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Di seguito gli articoli e le fotografie che contengono le parole richieste.

Ricerca articoli per kossovo

Di Fabrizio (del 25/09/2005 @ 23:52:25 in Europa, visitato 2073 volte)

Da: Kosovo_Roma_News (Fonte: Governo della Ex Repubblica Yugoslava di Macedonia) 21-09-05

Discussione per un rapido ritorno dei rifugiati in Kossovo (vedi articolo precedente)

L'agenzia MIA riferisce che Stevco Jakimovski, Ministro macedone del Lavoro e delle Politiche Sociali e il suo collega Ibrahim Ramadani, hanno discusso martedì scorso le tematiche di un rapido rientro dei rifugiati dal Kossovo attualmente in Macedonia, e firmato un accordo di cooperazione.
"Abbiamo concordato che i rifugiati debbano ritornare in Kossovo, e che di questo se ne faccia garante l'Alto Commissariato dei Rifugiati, fintanto che il governo del Kossovo non disporrà della capacità finanziaria di provvedere in proprio al ritorno di queste persone" ha affermato Jakimovski.

Ha poi aggiunto che i due governi si impegnano per il mutuo ritorno dei 2.400 rifugiati superstiti in Macedonia e dei 793 Macedoni che attualmente sono in Kossovo.

Durante la discussione è stato affrontato anche l'argomento del sistema sociale:
"Gli accordi e i patti in vigore al tempo dell'ex repubblica di Yugoslavia riguardo le pensioni e l'assistenza sociale, [...] possono essere estesi ai cittadini delle repubbliche di Kossovo e di Macedonia, su base paritaria. Inoltre abbiamo siglato un accordo sulle politiche di adozione dell'infanzia, cosa riveste un grande interesse soprattutto da parte dei cittadini di nazionalità albanese" ha continuato Jakimovski.

A sua volta il Ministro Ramadani ha sottolineato che la partecipazione della Macedonia nella Comunità Europea e nella NATO, avrebbe grande importanza per la stabilizzazione del Kossovo e della regione.

PS: alcune note personali: recentemente discutevo con alcuni promotori della mozione contro i rimpatri forzati (forza, si può ancora firmare), e i più scafati tra loro giustificavano la scarsa attenzione dei media e di molte associazioni, col fatto che ora il "businness" in Kossovo è la ricostruzione e la gestione dei rifugiati, più che le condizioni oggettive che rendono possibile il loro rientro. L'impressione è che queste dichiarazioni vadano in quel senso.

 
Di Fabrizio (del 18/09/2005 @ 23:48:21 in conflitti, visitato 2409 volte)

La giornalista e ricercatrice Karin Waringo è tornata da un viaggio in Kossovo e Macedonia, per documentare la condizione dei Rom nei due paesi.

Ho appena terminato di tradurre in italiano il suo racconto di viaggio dal Kossovo, che pubblicherò quando saranno disponibili le versioni nelle altre lingue. Nell'area documenti è intanto disponibile il rapporto (in inglese, formato .doc) sulla situazione in Macedonia.

Come molti di voi già sapranno, c'è preoccupazione per gli accordi intercorsi tra l'UNMIK in Kossovo e alcuni stati europei per il rimpatrio forzati dei richiedenti asilo dal Kossovo. La Macedonia ha iniziato i rimpatri "obbligati" già da tempo, per diversi motivi:

  • la Macedonia non ha mai firmato alcun accordo sui rifugiati da paesi esteri;
  • coinvolta nel 2001 in azioni militari dalla guerriglia albanese, ha dovuto ovviare da sola anche ai propri rifugiati interni; le prime notizie su questo conflitto dimenticato mi arrivarono da un Rom, Asmet Elezovsky, che praticamente mi scriveva con i colpi di mortaio che lambivano il Centro Culturale Rom di Kumanovo (alcune foto)
  • fu il primo punto d'arrivo dei profughi dal Kossovo, già nel 1999, e in seguito la Comunità Europea promise il suo sostegno economico, promesse rinnovate al tempo della crisi di due anni fa. Nessun sostegno a favore dei rifugiati interni o esteri è mai arrivato, anzi la stessa Comunità ha invece iniziato a rimpatriare forzatamente i rifugiati (QUI l'ultimo aggiornamento)

Insomma, dal punto di vista formale, la posizione della Macedonia è limpida. Il paese ha ospitato sino a 22.000 sfollati, spesso in condizione di deprivazione estrema. Poco più di 1.000 Rom hanno ottenuto un permesso di soggiorno che permettesse loro di rimanere in Macedonia e circa lo stesso numero sta aspettando che venga vagliata la loro richiesta.

Nel 2003 ci fu un altro punto di crisi: la situazione nei campi profughi era spaventosa e d'improvviso intervennero le forze di polizia a sgomberarli di forza. I Rom manifestarono per le vie della capitale, chiesero solidarietà all'Europa che invece continuava a chiudere loro le porte in faccia e alla fine, presi dalla disperazione, con furgoni e pullmini si incamminarono verso il confine greco. Dove in pieno luglio rimasero bloccati in una pietraia in montagna, alle spalle i corpi speciali della polizia macedone e di fronte i carri armati greci. In quel periodo, durato un mese e mezzo, Asmet Elezovsky rimase ferito negli scontri di piazza, lui che con i rifugiati non c'entrava se non per la solidarietà che mostrava loro. Tramite lui e un primo tentativo di network informativo, continuavano ad arrivarmi notizie, mentre imparavo quanto fosse difficile raccontare un conflitto in diretta alle porte di casa. L'indifferenza dei media nostrani, stese per la seconda volta il velo su quei Rom, di cui si perse notizia ai bordi della pietraia sul confine. Forse, qualcuno riuscì a scappare in Grecia, più probabilmente ora sono in qualche campo profughi in Kossovo o in Serbia.

Qualcuno ha riacquistato la libertà, e non è stato facile. Mi ricordo che nel 2003 avevo pubblicato la prima parte di quella storia in un sito che oggi non c'è più e dopo due anni di silenzio sapere che quella persona è in salvo, rende quel pugno di speranza per continuare a scrivere storie simili.

Asmet Elezovsky è vivo, l'anno scorso ho anche trovato in rete una foto di questo corrispondente che è per me in questo tempo è diventato una presenza forte quanto virtuale. Cittadino macedone, non è stato espulso e a questo punto, condivido con chi mi ha letto sin qui l'ultima mail ricevuta.

Ma prima, vi chiedo nuovamente attenzione all'appello di cui lui, con Karin Waringo e tanti altri (ci sono anch'io, a questo punto è ovvio!) vi chiediamo di fare tutto il possibile (e anche di meno, basta aderire alla petizione) perché l'Europa interrompa il rimpatrio forzato dei richiedenti asilo dal Kossovo. Ancora una volta, con la COLPEVOLE disattenzione di noi italiani, ci sono più adesioni dal Lussemburgo che dall'Italia!

Cari amici,

Mi rivolgo a voi, perché ho bisogno delle vostre opinioni, documenti, foto...
Sinora ho ricevuto risposte dalla Danimarca, Kossovo, Bosnia, Olanda...
Dopo parecchio tempo che mi occupo di questo argomento, ho bisogno di coordinare gli sforzi sulla situazione dei profughi dal Kossovo.

Assistiamo a meetings, conferenze, seminari... Ma ora è più importante, alla scadenza dello status di richiedenti asilo e sulla definizione della regione del Kossovo, di diventare anche noi parte del processo decisionale: sinora i nostri sforzi sono stati minimi, così come Rom non abbiamo voce in capitolo.

Siamo sicuramente in ritardo, ma dobbiamo provare lo stesso, a congiungere il nostro sforzo a quanti si sono già mobilitati: TERF, IRU, ODIHR, COE...

Ho bisogno di conoscere il nome dei campi, il numero dei rifugiati, i profughi interni e altre informazioni.
Potete contattarmi via email, nel frattempo raccoglierò tutto il vostro materiale, in vista della prossima Conferenza di Varsavia. Spero nel vostro aiuto, perché senza le vostre risposte dovrò abbandonare questo compito.

[...]

Asmet Elezovski
elezovski.asmet@drom.org.mk
aelezovski@hotmail.com

Tel/fax: +389 31 427 558


 
Di Fabrizio (del 11/10/2005 @ 23:28:20 in Kumpanija, visitato 1584 volte)

Segnala Robert Anderson il progetto Kosovar Roma Oral Histories: chi erano e chi sono i Rom del Kosovo, attraverso i loro stessi racconti (in inglese).

Nel sito una ricca sezione fotografica, interviste, la storia dei gruppi familiari, mappe, musica, tradizioni, politica e documenti... parecchio materiale per ricostruire un pezzo di storia che è anche nostra.

Roma wedding

Link segnalati:

 

 

 
Di Fabrizio (del 17/06/2005 @ 23:27:57 in Europa, visitato 1686 volte)

A proposito dei due ultimi post sulle espulsioni in atto in Italia e in tutta Europa, sono disponibili nell'area download:

  • La risoluzione del Parlamento europeo su Lampedusa - 14 aprile 2005
  • La proposta di risoluzione comune sui Rom  del Parlamento Europeo

(ringrazio VIA ADDA NON SI CANCELLA)

  • e il rapporto INTERNATIONAL HELSINKY FEDERATION FOR HUMAN RIGHT sulla situazione dei Rom nei paesi europei

Vi invito nuovamente (chi se ne fosse scordato) a firmare la petizione online contro i rimpatri forzati

 
Di Fabrizio (del 17/09/2005 @ 23:16:51 in Regole, visitato 1859 volte)
Rispolvero una lettura domenicale dall'archivio di Pirori:

Nascita di una nazione
Pubblicato (in inglese) su Roma in the UK

Gary Younge
Monday July 31, 2000
The Guardian

L'interprete al Congresso dell'Unione Romani Internazionale che aveva luogo a Praga non ce la faceva più. Tradurre tutti quei dialetti Rom in inglese l'aveva lasciato esausto e aveva i lavori.
Così, quando un delegato di un paese dell'Est Europa è salito sul palco a proporre una nuova Costituzione nella sua parlata nativa, Charlie Smith, segretario del British Gypsy Council, era andato alla toilette. Josie Lee, presidente dei lavori, sedeva e osservava il dibattito senza capire di cosa si parlasse. Improvvisamente, con sua grande sorpresa, un ampio gruppo di Rom dalla repubblica Ceca, si era alzato in piedi applaudendo. Nel frattempo Charlie ritornava dalla toilette e la nuova Costituzione era stata approvata.
Era nata una nuova nazione. Charlie e Josie, che speravano di proporre alcuni loro emendamenti, ormai ne sono parte. "Nell'Europa dell'Est non c'è ancora il concetto di come lavora la democrazia", ha detto Charlie. "Hanno un'idea e la spingono. E' veramente frustrante".
Se il processo può sembrare oscuro, l'aspirazione è chiara. Al loro 5° Congresso, la maggior parte dei delegati rappresentante i 12 paesi europei, si sono dichiarati nazione "non-territoriale". Una "nazione" che vanta bandiera e inno, ma non ha né confini né esercito. Entità con un Parlamento nomade, che si riunisce ogni tre mesi e un "network" di ambasciate, definito non dal territorio ma dalla etnia. Una nazione senza stato.
in molti sono convinti che questa idea rifletta non solo l'interesse dei Rom, ma le domande e la direzione dell'europa del 21° secolo. "Lo stato nazione è diventato meno importante e i confini andranno perdendo di significato" afferma Paolo Pietrosanti, delegato dall'Italia. "Se uno è tedesco, può vivere in Amsterdam e votare tanto per il sindaco di Amsterdam che per il cancelliere tedesco. Non è indispensabile vivere in Germania per essere tedesco. Si è tedeschi e contemporaneamente cittadini europei che vivono all'estero. Lo stesso vale per un rom che viva a Londra o Parigi."
Sean Nazerali, uno degli organizzatori della conferenza, aggiunge che la nazione-Rom è ovunque: "Abbiamo un'identità collettiva a livello europeo e il nostro popolo vanta una rete di connessione attraverso l'intero continente."
E' una nozione intrigante che mutua la fluidità in identità nazionale europea, e le caratteristiche di un gruppo considerato svantaggiato in un vantaggio. Ma il tutto non è scevro di problemi. Ogni nazione per ottenere e mantenere credibilità internazionale, deve avere una legittimazione democratica. Per questo deve avere rappresentanti eletti, capaci di scegliere e legiferare. Le decisioni adottate devono essere attuabili. Tra le proposte emerse durante i lavori, una riguarda la costituzione di un tribunale contro il razzismo e la pressione verso quei governi che discrimino i Rom, il tutto finanziato attraverso una tassazione della comunità Rom stessa. ma chi potrebbe amministrare queste legittime e ragionevoli, senza polizia, giudici, agenti delle tasse e funzionari pubblici? E cosa formano queste figure, se non le basi di uno stato?
La storia delle nazioni che hanno l'etnia come punto focale, mostra che esistono problemi altrettanto gravi di quelle basate sul territorio. Liberia, Sud Africa, Israele o Irlanda del Nord, dove la cittadinanza è data dall'appartenenza all'identità religiosa o razziale, mostrano di avere problemi di instabilità politica, o di tensioni etniche o siano logisticamente inattuabili - quando non si tratta di tutti e tre insieme i casi.
L'inclusione per motivi di origine etnica richiede parimenti l'esclusione per motivi di origine etnica. occorre quindi stabilire chi appartenga ai Rom/Sinti/Kalò e chi no. Da quando i loro antenati lasciarono l'India circa un millennio fa, si sono sparsi per tutto il globo, portando con loro influenze e imprestiti i più diversi. Nella conferenza erano presenti invitati di pelle scura e altri "funzionalmente" bianchi. Alcuni reclamavano la crucialità dell'approccio a internet, altri suggerivano che la letteratura e le arti fossero più importanti. Mostravano un linguaggio comune, ma i dialetti si sono evoluti in maniera differente da richiedere l'impiego di un traduttore. Nell'Europa dell'est la situazione è talmente degenerata che non ha nessuna importanza essere chiamati Zingari o Rom. In Gran Bretagna il termine "Zingaro" viene rifiutato come dispregiativo, allo stesso modo che le parole "nero" o "frocio" hanno assunto per altre minoranze. E, come dimostra l'appunto di Smith, non esiste tra loro una tradizione alla politica.
Non è una critica, ma il riconoscimento delle caratteristiche di base portate da ogni diaspora. Ma se la loro identità può essere fratturata, sono maggiori le cose che li uniscono di quelle che li dividono.
Molti delegati di congresso sarebbero emersi dalle discussioni riscaldate nei corridoi per dire quanto meraviglioso fosse stato "essere uniti tra loro". Ma codificare quegli elementi che li uniscono come nazione è molto più problematico del individuare le necessarie formalità. Vi qualifichereste come membro della nazione Rom se uno dei vostri antenato fosse un Rom di prima generazione o se foste un Rom adottato? Si può discutere circa dove la linea è disegnata, ma non se non è disegnata affatto.
Se il percorso solleva dei dubbi, lo spirito guida rimane vitale. Questo popolo ha la possibilità di guadagnare una visibilità a livello internazionale. Sono la maggiore minoranza etnica e quella con il più alto tasso di natalità. La loro popolazione equivale la somma degli abitanti di Svizzera, Lussemburgo e Norvegia, e in alcuni stati, come in Romania e in Slovacchia, la percentuale sulla popolazione globale è simile a quella degli Afro-Americani nei confronti degli Statunitensi. Le loro condizioni di base sono simili a livello internazionale, non hanno voce a nessun tavolo internazionale e la discriminazione nei loro confronti è diffusa in scala, brutale nell'intensità e globale in natura.
Nella Repubblica Ceca il 62% dei bambini Rom frequenta scuole per ritardati mentali, nel Kossovo 10.000 di loro sono stati costretti ad abbandonare le loro case, in Slovacchia due villaggi hanno proibito il loro ingresso o passaggio per il paese. Quanti di loro chiedono rifugio in Gran Bretagna, si vedono trattati dalla stampa e dal Ministero per gli Interni come i "cosiddetti nomadi" , accattoni, ladri e vandali. Se il Canada ha accettato il 70% delle richieste di asilo, La Gran Bretagna ha adottato la politica di non accettarne nessuna.
E' in questo concreto contesto di oppressione, più che sull'astratta nozione di nazionalità, che l'IRU deve operare. La chiave per ottenere il riconoscimento a livello internazionale non è nel riconoscimento come nazione, ma su tutto ciò che può unire le disparate popolazioni Rom, rappresentarle e difenderle democraticamente. Per ottenere questo, ricordiamo che ancora nessuna struttura è stata approntata.
 
Di Fabrizio (del 03/06/2005 @ 22:42:01 in scuola, visitato 3313 volte)
Da: Jerusalem Post

Gli Zingari di Gerusalemme

"Per gli Arabi siamo i Nawari, che significa "sporchi Zingari" dice Sleem. "Per gli Ebrei e per le autorità, noi siamo Arabi. Abbiamo perso su tutti i fronti."

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Amoun Sleem, direttrice di Domari, la Società degli Zingari di Gerusalemme, è una donna eccezionale. Leggete tutto l'articolo.
A people apart


"Fammi una domanda, fammi una domanda!" insiste Leila, orgogliosa di mostrare che finalmente capisce l'inglese.
"Ho otto anni. Frequento terzo grado" continua felice.
Heba, otto anni, è concentrata sul suo disegno. Non ha mai lasciato Gerusalemme, ma sta disegnando un veliero sulle onde e un sole sorridente in alto sul foglio.

Leila, Heba e altri due bambini, sono nel Gypsy Community Center, aperto solo due mesi fa in un'appartamento di tre stanze a Shuafat, confortevole e illuminato. Per la prima volta, la comunità zingara si è organizzata proattivamente per badare a se stessa.

Due volte alla settimana, il centro offre corsi di alfabetizzazione per dieci adulti. I bambini frequentano tre volte a settimana, per fare i compiti e scappare dalla strada; qui in inverno stanno al caldo.
In un angolo, un vecchio computer, e Yassir, di quasi cinque anni, pigia con entusiasmo sulla tastiera. Al muro sono appesi frammenti di arazzi e di gonne ornate, accanto ai disegni dei bambini che ritraggono le loro famiglie nei costumi tradizionali.
Sempre accanto alle pareti, diverse rababbah, tradizionali strumenti zingari a corda, che i bambini provano a suonare. Il centro offre anche gingilli, tele, ceramiche, marmellate e olive schiacciate sotto olio. Tutto materiale in vendita.

"Mi piacciono gli Zingari," discorre Leila. "Mi piace la scuola. Mi piacciono le maestre. Mi piacciono i bambini piccoli, ma quelli grandi, no. Mi chiamano con brutti nomi. Anche gli insegnanti"

Amoun Sleem ha 32 anni, è la direttrice di Domari, la società degli Zingari di Gerusalemme ed ha fondato il centro. Oggi, come quando era una bambina, il tempo sembra essersi fermato. Ancora oggi, mentre cammina nelle strade della Città Vecchia, i passanti la chiamano "Nawariya", un peggiorativo di Zingara. A volte, le sputano contro.
Sleem, di una assertività sfacciata e di una bellezza esotica, ha dedicato la sua vita personale e professionale al progresso della causa degli Zingari o, come meglio si riferisce a lei stessi, dei Domi.

Gli Zingari sono forse il gruppo sociale più emarginato nella Gerusalemme di oggi. Oppressi dalla povertà e da conflitti interni, sono marginalizzati socialmente e politicamente invisibili.
Il Ministero degli Interni non riconosce i Dom come entità religiosa o culturale e sono genericamente indicati come "Arabi" sui loro documenti.

"Per gli Arabi siamo i Nawari, che significa "sporchi Zingari" dice Sleem. "Per gli Ebrei e per le autorità, noi siamo Arabi. Abbiamo perso su tutti i fronti."

Secondo il procuratore Omri Kabiri, che offre servizi legali a Domari e alla comunità praticamente a costo zero, lo stato di Israele non è disposto a riconoscere formalmente le minoranze. Nella pratica, non interferisce nelleesigenze di gruppi come i Drusi, i Beduini o gli Armeni. Se ottenessero un riconoscimento, gli Zingari avrebbero accesso a numerosi servizi, dalle cure mediche, ai fondi per il mantenimento della loro cultura o della religione, ecc.

Ma finché non appariranno come categoria censita, nessuno saprà quanti siano.
Sabine Hadad, portavoce del Registro della Popolazione, parla di "diverse dozzine" a Gerusalemme Est, anche se, secondo il Dom Research Center, con sede a Larnaca (Cipro), a Gerusalemme ci sono circa 1.000 Dom, e tra 1.000 e 4.000 vivono nella West Bank e nella striscia di Gaza.
Il primo importante passo, secondo Amoun Sleem, è un censimento nazionale. Ma il principale problema resta quello della povertà.

La più parte della comunità vive a Bab el-Huta, un povero agglomerato di casa vicino alla Porta del Leone. Bambini poveramente vestiti si aggirano tra pile di immondizia per la strada, mendicando o vendendo ciondoli. Alto l'abbandono scolastico, soprattutto tra le ragazze, anche se la comunità beneficia di personale che controlla la frequenza scolastica e di autisti per i bus scolastici.

Il tasso di disoccupazione è alto. Molti fanno affidamento sulla Previdenza Sociale e i tagli effettuati negli ultimi due anni hanno avuto serie conseguenze sulla comunità.

Le ragazze si sposano presto, di solito a 16 anni. "Le donne non hanno vita facile" dice Sleem. "Non hanno prospettive o sogni. Otto, dieci figli e niente soldi."

Sleem si è creata da sé una vita differente.

Sua madre morì quando aveva sei anni, lasciando suo padre con otto tra fratelli e sorelle da crescere. Da giovane, come molti altri bambini, fu mandata a chiedere la carità, ma rifiutò.
Ricorda: "E' una cosa umiliante. Così presi delle cartoline da vendere ai turisti. Qualcosa dentro di me diceva che era possibile agire e creare le cose in maniera più onesta e decente"

Sapeva che la scuola le avrebbe dato il biglietto per uscire dalla povertà. Ma sapeva anche che suo padre, col suo lavoro di custode al Ministero degli Interni, mai sarebbe stato in grado di fornire a lei e alle sorelle quadreni e matite. Così comtinuò a vendere le sue cartoline.

Ricorda ancora le umiliazioni a scuola, non differenti da quelle che subisce oggi Leila.

"La maestra ci chiamava di fronte alla classe e, di fronte a tutti, controllava se avevamo i pidocchi o eravamo sporchi. E gli altri bambini ridevano quando ci chiamava Nawari."

All'età di 12 anni, lasciò la scuola, ma nessun assistente sociale venne a controllare perché una studentessa così brillante e motivata avesse abbandonato lo studio. Ritornò a scuola un anno dopo, completando il ciclo di studi e diplomandosi in business administration.

Trovò lavoro come manager presso l'Ostello Olandese sul Monte degli Ulivi. Imparò inglese e olandese fluentemente. I visitatori europei contribuirono a formare la sua coscienza politica e sociale. Cominciò a pensare che poteva sviluppare consapevolezza e rispetto di sé nella sua comunità. La sua fiducia crebbe e attualmente sta completando un corso in business administration all'Università Ebraica.

Sleem fondò Domari nel 1999; la prima organizzazione di questo tipo nel Medio Orinte, dedicata alla crescita politica, sociale, culturale e ai bisogni sanotari della comunità.

Per storia e cultura, gli Zingari non ragionano in termini territoriali e non fanno riferimento ad un'unica patria. In diversi angoli del mondo, non si chiedano chi sia il regnante, ma vogliono che sia permesso loro di mantenere la loro cultura e creare un futuro migliore per i propri figli.

