa te!) trattandomi come una fuggitiva...

Un giorno alle 5 del mattino mi hanno arrestata presso la famiglia dove lavoravo, mi hanno presa a Berna e messa in una cella con un cane lupo di guardia... il cane era piu' amabile delle persone, è venuto da me senza paura e aggressività e nel tempo del carcere è stato quel mezzo lupo a salvarmi la vita.
Io ero in carcere ma non sapevo perché...in tutta la mia infanzia io non ho mai saputo chi ero né il motivo per cui mi venivano fatte queste cose...al carcere le peggio criminali mi chiedevano perché ero lì ma io non lo sapevo..allora la mia testa ha prodotto una fantasia di un qualche crimine che avessi potuto commettere, per non impazzire..e senza passare per nessun giudice io finivo in galera.
Il padre del bambino mi cercava, ma i carcerieri non mi hanno dato nessuna sua notizia e impedivano a lui di avvicinarsi, inventando bugie.
Infine ho dato alla luce questo figlio in carcere.
Secondo la legge, avevo 3 anni di galera da scontare, ma un giorno mi hanno detto "se dai tuo figlio in adozione sei libera subito, altrimenti il figlio te lo prendiamo lo stesso ma tu resti qui fino a concludere i 3 anni di carcere".
Io ero disperata, amavo mio figlio ma non sopportavo più questo carcere, che era il peggiore carcere femminile della Svizzera. Così ho firmato e sono uscita.
A Berna ho trovato un altro lavoro, ho pensato che se lavoravo la Pro Juventute mi avrebbe restituito il figliolo, invece...così non è stato e la vita di questo figlio è rovinata quanto la mia.

Mia madre è stata una delle prime donne alla quale la Pro Juventute ha strappato i figli e a sua volta mio figlio è stato uno degli ultimi strappati alla madre...tutta questa storia è un ORRORE e una VERGOGNA alla quale non si vuole credere, quando io racconto queste cose la gente non crede, pensano che io sia una folle che nel suo delirio si inventa le cose.
Eppure dopo diverse lotte gli archivi con i documenti della Pro Juentute sono stati aperti, sono documenti visibili a tutti. Ma queste cose non si vogliono sapere.

Io mi sono battuta per i diritti miei e di tutta questa gente, i diritti, non i soldi, e l'aiuto per sopravvivere a tutto questo, ma gli Jenisch della Svizzera invece volevano il silenzio su questa vergogna, volevano solo soldi, per questo sono stata più volte aggredita, una delle quali sono stata gettata da un treno in corsa...
I giornalisti volveano la Verità, qualche attivista di sinistra, qualche gente di buon cuore, ma gli Jenisch no, pochissimi volevano che la Verità venisse fuori e di conseguenza i diritti per queste donne e uomini devastati da questi trattamenti.
Per 20 anni ho fatto politica, attivismo, ma è servito a poco se non a niente... ora la gente non sa nulla di questi orrori, anche se le conseguenze ci sono tutt'ora. Abbiamo ricevuto una cifra irrisoria come risarcimento morale, due soldi in croce per una vita COMPLETAMENTE rovinata... per 24 anni vissuti nell'orrore.
E' stata tutta una farsa enorme.

Poi abbiamo interrotto l'intervista e parlato d'altro, perché "altri cinque minuti a parlare della Pro Juventute e cado a terra svenuta, mi fa troppo Male".

Mariella Mehr ha partecipato a vari festival di letteratura in Europa, vincendo diversi premi e riconoscimenti, i suoi libri sono pubblicati in diverse lingue e reperibili tramite ordine in qualsiasi libreria.

BIBLIOGRAFIA DI MARIELLA MEHR (in Italiano):
- "Steinzeit"
- "La Bambina"
- "Il Marchio"
- "Notizie dall'Esilo"
- "Accusata"
- "San Colombano e l'attesa"

 

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