A Gerusalemme, sono riusciti abilmente a mantenersi estranei al conflitto israeliano-palestinese. Ma Sleem ritiene che gli Ebrei [...] dovrebbero capire gli Zingari. Anche noi siamo stati perseguitati."
Nota inquietanti similitudini tra le loro due storie. Entrambi sono stati la classe "altra - impossibilitati a stanziarsi, cacciati, oppressi. Come gli Ebrei, gli Zingari hanno sviluppato strategie per vivere con i "gadjé" - i "GOY", i "non-Zingari" - e sopravvivere in difficile equilibrio con la società circostante, spesso confinati in ghetti e accampamenti recintati.

E come gli Ebrei, sono stati isolati di Nazisti perché fossero sterminati. Secondo [...] lo US Holocaust Memorial Research Institute di Washington il numero di vite perse dagli Zingari nel 1945 oscilla "tra mezzo e un milione e mezzo."

Ma gli Ebrei, spalleggiati dal loro stato e più potenti politicamente, hanno ottenuto pù riconoscimento. Per una stridente coincidenza, il mese stesso che la Germania celebrava gli Ebrei uccisi dai nazisti, iniziava il rimpatrio forzato di decine di migliaia di Zingari profughi dal Kossovo (cfr. Germania ndr.), dove le loro case sono state distrutte e sono esposti a un'esistenza in pericolo, senza aiuti dalla Germania o dalle Nazioni Unite.

La dottoressa Katalin Katz, della Hebrew University's School of Social Work, ha compiuto una ricerca sugli Zingari in Europa.
"Le strutture, l'autorità e la gerarchia sono alieni ai loro valori e stile di vita. Non hanno un'autorità centrale per cui battersi o dichiarare guerre. Ma nell'ultima decade, le cose hanno iniziato a cambiare."

Cambiano anche qui. Dice Sleem: "Ho imparato da mia nonna, che se hai prurito, puoi solo grattarti da te, e nessun altro sa dove sia il tuo prurito."
Vede particolarmente significativi i cambiamenti che avvengono nel suo centro di Shuafat. perché mostrano che gli Zingari hanno iniziato a muoversi fuori dal loro "ghetto" nella Città Vecchia per mischiarsi con gli altri gruppi.

Qualche anno fa, Domari propose assieme al MATI, il Jerusalem Business Development Center, di fare formazione professionale per uomini e donne della comunità, nel campo del catering e della cosmetica. Circa una dozzina vi hanno preso parte.

Sleem nota anche una crescita della considerazione per la scolarizzazione nella comunità. Cresce il numero delle ragazze che completa la scuola dell'obbligo e tre di loro frequentano l'università.

Aumentano i matrimoni misti con gli Arabi Palestinesi e si comincia a discutere di pianificazione familiare.

Sleem è compiaciuta per questa crescita comunitaria, ma spera anche che la cultura tradizionale possa sopravvivere. Sono in pochi ad indossare i costumi tradizionali o parlare la lingua originale, solo poche donne ricordano le canzoni che si cantavano ai matrimoni.

Vorrebbe organizzare un campo estivo, portare i bambini in spiaggia o in piscina e insegnare loro giochi e canzoni. Ma non ci sono i soldi. Allen Williams, filantropo di Larnaca, ha dato i soldi per pagare l'affitto e le misere spese operative del centro. Il personale è formato da qualche volontario, dall'Inghilterra e dagli USA, altre risorse non ci sono.
Sleem oscilla tra la frustrazione e l'ottimismo. A volte, emerge l'amarezza "Noi siamo per i diritti umani, ma nessun gruppo sui diritti umani si interessa a noi. Si occupano delle donne Beduine, e noi? Non siamo spazzatura!"
Indica un uccellino che sta cinguettando "E' un segno del Signore che le cose vanno bene? So che è stupido, ma sono continuamente preoccupata e spaventata, mi sembra di vivere in un circolo vizioso."

Non tutti i suoi sforzi sono ben accolti. Sleem ha ricevuto diverse critiche nella sua comunità.

Nel 1968, l'allora sindaco Teddy Kollek concesse a un membro della comunità il permesso di operare come "mukhtar" e di essere il tramite ufficiale con la municipalità. Una posizione che col tempo non è più stata ufficialmente riconosciuta, ma che mantiene un notevole prestigio interno. Sleem ritiene che, risentito a causa della sua proattività e dell'alto profilo perseguiro, il mukhtar abbia deciso di non presenziare alkl'inaugurazione del centro. (il mukhtar non ha ritenuto fornire un suo commento al Jerusalem Post)

Ci sono tanto uomini che donne che si oppongono all'idea che una donna, per giunta non sposata, possa assumere un ruolo preminente nella loro comunità conservatrice e tradizionale.

L'anno scorso, per diversi mesi sono circolate voci che Sleem fosse una collaborazionista di Israele. La sua vita era, letteramente, a rischio. Lentamente, i progressi compiuti dal centro, mostrano che i suo sforzi sono più accettati.

Il procuratore Kabiri è convinto che il riconoscimento degli Zingari come minoranza nazionale sia cruciale e farà un appello in questo senso all'Alta Corte di Giustizia.
"E' importante determinare se gli Zingari siano, in effetti, una nazione" osserva. "E sarebbe basilare una decisione legale in merito, qui in Israele.
Noi, il popolo ebraico, siamo stati accomunati dalla dispora e ci siamo dichiarati popolo. Siamo tra quelli che devono mostrare più sensibilità verso il bisogno di un altro popolo di ottenere riconoscimento e auto-definizione"


Per saperne di più:
- Domari Society
- La loro Europa
Si ringrazia la mailing list di Roma Network.
 
Di Fabrizio (del 18/08/2005 @ 21:38:05 in media, visitato 1644 volte)

Premessa: Sulla trasmissione di cui parla Saimir, rimando alla segnalazione che fece questo febbraio sul blog Pirori


Cari amici,

A nome dell'associazione "La Voix des Rroms" e anche di "Rromani Baxt", "AVER contre le racisme" e "Ternikano Berno", voglio ringraziare quanti ci hanno sostenuto.

Siamo lieti di annunciare che oggi il Consiglio Superiore Audiovisuale, che è l'istanza amministrativa incaricata di sorvegliare il rispetto della legge nei media francesi, si è pronunciato sulla trasmissione [...] Vi terremo informati sugli ulteriori sviluppi della vicenda.

Grazie ancora a chi appoggiato la nostra petizione, oggi raccogliamo i frutti del vostro impegno 

con i migliori saluti

Saimir MILE
Association "La Voix des Rroms - E Rromenqo Krlo"
rinchibarno@yahoo.fr


Gli altri appelli appoggiati da Mahalla e ancora in corso:

 
Di Fabrizio (del 20/06/2005 @ 20:17:45 in Europa, visitato 1883 volte)

COMUNICATO STAMPA

'ANCHE I RICHIEDENTI ASILO E I MIGRANTI HANNO DIRITTI': RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL SUI CPTA IN ITALIA

L'Italia sottopone a detenzione un numero sempre crescente di richiedenti asilo, in violazione degli standard del diritto internazionale dei rifugiati. Nel suo ultimo rapporto, Presenza temporanea, diritti permanenti, presentato oggi a Roma, Amnesty International rivela una serie di violazioni dei diritti umani cui i cittadini stranieri vengono sottoposti durante la detenzione nei Centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta), ed esprime preoccupazione circa la possibilita' che problemi simili possano verificarsi anche nei centri di identificazione.

'La detenzione e' una sanzione estrema per le persone che non hanno commesso alcun illecito penale. I richiedenti asilo possono essere detenuti soltanto in circostanze eccezionali, come prescritto dagli standard internazionali', si legge nel rapporto. 'Similmente, la detenzione dei migranti entrati o presenti in Italia senza autorizzazione andrebbe applicata soltanto nelle circostanze previste dalla legge, e conformemente ai principi internazionali dei diritti umani'.

Ogni anno l'Italia espelle o rifiuta l'ingresso a migliaia di cittadini stranieri, alcuni dei quali richiedenti asilo, sulla base del loro tentato o effettivo ingresso illegale o soggiorno irregolare.

Nell'attesa dell'espulsione, molte di queste persone sono detenute nei Cpta, a volte anche fino a 60 giorni.

La legislazione entrata in vigore due mesi fa consente la detenzione della maggior parte dei richiedenti asilo in 'centri di identificazione' mentre le loro richieste di asilo vengono esaminate con una procedura accelerata.

Il rapporto contiene dettagliate denunce secondo cui persone detenute nei Cpta sono state sottoposte ad aggressioni fisiche da parte di agenti delle forze dell'ordine e del personale di sorveglianza e alla somministrazione eccessiva e abusiva di sedativi e tranquillanti. Molte persone incontrano difficolta' nell'accedere alla consulenza di esperti,

necessaria a contestare la legalita' della loro detenzione e del relativo ordine di espulsione. La tensione nei centri e' alta, con frequenti proteste, inclusi tentativi di fuga e alti livelli di autolesionismo. I centri sono spesso sovraffollati, con strutture inadeguate, condizioni di vita contrarie alle norme dell'igiene e cure mediche non soddisfacenti.

Gli Stati detengono la potesta' di controllare l'ingresso, il soggiorno e l'espulsione dei cittadini stranieri dal proprio territorio.

Essa, tuttavia, deve essere esercitata nel rispetto delle leggi e degli standard internazionali in materia di diritti umani e di diritti dei rifugiati. L'esercizio della sovranita' statale non puo' avvenire a scapito dei diritti umani fondamentali dei richiedenti asilo e dei migranti, qualunque sia il loro status giuridico.

Vi e' una crescente restrizione dell'accesso ai Cpta e le richieste avanzate da Amnesty International sono state sinora rifiutate.

Per quanto non sia possibile confermare la totale veridicita' di tutte le denunce concernenti i centri, queste sono rese credibili dal loro numero, coerenza e regolarita', e dalle conclusioni degli organismi intergovernativi e di serie organizzazioni non governative nazionali e internazionali.

Molte persone nei Cpta incontrano difficolta' nell'accedere alla procedura di asilo, con il conseguente rinvio in paesi dove sono a rischio di gravi violazioni dei diritti umani. Durante l'ultimo anno, piu' volte l'Italia ha espulso interi gruppi di persone detenute dopo essere giunte via mare, senza un'adeguata considerazione di ogni situazione individuale, in violazione degli standard internazionali dei diritti umani e del diritto dei rifugiati. Il modo in cui il governo affronta gli arrivi via mare sta seriamente compromettendo il diritto fondamentale di chiedere asilo e il principio di non-respingimento, che proibisce il rinvio forzato di chiunque verso un territorio in cui possa esservi un rischio di violazioni gravi dei diritti umani.

Amnesty International ha elaborato una serie di raccomandazioni, che chiede alle autorita' italiane di considerare in via prioritaria.

In tali raccomandazioni vengono sottolineati i principali standard internazionali gia' applicabili alle persone trattenute nei Cpta e nei centri di identificazione e sono evidenziate linee guida sulle procedure di 'rinvio forzato' di cittadini stranieri, adottate dal Consiglio dei Ministri del Consiglio d'Europa nel maggio 2005 e nelle quali si richiamano i diritti esistenti sulla base delle norme internazionali.

Secondo l'organizzazione per i diritti umani, 'e' giunto il momento che le autorita' italiane riconsiderino profondamente la loro attuale politica, legislazione e prassi circa la detenzione, le condizioni ed il trattamento dei migranti irregolari e dei richiedenti asilo, assicurandone un adeguamento agli standard internazionali dei diritti umani e del diritto dei rifugiati'.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 20 giugno 2005

Copia del rapporto completo, Italia: Presenza temporanea, diritti permanenti. Il trattamento dei cittadini stranieri detenuti nei 'centri di permanenza temporanea e assistenza' e' disponibile alla pagina:

http://www.amnesty.it/pressroom/documenti/italiacpta.html

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:

Amnesty International Italia - Ufficio stampa

Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it


da ilPASSAPORTO.it: Asilo politico, apre a Roma un nuovo centro per l'accoglienza e l'integrazione - di Tecla Biancolatte

ROMA - E’ una struttura "solare" - la definizione è del sindaco di Roma Walter Veltroni - quella che ospita il Centro Cittadino per le politiche dell’Asilo e delle Migrazioni. Due piani di 1100 metri quadri a via Assisi, nel quartiere Tuscolano della capitale, che accoglieranno 150 persone richiedenti diritto d’asilo e le associazioni che si occupano di loro. Il progetto, finanziato dal Fondo Sociale Europeo... [continua]


E poi, mi spammo da solo: http://www.sivola.net/download/kossovo.htm

(in 7 lingue, non avete scampo!)

 
Di Daniele (del 06/12/2005 @ 19:40:58 in Europa, visitato 2609 volte)
questo articolo del manifesto di oggi che sarà "leggibile" da domani... è veramente molto interessante! con molti dati e testimonianze direttissime...
domani ti mando la traduzione sull'articolo BBC.
buona serata!
daniele


REPORTAGE
pagina 11

apertura

Indipendenza del Kosovo? Che ne pensano i 260.000 rom cacciati nel terrore
Nessuno chiede agli zingari
Viaggio nei campi profughi dove da sei anni vivono decine di migliaia di rom espulsi a forza dal Kosovo, e rimasti privi di tutto. «Non ci sono più aiuti, né locali né internazionali, e non c'è lavoro. Ma non possiamo nemmeno tornare a casa, siamo minacciati di morte»
TOMMASO DI FRANCESCO
INVIATO A BELGRADO

«Sei del manifesto? Allora conosci Rossana Rossanda? Ti prego salutala, lei è stata per me un mito quando ero studente in Germania alla fine degli anni Sessanta». A parlare è Rajko Djuric, al secolo giornalista della Tanjug ma soprattutto famoso per essere il «re degli zingari». O meglio l'«ex-re», perché a quella carica è stato eletto dal congresso mondiale degli zingari per ben due mandati dal 1990 al 2000, poi è stato presidente del congresso mondiale e ora dirige il Centro internazionale degli zingari di tutto il mondo e da «re» ha pubblicato molti libri sulla condizione degli zingari, tradotti [...]

La versione integrale dell'articolo sarà disponibile domani.
Oggi, l'accesso al testo integrale è riservato ai soli abbonati.

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NdR: inizia oggi la collaborazione del blogger Daniele (si definisce un lettore attento della Mahalla), il primo e l'unico, sinora : - (, a raccogliere l'appello di aiutarmi con le traduzioni.
Benvenuto!
Prima che si arrabbino gli amici di Mantova, mi permetto due appunti al Manifesto:
  1. Zingari rimane un termine dispregiativo e vagamente etnocentrico. Almeno loro dovrebbero saperlo.
  2. Ogni tanto si scoprono nuovi re e regine zingare. Per favore! IRU è un organismo elettivo, che da voce al Congressi Mondiale dei Rom. Re e regine lasciateli ai fotografii cerca di scoop!
  3. In ogni caso, se mi riesce domani traduco in italiano l'articolo di Rajko Djuric, apparso sulla stampa a fine novembre.
  4. A proposito di Kosovo e di stampa italiana: lo sapete che all'appello di questa estate contro i rimpatri forzati, hanno risposto più numerosi dal Lussemburgo che dall'Italia? CHAPEAU!
Fabrizio

 
Di Fabrizio (del 09/05/2005 @ 19:23:41 in casa, visitato 2049 volte)
Terminata la tornata elettorale, è nuovamente all'ordine del giorno la questione dello sgombero di Dale Farm.
Centinaia le famiglie coinvolte, mentre il team legale che appoggia il Comitato dei residenti ha già preparato i primi 25 ricorsi.< BR> Mentre si avvicina la data della Marcia per i Diritti Umani, si susseguono anche gli incontri pubblici che il comitato ha promosso. Tra questi ce ne sono anche con gli ufficiali della polizia distrettuale e col consiglio comunale di Basildon, che ha promosso lo sgombero del villaggio, nel tentativo di scongiurarlo.
"Continuaiamo a sottolineare la complessità legale" dice Grattan Puxon di Ustiben, "come pure la questione dei diritti umani. Almeno, abbiamo strappato la concessione che lo sgombero sarà rimandato a dopo la manifestazione del 14 maggio."
Continua Puxon: "Non si tratta di rimuovere dei caravans: Dale Farm è un villaggio comunitario di case e bungalows. Sono almeno 150 i bambini che frequentano la scuola."
Desta preoccupazione, non solo nella comunità dei Viaggianti, la decisione comunale di appaltare lo sgombero alla compagnia privata Constant & Co, che ha già ottenuto dal comune la somma di Ł. 20.000 per presentare un piano di sgombero (che il Comune non ha ancora approvato) e al termine della distruzione del villaggio dovrebbe ricevere in saldo Ł. 1.500.000 (circa 2 milioni di euro). La compagnia si è già occupata nel recente passato di simili azioni, a Oak Lane, Chelmsford, Borehamwood, collezionando diverse cause legali per violenza privata, furti e distruzione di proprietà personali.
Il caso "Dale Farm" ha raggiunto notorietà perché il contenzioso col comune di Basildon e la comunità viaggiante si trascina da anni e per il gran numero di famiglie coinvolte, ma è solo l'ultimo di altri casi simili, che sta trasformando l'intera comunità in "Cittadini Rifugiati Interni", come le comunità Rom in Kossovo.
Dopo aver sollevato reazioni contrastanti in patria, tra cui numerose espressioni di solidarietà, questa vicenda ha in seguito mobilitato uno studio legale inglese. Ora la notorietà travalica i confini e manifestazioni di solidarietà e offerte di assistenza legale stanno arrivando da diversi paesi nel mondo.

Riferimenti:
Gruppo British_Roma
 
Di Fabrizio (del 02/07/2005 @ 19:07:57 in Europa, visitato 1723 volte)

Da: The Scotsman

Thu 30 Jun 2005 - 9:06am (UK)

By Brian Farmer, PA

Richard Howitt, parlamentare laburista britannico e incaricato del parlamento europeo per le regioni orientali, ha espresso il proprio disappunto per la decisione del Ministero degli Interni di rimpatriare Elton Ismaili, 19 anni, richiedente asilo dl Kossovo e arrivato in Gran Bretagna cinque anni fa. 

Ismaili aveva abbandonato il proprio villaggio dopo che era stato bombardato e che i suoi genitori e fratelli erano stati uccisi. Caricato su un camion da uno zio, in Inghilterra era stato accolto da parenti ed era in grado di garantire la sua personale indipendenza. Ora è trattenuto presso il centro di immigrazione vicino a Heathrow per essere rimpatriato.

Gruppo Kosovo_Roma_News

 
Di Fabrizio (del 09/09/2005 @ 18:56:42 in conflitti, visitato 2426 volte)

Di seguito alcuni (confusi) aggiornamenti:

Continua la raccolta di firme a livello europeo contro i rimpatri forzati, mentre dalla Germania arrivano notizie di fermi immotivati e senza possibilità di assistenza legale. Situazione simile in Italia per Rom bosniaci e rumeni.

Intanto come procede la situazione in Kossovo? L'inviato speciale dell'ONU, il norvegese Kai Eide, di ritorno da un sopralluogo di quattro giorni, definisce così la situazione: "Comprendo che la gente non si senta al sicuro". Circa dieci giorni fa, l'assassinio di due appartenenti all'etnia serba è stato un segnale d'allarme per quanti ritenevano, in buona o mala fede, che la regione fosse "pacificata".

Nonostante una campagna di stampa che da ormai un anno ha toccato vari media internazionali, i Rom profughi a Mitrovica continuano ad essere tenuti in una ex discarica di rifiuti tossici. Il loro "spostamento" in un'area dove non muoiano per avvelenamento da piombo e mercurio, doveva iniziare tra settembre e dicembre 2005, ma tuttora non è stata individuata nessuna area alternativa. In questa situazione, destano preoccupazione e sconcerto le dichiarazioni di Soeren Jessen-Petersen -rappresentante ONU per il Kossovo, che ha definito i profughi di Mitrovica (e forse i Rom più in generale, non è chiaro dal contesto generale) come "un gruppo particolarmente difficile".

E' possibile che di questi profughi non importi niente a nessuno? O che le crescenti tensioni etniche scoraggino la ricerca di nuove aree per i rifugiati? O ancora, che il business in Kossovo, sia quello del rientro dei rifugiati e della ricostruzione? LA MIA PERSONALE RISPOSTA E': SI', tutte queste cose sono possibili e allontano ogni ipotetica soluzione.

L'ultima segnalazione, allora è per ERRC, che ha presentato una causa contro l'UNMIK (il contingente militare ONU) per la sua gestione quanto meno complice dell'emergenza rifugiati.

 
Di Fabrizio (del 27/10/2005 @ 18:56:18 in Regole, visitato 2501 volte)
  1. La leggenda della zingara rapitrice (II)
  2. Sgomberi in saldo

In questo periodo, ci sono numerose notizie estere che dovrei tradurre ma, impegni di lavoro a parte, ci sono alcuni fatti italiani che meritano un po' di attenzione, diciamo che l'argomento è:

Diritti, Legalità, Sicurezza

Il blog di Miguel Martinez ricostruisce un recente fatto di cronaca. Non so com' è andata, ma è l'unico che nella melassa di notizie, si discosta da quello che TUTTI ripetono in coro

Vietato guardare i bambini

[...]

Scendo dal treno a Firenze e trovo la città tappezzata di locandine dei giornali, che dicono tutte più o meno, "nomadi tentano di rapire bambino in pieno centro".

Ancora, la leggenda della zingara rapitrice...

Compro La Repubblica e La Nazione, dove leggo gli articoli, rispettivamente, di Michele Bocci e di Amadore Agostini.

Cerco di ricostruire, non quello che è successo, ma almeno quello che scrivono. Abbiamo una signora di 22 anni (Repubblica, cronaca nazionale) o di 24 anni (La Nazione), di nome Alessia, con accanto il marito operaio di 40 anni, e il bambino di cinque mesi nel passeggino. Sono turisti provenienti da Sanremo, e sono a passeggio per una delle strade più famose di Firenze, via Calzaiuoli, alle 13.30.

Di sicuro c'è che si avvicinano due donne Rom. La mamma caccia un grande urlo, le due donne scappano. Una riesce a fuggire, l'altra, "corpulenta e facile da riconoscere" anche per il vistoso e inconfondibile abbigliamento, viene subito catturata dai carabinieri e portata al carcere di Solliciano "per tentato sequestro di persona". E' una clandestina rumena, di 34 anni.

Non è chiaro cosa sia successo esattamente, nel "giro di cinque o sei secondi", come scrive Agostini. La madre afferma che le donne non solo erano chine sulla culla, ma "cercavano di sganciare le cinture del passeggino".

A questo punto, il Commissario Maigret ha tutti gli elementi per ricostruire quello che è successo.

Prima ipotesi.

Un gruppo di persone che chiameremo la Banda dei Rom decide di compiere uno dei delitti più rischiosi che si possano commettere in Italia. Perché quando scompare un bambino, non si mobilitano solo tutte le forze dell'ordine del paese. Si mobilitano anche, e spesso per anni, i media e i politici, che tengono sotto pressione le forze dell'ordine e la magistratura.

Per eseguire questo audace colpo, la Banda dei Rom sceglie una città affollata, all'ora di punta. Una delle città più sorvegliate d'Italia. In una zona praticamente chiusa al traffico: l'esecutore dovrà quindi fuggire a piedi, dopo il colpo.

A custodire il bambino, oltre alla madre, c'è anche il padre, un signore descritto come "operaio" e quindi presumibilmente non invalido.

Per compiere la missione, si sceglie l'esecutrice del delitto: una tonda signora, "brutta come una strega", dai vestiti coloratissimi.

Seconda ipotesi.

Due clandestine, che vivono in condizioni inimmaginabili di degrado, girano per uno dei centri più ricchi del mondo.

Penso a Gabriela Calderashi, certo non bellissima, rumena anche lei, evangelica convinta, clandestina, che ogni tanto mi raccontava spezzoni della sua vita. So che aveva diversi figli, so che poi pensava di andare con il marito nelle Marche. E so anche che in una notte attorno al Natale del 1999, due bambini che di cognome facevano Calderashi morirono nell'incendio di una roulotte, proprio nelle Marche. Baxtalì... la fortuna sia con te.

Ma torniamo alle due Romnì - donne Rom - di via Calzaiuoli. Forse volevano proprio vedere il bambino. Perché, per quanto possa sembrare inimmaginabile a molti italiani, le mamme Rom sono sentimentali esattamente quanto le mamme di Sanremo o le nonne di Toscolano Maderno.

I latifondisti bianchi del sud degli Stati Uniti potevano disporre come volevano delle loro schiave. Mentre fino a tempi molto recenti, un nero che fosse sospettato di aver concupito una donna bianca veniva immediatamente linciato.

Allo stesso modo, quello che è la normalità per qualunque donna bianca - sciogliersi in complimenti per bambini casualmente incontrati per strada - è delitto per le donne Rom.

Stanotte c'è in carcere una donna che avrà sicuramente mille difetti, che sarà veramente brutta come una strega, ma che rischia anni di carcere per una leggenda metropolitana, deliberatamente alimentata da persone come Bruno Vespa.

Sempre da Kelebek


SGOMBERI = LEGALITA' è la parola d'ordine che unisce Milano a Bologna. Con qualche ovvio mal di pancia e parecchi distinguo, nella sinistra storica, che rischia di vanificare uno dei suoi punti della guerra allo sceriffo Albertini, e di sparare al Tex Willer di Bologna (classe Sesto San Giovanni e Bicocca, comunque).

E per la mia noia nel dover scegliere tra il "bertinottismo" (impallinare qualcuno, purché sia un alleato di sinistra) e la scelta tra una destra e una sinistra che, all'atto pratico, soffrono delle medesime miopie.

Non intendo parlare oltre del solito teatrino nazionale, ma questa premessa "politica" era necessaria, per capire alcuni corto circuiti mentali tipici dei media, della gente comune, degli intellettuali e dei politici europei. 

Se a Milano gli sgomberi sono all'ordine del giorno (anche per una presenza di insediamenti illegali - Rom e no - ben più estesa), a Bologna sembra ci sia sorpresa per questa svolta autoritaria.

Ma è la stessa Liberazione che svela che il Reno era a rischio per le copiose piogge. Qualsiasi giunta aveva il dovere di sgomberare le roulottes e le baracche. Se la giunta chiude gli occhi, il sindaco ha fatto bene ad intervenire.

Il problema "politico" per la sinistra è nel chiudere gli occhi e sperare che l'abusivismo e gli abusivi siano in grado di badare a se stessi, senza rompere le palle ai comuni e ai votanti. Che siano invisibili. La piena di un fiume, chissà quanti indesiderati avrebbe fatto emergere.

La sinistra storicamente ha sempre combattuto contro gli abusi edilizi, perché ha sempre riconosciuto il patrimonio pubblico come patrimonio della collettività. Collettività, di cui gli stessi "abusivi" fanno parte e devono godere, con pari diritti e doveri per tutti.

La distanza tra destra e sinistra non sta nella parola d'ordine della legalità: ma nel coniugarla col darwinismo sociale piuttosto che con i diritti.

In parole povere: quando le ruspe intervengono, c'è la buona abitudine di non danneggiare le proprietà degli sgomberati (per quanto abusivi) e, visto la stagione, di assicurarsi che abbiano un posto dove andare. 

Queste regole elementari valgono per tutti, a meno che la legge non prescriva (la cosa mi sfugge) che i Rom siano una categoria a parte e per loro il diritto non esista. Rimando a voi la palla: se non esiste diritto, su cosa poggia la legalità?

Ma, sono così importanti le questioni di principio? Dipende: ad esempio sono quelle gabbie mentali che ci permettono (a noi società maggioritaria e più o meno regolare) di dividere il mondo in ladri e onesti, lavoratori e sfaticati, cittadini e clandestini...

Poi, se permettete, esistono le questioni pratiche... Leggendo i giornali, vengo a sapere che a Milano la giunta di destra smantella ville (abusive) hollywodiane (sarà...), e a Bologna la sinistra un campo (abusivo) di disperati. Quello che manca in queste cronache, è che non c'è bisogno di casi estremi: in tutta la pianura padana casi simili si ripetono a pioggia in provincia di Milano, Bergamo, Brescia, Mantova, Verona, Reggio Emilia... Famiglie di Rom e Sinti che hanno un terreno di proprietà, ma condannati a non stabilirvisi. Non chiamateli Nomadi, sono sfollati, persino il termine "abusivi" è molto più rispettoso, perché l'abusivo ha diritti e il Rom no.

In Kossovo sono rimpatriati a forza, e chi aveva una casa ora finisce in un campo per rifugiati. In Gran Bretagna (ne ho scritto parecchie volte) sono 10.000 i Rom e Viaggianti a rischio sgombero. Se non si trovano soluzioni, riempiremo le strade di nuove carovane che, permettete anche a me un'immagine forte e scandalosa, "diffonderanno il virus dei Nomadi in giro per il paese" (da leggere con sottofondo di colonna sonora di film horror). 

E intanto novembre è alle porte, e nessuno ha voglia di giocare all'allegro campeggiatore perché anche l'anno prossimo si vota.

 
Di Fabrizio (del 05/10/2005 @ 18:11:16 in blog, visitato 1753 volte)

Qui

potete seguire in diretta il Reality Show
CLANDESTINI A BORDO

Per chi è interessato, le iscrizioni sono ancora aperte.

Questa volta "Il tempo dei Gitani" potrete girarlo voi.

Sigla!


La prima puntata:
Adesso che avete letto, si va ad iniziare!
Siamo all'inizio del 2004 e lorsignori abitano in un villaggio, proprio al ridosso tra la zona serba e quella albanese del Kossovo.
Ci sono strane voci di case e villaggi che sono stati dati alle fiamme lì vicino. Ma voi, non potete uscire dal villaggio e non avete radio o televisione. I soldati della KFOR non parlano.
Arriva a casa vostra un lontano parente, e vi dice che (pagando, s'intende) può portarvi con lui in Italia, al sicuro. Cosa fate?
1)...

continua la lettura

 
Di Fabrizio (del 13/08/2005 @ 18:04:22 in Europa, visitato 1946 volte)

Nonostante il mese di agosto sia poco adatto per iniziative civiche, la petizione europea contro le espulsioni sta raccogliendo ancora adesioni (siamo a circa 60 organizzazioni e oltre 600 privati cittadini)
Sempre sui rimpatri forzati in Kossovo, ricordo anche l'appello della UK Association of Gypsy Women.

Sulla situazione dei campi profughi, a Mitrovica e degli altri posti su terreni contaminati, Vincent Farnsworth (vincent.f @ volny.cz) segnala un altro sito interessante (http://getleadout.cjb.net) e una mailing list (http://groups.yahoo.com/group/Getleadout). Per terminare, un altro sito interessante e appassionato è quello di Paul Polansky.

Gli ultimi siti web che ho ricordato, sono tutti in inglese.

 
Di Fabrizio (del 27/12/2005 @ 17:44:08 in Europa, visitato 1759 volte)

Pristina/Belgrado, 22 Dec. (AKI) - Marek Novicky, ombudsman per il Kosovo, ha criticato lo stato dei diritti umani nella provincia, sotto amministrazione ONU dal 1999, dicendo che è "lontana dagli standards internazionali". Novicky,  nominato cinque anni fa' dalla comunità internazionale per supervisionare la situazione sui diritti umani in Kosovo, ha detto che le minoranze etniche nella regione, in particolare Serbi e Romanichals, "non sono ancora in grado di muoversi liberamente", cosa che limita le loro condizioni economiche e di vita.

Mercoledì scorso a Pristina, durante la conferenza stampa d'addio, Novicky ha ammonito che la situazione peggiorerà se la comunità internazionale non nominerà un nuovo controllore dei diritti umani.

Il capo dell'amministrazione ONU, Soren Jessen Petersen, che ha ampli poteri nella provincia, ha deciso di incaricare le locali autorità di etnia albanesi al controllo dei diritti umani, una mossa che Novicky considera prematura.

Petersen è stato critico anche verso le autorità di Belgrado, sui tempi di formazione dei ministeri degli interni e della giustizia, attualmente sotto il controllo dell'etnia albanese. Da quando i Serbi hanno abbandonato la regione, a seguito dei bombardamenti del 1999, questi poteri sono stati sotto il controllo internazionale.

Dusan Batakovic, in rappresentanza del presidente serbo Boris Tadic, replica che le sue competenze sono state invalidate da Petersen e che il suo trasferimento aumenterebbe la pressione sui 100.000 Serbi che rimangono nella provincia.

Sono oltre 200.000 i Serbi e gli appartenenti a etnie differenti da quella albanese, che hanno lasciato il Kossovo dal 1999. Ora l'etnia albanese chiede l'indipendenza, a cui Belgrado si oppone. non avendo più nessuna autorità nella provincia. I colloqui sullo status finale dovrebbero iniziare a gennaio. 

(Vpr/Aki) 22-Dec-05 11:55
 
Di Fabrizio (del 07/12/2005 @ 17:18:03 in conflitti, visitato 1595 volte)

Da Kosovo_Roma_News

IN MEMORIA DELLE VITTIME ROM E IL FUTURO DEI LORO FIGLI

di: Rajko Djuric

I Roma di Serbia e , che come i Rom di molti paesi europei e no, assieme agli Ebrei furono le principali vittime di guerre e stanno seguendo con attenzione ed apprensione le "dispute diplomatiche" che ora accompagnano le trattative sul futuro delle due etnie maggioritarie del Kosovo e Metohija.

Le Nazioni Unite, il cui Segretario Generale Kofi Annan ha avuto l'opportunità di parlare con i rappresentanti dell'Unione Internazionale dei Rom, è stato informato sui fatti e sui dati inerenti la situazione generale di 12 milioni di Rom, la più grande minoranza nazionale d'Europa. E' pure noto che sino al 1999, i Rom erano anche la più grande minoranza nazionale in Kosovo e Metohija.

Karitas, la società per i popoli oppressi con sede a Gottinga, assieme ad altre OnG europee hanno mostrato grande attenzione al destino dei Rom kossovari, e dal 1999 ne informano tramite il periodico "Good Day" della chiesa cattolica di Colonia.

Con questo, tanto l'Europa che la comunità internazionale sono a conoscenza che prima la ALK e poi l'UCK hanno commesso crimini contro i Rom, e una radicale "pulizia etnica". Di circa 260.000 Rom che vi vivevano sino al 1999, ne sono rimasti solo 26.656. Di 193 insediamenti, ne restano soltanto 26.

Questo significa la distruzione totale della minoranza Rom, che in Kosovo e Metohija non era avvenuta nemmeno con la II guerra mondiale e l'intervento delle SS tedesche, dei fascisti italiani e dei loro alleati. E' la formulazione fatta da Hana Arendt “Il totalitarismo distrugge totalmente.”

Ecco un estratto dei vari rapporti.

T.T. e sua moglie, Rom di Obilic, rapiti il 5 luglio1999 affermarono di "essere stati torturati da gente di etnia albanese" dopo le uccisioni della famiglia Krasnici. Nella loro casa vennero bruciati vivi Alija, sua moglie Muljazima, i figli Djulja, Fadilj, Cherim e Nedzmedin, che aveva solo un anno."

Anche a Pristina bambini Rom vennero bruciati vivi.

La ALK, definita persino da alcuni intellettuali albanesi come "fascista", uccise un gran numero di Rom a Pristina, Pec, Obilic, Djakovica, Lipljan, Prizren, Podujevo, Urosevac e Gnjilane. A Pristina vivevano circa 22.000 Rom, secondo le ultime stime ne restano 1.300, a Pec di circa 20.000 ne rimangono 1.100, 500 su 7.000 a Obilic, 250 su 7.000 a Gnjilane, 300 su 5.000 a Gnjilane... Una lunga ed agonizzante lista di rapimenti di donne e ragazze, dispersi, alcuni rapporti parlano di fosse comuni dove sarebbero sepolte le vittime.

Il tragico destino dei Rom kossovari è stato amplificato dal premio Nobel Gunther Grass e i suoi appelli e discorsi sono stati pubblicati nel libro "Senza Voce", edito in Germania da Steidl.

L' UNMIK è a conoscenza di quanto, oggi e allora, stiano facendo gli estremisti albanesi contro i Rom che vivono tuttora in Kosovo.

Nonostante ciò, i Rom di Serbia e Montenegro, tra cui 116.000 Rom registrati come profughi rifugiati dalla provincia del Kossovo - sono fermamente convinti che la verità sarà sempre dalla parte dei più privilegiati, di chi ha maggior confidenza con la comunità internazionale, in particolare con Martti Ahtisaari, inviato speciale dell'ONU ai colloqui sullo status del Kosovo e Metohija. In precedenza Ahtisaari, come presidente della Finlandia, aveva mostrato grande comprensione per i Rom del proprio paese. L'attuale presidente Tarja Halonen ha continuato la strada intrapresa dal suo predecessore, aprendo la porta ai Rom non solo in Finlandia, ma in tutta Europa, e per questo ha ottenuto nel 2003 la più alta onoreficenza dai Rom dì Europa.

I Rom di Serbia e Montenegro sono dell'opinione che è più utile concentrarsi su quanto possa unirci, piuttosto che rimarcare le differenze con chi ci attacca fieramente.

Coinvolti sulle questioni di pace e sicurezza, i membri di questa minoranza nazionale si aspettano che la comunità internazionale nei colloqui sullo status del Kosovo assuma e difenda tutti quei punti di vista rispettosi dei principi e delle norme del diritto internazionale.

Un Kosovo indipendente, in qualsiasi forma dovesse esplicitarsi, significherebbe riconoscere e premiare quanti commisero crimini contro i Rom, un delitto che negli annali della storia europea ha il solo paragone con quello che accadde ad Auschwitz e con l'Olocausto, nello stesso anno in cui è caduto il 60° anniversario della vittoria sul fascismo. Negare giustizia ai Rom del Kosovo e privare del futuro i loro figli, significherebbe un silenzio colpevole della comunità internazionale, complice col regime che ha si è macchiato di delitti contro i diritti nazionali, civili ed umani, garantiti dall'ONU, nel cuore del continente e delle istituzioni europee.

Ci si aspetta dalla comunità internazionale che le soluzioni proposte portino pace, sicurezza, stabilità e prosperità a tutti in Kosovo. Nel contempo, si tenga conto che l'etica richiede giustizia, senza cui non potrà esserci una pace duratura. La giustizia non può in alcun modo dipendere dalla volontà di chi si è macchiato di crimini.

Dalla saggezza e dalle decisioni della comunità internazionale dipenderà se il millennio appena iniziato porterà nuova fiducia e speranza ai popoli del Kosovo, che hanno condiviso sin dai tempi dei re e dei sultani, del terrore nero e rosso, una cooperazione senza fine, mutua conoscenza e amicizia. Non sarà più così, in un Kosovo diviso, o indipendente.

Tutti questi popoli, come hanno spiegato anche eminenti storici e scrittori, non hanno sofferto per mancanza di virtù ma, soprattutto, l'assenza di condizioni che permettessero l'affermare dei propri diritti e libertà. L'esperienza storica testimonia che la malafede e l'odio velenoso crescono in modo incontrollato ai confini tra le divisioni dei popoli e delle minoranze nazionali.

Le parole di Willy Brandt, dette in un altro contesto, oggi possono servire da faro per politici e diplomatici: "Potrà crescere assieme solo chi vivrà assieme!”

L'autore è presidente della Roma Foundation e del Roma PEN Centre.

NdR A proposito della segnalazione di ieri, Daniele vi manda il link dell'articolo completo

 
Di Fabrizio (del 17/06/2005 @ 16:27:59 in Europa, visitato 1821 volte)

Ricevo quasi contemporaneamente da Asmet Elezovski, attivista Rom della Macedonia; Karin Waringo, giornalista; da Claudia Tavani in Gran Bretagna e dal Kosovo Roma and Ashkali Forum, un invito a firmare contro la deportazione forzata dei Rom verso il Kossovo.

Il caso più eclatante è quello della Germania, ma questi "rimpatri" stanno avendo luogo in tutta Europa e anche in Italia.

E' quindi importante che giungano molte adesioni anche dall'Italia.

Per questo, ho preparato una traduzione della petizione anche in lingua italiana, e la possibilità di inviare la vostra adesione online al comitato promotore. Per un confronto, ho tenuto a margine anche i testi della petizione in inglese e romanès. Vi basta collegarvi a: http://www.sivola.net/download/kossovo.htm e compilare il form.

In calce, troverete anche un facsimile per chi volesse approntare una raccolta di firme tradizionale.

 
Di Fabrizio (del 10/10/2006 @ 16:14:57 in blog, visitato 1438 volte)

Dopo Stefano, è il turno di nns, che se non ho capito male, è un amante dell'Italia e dell'avventura. Come si scopre, perdendosi nei meandri del suo blog

Non mi trovavo troppo male a Mitrovica, avevo una splendida baracca che faceva acqua, ero guardato a vista da uomini in divisa armati di mitra, il cibo faceva schifo e veniva distribuito quando pareva a loro, affondavo nel fango fino alle ginocchia, le grida degli altri profughi mi tenevano compagnia, anche a notte fonda.
Dopo aver visto con i miei occhi quanto erano ricchi gli italiani, il loro presidente infatti è il più ricco del mondo, mi sono detto che forse –nonostante l’amenità del campo profughi- era meglio andare a
farsi una bella villa in Costa Smeralda, così un giorno ho preso il mio cane e sono saltato su un’auto con targa serba per scappare verso l’Italia.
O meglio: per mettere le mie capacità al servizio di quella che sarebbe diventata la mia nuova patria.
Non so come riesco ad ottenere un lasciapassare ed arrivo al porto di Bar, dove vengo sopraffatto dalla mia solita esuberante generosità ed accetto di dare un passaggio ad una vecchia ed ai suoi due nipotini.
In realtà la vecchia è la madre del buon Ljubisa e così, quando arriviamo a Bari ed ho un momento di incomprensione con la locale Polizia (pare che in Italia la burocrazia sia almeno pari a quella balcanica, per noi persone normali è difficile stare dietro a tutte le regole), il carissimo Ljubisa riesce a chiarire tutta la cosa, con gran soddisfazione per tutti.
Quando lo stesso fraterno compagno mi chiede una mano ovviamente non mi tiro indietro, così monto in auto e mi dirigo verso Verona, dove bazzica un losco tipo di nome Piotr, che ha delle brutte intenzioni.
Sulla strada, in quel di Cesena, vengo arrestato dagli sbirri locali, gente assolutamente senza cuore che –in modo assolutamente irrazionale- sembra avere dei rancori nei confronti di Ljubisa. Fortunatamente lui è ben nascosto, con i miei figli adottivi, ed io mi guardo bene da dire qualcosa agli sbirri.
Alla fine mi lasciano andare, ovviamente, l’onesta vince sempre, però ho la sfortuna di avere attirato l’attenzione di Piotr, il maledetto cerca di farmi la pelle però i miei figliocci arrivano in tempo per
salvarmi, insieme al mio vecchio amico Stefano che non vedevo dai bei tempi di Mitrovica.
Scappiamo verso Campi Bisenzio, dove ci sono degli amici di Ljubisa, e poi i ragazzi hanno diritto ad un regalo, ci sono un sacco di playstation al centro commerciale.
L'Italia è un posto meraviglioso, ci sono un sacco di negozi pieni di cose bellissime, le donne sono tutte affascinanti, hanno le gambe lunghe e non sono pelose (un po' stronze però), i pulotti sono addirittura amabili, spesso prima di bastonarti ti chiedono "per favore" e poi ti trascinano in infermeria, bisogna solo stare attenti che non ti credano comunista perchè sennò si arrabbiano davvero.
Entro un anno diventerò milionario, oppure seguirò gli italiani più furbi: quelli che adesso se ne vanno in Spagna oppure in Gran Bretagna. Bisogna sempre migliorare ed è proprio questo che dirò ai miei parenti rimasti in Kossovo: venite in Italia, terra di sole e di mare, di pace e di amore.

 
Di Fabrizio (del 16/10/2005 @ 15:51:35 in Italia, visitato 3187 volte)

In Italia, sta montando la febbre elettorale, e contemporaneamente diminuisce l'attenzione alla situazione e alle richieste di Rom e Sinti.

Attenzione, che nella maggior parte ha connotazioni negative o scandalistiche. Eppure, anche dalle notizie che arrivano dall'estero, la mia impressione e' che le rivendicazioni, che spaziano dalla situazione abitativa, alla sanità. al lavoro, alla scuola - da una parte necessitano di un approccio personalizzato, ma dall'altra sono un indice di una crisi generale che riguarda tanto la "società maggioritaria", che le minoranze etniche o le popolazioni di arrivo più recente.

Sfogliando l'archivio di Pirori, ho ritrovato un post dell'anno scorso (che volete farci: ormai non ci sono più le mezze stagioni e neanche gli anni senza elezioni)

Martedi 27 Aprile 2004 ore 17:37:35

Uno degli sport nazionali in Italia sono le campagne elettorali.
Durante questa specie di campionati interregionali, i giocatori delle varie squadre cercano argomenti per far presa sui loro elettori. Purtroppo x noi, un argomento che ha sempre molta presa sulla folla è la polemica contro gli zingari brutti, sporchi e ladri. Visto che l'Italia non è ancora il Kossovo (dove il problema zingari viene risolto bombardandoli), non potendo parlare in campagna elettorale di "soluzione finale o altre amenità", la polemica si sposta spesso sul rendere impossibili gli insediamenti nomadi nel territorio. Quindi, Rom e Sinti hanno il diritto di vivere, ma il + lontano possibile.

Questa polemica anti-zingara è manifesta in ogni periodo dell'anno, così le elezioni svolgono la funzione di cassa di risonanza per questo e per tutta una serie di malcontenti presenti nel corpo elettorale; ciò è dovuto anche al fatto che gli stessi mezzi di informazione danno scarsissimo risalto alle comunicazioni che arrivano dai Rom e dalle loro organizzazioni. Per ovviare a questa mancanza di comunicazione, bisogna quindi utilizzare le varie occasioni di incontri politici per "saltare fuori dai nostri buchi".

COSA FARE:
Occorre preparare un calendario delle iniziative pubbliche in programma nella propria città, quartiere, provincia (privilegiare quelle con rinfresco - dopo vediamo il perché). Preparare e coinvolgere una squadra di intervento nei campi sosta (dalle 5 alle 10 persone), se possibile anche con minori. Studiare gli interventi possibili e documentarsi - individuare chi può fare gli interventi (consiglio di restringere il campo a 3/4 persone massimo).

OBIETTIVI DA RAGGIUNGERE:
Per la comunità Rom e Sinta:
- capire che la partecipazione alla vita sociale può essere utile e divertente
- familiarizzare con le regole civili e i componenti attivi della società

Per la società gagé:
- è molto facile essere offensivi e razzisti verso chi è assente. Viceversa, se tra il pubblico (che di solito può anche porre domande) ci sono Rom, e sappiamo che è facile identificarli, allora i toni si ammorbidiscono,talvolta l'oratore pur guardandoci come bestie da circo, alla fine aggiunge qualche parola di circostanza sulle tristi condizioni degli zingari. L'importante è che lo faccia in un'occasione pubblica.
- il razzismo è sempre la maschera di altri problemi. Dietro un campo sosta che i cittadini non vogliono, c'è quasi sempre l'ennesimo centro commerciale, un grattacielo, un parcheggio da costruire, quasi mai quell'area sarà a disposizione della cittadinanza... informatevi sugli interessi immobiliari!
- i candidati si fanno belli coi soldi stanziati dagli altri (e pagati dai cittadini). Possono dire che sono stati spesi miliardi per i Rom (che quindi dovrebbero essere dei signori), o lamentarsi perché quei soldi sono stati spesi. Informatevi su quanti soldi effettivamente hanno visto i Rom, su quanto costa una fontanella o l'allaccio dell'acqua. Insomma, mostrarsi attenti e partecipi, come è necessario in ogni democrazia. Se queste spese apparissero gonfiate, proporre, nel quadro democratico, una regolare gara d'appalto, a cui poter partecipare anche come comunità destinataria dell'intervento, nel piano di una razionalizazione degli investimenti. Dimostrare che in un campo vivono manovali, camionisti, muratori, senza lavoro, che potrebbero essere in grado di badare a se stessi.
- comprendere che se quei Rom, che sono lì a discutere, dovessero essere cacciati, dovrebbero ricominciare con gli stessi problemi da un'altra parte, mentre probabilmente nella stessa area o poco distante, arriveranno altre persone, anche di un'altra etnia, ugualmente disperate. Quindi, i problemi non cambierebbero, mentre c'è la possibilità di iniziare a risolverli. Se tra il pubblico c'è un aspirante Bruno Vespa, coinvolgerlo nel siglare un patto con gli elettori... non sarebbe il primo. In caso mancasse questo personaggio, servirà qualcuno che faccia la cronaca dell'incontro (e magari spedisca QUI il riassunto)

La base di questi ragionamenti è che anche a livello locale, non esistono problemi isolati, e ogni appiglio è buono tanto per presentare il "problema zingari" in chiave positiva o viceversa negativa. Solo che "gli zingari" (e anche il resto della popolazione) esistono indipendentemente dal fatto di essere un problema.

NOTE AGGIUNTIVE:
Scrivevo prima di privilegiare le riunioni con rinfresco. Ecco alcune ragioni:
- chiudere la giornata in attivo e mettere qualcosa nello stomaco.
- a tavola, con calma, siamo tutti meno aggressivi e più facili a socializzare. Quello che non si ottiene nel dibattito politico, può essere raggiunto buttandosi sulle patatine, e ci sarà sempre qualche gagio che alla fine vi avvicinerà e comincerà a parlarvi.
- attenzione al vino... se qualcuno non lo regge, può rovinare tutto il lavoro fatto. Viceversa, un bicchiere offerto all'oratore (se non è astemio) può renderlo loquace il sufficiente.
- nel caso l'iniziativa politica si svolga presso un'associazione "amica", è possibile accordarsi per portare qualcosa di tipico al rinfresco

 
Di Fabrizio (del 13/09/2005 @ 15:36:29 in scuola, visitato 10127 volte)

CLANDESTINI A BORDO

Molto schematicamente: la multiculturalità a scuola dovrebbe contribuire a far conoscere vita e cultura di altri popoli e renderli più vicini a noi e meno misteriosi. Altro compito, che è diventato primario negli ultimi anni, quello di favorire l'interazione tra studenti di diverse origini. Infine, dovrebbe far apprezzare i diversi retroterra culturali e valorizzarli nell'ambito delle competenze di un gruppo.

Il gioco qui proposto apparentemente smonta le premesse sulla multiculturalità, mischiando alcune caratteristiche tipiche del gioco di ruolo all'improvvisazione teatrale. Lo scopo è ricreare la sensazione che provano (o provavano) molti immigrati catapultati in un ambiente estraneo, dove la loro cultura, il loro passato, gli affetti e i ricordi vengono azzerati

Il tabellone (ma il gioco può essere ricostruito anche disponendo dell'intera aula) riproduce una qualunque città italiana: le piazze, le strade, il parco, il mercato, la stazione ferroviaria, la fabbrica...un comunissimo panorama urbano.

Il viaggio è dentro la propria testa:

cosa succederebbe se una mattina ci svegliassimo senza la lingua, senza lavoro, senza casa, magari con la pelle di un colore diverso? I luoghi che ci sono famigliari diventerebbero ignoti, dove perdersi o nascondersi...per fare un paragone: una via di mezzo tra Blade Runner e Pack Man. Il gioco è una specie di labirinto, e come un labirinto che si rispetti presenta trappole, occasioni, punti di ritrovo con gli altri giocatori che lo percorrono. All'inizio sembrerà che ogni scelta avvenga in massima libertà, solo dopo un po' di tempo ci si accorge che ogni mossa determina quella successiva.

Nella sua schematicità il gioco offre alcuni punti di riflessione:

a cosa serve il permesso di soggiorno

come dormire, come lavorare

perché si diventa fuorilegge

cosa si prova a vivere da braccati...

Indipendentemente dalle scelte personali, il giocatore sviluppa un processo di "empatia" verso l'immigrato e le sue scelte, spinto anche dal confronto con gli altri partecipanti, tende a ragionare sulle scelte che ne determinano i comportamenti. Tutte le attività che abbiamo proposto sinora non vogliono fornire scenari rassicuranti o conosciuti, ma "costringono" a calarsi nei panni sconosciuti di un altro modo di vivere e pensare; nelle speranze e aspettative, ma anche nei momenti di sconforto e impotenza di chi vive a diecimila chilometri di distanza o nella nostra città. Riassunto in altri termini: PRIMA DI GIUDICARE, BISOGNEREBBE PROVARE.

E' anche per questo che CLANDESTINI A BORDO viene proposto come gioco conclusivo: chi ha seguito le attività proposte precedentemente ha simulato di viaggiare, di conoscere...e quando arriva nella città-labirinto quanto ha fatto prima è come se fosse azzerato. Esattamente come un clandestino potrà essere un universitario, un brigante, un esule o un raccomandato, ma non per questo avrà mezzi di sopravvivenza diversi dagli altri. Compito dell'insegnante o del MASTER è sottolineare i passaggi più importanti, invitando i giocatori a drammatizzare e recitare le situazioni, a chiedere consigli, senza fornire lui le soluzioni.

Un'obiezione potrebbe essere quella che la realtà è troppo cruda e complessa per essere rappresentata in "giochi per ragazzi". Ma i ragazzi sono "diversi" dagli adulti, hanno meccanismi culturali di difesa che sono quasi innati: anche loro sono potenziali emigrati dall'infanzia che tenderanno a integrarsi e cambiare la società dove approderanno. L'importante è trovare il MEDIA, cioè il gioco che renda possibile trasferire la loro diversità di età a diversità etnica.


Interviste dopo una partita (effettuata in una festa di piazza - giugno 2004)

Passavo sotto i portici come al mio solito, x trovarmi con gli amici. Ho visto 2 tavoli, uno vendeva pantaloni e sull'altro c'era un gioco che era una via di mezzo tra Monopoli e il gioco dell'oca. Non c'era molto da fare e allora Fabrizio ha chiesto se volevamo giocare.

Io e altri 3 abbiamo iniziato, un quarto s'è aggiunto poi.

Il gioco è durato un'ora, ma la durata la decide chi gioca. Facevamo finta di essere dei kossovari che arrivavano in Italia. Il primo problema era arrivare in Italia per conto proprio oppure con chi ti faceva attraversare la frontiera senza rischi.

Non c'era fine. In pratica giravi in questa specie di città finché non ti fermava la polizia.

Capitava di essere coinvolti in rapine, oppure cercare lavoro, oppure si girava tentando di capire cosa fare.

Mi hanno blindato 5/6 volte: non ho neanche capito il perché, quella che ricordo bene è quando ho picchiato uno spacciatore, perché voleva vendermi la roba. Mi ha denunciato, l'infame. Per mia sfortuna, avevo appena ottenuto una licenza di commercio e ho perso tutto. E' stato a quel punto che ho cominciato a comportarmi da vero malfattore. Non avevo + niente da perdere e nessuno mi avrebbe + dato un visto regolare. Potevo solo tornare in Kossovo a fare la guerra.

Ti intrippa, non so spiegare perché.

Pier

Io invece non sono mai finita in questura, e stavo attenta a non trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il problema di arrivare in Italia senza lavoro, senza soldi e senza documenti: non sapevo quale era il mio scopo e tiravo a campare. Naturalmente nessuno mi diceva cosa dovevo fare e ho dovuto chiedere tante volte per capire che avrei dovuto andare alla casella della scuola e poi all'ufficio di collocamento. Così poi sono finita in fabbrica.

Eleonora


Note: giocare a scuola

"...GIOCHI PER L'APPRENDIMENTO?

Se nelle associazioni educative extra scolastiche le valenze formative del gioco sono fuori discussione, non si può negare che in Italia esso sia un elemento marginale nell'istituzione scolastica.

Valorizzato nella scuola dell'infanzia, già si riduce di molto nella scuola elementare, per scomparire poi definitivamente negli anni successivi. Pur riconoscendo al gioco un notevole ruolo nella strutturazione di abilità mentali necessarie a ogni successivo apprendimento, lo si circoscrive a un ambito predisciplinare, ritenendolo inutile per operazioni più complesse (...)

Certo non ha senso l'introduzione di giochi nella scuola quando si ha una concezione dell'insegnamento come mera e autoritaria trasmissione di nozioni. Molti insegnanti sono restii ad assumere una veste diversa dalla solita, come viene invece richiesto dai giochi di simulazione, temendo di avventurarsi su un sentiero dove essi non detengono più il possesso delle conoscenze da trasmettere.

Ma se si ritiene che l'apprendimento sia una e-ducazione, un tirar fuori insieme, piuttosto che un in-segnamento, dove solo uno (il docente) imprime un segno sugli altri allora anche nella scuola c'è posto per il gioco e per il sottile piacere della sfida intelligente che essa rappresenta.

Ma attenzione: si può imparare dal gioco solo se si è catturati nel "cerchio magico che si forma tra i partecipanti, coinvolti anche a livello emozionale. Tanto più si impara, quanto più si agisce, lasciandosi prendere dal meccanismo ludico. Bisognerà poi costringersi o essere stimolati da altri a riflettere su ciò che si è vissuto, per capire e assimilare profondamente le scoperte fatte. E questo sarà il compito dell'animatore del gioco, che dovrà essere capace di far emergere, nella discussione finale, tutte le domande utilizzabili ai fini della ricerca da svolgere successivamente con gli strumenti didattici più opportuni..."[Ferracin, Gioda, Loos, GIOCHI DI SIMULAZIONE per l'educazione allo sviluppo e alla mondialità - Editrice ELLE DI CI]

Alcune regole valgono tanto per la scuola che per il gioco: esistono momenti di apprendimento individuali ed altri collettivi. Nello studio tutti siamo portati a prediligere quelli individuali, per abitudine, perché è difficile rispondere a 20/30 teste, per tante ragioni.

Il gioco quindi, per forza di cose, si pone a metà tra qualcosa di sovversivo e una perdita di tempo, anche perché finisce sempre per cozzare con i programmi.

Parto quindi dalla vostra realtà di fatto: insegnanti di fronte a una o più classi, sempre in ritardo sulla programmazione. E vi invito a rovesciare il paradigma: se io fossi un consulente e dovessi illustrare una procedura complicata alle maestranze, come dovrei comportarmi per farmi ascoltare? Sospetto che la gran parte della tempo che si perde è dovuta alla scarsa collaborazione di chi ho di fronte: perché sono più vecchio, perché ho "l'autorità", perché adopero un codice linguistico diverso, perché c'è altro che distrae...

Ma se l'interlocutore collabora, non solo imparerà più in fretta, sarà invogliato a imparare. Se io prevedo spazi di simulazione nella didattica, non lo faccio per apparire "moderno", o per ingraziarmi un pubblico che non conosco: lo faccio con lo scopo di risparmiare tempo, e di aumentare la resa del mio tempo.

A maggior ragione il gioco entra a pieno titolo come media interculturale, perché è un linguaggio universale e perché, soprattutto tra i popoli Rom e Sinti, il bambino spesso utilizza il gioco per apprendere il mestiere di famiglia o il proprio ruolo nella famiglia allargata.


Interattività

Mi soffermo sulle caratteristiche dei giochi da tavolo, che chiaramente non sono gli unici giochi proponibili:

alcuni di loro... IL GIOCO DELL'OCA, ad esempio, nei secoli scorsi ha rappresentato il primo (forse l'unico) libro di geografia, quando la scuola obbligatoria e la televisione non esistevano e l'unica maniera per conoscere il mondo era andare emigranti oppure in guerra. Dal gioco dell'oca ne sono nati tanti altri, via via sempre più differenti, che hanno assolto alla funzione di far CONOSCERE e TRASPORTARE i giocatori in luoghi dove non sono mai stati e in periodi che non potranno vivere: dal FAR WEST alla conquista dello spazio. Hanno guadagnato anche nicchie nella didattica italiana: ad esempio i cosiddetti "business game" nelle scuole di manager (sarebbero mai esistiti senza il vecchio MONOPOLI?). Giochi di simulazione urbana, dove il meccanismo del GUERRIERO METROPOLITANO che vive in un ambiente totalmente alienato, viene rovesciato per far confrontare cittadini, studenti, amministratori e progettisti. "...le new towns intorno a Londra sono state realizzate utilizzando simulazioni in cui i cittadini erano chiamati a disegnare insieme agli amministratori la forma e le caratteristiche dei servizi necessari. Frequentemente la progettazione prevedeva condizioni realistiche, come un bilancio ridotto all'osso. Quindi obbligava a scelte dolorose, ma inevitabili..."[dalla stampa]

Fuori dall'ambiente scolastico, i WAR-GAMES hanno non solo raggiunto livelli di simulazione sempre più elaborati, ma hanno conquistato anche una fetta consolidata di mercato.

Giochi da tavolo, giochi di simulazione, come un VIAGGIO, come un insieme di regole da rispettare e di imprevisti da affrontare: una costrizione necessaria per passare da un mondo conosciuto e forse noioso, ad un altro tutto da esplorare, dove provare a sopravvivere e magari vincere.

Abbiamo già accennato al gioco come valido aiuto alla "strutturazione di abilità mentali", che presuppongono una maturazione, un coordinamento di occhi, cervello, mani. Un ragazzo, che ha imparato qualcosa di meccanica e di geometria anche giocando col Lego, arriva a prendere confidenza con l'elettronica e la fisica, anche coi VIDEO-GAMES. Nonostante la loro apparente freddezza, non solo i computer svolgono il ruolo di media tra gioco e vita reale (vita dei grandi), ma aprono nuovi spazi alla fantasia, alla rappresentazione simulata dei meccanismi eterni delle favole e dell'avventura. Con la fantasia il giocatore affronta situazioni irreali o pericolose: siano mostri, oppure pilotare macchine da corsa, un sogno ragionato dove il giocatore è protetto, non paga personalmente le conseguenze dei suoi comportamenti, anzi può ritrovare la stessa situazione e misurare una risposta diversa in tempi brevi.

I giochi che vogliamo proporre, rispetto ai video-games, danno l'opportunità di non doversi affidare all'istinto, di non dover obbedire alle scelte di una macchina per misurare i loro tempi di risposta - è possibile fornire scelte più ragionate. Inoltre i giochi al computer, come i cartoni animati visti alla televisione, si prestano a una fruizione assolutamente personale. Nei giochi da tavolo invece è basilare osservare il comportamento degli altri giocatori, confrontarsi con loro, intervenire e influenzare il loro gioco, vagliare come INTERAGIRE con persone in carne e ossa

- Cosa succede, cosa è successo durante il gioco?

- Esiste un rapporto tra il gioco e la realtà? familiare, scolastica, zonale, mondiale, (individuare precedentemente i livelli da affrontare)]

- Cosa è possibile fare?

- personalmente

- collettivamente

- da parte delle organizzazioni

- da parte delle autorità


Dossier settembre:

 
Di Fabrizio (del 21/05/2005 @ 15:33:49 in Europa, visitato 1569 volte)
da: Deutsche Welle

(nota dalla mailing-list: ciò che non è accennato nel rapporto è che il partito di Claudia Roth e del suo fondatore, il Ministro degli Esteri Joschka Fischer, fu tra i più solerti a lanciare la guerra contro la Jugoslavia, che causò grandi sofferenze ai 35.000 Rom kossovari e a centinaia di migliaia di altri residenti della provincia)

19 maggio 2005
- Sono circa 38.000 appartenenti alle minoranze etniche del Kossovo e 16.000 di etnia albanese, scappati in Germania. Ma la notizia che molti tra i richiedenti rifugio che verranno forzatamente rimpatriati sono Rom, sta provocando forti emozioni in Germania, dove molti Rom furono ammazzati dai nazisti. I Rom che saranno rimpatriati dovranno affrontare la discriminazione e povertà come molte delle minoranze etniche nella provincia kossovara...

I rimpatri sono iniziati con quanti lasciarono il loro paese dopo i bombardamenti del 1999. Le organizzazioni dei diritti umani e il partto dei Verdi stanno protestando, dicendo che è troppo presto.

Giovedì prossimo decollerà il primo aereo da Dusseldorf per Pristina. A bordo ci saranno i primi 200 rimpatriati [...]

I rifugiati, della minoranza Rom, saranno i primi di diverse ondate che la Germania rimpatrierà, dopo aver assicurato loro asilo per gli scorsi sei mesi. Nei prossimi mesi saranno in totale 51.500, di cui 34.500 Rom.

Le Nazioni Unite, che amministrano il Kossovo, hanno concordato di permettere alla Germania il rimpatrio di 10.500 rifugiati e ha promesso di garantire loro l'incolumità.

Tuttora ci sono tensioni
le rassicurazioni non hanno calmato chi vi si oppone, come la leader del partito Verde, Claudia Roth. In un'intervista al Berliner Zeitung, ha detto che il rimpatrio arriva troppo presto. "Ci sono ancora tensioni in Kossovo. In una situazione così fragile, il rimpatrio forzato non ha spiegazioni".

Il governo all'inizio prevedeva di iniziare i voli di rimpatrio già a marzo dell'anno scorso, ma le violenze che esplosero allora tra albanesi del Kossovo e le altre minoranze, si conclusero con una trentina di morti. L'agenzia per i rifugiati (UNHCR) ha ammonito che le minoranze etniche in Kossovo sono ancora in pericolo. Nella provincia ci sono 17.000 soldati per il mantenimento della pace, che rimane una prospettiva fragile, dopo che il Primo Ministro Ramush Haradinaj è stato obbligato a ritirarsi per presentarsi il 4 marzo 2005 al tribunale dell'Aia, incriminato per crimini di guerra.

I Rom di fronte alla discriminazione
[...] I commissri per i diritti umani hanno promesso che ogni caso sarà valutato singolarmente.
"Non c'è nessun dubbio che occorre trovare le soluzioni più sicure, perché non vogliamo nuove vittime," ha detto Tom Koenigs ai giornalisti.

Roth e gli altri pensano che questo non basti [...] e che occorra garantire il permesso di soggiorno e di lavoro per i rifugiati in Germania.
Hanno bisogno di un futuro qui, non in una tendopoli,"

Segnalazione precedente
 
Di Fabrizio (del 10/07/2005 @ 15:19:32 in conflitti, visitato 1755 volte)

Da: Rachel Francis - UK Association of Gypsy Women

Ilire Xhama. Home Office Ref: X1032702

Ilire Xhama dopo una vita di persecuzioni lasciò la sua casa in Serbia. Come Rom, musulmana e portavoce della comunità albanese, ha dovuto subire violenze e umiliazioni sia dai Serbi che dai Kossovari.

Una notte di tre anni fa, casa sua fu circondata da uomini armati e data alle fiamme. Durante la fuga, Ilire e suo marito furono malmenati. Ilire era incinta. Suo marito morì per le percosse e lei rimase con sua figlia di quattro anni, testimone anche lei delle atrocità passate.

[Arrivati in Gran Bretagna] sia Ilire che sua figlia mostrarono disordini mentali ed emotivi, conseguenze delle violenze subite. Qui è nato il secondo figlio, pochi mesi dopo il loro arrivo e nonostante tutto, hanno tentato di ricostruirsi una vita. Entrambe i bambini parlano inglese come lingua madre, frequentano la scuola, hanno amici e conducono una vita "normale".

Ora il Ministero degli Interni ha stabilito che per loro è giunto il tempo di fare ritorno da dove sono scappate traumatizzate e dove il bambino più piccolo non ha mai vissuto.

Testimonianze raccolte dalle Nazioni Unite, da Amnesty International e da altri esprimono "grave e profonda preoccupazione" sul futuro dei Rom (in particolare in quella parte d'Europa).

L'Ombudsman in Kossovo ha scritto ai governi europei per ammonire sui rischi che i rifugiati all'estero corrono ritornando in patria.

[...]

Fonte: Romano_Liloro

Petizione on line: http://www.sivola.net/download/kossovo.htm

 
Di Fabrizio (del 21/09/2005 @ 14:55:29 in Italia, visitato 1847 volte)
 
Ciao, per caso ho trovato il tuo link, mi chiamo Barbara e faccio parte di un gruppo che si chiama chi rom e...chi no
 
Cominciava così un commento del 7 settembre scorso ad alcune foto dal Montenegro.
Un rapido scambio di email e abbiamo scoperto che tutti e due avevamo cose interessanti da raccontarci.
Qui studio: passo la linea a Barbara -  
 
Ti scrivo da Napoli, più precisamente da Scampia come ti dicevo la volta scorsa, qui le cose non funzionano meglio che altrove per quanto riguarda i Rom, ma un po’ per tutto il quartiere.
Noi siamo un gruppo di persone che attraverso lo scambio di energie con chi vive in modo meno fortunato di noi, riesce a portare avanti pratiche pedagogiche con bambini rom e napoletani del quartiere, e attivare dei percorsi di partecipazione attiva alla vita politica e sociale della città con gli adulti, senza percepire alcuna remunerazione economica, sostenendoci con l’autofinanziamento.
Un lavoro basato sulla relazione, intesa come modalità d’interazione con l’altro, che da grande forza a chi la pratica, fa nascere con le persone momenti di dialogo e di confronto molto profondi, belli e di grande ricchezza, ma che purtroppo non riesce ad incidere nelle dinamiche politiche che condizionano e influenzano la vita politica e sociale napoletana, ma questo riguarda un altro piano d’azione.
Mi riferisco all’operato dell’amministrazione comunale, provinciale e regionale della città, in relazione al quartiere di Scampia, e in particolare ai Rom che li vivono.
A Scampia esistono due grossi insediamenti di Rom, uno autorizzato e l’altro abusivo, il primo costruito circa 5 anni fa, è stato realizzato a ridosso di un carcere, su di una strada a scorrimento veloce, dove è impossibile camminare a piedi (immaginerai cosa ciò voglia dire per donne e bambini) per l’assenza di autobus, marciapiedi, negozi. In questo spazio desolante, vivono circa 900 persone provenienti dalla ex-Yugoslavia, in particolare dalla Serbia e qualche nucleo dalla Bosnia, raggruppati in piccoli container in base a nessun criterio, senza alcuna modalità di coinvolgimento, di partecipazione, secondo la legge della confusione e della forza di chi allora era più prepotente. Chi allora tra i gruppi lavorava ai campi, si oppose alla costruzione prima e al trasferimento poi dei Rom in quel luogo estraniante e di esclusione, si inimicò prima l’amministrazione e poi i Rom stessi. Abituati a prendere qualsiasi cosa, senza alcuna modalità organizzata di rivendicazione dei diritti fondamentali, di autonomia, i rom si piegarono per l’ennesima volta alla logica dell’assistenzialismo e della dipendenza dalle amministrazioni pubbliche e dalle grossi lobbie del sociale come l’opera nomadi per lo meno questa napoletana. La situazione al campo nuovo è triste, grosse tensioni sociali, tra i nuclei residenti non esistono grossi legami di parentela ne di aggregazione spontanea, perché la condivisione e la comunanza si basa unicamente sulla condivisione su di uno spazio, che tra l’altro è sentito ostile, di esclusione di negazione, rispetto alla possibilità di interagire con il resto del quartiere. È di qualche anno fa l’episodio di una grossa lite fra i due nuclei più forti del campo, terminata con una sparatoria in cui fu colpito un bambino, la sua famiglia si è allontanata dal campo, ora fortunatamente stanno tutti bene.
L’altro insediamento rom è costituito da circa 4 campi abusivi così suddivisi in base alla provenienza geografica e ai legami di parentela. I rom qui presenti da circa 15 anni, chi da 20, provengono dalla Macedonia, più precisamente da Scutca Orizare, un quartiere rom di Skopje, dove un anno fa trascorsi un po’ di tempo, altri dalla Serbia da Novi Sad e altre città , una minoranza da Kossovo, altri dalla Croazia.
Qui la situazione per quanto riguarda i beni di prima necessità è all’ordine dell’emergenza, mancano acqua, luce, servizi igienici, cassonetti per i rifiuti, e per di più la strada che costeggia i campi è utilizzata come una discarica a cielo aperto da parte della comunità indigena. Si deve inoltre considerare che i campi si inseriscono in quartiere dove è alto il rischio di devianza sociale e criminale che non risparmia neanche i rom e i bambini di entrambe le comunità, la droga e la mancanza di lavoro sono due piaghe forti del quartiere che non vogliono essere affrontate dalla politica locale, ma neanche quella nazionale ci presta particolare attenzione non fosse altro per la massiccia presenza di militari e forze dell’ordine schierate come parate di festa nei momenti di tensione più particolari.   
A diversi mesi dalle stragi di camorra che a Scampia hanno fatto registrare più di 40 morti in pochi mesi, per la maggior parte giovani, la situazione torna quella di sempre, latitanza della politica, scetticismo e pessimismo da parte della gente. È dell’ultima ora la decisione di costruire un muro alto 10 m. tra una scuola elementare e il campo situato a ridosso della stessa, la dirigente dell’istituto ha denunciato finanche alla procura della Repubblica la situazione d’invivibilità dei bambini della scuola a causa dei fumi prodotti dai rom con le stufe, per bruciare l’immondizia non ritirata, per riscaldare l’acqua, per procurarsi il rame dai fili di ferro. Come se la situazione d’invivibilità non riguardasse tutti i bambini, e nel loro quotidiano vivere, ma solo a scuola , come se quei bambini nelle classi non fossero gli stessi a tornare al campo e respirare le esalazioni tossiche dei fumi, quegli stessi fumi necessari alla loro sopravvivenza. Così il comune nell’ottica di mettere a tacere i dissidi, la scomodità rappresentata dalla dirigente tenace nella difesa dei bambini o della sua posizione di buon borghese chissà, non adotta misura per risolvere il problema alla radice, eliminando la causa dei fumi, sarà la mancanza di acqua e luce ad alimentare questa situazione???
Ma una misura meschina e di oltraggio alla dignità umana,un muro alto 10 m che non risolve certamente il problema, ma in compenso fa stare tutti tranquilli meno i rom e chi con loro resiste.
Domani abbiamo un incontro al campo per discutere sul da farsi e decidere che posizione assumere in merito alla situazione, il comune sfrutta la situazione di ricattabilità in cui i rom si trovano mercanteggiando diritti e dignità umana.
Ti racconterò l’evoluzione della storia.
Ciao e a presto Barbara.   
 
Di Fabrizio (del 07/08/2005 @ 14:25:46 in casa, visitato 1544 volte)
Da: Oneworld.net

Settimana prossima partiranno i lavori di bonifica della Mahalla di Mitrovica Sud, su richiesta delle autorità municipali, col supporto di UNMIK, KFOR e del Kosovo Protection Corps. L'area ripulita verrà usata per la ricostruzione del quartiere e per permettere il ritorno dei Rom alle loro case.

Il portavoce dell'UNMIK, Georgy Kakuk, ha annunciato che i lavori partiranno lunedì 8 [agosto] alle 16.00, con la demolizione di quattro case danneggiate, usando esplosivi da edilizia. Kakuk ha rifiutato di commentare sulle implicazioni politiche del progetto.

Membri del KPC e del KPS assicureranno la sorveglianza nei 200 metri attorno alla zona, perché nessuno si avvicini alla zona dei lavori.

Riferimenti:
 
Di Fabrizio (del 23/07/2005 @ 14:12:57 in conflitti, visitato 2387 volte)

COMUNICATO STAMPA AMNESTY INTERNATIONAL
AI Index:    EUR 70/011/2005    (Public)
News Service No:     189
13 July 2005

Kosovo: Proteggere il diritto alla vita e alla salute

La salute di centinaia di Rom, Ashkali ed Egizi, attualmente rifugiati in un ex discarica di rifiuti tossici in Kossovo, è in serio pericolo. Dal 1999 sono sistemati nel terreno della compagnia mineraria Trepca a Zvecan, presso Mitrovica, dopo essere stati costretti ad abbandonare il loro quartere a seguito del conflitto. Nel sangue dei 531 adulti e bambini si sono registrati alti livelli di piombo.

Amnesty International ha inviato una richiesta alla missione ONU (UNMIK) e all'autogoverno provvisorio (PISG), perché si ponga rimedio alla seria minaccia che grava su questi tre gruppi minoritari. La mancanza di provvedimenti in tal senso è una violazione del diritto alla vita sancito dalle leggi internazionali.

Sian Jones, collaboratore di Amnesty International per Serbia e Montenegro (incluso Kossovo): "L'alta concentrazione di piombo nell'aria e nel terreno, come pure nel sangue della popolazione locale, erano provati dagli studi condotti ben prima del 1999. L'UNMIK era a conoscenza di questa situazione almeno dal 2000. In tutto questo tempo, niente è stato fatto per trovare una sistemazione altenativa".

In due rapporti del luglio e dell'ottobre 2004, la sezione di Pristina dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ammoniva che circa in un terzo dei bambini esaminati i livelli di piombo nel sangue erano inaccettabili e in 12 di loro erano addirittura eccezionali. Concludeva "Il caso è urgente. La vita e gli sviluppi futuri dei bambini sono a rischio".

L'alta esposizione all'inquinamento da piombo porta a disfunzioni circolatorie negli adulti e nei bambini a deficit nel sistema nervoso centrale, che possono degenerare in convulsioni, coma, sino al decesso. Anche bassi livelli di esposizione portano a una diminuzione delle facoltà intellettive, alle capacità di crescita e dell'attenzione.

Il rischio per la salute è progressivo e cumulativo. Ma si presume che allontanando i bambini dalla fonte di inquinamento, è possibile ridurre in qualche settimana del 50% l'avvelenamento da piombo.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha richiesto la rilocazione dei rifugiati nel campo. [...]

Amnesty International è conscia che nelle comunità di Rom, Ashkali ed Egizi si teme di essere continuamente spostati da un campo all'altro, senza possibilità di tornare alle proprie case. Sappamo anche che molti degli interessati sono stati informati completamente sui rischi che corre la loro salute.

Chiediamo quindi un'azione immediata per:

  • evacuare immediatamente il campo in una posizione più salubre;
  • assicurare la partecipazione della comunità alle decisioni da prendere;
  • controllo dei livelli di avvelenamento e sui conseguenti effetti;
  • attenzione alle donne incinte e ai bambini;
  • assicurare che la rilocazione dei rifugiati non comprometta il diritto alle loro residenze di prima della guerra;
  • assicurare che la rilocazione sia rispettosa dei diritti di vita, libertà, dignità e sicurezza;
  • fare in modo che il reinsediamento della comunità assicuri ai membri stessi possibilità di impiego.

Public Document
****************************************
For more information please call Amnesty International's press office in London, UK, on +44 20 7413 5566
Amnesty International, 1 Easton St., London WC1X 0DW.  web:
http://www.amnesty.org

For latest human rights news view http://news.amnesty.org  

 
Di Daniele (del 13/03/2007 @ 14:04:46 in media, visitato 2512 volte)

A Brescia Bajram Osmani ci apre le porte di Radio Onda d’Urto e del mondo ROM

Promuovere la conoscenza per superare le diffidenze. Conosciamo la cultura e gli intellettuali ROM

L’iconografia, spesso condita d’intolleranza e diffidenza, li vorrebbe tutti confinati in campi nomadi, sporchi e lavavetri, con figli al seguito costretti a chiedere l’elemosina. Giostrai nelle favole, musicisti nella poesia, mendicanti nelle periferie.
Rispetto ad altri popoli, minoranze etniche o sociali, c’è la volontà nell’uomo comune di allontanarne il fisico e la mente, di voltare la faccia o nasconderne socialmente l’esistenza pensando che riguardi altri, che sia un problema di confini territoriali, che “se ne tornassero al loro paese”. Ma quale paese?
Ma se molti li considerano ‘un problema sociale’, la politica li ripone alla voce ‘questione di ordine pubblico’, i ben pensanti evitano semplicemente il discorso o di trovarseli nel raggio della propria circoscrizione.
C’è confusione, molta confusione. Anche sulle origini non c’è piena chiarezza e spesso la confusione viene condita da errate attribuzioni geografiche. Nel volerli rimandare ‘al loro paese’, molti confondono il termine ROM o ‘Romani’ con la radice delle parole Romeno e Romania, individuandone nel paese balcanico, che pur ne ospita una nutrita rappresentanza, la terra di provenienza. Nient’affatto. Anche il termine ‘gitani’ li vuole provenienti dall’Egitto mentre parte degli storici, basandosi su elementi linguistici, ne attribuisce l’origine agli indeoeuropei, ed altra parte degli storici, basandosi sullo studio di usi, costumi ed usanze religiose, ne fa risalire l’origine ad un ceppo ebraico.

E’ così che, per fare chiarezza, abbiamo deciso di capirne di più entrando nel mondo ROM ‘dalla porta principale’, come più volte ci ha ripetuto chi quella porta ce l’ha aperta con enorme disponibilità, un gentile sorriso e la foga di chi ha tanto da raccontare in poco tempo.
Bajram Osmani è giornalista e commissario per i media dell’International Romani Union, organizzazione non governativa che rappresenta i ROM di tutto il mondo, organizzazione della quale lui è voce ufficiale. Ogni sabato su Radio Onda d’Urto di Brescia (www.radiondadurto.org) si collega con giornalisti, emittenti radio e Tv, uomini politici, intellettuali e professori da ogni parte d’Europa per dar voce ai ROM, a quel popolo invisibile che ci abita accanto, con il quale condividiamo parti di terre che loro, prima di tutti, considerano libere.
Bajram è sempre sorridente, ha la pazienza di chi vuole conoscere e far conoscere, ma diventa focoso e sanguigno quando si parla dell’olocausto del suo popolo nella storia, non solo remota, ma anche recente. Lui stesso, circa 14 anni fa dovette lasciare il Kossovo per sfuggire alle stragi ed all’orrore di quella terra.

Romano Krlo”, la Voce dei ROM, è il programma che unice in un network di voci le idee dei ROM nel mondo. Mostra con soddisfazione le tessere che lo accreditano come giornalista.
Quando iniziamo a parlare un punto risulta subito di comune accordo: la conoscenza è l’unico antidoto contro l’intolleranza. E’ anche per questo che ci ritroviamo dinanzi ad un microfono, per conoscere un mondo che tutti ignorano.
I telefoni che squillano danno voce a persone da ogni parte d’Europa che ascoltano via internet o via satellite. L’approfondimento è d’obbligo: si parla di diritti umani ma anche e soprattutto di Kossovo.
In diretta telefonica con la prima emittente ROM in Serbia, RTV Nisava (www.bahtalodrom.org.yu), il direttore Ferad Saiti ci parla delle potenzialità e delle difficoltà di gestire un centro media ROM, soprattutto in un paese come la Serbia dove ancora si lotta per la libertà di informazione. Nel 2001 la volontà di far tacere RTV Nisava fu ostacolata dalla mobilitazione degli stati europei che consentirono di non farla chiudere. Un milione di ascoltatori circa segue le emittenti del gruppo e il ruolo sociale di dialogo e diffusione di conoscenza e cultura, di informazione dei diritti, anche quelli elementari, risulta fondamentale.

Al dott. Luigino Beltrami, di Rifondazione Comunista, da sempre sensibile alle problematiche dei ROM, chiediamo come mai ci sia un popolo sotto silenzio, un popolo che ha subito più di un olocausto ma che rispetto ad altri, vedi ebrei ed armeni, continua a non aver voce. “E’ nella natura dei ROM essere un popolo transnazionale, e la mancanza di una terra e quindi di una nazione, che vuol dire anche istituzioni e cioè qualcuno che li rappresenti, finisce sempre per svantaggiarli. Ma il fatto che non abbiano una nazione non significa che non esistano. Anzi, grazie ad istituzioni come l’IRU e di una classe intellettuale di cui fa parte Bajram Osmani, si sta cercando di incrementare un dialogo con le istituzioni nazionali e transnazionali come l’Unione Europea intorno a temi caldi e importanti come diritti umani, sanità, scuola, etc…”

Ma nei giorni in cui a Vienna falliscono i dialoghi tra Serbi ed Albanesi per il futuro del Kossovo una nuova minaccia pende sulle teste del popolo ROM: la decisione di rimpatriare nella regione le circa 150.000 persone che sono fuggite dopo la diaspora avvenuta a causa della guerra. Lo ribadisce con forza il Presidente della Federazione ROM della Repubblica Serba, nonché Vice Presidente del Parlamento Alternativo Internazionale e nuovo eletto al Parlamento della Repubblica Serba, Damianovic, sostenendo che “chi dovesse prendersi la responsabilità di rimpatriare in questo momento storico i ROM in Kossovo, come da accordi del 2003, sarebbe artefice di una catastrofe umanitaria senza precedenti”. Si riferisce alla proposta, o meglio la decisione, del Ministro Tedesco Otto Schily di rimpatriare circa 54.000 persone che rischiano di essere rimandate forzatamente in Kossovo. I più sono ROM, Ashkali e Egiziani Kossovari.

“La guerra in quelle zone - continua il Presidente Damianovic - non è stata solo una guerra tra serbi e albanesi, dei quali si parla, ma ha visto vittime innocenti anche tra i ROM che, non essendo né dell’una né dell’altra parte, sono stati vittime di entrambi gli schieramenti”.
Sulla stessa linea è Bayram Aliti, ex Ministro del Kossovo, ora membro del Parlamento IRU e Presidente del comitato del gruppo di crisi del Kossovo, anche lui in collegamento telefonico.
Bajram Osmani, che di quella carneficina è stato testimone, ci apre le porte della sua casa, un elegante appartamento in centro a Brescia, dove abita con la moglie e i 7 figli. Continua il suo racconto descrivendoci le atrocità delle quali si è macchiata l’UCK, l’esercito di liberazione del Kossovo.

Davanti ad una tavola imbandita di bevande e cibo, l’occasione è buona per conoscere meglio il mondo ROM ed eliminare un pò di quelle leggende che ne ruotano attorno. Ci parla degli intellettuali ROM in Italia, come Alexian Santino Spinelli (www.alexian.it), musicista, poeta, compositore e docente di lingua e cultura romani all’Università di Trieste.
Quando prendiamo la via del ritorno è già buio. La città di Brescia riacquista i suoi colori artificali dei neon e delle luci degli eleganti palazzi del centro. In strada brulica una varietà multietnica di persone indaffarate a prepararsi ai divertimenti del sabato sera. Tra questi ci sono anche dei ROM, come i figli di Baijam. Ma non tutti lo sanno, non tutti se ne accorgono.

di Marcello Peluso
www.marcellopeluso.it
marcello.peluso@voceditalia.it

 
Di Fabrizio (del 21/08/2005 @ 12:52:08 in conflitti, visitato 1739 volte)

da: Roma Support Project im Netzwerk Fluchtlingshilfe & Menschenrechte e.V

Kontakt: Tel. 0171 -181 50 26 + 0511 -473 81 44 - Info:

Hannover: 30a Settimana Interculturale

Protezione della minoranza Rom in vista della deportazione in Kossovo

25 settembre -1 ottobre 2005

  • Martedì 28-09-05 h.9.30-16.00 / Kulturzentrum Pavillon: I Rom cittadini d'Europa. Sviluppi recenti e futuri della situazione in Kossovo
  • Venerdì 30-09-05 h. 16.00-18.00 / Kropcke, Hannover-Zentrum: Giornata del Rifugiato. Solidarietà e diritto d'asilo
  • Venerdì 30-09-05 h. 19.00 / Freizeitheim Linden, Windheimstr. 4, Hannover-Linden: "Kossovo: ci sarà un ritorno in sicurezza?" Documenti e immagini

Programma

  • Venerdì 16-09-05 h. 19.30 / Kunstlerhaus, Sophienstr. 2: Letteratura: Guerra e Pace, con Norbert Gstrein e Margarete von Schwarzkopf

30. Interkulturelle Woche 2005 in Hannover

La 30. edizione si svolgerà nell'autunno 2005. La settimana è promossa dalla Conferenza Vescovile tedesca, dalla Chiesa Evangelica tedesca e dal Metropolita greco-ortodossa. Nel contempo l'iniziativa si svolge con la cooperazione di molte organizzazioni nazionali e locali, impegnate nel confronto con le autorità per l'integrazione degli immigrati e un costante processo di apprendimento e sviluppo della società. Lo slogan è: Trovare un modo per vivere assieme.

Ulteriori informazioni: http://www.interkulturellewoche.de

La 30. Settimana Interculturale si vuole schierare a fianco di quanti, espressione della politica, dei media, delle associazioni e cittadini, si sono pronunciati contro il rimpatrio forzato concordato dal governo tedesco, in particolare dei richiedenti asilo dal Kossovo e dall' Afghanistan. Per questo, oltre alle iniziative programmate, la 30. Settimana Interculturale invita tutti a prendere parte alla manifestazione che si terrà il 30 settembre presso l'aeroporti del Niedersachsen, da dove partiranno i voli per il rimpatrio.

Invita anche ad aderire alla petizione europea contro i rimpatri forzati, promossa a giugno dal Kosovo Roma und Ashkali Forum,che può essere sottoscritta on line su www.sivola.net/download/kossovo.htm

 
Di Fabrizio (del 02/10/2005 @ 12:35:26 in Europa, visitato 1589 volte)

Da: Bashkim Ibishi

Source: Koha Ditore 2, Epoka e Re 4

La Commissione Europea ha espresso preoccupazione per il ritorno dei richiedenti asilo appartenenti a gruppi minoritari. A proposito della situazione dei Rom, così si è espresso Olli Rehn, Commissario Europeo per l'Allargamento: "Si può dire che il processo di rimpatrio è fallito, dato che solo in 13.000 hanno fatto ritorno" Ha poi aggiunto che la posizione dei Rom kossovari sarà presentata nel rapporto annuale, che dovrebbe essere pubblicato entro ottobre.

mailing list: Kosovo_Roma_News

 
Di Fabrizio (del 08/05/2005 @ 12:32:28 in conflitti, visitato 1936 volte)
L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha misurato il livello di contaminazione nel campo per rifugiati di Mitrovica Nord. Sono già morte 27 persone per avvelenamento da piombo e altre 34 sono intossicate.
Il caso, sollevato a fine novembre 2004, è stato recentemente ripreso da diversi media, l'ultimo QUI.

Nonostante i recenti accordi per il ritorno dei rifugiati nei campi alle loro case, nel settore meridionale della stessa città, il rientro non potrà avvenire (sembra) che per la fine di quest'anno, anche se le condizioni sono tuttora da definire.

Nella gara che sembra essere iniziata tra i mezzi d'informazione, a chi descrive la situazione con maggior raccapriccio, si è aggiunta la Reuters.

Riferimenti:
Gruppo Kosovo_Roma_News
 
Di Fabrizio (del 23/10/2005 @ 12:20:18 in media, visitato 1589 volte)

da: British_Roma

Sunday Herald - 16 October 2005 - By Rachelle Money
Copyright © 2005 smg sunday newspapers ltd. no.176088

(Riassunto)

Il regista Peter Mullan girerà un documentario sulla vicenda della famiglia Vucaj, che il mese scorso ha perso la causa come richiedente asilo in Scozia ed è stata rimpatriata in Kossovo.

La troupe settimana scorsa si è recata nell'Europa dell'Est al seguito di Robina Qureshi, attivista per i diritti umani, per raccogliere materiale e informazioni da sottoporre al Ministero degli Interni perché riveda il caso. [...] La BBC e Channel4 hanno già mostrato interesse per questa inchiesta.

Mullan racconta delle "condizioni indescrivibili" del rimpatriuo della famiglia Vucaj: "Vivono in una baracca in cima ad un monte [...] quattro mura e un pavimento di terra. Non ci sono acqua, elettricità, mobili, niente."

La famiglia, cinque persone, originaria del Kossovo, dopo cinque anni in Scozia è stata sfrattata dalla casa che avevano a Glasgow quattro settimane fa, durante un'operazione all'alba. Il caso aveva sollevato le proteste dello stesso Primo Ministro scozzese, Jack McConnell, che aveva richiesto un diverso protocollo per il trattamento dei minori nei casi di deportazioni forzate.

Continua Mullan: "Non mi sentirei una persona umana se non mi fossi mobilitato per la storia della famiglia Vucaj. E' un'enorme ingiustizia, un'inumanità verso quei bambini.
Vogliamo mostrare cosa succede quando un richiedente asilo viene rimpatriato, i collegamenti che ci sono, le implicazioni che riguardano il sistema scolastico e sanitario. Vogliamo che quei ragazzi facciano ritorno in Scozia."

Isen e Nexhi Vucaj, coi figli Elvis, Nimet, Saida, (18, 16 e 13 anni), sono stati deportati in Albania il 30 settembre, nonostante gli appelli a loro favore, anche degli insegnanti e dei loro compagni di scuola.

[...]

Mullan, aggiunge anche che il luogo dove è adesso la famiglia Vucaj è tristemente noto per il traffico di minori, e che Saida ha paura di uscire di casa. Aggiunge Robina Qureshi che il documentario intende sensibilzzare il pubblico scozzese anche sul caso del traffico di minori in generale: "Non mendichiamo i favori di nessuno, ma vogliamo che si aprano gli occhi sulla paura e la sofferenza di questa e altre famiglie della comunità di Glasgow, e che sia dato loro il permesso di rimanere in Scozia".

Patrick Harvie, del partito dei Verdi, dice di essere lieto per la programmazione del documentario e ammonisce di non dimenticare gli altri richiedenti asilo in Scozia. "E' una grande idea quella di sfruttare la potenza dei media [...] Spero che ciò ci aiuti a comprendere come da persone si possa diventare dei richiedenti asilo."

Un portavoce del Ministero degli Interni ha detto che non gli è concesso esprimersi sui singoli casi, ma aggiunge: "Tutti i casi [di richiesta d'asilo] vengono accuratamente vagliati. Il governo vuole rendere chiaro che farà tutto il possibile per espellere quanti non hanno il diritto legale di rimanere qui. Quando ciò avviene, si deve adoperare quanta più sensibilità possibile, nel rispetto della dignità altrui."

[...]

 
Di Fabrizio (del 20/09/2005 @ 11:57:26 in conflitti, visitato 2244 volte)
Ritorno al futuro

di Karin Waringo

Nel dibattito sul futuro del Kossovo, il passato gioca un ruolo preminente

La chiesa del Cristo Salvatore nel centro di Pristina sembra una rimanescenza del passato. Costruita in uno stile che ricorda le chiese bizantine del Medio Evo, domina una vasta distesa, che d'altra parte è occupata solo dall'università. Il portone della chiesa è cintato da filo spinato, che gira tutta intorno all'edificio. La barriera è arrugginita dal tempo e non sarebbe di nessuna protezione se qualcuno volesse attaccare.Le finestre non hanno più vetri e anche le pietre che le contenevano sono sparse attorno. Nel corso degli anni la chiesa, che non è mai stata completata dopo la fuga dei Serbi da Pristina, è stato il bersaglio di ricorrenti attacchi e vandalismi. E' così diventato un simbolo delle relazioni tra la maggioranza Albanese, che ora determina il futuro nella provincia, e la minoranza Serba.

Raramente si sente la lingua serba a Pristina. A volte sono un paio di vecchi che lo parlano al riparo delle mura di un albergo, a volta un gruppetto per strada, come se stesse cospirando. Quasi nessuno più lo capisce, una volta era insegnato a scuola ma oggi per le strade di Pristina è una lingua tabù. I Serbi che fanno parte di organizzazioni internazionali, tra loro parlano in inglese. I giovani Rom vogliono passare per Inglesi o Americani, persino "Zingari Americani", tutto tranne ciò che sono realmente, abitanti da secoli di questa regione martoriata dalla guerra.

La capitale del Kossovo è stracolma di simboli, che ricordano l'eroica battaglia "dell'Armata di Liberazione del Kossovo", l'UÇK, contro "l'occupante Serbo". Nel centro della città, di fronte al Grand Hotel, si staglia la statua di un combattente albanese per la libertà, morto nel 1999. Sulla facciata semidistrutta del Palazzo della Gioventù e dello Sport, c'è la fotografia di un altro eroe di guerra, bardato in uniforme da battaglia. Ha un aspetto abbastanza irreale, come se emergesse da una fiction. Anche lui è morto nella guerra contro i Serbi.

Inoltrandosi nel centro, quasi accanto alla sede della delegazione EU, il monumento a Skenderbeg, anche lui un eroe, ma di tempi più remoti: Fermò l'invasione dei Turchi in Albania, ed è considerato un popolare eroe albanese. Più modesta, nella stessa strada che ne porta il nome, il ritratto di un'altra albanese, Nëna Terezë, fondatrice di un ordine religioso, che appare dappertutto nei poster in città.

Un giornalista occidentale afferma che il Kossovo si dividerà nei prossimi anni, con la sua parte settentrionale che cadrà sotto la Serbia e quella meridionale sotto l'Albania. Oggi i Serbi del Kossovo vivono quasi esclusivamente nelle enclavi, qualche migliaia in quelle più piccole come Gnjilane e Gorazdovac, qualche altro migliaio nella cosiddetta mezzaluna attorno a Pristina e forse 70.000 a nord del fiume Ibar, un'area prossima al confine con la Serbia.

Ci sono innumerevoli leggende attorno al Kossovo: i Serbi considerano il Kossovo la culla della cultura e della civilizzazione serba. Nel 1389 il principe serbo Lazar Hrebeljanovic patì in questa terra una tremenda sconfitta contro i Turchi, e questo divenne negli anni un importante elemento della coscienza nazionale serba. Fu a Kosovo Polje in serbo o Fushë Kosovë in albanese dove, nell'aprile 1987, l'allora presidente serbo Slobodan Milosevic fece il suo storico discorso, che avrebbe sancito la fine dell'ex Yugoslavia: "Nessuno sconfiggerà ancora questo popolo".

"Se vuoi capire questo odio, devi comprendere la Storia" mi spiega l'interlocutore albanese. Lo incontro la prima volta sulla terrazza di un caffè di Pec/Pejë, dove mi ero trovata con un amico. Quando ci sente discorrere in inglese, vuole unirsi all'argomento. Era coordinatore delle lezioni in francese, parla sei lingue, tra cui spagnolo e italiano. Quando lo incontro nuovamente il giorno seguente a Pristina, non posso rifiutare oltre il suo invito.

Pieno di orgoglio, passa dall'inglese al francese e poi al tedesco e insiste che dovremmo parlare anche in spagnolo. Ma a causa della Storia, rifiuta di parlare serbo, l'ultimo linguaggio che abbiamo in comune. Per lui la Storia inizia al principio del XX secolo. Nel 1918 il Kossovo fu incorporato nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. "Dopo la guerra eravamo un povero popolo di confine, con pochi di noi che si erano laureati", mi dice.

Tutto ciò sarebbe cambiato rapidamente negli anni a venire. Nel 1968 il Kossovo ricevette la sua prima università. "L'Università di Pristina era la terza in Yugoslavia", mi dice Muzaref orgogliosamente. Con la nuova Costituzione yugoslava al Kossovo fu garantito lo status di provincia autonoma e questo fu l'inizio dell'epoca d'oro che terminerà nel 1989. "Naturalmente i Serbi possono fare ritorno. A seguito degli inviti di popolare la regione, molti di loro nella seconda metà degli anni '80 si costruirono la casa. Questi Serbi possono tornare." - "E le altre minoranze, ad esempio i Rom?", gli chiedo. "Nobody likes the Gypsies.", mi risponde Muzafer con un largo sorriso. E con questo, l'argomento è chiuso.

"Jonegociata. Vetevendosje.", "Nessun negoziato. Indipendenza". Fine di agosto, è lo slogan che appare sui muri di Pristina. Si dice che dietro ci sia un giovane studente albanese. Durante i mesi estivi l'inviato speciale del Segretario dell'ONU Kofi Anan, Kai Eide, è stato in Kossovo e a Belgrado, per fare il punto della situazione. Le prime dichiarazioni di Kai Eide indicano che il suo rapporto, che sarà sottoposto al giudizio del Consiglio di Sicurezza dell'ONU a ottobre, sarà meno ottimista di quelli trimestrali del Rappresentante Speciale dell'ONU in Kossovo, Soren Jessen Petersen. Kai Eide è preoccupato particolarmente per la situazione delle minoranze e le condizioni per il loro ritorno.

Mi spiega un incaricato di un'organizzazione internazionale in Kossovo, che Eide ha viaggiato più in Europa che in questa regione. Lo scopo della sua visita era non solo di avere un'idea delle differenti posizioni, ma se possibile di cercare di mediare tra le diverse opinioni. Quando il rapporto verrà vagliato dal Consiglio di Sicurezza, la decisione su come procedere in futuro sarà già ampiamente determinata. Per esempio, un'indipendenza condizionata, dove alle istituzioni locali spettano la maggior parte delle competenze di uno stato indipendente, ma che rimanga sotto il controllo di un mandatario internazionale, sembra oggi l'ipotesi più gradita.

Nella comunità internazionale la posizione da assumere sulle minoranze è il punto di rottura. L'argomento venne affrontato soltanto due anni fa, in occasione della proclamazione del piano di sviluppo del Kossovo, che avrebbe dovuto stabilire le condizioni concrete per la fine del mandato ONU. Gli stessi rappresentanti della comunità internazionale rimproverano all'UNMIK, l'amministrazione civile dell'ONU, di essere corresponsabile dell'attuale situazione. Si accusa l'UNMIK di avere rapporti troppo stretti con l'Auto Governo Provvisorio. Mancano indicazioni esplicite se il futuro del Kossovo appartenga a tutti gli abitanti o esclusivamente alla minoranza albanese.

La notte tra il 27 e il 28 agosto è stato aperto il fuoco contro quattro giovani Serbi che stavano lasciando l'enclave di Strpce sulla loro auto. Due di loro sono morti sul colpo. I giorni seguenti la notizia è circolata nell'enclave come un incendio. Probabilmente per questo alle festività di Gracanica c'erano così poche persone. Prima della guerra, quello che è uno dei più vecchi monasteri serbi della regione attraeva decine di migliaia di Rom e Serbi. Oggi sono soprattutto Rom musulmani provenienti da Gracanica.

"Perché partecipate, se siete Musulmani?" chiedo a Safet, un Rom del Kossovo. "Dio è uno", mi risponde con un ghigno maligno. Sua suocera offre una spiegazione più prosaica: "Dopo la fine della guerra, è l'unica cosa che ci permettono di fare." Un'opportunità per incontrare parenti ed amici e scambiarsi informazioni. I venditori di strada che vendono giocattoli di plastica a buon mercato, non sembrano fare grandi affari. Giusto i soldi per ripagarsi il vitto e le spese.

Il rappresentante con cui ho parlato, che insiste per rimanere anonimo, chiame le enclavi "comunità di affamati". Su oltre 200.000 appartenenti alle minoranze etniche, cacciati dal Kossovo nel giugno 1999, solo qualche migliaio ha fatto ritorno. Sono soprattutto anziani senza ulteriori possibilità.

Attacchi come quelli del marzo 2004, quando più di 4.000 Serbi, Rom ed Askali sono stati cacciati dalle loro case e proprietà, portano a successive ondate migratorie verso le enclave più grandi e la Kosovska Mitrovica. Ovunque, ci sono rovine bruciate, ma soprattutto case saccheggiate, accanto alle nuove costruzioni.

Nelle enclavi c'è paura di nuovi attacchi durante questa rincorsa ai negoziati sullo status futuro del Kossovo. Alla fine di luglio Adem Demachi, presidente dell'Associazione degli Scrittori Kossovari, ha affermato al giornale belgradese "Blic" che rimandare l'indipendenza potrebbe sfociare in nuove azioni peggiori di quelle del marzo dell'anno scorso.

Cosa c'è dietro questa strategia? Il compimento di un'operazione, iniziata nel giugno 1999 sotto gli occhi della comunità internazionale, che consegnerà il Kossovo alla maggioranza albanese? Gli abitanti dell'enclave attorno Gracanica accusano gli Shiptare, il nome che danno agli Albanesi, di nutrire ambizioni territoriali su Laplje Selo, che fa parte della "mezzaluna" a sud di Pristina. Laplje Selo lambisce la strada principale che unisce Pristina a Skopje. Lungo quel percorso sono spuntati come funghi distributori di benzina. Un diplomatico straniero sottolinea che la strada ha importanza strategica, come via di comunicazione verso Pec, o Pejë in albanese. Averne il controllo renderebbe possibile dividere l'enclave e togliere l'ossigeno ai suoi abitanti.

"Slobodnost kretenje", libertà di movimento in lingua serba. Una parola usata e ri-usata dai non-Albanesi, per rimarcare che per loro la libertà di movimento non esiste. Al momento di attraversare il ponte sul fiume Ibar, per raggiungere la sponda sud, uno dei miei accompagnatori mi rammenta di smettere di parlare in serbo. Immediatamente i nostri discorsi si spengono, per tramutarsi poi in un bisbiglio irrequieto e sospettoso.

I divieti valgono anche sull'altra sponda: il Nord Kossovo sotto il controllo di Belgrado. Stiamo parlando delle cosiddette strutture parallele o dell'ostruzionismo dei Serbi kossovari. Solo recentemente i rappresentanti serbi hanno definitivamente deciso di lasciare i loro seggi nel parlamento del Kossovo. I Serbi del Kossovo hanno boicottato le ultime elezioni, col risultato che le altre minoranze, come i Rom che vivono nelle stesse enclave, non hanno votato e sono tagliati fuori dai processi politici.

Dal 29 agosto Kosovoska Mitrovica è sotto stadio di assedio. Tutti i punti nevralgici sono presidiati dal mezzi della KFOR. L'edificio dell'OSCE (Organization for Security and Co-operation in Europe) nella parte settentrionale della città, appare come una fortezza. Invece i soldati che compongono la Forza Internazionale di Pace sembrano più annoiati che sotto tensione. La manifestazione dei Serbi sul ponte sull'Ibar si è mantenuta pacifica e si è sciolta alle due verso la parte settentrionale della città.

La sostituzione delle targhette numerate che sul ponte indicano il punto dove fermarsi o dei bollini che attestano la nazionalità della vettura e il suo diritto ad accedere a un parcheggio riservato, è pratica quotidiana. Gli scambi commerciali avvengono in dinari. La musica, che risuona dappertutto, è serba. Mitrovica si presenta come un baluardo contro gli Albanesi a sud.

Nel centro di Mitrovica "giace" la Mahala dei Rom, che era uno dei più estesi e più antichi insediamenti dei Rom nell'Europa del Sud-Est. Oggi i suoi abitanti sono dispersi in ogni direzione, qualcuno in Serbia e Montenegro, altri nei paesi EU. Della Mahala rimangono scheletrici i muri delle case, che si stagliano all'orizzonte. La Fabricka Mahala è andata distrutta e saccheggiata, i suoi abitanti cacciati il 16 giugno 1999, sotto gli occhi di un inattivo contingente francese della KFOR. Lo scorso aprile, l'UNMIK e l'amministrazione comunale hanno siglato un accordo per la ricostruzione della Mahala. Celebrato come una vittoria e un passo verso la normalizzazione dei relazioni interetniche, l'accordo sta rivelandosi un regalo a due facce.

L'ultimo episodio di quella che appare un infinito intrigo politico, è la richiesta che una ONG internazionale ha fatto a Kofi Anan di sospendere l'immunità diplomatica per quegli ufficiali NATO responsabili della sistemazione e della sicurezza degli ex abitanti della Mahala. 700 di loro vivono nei campi per IDP (rifugiati interni) nel Kossovo settentrionale. In tre di questi campi sono stati registrati livelli di avvelenamento del sangue dei rifugiati, svariate volte superiori a qualsiasi standard internazionale. Un giornalista americano ha attribuito 27 morti avvenute in questi campi, molti bambini tra questi, agli effetti dell'inquinamento del suolo e dell'ambiente. I campi sono posti nelle immediate vicinanze delle miniere di Trepca, chiuse dall'amministrazione NATO nel 2000, a causa del pericolo costituito per le persone e l'ambiente.

Il caso ha sollevato l'attenzione dei media internazionali e i visitatori spuntano ogni giorno. Il leader del campo ha attaccato al muro dell'ufficio i biglietti da visita dei giornalisti e dei visitatori che sono passati di lì. Dietro al computer sulla scrivania, assomiglia ad un manager. Nello stesso giorno in cui sono andata lì, l'ufficiale dell'UNMIK gli sta promettendo una luna a cui non crede più: "All'inizio, ho dato fede a tutti, ma adesso non credo più a nessuno."

C'è chi ritiene sia sintomatica l'attenzione sviluppatasi attorno ai casi di avvelenamento del sangue, a pochi mesi dall'inizio dei negoziati sulla possibile indipendenza del Kossovo. Con la dimostrazione che l'amministrazione civile internazionale non è in grado di salvaguardare gli interessi degli abitanti non Albanesi del Kossovo.

La Mahala stessa è sulla linea del fronte. Collocata una volta nel centrodi Mitrovica, oggi si trova proprio sul confine tra l'area serba e quella albanese, ma nel territorio di quest'ultima, a sud dell'Ibar. Questo può spiegare perché i capi non siano particolarmente impazienti di tornare nel luogo d'origine dei loro antenati: se il Kossovo finisse per essere diviso, i Rom, tradizionalmente più vicini ai Serbi, si ritroverebbero improvvisamente dal lato sbagliato. Inoltre, il ritorno nella Mahala significherebbe la fine di un sogno accarezzato a lungo: la possibilità di chiedere la risistemazione in una nazione terza, che a molti appare l'unica salvezza da una storia di povertà e persecuzione.

"Non si parla più di Kossovo multietnico", dice un rappresentante di un'organizzazione internazionale che opera qui, "ma soltanto di coesistenza pacifica". "Se verranno risolti i problemi economici, lo saranno anche quelli politici", dice il mio poliglotta compagno di discussione. Considera un dovere patriottico per gli Albanesi della diaspora kossovara investire nel futuro del paese.

Chiedo al portiere del Grand Hotel cosa si aspetti dall'indipendenza. "Non lo so" è la sua risposta. Il suo collega dell'hotel Illiaria ha preoccupazioni differenti: I due alberghi, che appartengono allo stesso gruppo, saranno privatizzati. Oggi impiegano 700 persone, che dopo la privatizzazione di sicuro non saranno più di 250, così lui ritiene. Potrebbe significare la fine di una carriera durata 31 anni.

All'aeroporto di Slatina incontro degli Albanesi con passaporti tedeschi, ma soprattutto americani. I bambini parlano tra loro in inglese e quando si rivolgono agli anziani, usano l'albanese. Sulla valigia leggo l'etichetta Bronx, New York. Qui in Kossovo sono considerati a pieno titolo tra i pochi fortunati, quanti hanno avuto la possibilità di andarsene.

 
Di Fabrizio (del 31/05/2005 @ 11:55:53 in conflitti, visitato 2709 volte)


Skopje, 27 MAGGIO 2005. Il delegato speciale Bjřrn Engesland di International Helsinki Federation for Human Rights (IHF) / European Roma Rights Centre si è recato a Skopje settimana scorsa per verificare la situazione dei circa 2000 Rom rifugiati dal Kossovo, attualmente ospitati in centri di raccolta per rifugiati e per indagare sulla ventilata volontà del governo di espellerli verso il Kossovo, la Serbia o il Montenegro.

A Skopje è stato raggiunto dai componenti macedoni del Comitato di Helsinki.

[...]

Attualmente sono circa 2000 i rifugiati dal Kossovo, Rom Ashkali ed Egizi. La maggior parte sono i reduci dai bombardamenti NATO del 1999, impossibilitati a ritornare per la campagna di pulizia etnica contro gli "Zingari" scatenata dagli estremisti albanesi già in quello stesso anno.

Le minacciate espulsioni dalla Macedonia, cadono nel momento in cui anche altri governi europei, in particolar modo la Germania che ha siglato un accordo con l'ONU (ma anche l'Italia, la Svezia e la Svizzera NDR) si accingono a operazioni simili di rimpatrio forzato. [...]

Englesad: "Nonostante il desiderio - pienamente legittimo - del ritorno in Kossovo e di ricevere giustizia e risarcimenti per i danni e i crimini di massa che hanno sofferto, non esistono attualmente le condizioni in Kossovo per un possibile ritorno. E' semplicemente troppo pericoloso e imprudente".

Dal canto suo, le autorità macedoni non hanno ancora riconosciuto a queste 2000 persone lo status di "richiedenti rifugio", lasciandole in un limbo giuridico e potendo quindi espellerle in qualsiasi momento senza alcuna giustificazione.

Continua Englesad: "Il governo macedone dovrebbero offrire a tutti i 2000 rifugiati la possibilità di integrarsi in Macedonia, fornendo loro permessi di residenza a lungo termine [...] La nostra, non è una critica rivolta al solo governo della Macedonia, ma si estende a tutti gli altri paesi che in maniera più o meno nascosta stanno agendo similmente."

Ulteriori informazioni:

  • International Helsinki Federation for Human Rights (IHF): Bjřrn Engesland, +47-957-533 50
  • European Roma Rights Centre (ERRC): Claude Cahn, (36 20) 98 36 445


fonte: http://it.groups.yahoo.com/group/Macedonian_Roma

 
Di Fabrizio (del 09/12/2005 @ 11:54:37 in media, visitato 2186 volte)
da University of Wales, Newport  

30 novembre 2005

Premiate le immagini drammatiche dei Rom del Kosovo che stanno morendo nei campi profughi contaminati.

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Ivor Prickett, studente e fotodocumentarista che ha vinto il Tom Webster Award

Ivor Prickett, ha ottenuto il prestigioso Tom Webster Award per le sue commoventi foto che mostrano la difficile situazione di dozzine di rifugiati interni, è il secondo studente della scuola d'arte, media e design di Newport a vincere quest'anno un premio tanto importante. Il mese scorso era toccato a Guy Martin che aveva ricevuto l' Observer Hodge Student Award 2005 per la sua relazione-progetto sull'enorme mole di traffico della strada tra Baghdad e Costantinopoli - lavoro che aveva partecipato anche al Tom Webster Award.

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Le foto di Ivor sulle condizioni del campo di Kabbare

“Sono molto contento di aver vinto questo premio,” ci ha detto Ivor (22 anni) che ha passato cinque settimane in Kosovo per le fotografie che ha adoperato per una ricerca del suo corso. “Per me è importante questo riconoscimento, il primo da un ente esterno all'Università, e mi rassicura sulle ragioni del mio lavoro e sul futuro che mi prefiggo nel fotogiornalismo."

“Quella del Kosovo è stata la prima guerra di cui ho avuto coscienza quando ero più giovane e mi ha sempre interessato. Quando ho letto di questa gente che viveva nei campi rifugiati costruiti su terreni contaminati, ho sentito che dovevo andare e raccontare quella storia. Sono rimasto schoccato dalla scoperta di bambini zingari sotto i sei anni di età, esposti a quei livelli di radiazioni e che tutti potrebbero morire presto o soffrire di danni irreparabili al cervello."

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Durante la sua prima visita al campo, Ivor è stato con Vebbi (foto sopra) e la sua famiglia. Al ritorno, Ivor ha scoperto che Vebbi nel frattempo era diventato l'ultima vittima della contaminazione del campo

Ivor andò al campo di Kabbare dove vivevano 60 Rom dispersi interni, e scattò oltre 2000 foto, e ne presentò 12 alla giuria del premio, sponsorizzato dall'agenzia fotografica Impact di Londra.

 

“Il campo, costruito dalle Nazioni Unite e dall'OMS, si trova dove una volta c'erano miniere di zinco ed è contaminato da piombo che lentamente sta avvelenando gli occupanti. Sinora, circa 35 persone sono morte prematuramente in circostanze inaspettate.”

Durante la sua seconda visita al campo, Ivor scoprì tragicamente che il capofamiglia che l'aveva ospitato la volta precedente, era tra le ultime vittime.

 

A DESTRA: Per Ivor si è trattato di un problema di coscienza fotografare il funerale di Vebbi, ma ho sentito di doverlo fare per ricordare al mondo la sofferenza dei Rom.

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“Rimasi shoccato scoprendo che Vebbi, aveva solo 27 anni, era morto per un tumore al cervello,” dice Ivor. “Avevo vissuto con lui e la sua famiglia, erano in cinque in una stanza, quando andai la prima volta a scattare foto. Fu un momento doloroso - avevo convissuto con quella famiglia e stavo riprendendo il funerale di Vebbi, ma dovevo raccogliere quella testimonianza. Come fotogiornalista avevo il dovere di documentare e raccontare."
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Queste foto sono state recentemente pubblicate su Foto8, una rivista che ospita il meglio del fotogiornalismo. Il premio di £1000 ha permesso a Ivor di dedicarsi al suo prossimo progetto - sui fuorilegge cercatori d'oro in Mongolia.

 

"Ho letto che dopo la caduta del comunismo, si è scoperto che là c'erano filoni auriferi. Questa gente, che si autonomina Ninjas, scava senza permessi e spesso ci sono dispute tra loro e le forze di sicurezza. Non ci sono soltanto poveracci, ma anche docenti e impiegati, tutti quelli che con la caduta del comunismo hanno perso la loro pensione. L'unico futuro per loro e le loro famiglie è trovare trovare dell'oro."

 

A SINISTRA: Questo ritratto del padre di Vebbi subito dopo il funerale è tra le fotografie pubblicate dalla rivista internazionale Foto8

Ivor dice di dovere il suo successo al corso della Newport’s University. "Studiare fotogiornalismo è stata la cosa migliore della mia vita. I miei tutors mi hanno influenzato profondamente e mi hanno guidato negli ultimi tre anni."

Commentando il successo dei due studenti che hanno ottenuto un premio quest'anno, Pete Davis, il coordinatore del corso, afferma: "Il Tom Webster award per giovani studenti di fotografia è diventato uno dei più prestigiosi oggi in GB. Gli standards sono alti, ed eccellere con due studenti è un indiscutibile traguardo"

A DESTRA: Gli studenti Ivor Pricket (a destra) e Guy Martin entrambe premiati quest'anno

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"Tanto Ivor che Guy sono un esempio di ciò che motiva i giovani fotografi. Interesse e passione per la ricerca e comprensione degli eventi nazionali e mondiali, assieme ad iniziativa e capacità di testimoniare, per produrre immagini forti che comunichino le loro idee ad una vasta audience. Sono certo che tutti e due faranno parte in futuro di un grande gruppo mondiale di studenti impegnati ai più alti livelli nelle varie aree della fotografia."

 

Notes for Editors: 

Il Tom Webster Award è patrocinato da Impact Photos ed è intitolato alla memoria di un fotogiornalista morto nel 1994 all'età di 24 anni. Il premio si prefigge di offrire a giovani fotogiornalisti di iniziare o continuare progetti specifici. I vincitore riceve un premio di  £1000 e la segnalazione di Impact Photos. E' riservato a fotografi di età inferiore a 29.

 
Di Fabrizio (del 31/05/2005 @ 11:54:34 in conflitti, visitato 2645 volte)

Su Serbianna,

un'intervista di Christopher DelisoMarek Antoni Nowicki, Ombudsperson NATO per il Kossovo 


Su Kosovareport

il senatore USA Sam Brownback chiede che venga consultato il Comitato per i Diritti Umani

(ambedue in inglese)


fonte: http://it.groups.yahoo.com/group/Kosovo_Roma_News

 
Di Fabrizio (del 15/06/2005 @ 11:36:45 in Europa, visitato 1490 volte)

Segnalo due articoli:

Il primo sui ritorni forzati in Kossovo:

Di Marek A. Nowicki, Ombudsman per i diritti umani in Kosovo
Selezione e traduzione a cura di
Le Courrier des Balkans ed Osservatorio sui Balcani
I governi occidentali spingono oramai per accelerare il ritorno a casa dei rifugiati del Kosovo. Ma questi ultimi hanno spesso perduto i legami con il loro Paese d'origine e non è prevista alcuna forma di accoglienza. E poi che dire dei ritorni forzati di persone che appartengono a comunità ancora vittime di persecuzioni come ad esempio quella dei Rom o degli Ashkali?  continua


Il secondo su un convegno sui Rom di Turchia:

Da Ankara, scrive Fabio Salomoni  La UYD, organizzazione della società civile turca, ha tenuto ad Edirne un convegno sulla situazione dei Rom della Turchia, nella regione dove sono più presenti. Un'occasione per parlare a livello internazionale della difficile situazione di questo popolo e delle discriminazioni di cui è oggetto... continua

 
Di Fabrizio (del 12/09/2005 @ 11:13:49 in conflitti, visitato 1587 volte)

Da: Stop Deportations

Cari amici

Sinora abbiamo raccolto oltre 60 adesioni di organizzazioni e 600 di singoli cittadini, nel nostro appello contro la deportazione di Rom, Askali ed Egizi in Kossovo e per la loro inclusione nei colloqui sullo status della regione. Siamo particolarmente lieti di annunciare che hanno aderito in blocco tutte le aderenti al Romani Women Network, e che contiamo sull'adesione di TERF e IRU.

Purtroppo, sono andate perdute alcune delle vostre firme, e vi chiediamo di controllare se nell'elenco figura la vostra adesione, nel caso vi invitiamo a firmare nuovamente e a far conoscere il nostro appello ad altre organizzazioni e privati cittadini.

Anche se i processi di rimpatrio sono attualmente fermi, e secondo l'UNMIK solo qualche centinaia è stato rimpatriato a forza, questo non significa che il loro futuro non sia più a rischio. Al contrario, le autorità continuano con le pressioni verso i richiedenti asilo dal Kossovo perché "volontariamente" tornino nella provincia amministrata dall'ONU.

La situazione in tensione in Kossovo è dimostrata dall'aumentata presenza di forze militari internazionali e dalla uccisione di due giovani Serbi a Strpci nella sera dello scorso 27 agosto. Non esiste praticamente libertà di movimento per chi fa parte di una minoranza etnica. L'accesso alle scuole, ai servizi sociali e ai trattamenti medici avviene a rischio costante dell'incolumità personale. Scarse le possibilità di alloggio. La maggior parte delle case dei Rom sono state distrutte e mai ricostruite. Inoltre ogni iniziativa di rimpatrio su larga scala, causerebbe nuovi spostamenti nella popolazione locale.

In questi mesi si è conclusa la visita di Kai Eide, Ispettore dell'ONU. A breve sarà pubblicato il suo rapporto. Kai Eide si è mostrato critico soprattutto sulla situazione delle minoranze. L'impressione è che la "comunità internazionale" voglia concedere solo "un'indipendenza condizionata", e questo non incontra le aspettative della maggioranza albanese.

Come promotori della petizione, abbiamo concordato di renderla pubblica in concomitanza della presentazione del rapporto dell'Ispettore dell'ONU. Nel contempo, insistiamo nel richiedere la sospensione dei rimpatri di Rom, Askali, Egizi ed altre minoranze, che devono essere coinvolti nei negoziati del futuro del Kossovo.

Invitiamo nuovamente a firmare la petizione e a farla conoscere ai vostri contatti. Abbiamo bisogno di tutto il vostro supporto entro questo mese.

Asmet Elezovski

Karin Waringo

 
Di Fabrizio (del 27/10/2005 @ 11:04:18 in conflitti, visitato 2345 volte)

Pristina, 25 ottobre 2005: Il giorno dopo l'annuncio del Consiglio di Sicurezza dell'ONU sull'apertura dei negoziati sul futuro politico della regione, i Rom del Kosovo hanno chiesto di essere ammessi alle discussioni. In una lettera indirizzata ai rappresentanti della comunità internazionale ed europea, Rom, Askali ed Egizi chiedono una soluzione urgente al problema di quanti di loro, cittadini della ex Jugoslavia, sono diventati vittime di violenze razziste, continuando in molti a sopravvivere in un limbo giuridico ed esistenziale. I firmatari, tra cui organizzazioni internazionali dei Rom, ONG e centinaia di privati cittadini (cfr: Petizione Europea per il Kossovo) chiedono la moratoria immediata delle deportazioni in Kossovo e il riconoscimento del diritto d'asilo.

Durante un incontro sullo sviluppo delle politiche sui Rom e Sinti, che si è svolto settimana scorsa a Varsavia col patrocinio dell'OSCE e dell'ODIHR, i rappresentanti dei Rom kossovari hanno concordato s una piattaforma comune per la futura cooperazione. [...] Alla presenza del capo missione OSCE e ambasciatore europeo Jens Modvig, hanno chiesto il riconoscimento della pulizia etnica contro i Rom, avvenuta a seguito dei bombardamenti NATO, il riconoscimento dei danni patiti per la guerra, il ritorno alle loro proprietà [ora] occupate, il ripristino della sicurezza e della libertà di movimento nel Kosovo e un'indagine imparziale sulle violenze e discriminazioni; la rappresentanza paritetica e l'accesso alle istituzioni pubbliche, l'effettivo accesso dei non-albanesi alla casa, scuola, educazione e lavoro; un adeguato supporto ai rifugiati interni e a quanti hanno fatto già ritorno. Inoltre chiedono il la certezza del diritto delle comunità non-albanesi, nell'ipotesi che il Kosovo diventi indipendente e il riconoscimento dei Rom come popolo costituente. Visto che la comunità dei Rom è attualmente dispersa nel mondo, chiedono inoltre l'organizzazione di una conferenza internazionale sui Rom del Kosovo, come misura d'emergenza e per rendere possibile il coordinamento degli interessi comunitari.

I Rom costituivano la terza più grande comunità etnica nella regione, stimata la loro presenza in 150.000. Cacciati a seguito delle vicende di guerra, distrutte le loro case e proprietà. Nonostante la precarietà dell'attuale situazione, esacerbata dalla volontà politica dei governi occidentali per un rapido ritorno di Rom, Askali ed Egizi, l'interesse di media e politici sembra concentrarsi solo sulle due principali comunità in Kosovo, i Serbi e gli Albanesi, abbandonando le altre comunità ad un destino incerto e senza futuro politico.

Per ulteriori informazioni, contattare

 
Di Fabrizio (del 13/11/2005 @ 10:40:41 in conflitti, visitato 1883 volte)

Aggiornamenti:

1. su http://belfries.tripod.com/getleadoutpress78.htm è ripubblicato un articolo di Marek Antoni Nowicki, Ombudsman per il Kosovo, apparso sul maggior quotidiano della regione. Viene riassunto lo stato dei negoziati in corso, le complicazioni e le responsabilità delle parti in causa.

2. RADC report 8: Proseguono i test sui livelli di contaminazione dei campi profughi. Il 18 ottobre un'equipe USA ha visitato i campi di Kablare, Cesmin Lug e Zitkovac, limitandosi ad incontrare i responsabili dei campi. Invece sono stati misurati i livelli nella mahalla di Mitrovica. I restanti campi verranno controllati a breve e entro due settimane dovrebbero essere noti i risultati. Continuano le indiscrezioni sulla futura soluzione della mahalla di Mitrovica e la nuova sistemazione per chi si trova nel campo per profughi interno. L'intero articolo su http://belfries.tripod.com/getleadoutradreport.htm

Fonte: www.getleadout.cjb.net

(tutti i link sono in inglese)

 
Di Fabrizio (del 03/08/2005 @ 10:03:57 in conflitti, visitato 3447 volte)

[English Text]

Riprendo un appello del 10 luglio scorso, per evitare il rimpatrio forzato di una famiglia di profughi kossovari richiedenti asilo in Gran Bretagna e con gravi problemi di salute. La UK Association of Gypsy Women ha promosso una raccolta di firme in tutta Europa per far pressione sul governo perché a questa famiglia di profughi sia permesso di rimanere in Gran Bretagna, sia per i motivi di salute che per la situazione di permanente insicurezza personale che perdura in Kossovo (e se leggerete l'appello, noterete che le due cose sono strettamente collegate). So che le sole firme non cambiano l'operato dei governi e che agosto non è il mese ideale per appelli di questo genere. Ma il rimpatrio potrebbe avvenire in qualsiasi momento. Per questo è necessario l'impegno e la mobilitazione di tutti. GRAZIE


Da: Rachel Francis - UK Association of Gypsy Women

Llire Xhama. Home Office Ref: X1032702

Llire Xhama dopo una vita di persecuzioni lasciò la sua casa in Serbia. Come Rom, musulmana e portavoce della comunità albanese, ha dovuto subire violenze e umiliazioni sia dai Serbi che dai Kossovari.

Una notte di tre anni fa, casa sua fu circondata da uomini armati e data alle fiamme. Durante la fuga, Llire e suo marito furono malmenati. Llire era incinta. Suo marito morì per le percosse e lei rimase con sua figlia di quattro anni, testimone anche lei delle atrocità passate.

[Arrivati in Gran Bretagna] sia Llire che sua figlia mostrarono disordini mentali ed emotivi, conseguenze delle violenze subite. Qui è nato il secondo figlio, pochi mesi dopo il loro arrivo e nonostante tutto, hanno tentato di ricostruirsi una vita. Entrambe i bambini parlano inglese come lingua madre, frequentano la scuola, hanno amici e conducono una vita "normale".

Ora il Ministero degli Interni ha stabilito che per loro è giunto il tempo di fare ritorno da dove sono scappate traumatizzate e dove il bambino più piccolo non ha mai vissuto.

Testimonianze raccolte dalle Nazioni Unite, da Amnesty International e da altri esprimono "grave e profonda preoccupazione" sul futuro dei Rom (in particolare in quella parte d'Europa).

L'Ombudsman in Kossovo ha scritto ai governi europei per ammonire sui rischi che i rifugiati all'estero corrono ritornando in patria.

[...]

Llire and her Family Must Stay!

c/o NCADC

109 Parliament Road

Middlesbrough

TS1 4JE.

Tel/Fax: 01642 226260

INVIA

Cliccando su "INVIA" il messaggio "LLIRE AND HER FAMILY MUST STAY" verrà inoltrato alle seguenti mail del Governo Inglese e del Parlamento Europeo:

* bob.last@fco.gov.uk
* c.clarke@parliament.gov.uk
* indpublicenquiry@ind.homeoffice.gsi.gov.uk
* ashokkumarmp@parliament.uk
* dorispack@aol.com
* swoboda@europarl.eu.int
* sludford@europarl.eu.int
* ljaroka@europarl.eu.int
* vmohacsi@europarl.eu.int
* klevai@europarl.eu.int
* edegroen@europarl.eu.int
* cmoraese@europarl.eu.int
* alvaro.gil-robles@coe.int
* john.dalhuisen@coe.int
(secretary)

e una copia per conoscenza alla UK Association of Gypsy Women. Il campo testo è in bianco e potete (eventualmente) aggiungere un vostro messaggio


We the UK Association of Gypsy Women in partnership with our sisters of the International Roma Womens Network seek to register our protest in the strongest possible terms against the inhuman decision by the Home Office to deport this young Mother and her very young Children back to Kosovo against her will.

Llire and children pose no threat to the National Security of the United Kingdom, Indeed Llire's dearest wish is to be allowed to remain in the UK and raise her little family in peace and safety.

We therefore make our appeal in the hope you will use your good office to influence reconsideration of Llire's case.
Faithfully
UK Association of Gypsy Women



Llire and Her Family Must Stay!

Llire Xhama is a widow with two young children. She is a Roma from Kosovo where she and her family suffered physical assaults, racist abuse and discrimination because of their ethnicity.

Llire and her daughter fled to the UK after witnessing the brutal murder of Llire's husband, an experience that has left Llire so traumatised that she suffers severe mental ill health. At the time of this atrocity Llire was pregnant. Her little boy was later born in the North East of England, where the family now lives.

Llire's application for asylum has been refused, but she is terrified at the prospect of being returned to the 'hell' from which she escaped and fears for the future of her children.

As an Albanian speaking Muslim woman, alone with children, Llire will be at risk if she returns to Kosovo. She has no home or family to return to and no one to help her.

Today the situation for Roma people remains dangerous. In May this year, the UN's Economic and Social Council expressed 'deep' concern about ethnically motivated attacks against the Roma. It said it was "gravely concerned" about the absence of basic medical facilities and schools for the Roma.

This year Amnesty International stated its concern over "continuing discrimination against the Roma, especially Kosovo RomaŠ."

On May 18th 2004, Mr. Marek Antoni Nowicki, the Ombudsperson in Kosovo, sent a letter of concern to government authorities in Belgium, Denmark, Germany, Netherlands, Norway and Sweden, strongly advising against the return of Roma asylum seekers to Kosovo stressing that they face "considerable risks to their personal safety" and affirming that such action would violate international human rights standards.

Llire has tremendous support amongst her local community, who are appalled that the Home Office should consider the forced removal of such a vulnerable family.

Llire's children both speak English, as their first language and the family have become a valued part of their community in the North East.

Llire has won the affection and admiration of her friends with her devotion as a mother and with her courage in the face of emotional and mental devastation.

Llire's only hope of safety and recovery is to be allowed to remain in the UK with her family.

What you can do to help
Lucien with friends and supporters have set up a campaign to try and persuade Tony McNulty, Minister for Immigration to allow Llire and her Family to remain in the UK. The campaign has drawn up a petition and model letter attached, which they are asking everyone to print off, fill them in and get as many other people as possible to do the same, and return them to the campaign office. When they have collected enough signatures, the campaign will present them to the Minister.

Let your friends know about the 'Llire and her Family Must Stay! Campaign'

Llire and her Family Must Stay!

For further details/information contact the campaign at:
Llire and her Family Must Stay!
c/o NCADC
109 Parliament Road
Middlesbrough
TS1 4JE.
Tel/Fax: 01642 226260


End of Bulletin:

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Llire and her Family Must Stay!

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Message "LLIRE AND HER FAMILY MUST STAY" will forwarded to:

* bob.last@fco.gov.uk
* c.clarke@parliament.gov.uk
* indpublicenquiry@ind.homeoffice.gsi.gov.uk
* ashokkumarmp@parliament.uk
* dorispack@aol.com
* swoboda@europarl.eu.int
* sludford@europarl.eu.int
* ljaroka@europarl.eu.int
* vmohacsi@europarl.eu.int
* klevai@europarl.eu.int
* edegroen@europarl.eu.int
* cmoraese@europarl.eu.int
* alvaro.gil-robles@coe.int
* john.dalhuisen@coe.int
(secretary)

and CC to UK Association of Gypsy Women. Feel free to write your own opinion

 
Di Fabrizio (del 02/12/2010 @ 09:57:55 in Italia, visitato 1611 volte)

Segnalazione di Sara Palli

Pisanotizie

Per la quinta puntata dedicata alle seconde generazioni, Pisanotizie ha incontrato Ambra e Mina, due sorelle di etnia rom di 15 e 14 anni nate in Italia. I loro genitori sono arrivati dal Kossovo per fuggire alla guerra. Oggi vivono insieme ai loro 5 fratelli e sorelle a Pisa

Per la quinta puntata di Seconde generazioni - nuovi cittadini crescono, Pisanotizie ha incontrato le "figlie" di uno dei popoli più perseguitati della storia. Dalle legge della Repubblica di Venezia, che alla metà del '500 decretarono l'impunità per coloro che recavano danno a uno zingaro, passando per gli studi di Cesare Lombroso, che nelle caratteristiche fisiche dei cosiddetti zingari vedeva l'incarnazione dell'idea di "uomo delinquente", fino ad arrivare alle persecuzioni perpetrate dal nazi-fascismo: deportati, destinati ad essere cavie di esperimenti medici, furono circa 500 mila gli uomini, le donne, i bambini di etnia rom e sinti che persero la vita nel porrajmos, il divoramento, come chiamano il genocidio che ha colpito il loro popolo.
E se oggi condanniamo con fermezza l'ideologia che diede vita a tale sterminio, i pregiudizi che identificano gli "zingari" con ladri, non solo di cose ma anche di bambini, in un popolo nomade, e per questo non avente diritto a fissa e dignitosa dimora, appaiono ancora ben radicati.


Ambra e Mina sono di etnia rom. La prima nata a Pescara 15 anni fa, la seconda a Livorno 14 anni or sono. Entrambe sono cresciute a Pisa, dove Ambra è arrivata quando aveva un anno, tanto che Mina con fervore e una punta di orgoglio esclama: "Sono pisana".
La loro famiglia proviene dal Kossovo. Come molti Rom provenienti dalla ex Jugoslavia, i loro genitori sono arrivati in Italia quando nei Balcani infuriava la guerra. Da 13 anni vivono al campo di Coltano insieme ai loro 5 fratelli: "Prima - spiega Ambra - stavamo in roulotte, poi in una baracca. Aspettavamo che ci assegnassero una casa, ma quel giorno non è arrivato".

Quando incontriamo Ambra è da poco tornata dalla Francia, dove ha trascorso un mese in visita da zii e cugini. Dopo aver concluso le scuole medie l'anno scorso, sembra attendere di raggiungere l'età legale per mettersi in cerca di lavoro: "Il mio sogno sarebbe lavorare in un ristorante, come cuoca o come cameriera". In realtà Alisa, sua cognata, ventidue anni, dubita che essere assunta in un ristorante corrisponda alle reali aspettative di Ambra. Per lei sogna un futuro migliore, che le consenta di avere una casa e un lavoro che le dia non solo uno stipendio, ma anche gratificazione personale. Per questo vorrebbe che riprendesse gli studi: "Anche io ho smesso di studiare molto giovane e in parte me ne sono pentita. Ma mi sono innamorata e a 17 anni sono fuggita dalla provincia di Perugia dove vivevo con la mia famiglia, per venire qui e sposare suo fratello. Oggi ho tre figli di cui occuparmi, una famiglia e sono serena. Ma se questa scelta è stata giusta per me, non è affatto detto che lo sia anche per lei".

Almeno per quest'anno, Ambra esclude la possibilità di iscriversi alle scuole superiori. Se studiare non era la sua passione, dal punto di vista della socializzazione le scuole medie sono state tutt'altro che un problema. Espansiva e solare, Ambra in tre anni è riuscita non solo a conquistare l'affetto e l'amicizia di molti compagni di classe, ma anche, ci tiene a dirlo, "di tutta la scuola".
Un'espansività che a quanto pare è un tratto distintivo delle due sorelle. "Ora che mia sorella ha finito la scuola - ci dice Mina - in quanto a popolarità ho preso io il suo posto. Quando entro in classe mi dicono che con me arriva l'allegria".
Mina frequenta la III media, e se la matematica le crea non pochi problemi, la sua passione al momento sembra essere lo studio della storia. Per il suo futuro ha piani molto precisi: "Mi iscriverò alla scuola alberghiera per conseguire il diploma triennale. Ma da grande farò la parrucchiera". Una scelta che ha ragioni ben precise. Se da un lato una certa influenza arriva da una normale vanità adolescenziale - "ho i capelli ricci e non mi piacciono - ci dice - vorrei sempre farmi la piega per averli lisci" - dall'altro a spingerla in questa direzione sono le acconciature con cui le donne rom si ornano in occasione delle feste tradizionali.

La famiglia di Mina e Ambra è di fede musulmana e in casa c'è grande attesa per il giorno in cui verrà festeggiato il più piccolo dei loro nipoti, in occasione della sua circoncisione. Sono proprio le feste e la musica, insieme al romanes, lingua che insieme all'italiano si parla in casa, le manifestazioni della cultura rom con cui le due sorelle sono più in contatto. Se Ambra ama tutti i generi musicali, compresa la tecno e la house, le sue preferenze vanno alla musica rom.

La vita al campo di Coltano trascorre per le due sorelle in compagnia di familiari e amici con cui soprattutto Ambra, libera da impegni scolastici, trascorre la maggior parte delle sue giornate. Per questo motivo nei suoi progetti non sembra avere posto quello di trasferirsi altrove: "Tutto sommato qui mi trovo bene, ormai sono abituata e questa è la mia casa. Lasciarlo significherebbe separarmi dalle amiche. Credo che ne sentirei troppo la mancanza".

Se talvolta, ammettono, qualcuno ha tentato di farle sentire da meno, Mina e Ambra non hanno mai avuto particolari problemi a frenare parole offensive rivolte verso di loro. E in questo la solidarietà degli amici non è mai mancata. Ambra, soprattutto, sembra aver imparato presto che "esistono persone che non sono disposte ad accettarci e che, in quei casi, la scelta migliore può essere semplicemente non frequentarle".
Ma essere di etnia Rom e vivere in un campo comporta il doversi scontrare con luoghi comuni, pregiudizi e attacchi che, confessa Ambra, fanno soffrire. "Ciò che non tollero - spiega - è che sovente parlano senza averci mai incontrati, ci giudicano senza conoscere".

 
Di Fabrizio (del 21/05/2010 @ 09:57:21 in Italia, visitato 1757 volte)
Segnalazione di Marco Brazzoduro

XXIII Convegno Nazionale A.I.Z.O. rom e sinti

    Rom, sinti e gagè: culture in dialogo?

28-29 MAGGIO 2010

Fondazione “Opera Campana dei Caduti”, Largo Padre Eusebio Iori Colle di Miravalle

Rovereto (TN)

28 MAGGIO

Ore 9.00: Saluto delle autorità
Lia Beltrami Giovanazzi Assessore alla Convivenza Internazionale Solidarietà Integrazione provincia di Trento
On. Prof.ssa Letizia De Torre Deputato già Vice Ministro della Pubblica Istruzione
Sen. Alberto Robol Reggente Campana dei Caduti
Sindaco di Rovereto
Presentazione del Convegno: Jonko Jovanovic Vicepresidente Nazionale A.I.Z.O. rom e sinti
La via Europea all’inserimento Juan De Dios Ramirez Heredia Già Eurodeputato gitano, Presidente Romani Union (Spagna)
Aspetti identitari della cultura romanì: Jovan Damianovic
Bajram Haliti
Deputato rom, Repubblica Serba
Avvocato rom, Kossovo
Parlare romanè Marcel Courthiade Linguista rom, Francia

Cantare le radici

h 13:00

Santino Spinelli

Pranzo

Università di Chieti


Società e valori sinti


giovani sinti



Rom e sinti: tradizioni e progresso

Kasim Cizmic

Georghita Caldararu

Osmani Bajram

U.N.I.R.S.I.

Delegato nazionale rumeni A.I.Z.O.

Giornalista I.R.U.
Conservazione e cambiamento: il ruolo delle donne
Esma Halilovic
Prof.ssa Marcella delle Donne



Università “La Sapienza” di Roma

Emergenze educative: soluzioni possibili?

On. Prof.ssa Letizia De Torre

Prof.ssa Maria Luisa Manfredi Chiarini




Presidente A.I.Z.O. - Sezione Provinciale di Cremona
Esperienze di inclusione sociale Graziano Halilovic Romà Onlus - Italia
Rom, sinti e gagè: dialogo possibile? Pierluigi Casotto

Ettore Gialdi

Don Beppino Caldera
Assessore alle Politiche Sociali Casalmaggiore

Assessore alla Cultura Casalmaggiore

Migrantes di Trento
CARITAS



Dibattito

Interventi di :
      • Ass. Sinti del Trentino
      • Nevo Drom (Trento)
      • Ass. Rom del Kossovo


Ore 20.30

Cocktail Tzigano con i Vagane Sinti

29 MAGGIO

Ore 9.00

Quando un’identità significa morte: ricordo dello sterminio Nazista e della ex Jugoslavia

VIDEO-interviste
Interviste di Carla Osella

Gnugo de Bar

Branko Sulejmanovic

Presidente Nazionale A.I.Z.O. rom e sinti
Conclusioni del convegno
Ore 11.00 Inizio cerimonia innalzamento della bandiera romani Sen. Alberto Robol Reggente Campana dei Caduti
Dott. Francesco Squarcina
Commissario di governo
Delegazione ufficiale rom e sinti
Innalzamento della bandiera del popolo romanì

Inno internazionale rom “Gelem, Gelem” eseguito da Alexian Ta Le Chave

Inno nazionale Italiano

I cento rintocchi di Maria Dolens


Ore 13.30 Pranzo

      Ore 14.30 Premiazione

      Concorso di pittura per le scuole elementari e medie “Se fossi nato zingaro”

Ore 14.30 Chiusura dei lavori


Dal 24 maggio al 6 giugno verrà allestita la mostra fotografica

Rom e sinti, il popolo degli uomini (80 fotografie)

Per informazioni:

011.749.6016 011.740.171 cellulare 348.825.7600

 
Di Fabrizio (del 12/10/2010 @ 09:50:35 in Europa, visitato 1962 volte)

Ultimamente i martedì sono stati dedicati alla vicenda raccontata da "Negligenza mortale". Credo, senza modestia, di essere stato fra i primi a parlare in Italia di Paul Polansky. Ho ritrovato nel gruppo di discussione Arcobaleno a Foggia il primo articolo di Polansky che tradussi in italiano. Sono passati solo 6 anni. Una testimonianza di come si vive(va?) in Kosovo.

8 luglio 2004

Ieri sera stavo cenando quando alcune donne Romnia hanno iniziato ad urlare che un bambino di 10 anni si era seriamente ferito giocando a calcio. Sono uscito, in tempo per incrociare un signore che a braccia trasportava un bambino in stato di incoscienza. Il bambino vestiva calzoncini, T-shirt ed era senza scarpe. Il braccio era rotto in due punti, trattenuti a malapena da qualche lembo di pelle.

C'è una piccola clinica serba a solo 4 chilometri, ma i genitori hanno voluto che li accompagnassi a un altro ospedale più grande, a 10 Km., nella speranza che fosse attrezzato per curare la frattura.

Alle 19.30 siamo arrivati in quello che è chiamato l'ospedale Greco di Grachanica. Tre anni fa, era stato costruito da Medicine du Monde di Grecia, per donarlo alla comunità serba. Mentre parcheggiavo il furgone, Dija, la nostra interprete, era già balzata a terra col bimbo in braccio, che nel frattempo era rinvenuto e stava piangendo.

Ho aspettato 45 minuti nel parcheggio e alla fine Dija è tornata, sempre con il bambino il cui braccio era nelle condizioni di prima, tenuto assieme da una steccatura di fortuna. Pochi passi dietro ai due, camminava la madre piangendo lentamente nelle pieghe del suo velo.

Dija era furiosa: accusava i medici di averli presi in giro. Appena arrivata nella sala per le emergenze, aveva spiegato di cosa si trattasse, mentre il medico di servizio sarcasticamente le chiedeva se fosse lei il dottore. Dija aveva rimarcato le condizioni del braccio, ma il medico, soccorso da un nuovo collega, aveva disposto che prima era necessario fare una radiografia, e il radiografo era a casa.

Due ambulanze erano nel piazzale, ma entrambe i conducenti erano impegnati altrove, così quello che sembrava il primario dell'ospedale di Grachanica ha detto a Dija che avrebbe dovuto andare lei a recuperare il dottore, che vive a parecchi chilometri di distanza. Disse che avevano provato a telefonargli, ma nessuno rispondeva al suo cellulare. Una volta rintracciato il radiografo, ci saremmo dovuti recare ad un'altra clinica, perché la loro era sfornita del gesso per immobilizzare il braccio. A questo punto, riaccompagnato il radiografo a casa, avremmo dovuto riportare il bambino a Grachanica per le cure del caso.

Nessuno aveva l'indirizzo del dottore che avremmo dovuto rintracciare, sapevamo solo che viveva nei pressi di Kisnica. Abbiamo incrociato diversi pedoni per avere informazioni e 20 minuti dopo abbiamo raggiunto casa sua. Ormai era buio. Nel cortile di fronte a casa una donna, presumibilmente sua moglie, stava spazzando e vistasi arrivare incontro un gruppo di zingari con un ragazzo ferito in gravi condizioni, ci ha richiuso il cancello in faccia dicendo che non aveva idea di dove fosse suo marito, né di quando sarebbe tornato.

Di solito, ho una soluzione per ogni cosa. Dopo 5 anni di Kosovo, conosco l'ambiente in cui devo lavorare. Ma questa volta non mi veniva in mente niente da fare. Il bambino era ripiombato nel coma. I genitori piangevano silenziosamente. Dija a questo punto è letteralmente esplosa: accusando tutti i Serbi, soprattutto i dottori. "Se questo bambino fosse un Serbo, sono sicura che qualsiasi dottore avrebbe potuto aiutarlo".

Tornando all'ospedale, abbiamo intravisto un jeep svedese della KFOR, davanti a un monastero ortodosso. Grachanica in questi periodi è ancora sotto presidio armato. Ho parlato con i soldati, giovani e gentili, spiegando la situazione. Sapevo che la base KFOR ha due ospedali: uno gestito dagli inglesi vicino a Pristina sulla strada di Kosovo Polje e quello dei finlandesi a Lipjan. Entrambi a 15 minuti di strada ma, purtroppo, non aperti al pubblico.

I soldati hanno chiamato il comando col telefono da campo. Nel frattempo, bisbigliavo nelle loro orecchie come i miei antenati fossero arrivati in America dalla Svezia nel 1880, da un piccolo villaggio di pescatori della costa meridionale. Pensavo che questa storia potesse esserci d'aiuto, e invece dopo un lungo colloquio telefonico, ci venne detto che questo povero zingaro dal braccio rotto poteva essere ricoverato solo all'ospedale albanese di Pristina... Tutti i Rom intendono l'ospedale albanese come una sentenza di morte. La storia a cui si sommano le leggende, parlano di Zingari e Serbi morti tra le mani dei dottori albanesi. Ho chiesto ai soldati da quanto erano in Kossovo. Un mese, mi hanno risposto.

Ho guidato nuovamente verso l'ospedale. Stavolta, ho accompagnato io il padre con suo figlio fuori conoscenza, mentre Dija e la madre rimanevano a discutere su quanto fosse inutile la KFOR in Kosovo. Comunque anni fa erano presenti, quando gli Albanesi bruciarono la loro casa assieme a tutto il villaggio. E c'erano anche quando gli Albanesi distrussero 39 chiese serbe e oltre 7000 case di Serbi e Rom. La KFOR rispondeva che il suo compito non era di proteggere le persone, ma di evacuarle.

Di nuovo al Pronto Soccorso, raccontammo quanto c'era successo, ma non trovammo simpatia tra i medici in servizio. Non avevano niente da offrirci, solo di aspettare il giorno dopo. Oppure, ci rimaneva di guidare sino a MItrovica, un viaggio di oltre un'ora. Rifiutarono di accogliere il bambino, ormai incosciente, tra i loro degenti. D'altronde, era solo uno zingaro. Non lo dissero, non potevano ammetterlo. Ma il linguaggio dei loro corpi e degli occhi era molto eloquente.

Siamo tornati al villaggio, perché i genitori prendessero il loro Visto, anch'io ho recuperato il mio visto e la patente. Ne ho approfittato anche per un caffè forte; ormai erano le 22.00 e a quell'ora vado a dormire.

Una folla di Rom musulmani ha circondato il furgone per pregare. Una giovane nipote, in preda all'isteria, non voleva lasciare il portello ed è stata allontanata a forza. Tutti avevamo paura degli agguati notturni. Dopo cinque anni di occupazione NATO, chi ha la pelle scura o può essere confuso con uno zingaro non ha libertà di movimento. Per arrivare a Mitrovica, bisogna attraversare il territorio controllato dagli Albanesi. Molti suggerivano di attendere mattina, ma c'era il rischio che il ragazzo non sopravvivesse.

Non avevo paura della strada per Mitrovica. L'ho fatta per cinque anni, anche due volte la settimana accompagnando i Rom all'ospedale. Al collo porto il tesserino KFOR, che gli Albanesi rispettano ancora.

Partimmo infine alle 22.30. Metà villaggio ci accompagnò sino all'imbocco dell'autostrada. Le donne urlavano e piangevano, gli uomini in silenzio trattenevano le lacrime.

I viaggio fu movimentato. Appena lasciata Mitrovica Sud fummo fermati da una pattuglia della polizia kosovara albanese. La prima loro parola fu "Rom"; io risposi "KFOR" mostrando loro chiaramente il mio tesserino di riconoscimento. Guardarono chi c'era nel pullmino ancora una volta, mi batterono la mano sul ginocchi e in inglese mi dissero "Puoi andare, KFOR"

Un chilometro avanti iniziava una lunga fila di veicoli, diretti a Mitrovica NOrd, i territorio serbo. Era un altro controllo patente da parte degli Albanesi, che durante i controlli ne approfittavano per lanciare pietre alle vetture o picchiare gli occupanti che non fossero in regola.

Fummo all'ospedale di Mitrovica Nord poco prima di mezzanotte. Il parcheggio era vuoto, ma le luci dell'ospedale erano ancora accese. All'ingresso un'infermiera fumava una sigaretta. Mentre io rimanevo di guardia al furgone, Dija e famiglia accompagnarono il bambino, che nel frattempo aveva ripreso conoscenza, sulle scale dell'ospedale.

Dija ritornò poco dopo, raccontandomi quanto fosse stato gentile e cortese tutto lo staff dell'ospedale. L'avevano accompagnato per la radiografia. Tutti si erano preoccupati per lui e non era mai stato lasciato solo.

La radiografia confermava che l'osso s'era rotto in due punti. Il dottore curante aveva richiesto che il ragazzo passasse la notte in ospedale, gli aveva fatto anche delle iniezioni di calmante. Ma il ragazzo voleva tornare a casa, nonostante si sentisse in un ambiente amico. Aveva bisogno della sicurezza del villaggio.

Col braccio finalmente ingessato, salì sul nostro furgone con le sue gambe e riprendemmo la strada. Trovammo anche un "kebab-bar" dove ci rifocillammo. Il ragazzo aveva ritrovato l'appetito.

Alle due eravamo a casa. Quanto ho raccontato è ciò che si chiana vivere in un villaggio Rom amministrato dall'ONU

Paul Polansky

Head of Mission
Kosovo Roma Refugee Foundation

 
Di Fabrizio (del 24/05/2010 @ 09:46:48 in musica e parole, visitato 1510 volte)

La Federazione romanì tra tanto altro si è posta l'obiettivo di promuovere una politica per la cultura romanì e di riconoscere e valorizzare le professionalità romanì con la finalità di diffondere la conoscenza della cultura e della lingua romanès o romanì chib.

Dal mese di settembre 2010 prenderà il via il primo corso di lingua romanès standard, oggi la Federazione romanì comunica l'avvio di un progetto editoriale “O romanò gi” (l'anima romanì), saggi di letteratura romanì, anche strumento pedagogico del corso di lingua.

Un’opera che vuole essere anche un’antologia letteraria e un valido strumento educativo e divulgativo.

Tanti hanno letto, commentato ed analizzato le opere di autori Rom, Sinti, Kale, Manouches e Romanichals viventi e non, e da questo lavoro di studio ed analisi sono nati dei saggi critici riguardanti la letteratura romaní. 

Si tratta di un analisi sui testi in lingua romanì nei diversi dialetti in cui si ramifica la romanì chib, la lingua romanì o romanès, la lingua di tutte le comunità appartenenti alla popolazione romanì, una popolazione indo-ariana che treae origine dalle regioni a Nord-Ovest dell’India (Punjab, Rajasthan, Valle del Sindh, Pakisthan).

Il progetto editoriale “O romanò  gi” porta all'attenzione del lettore i commenti, le analisi, le critiche delle opere di autori rom, sinti, kalè, manouches, romanichels viventi e non.

Un progetto editoriale ambizioso, originale ed innovativo per la diffusione della conoscenza della cultura e la lingua romanì. 

Un progetto editoriale dal costo sostenibile per la sua realizzazione, avendo già  raccolto e sistemato il materiale, e che vogliamo realizzare con il sostegno volontario di tutti coloro che credono nell'interculturalità.

I sostenitori di questo progetto editoriale saranno mensionati nell'operra, che riceveranno in omaggio. Contributi a sostegno di questa iniziativa possono essere inviati al codice IBAN: IT 20 O 05387 03204 000001892874 intestato a Federazione romanì, causale: Progetto editoriale. Per informazioni inviare email a: federazioneromani@libero.it

La letteratura romanì

 

 
La letteratura romaní, in modo particolare la poesia, è piena di singolari bellezze primitive, di delicato calore umano, di rara fantasia selvaggia che non si può misurare in nessun altro metro se non nella lingua romaní stessa.

 

La letteratura romaní è lo specchio fedelissimo del sentimento di un popolo oppresso nell'anima la cui voce si eleva al cielo per chiedere giustizia.

 

 
Le diverse varianti della stessa lingua rappresentano la ricchezza culturale di un popolo che ha saputo conservare, nel tempo e nello spazio, i suoi tratti essenziali traendo linfa dall’ambiente circostanze e dagli scambi artistici, culturali e linguistici con i popoli che via via ha incontrato lungo il viaggio dalle regioni indiane fino all’Occidente passando per la Persia, l’Armenia e l’Impero Bizantino e attraverso le disumane deportazioni con i popoli delle Americhe e dell’ Australia.

 

 
Questi saggi permettono di penetrare “O Romano Gi”, l’anima dei Rom, Sinti, Kale, Manouches e Romanichals, i cinque grandi gruppi che con le loro infinite comunità costituiscono di fatto la nazione romanì senza Stato e senza territorio dove i confini sono rappresentati proprio dall’estensione sui cinque Continenti della lingua romanì.

 

 
 La letteratura romaní nasce in Serbia grazie a Gina Ranij©i© (nata verso il 1830), le cui poesie furono raccolte nel libro Canti Zingari pubblicato in Svezia nel 1864. È una voce isolata.

 

Nell’Unione Sovietica nel 1925, nasce invece un vero e proprio movimento letterario romanò: si iniziò la pubblicazione del periodico Nevo Drom (nuovo cammino) in lingua romaní da parte di un gruppo di Rom russi che si erano riuniti in una associazione. Sempre in Unione Sovietica nel 1931 fu fondato a Mosca il celebre teatro Romen, tutt’ora esistente, grazie a Anatole Vasilievi© Luna©arskij, inaugurato con un’opera di Alexandr Vie©eslavovi© Germano (1893-1956), il precursore della letteratura romaní in Russia.

 

Bronislawa Wajs detta “Papùshka” è una figura mitica nel moderno panorama letterario romanó.

 

 
Nacque in Polonia nel 1910 in una famiglia girovaga.

 

Papùshka rappresenta per la letteratura romaní quello che il grande Django (Jean Baptiste Reinhardt) rappresenta per la musica: un’artista autodidatta straordinariamente geniale, capace di lasciare agli uomini un’enorme ricchezza umana e culturale, prima che artistica.

 

 
Papùshka fu una grande risorsa di forza e di speranza per i Rom durante la II° guerra Mondiale. Profondamente toccante è la poesia “Lacrime di Sangue” composta per le vittime del folle genocidio romanó ad opera dei nazi-fascisti.

 

Le sue opere, racchiuse in una trentina di collezioni, furono raccolte e pubblicate per la prima volta nel 1956 col titolo Canto di Papùshka dallo scrittore polacco Jerzy Ficowski in versione bilingue Romaní-Polacco.

 

 
 La sua produzione artistica è essenzialmente legata alla sua esistenza e al legame con la natura, alla sua romanipé.

 

Il suo pensiero fu originariamente interpolato e manipolato da Ficowski tanto che fu isolata dalla sua comunità. Delusa e amareggiata, Papùshka brucishk parte dei suoi componimenti letterari.

 

Visse gli ultimi anni di vita malata e sola, morì nel febbraio del 1987. Dalla sua storia personale lo scrittore Colum McCann ha tratto ispirazione per il romanzo Zoli edito in Italia dalla Rizzoli nel 2007.

 

John Bunyan (1618-1688) è autore del famoso The Pilgrim's Progress, un classico della letteratura inglese ed era un Romanichal.

 

 
 La grande produzione letteraria romaní trova il suo pieno sviluppo soprattutto nella seconda metà del novecento e, in particolar modo, negli ultimi trent’anni grazie alla produzione letteraria di autori con una statura artistica internazionale come: Slobodan Berberski (1919-1989) autore di una decina di raccolte, Rajko Diuri© (di origine serba, oggi vive in Germania), Joseph Daroczy detto “Choli” (Ungheria), Nagy Gustav (Ungheria), Bari Karoly (Ungheria), Leksa Manushk, al secolo Alexandr Belugin (Russia, 1942-1997), Matéo Maximoff (Francia, 1917-1999), Veijo Baltzar (Finlandia), Alija Krasnici (Kossovo), Jorge F. Bernal detto “Lòlo” (Argentina), Jimmie Storey (Australia), Lumini†a Mihai Cioabæ (Romania), Margarita Reisnerovà (originaria della Repubblica Ceca, oggi vive in Belgio), Rostas-Farkas György (Ungheria).

 

In Italia ricordiamo Santino Spinelli, Olimpio Cari, Nada Braidich, Paola Schöps, Bruno Morelli, Spatzo Vittorio Mayer Pasquali, Giulia Di Rocco, Demir Mustafa e lo scomparso Rasim Sejdi© di origine serba (1943-1981), ecc.

 

 
L’uso scritto della lingua romaní, tramandato per dieci secoli e fino a pochi decenni fa solo oralmente, è un dato importante: la forte e sicura presa di coscienza porta gli scrittori Rom, Sinti, Manouches, Romanichals e Kalé a cercare il posto che gli compete nelle moderne società rifiutando lo storico e riduttivo ruolo di “liberi emarginati”, quale riflesso delle politiche di annientamento della cultura romaní.

 

 
Sono loro i pionieri eroici della possibilità di esistere senza dover essere né assimilati, né emarginati, ma soggetti attivi e liberi di esprimere le proprie specificità culturali in seno alle società  ospitanti.

 

Lo scrittore romanó si affaccia sulla pagina a specchiarsi ed è proprio il netto contrasto fra le immagini negative stereotipate esterne e la propria interiorità che provoca incertezza e sbalordimento, ma al tempo stesso determina una maggiore presa di coscienza della propria identità.

 

E l’ostinata ricerca d’identità è al tempo stesso ricerca di una mitologia romaní. 

 

 
 Allo specchio della pagina gli stessi letterati chiedono di più di un fedele riflesso.

 

Su di essa si affacciano desideri inespressi, preghiere, incantesimi, volontà di partecipazione che trovano realizzazione nella parola.

 

Ogni pagina, ogni poesia è un diario, una trascrizione di vita, un’epitome di esperienze vissute.

 

Pur nelle loro differenze stilistiche e contenutistiche nella letteratura romanì  si possono rimarcare delle caratteristiche costanti come:

 

  1. l’immediatezza, dovuta alla necessità di stabilire un punto di contatto con gli altri per comunicare;
  2. l’essenzialità del linguaggio, per essere sicuri di non essere fraintesi e per eliminare la frustrazione di non essere capiti;
  3. la spontaneità, per sottolineare le proprie buone intenzioni;
  4. la semplicità, in cui si riflette la desolazione della realtà circostante e il proprio sereno distacco;
  5. l’uso di ritmi e musicalità, dovuti all’esigenza di rilevare un’emozione direttamente.
 Le opere romanès paiono dar luogo ad una lunga ed ordinaria conversazione per rompere il mortale silenzio, per scacciare la solitudine causata dalla mancanza di comunicazione.

 

 
 Sono prodotti artistici vivi, genuini, spontanei con una profonda considerazione dei valori umani, soprattutto l’amore per la vita è grande nonostante le sofferenze e le incomprensioni.

 

 
 I temi sono quelli che riguardano l’uomo universalmente, come ad indicare che esiste un solo essere, quello umano, seppur con tante diverse culture.

 

Sono temi che vanno dal dolore del vivere all’amore, alla famiglia, dalla relazione con il Gagio (non Rom), alla condizione femminile, dall’emarginazione alla festa religiosa passando attraverso una ricca simbologia, come l’albero, il bosco, l’uccello, la pioggia, le stelle. L’albero è simbolo della vita, di fertilità. Il ©iriklò (l’uccello) è l’anima del poeta, la gioventù, il viaggio, la libertà. Il bosco rappresenta la sicurezza, la famiglia, la creatività.

 

 
La pioggia è simbolo di pensieri e di emozioni nascosti.

 

Le stelle rappresentano il subconscio, ma anche un barlume di luce in un mondo ottuso e oscuro.

 

La ricchezza della cultura romaní consiste proprio nella multipla capacità  di espressione e nelle varianti linguistiche maturate in differenti regioni del mondo che esprimono la medesima comune sensibilità in sfumature prismatiche.

 

 
La letteratura romaní, in modo particolare la poesia, è piena di singolari bellezze primitive, di delicato calore umano, di rara fantasia selvaggia che non si pushk misurare in nessun altro metro se non nella lingua romaní stessa.

 

L'anelito supremo ad armonizzarsi e ad identificarsi con la natura libera il poeta da qualsiasi asservilismo materialistico riportando così l'animo umano al candore primitivo.

 

 
Ogni membro appartenente alla comunità romaní è figlio del dolore e dell’incomprensione, ogni poeta è cantore della sofferenza, ogni canto è un intenso lamento però mai disgiunto dalla speranza.

 

Forte è  nel popolo romanó il senso del riscatto e della ribellione, dell'amore e della pace, della fratellanza e della libertà.

 

Neanche la morte è vista con orrore, ma piuttosto come un mezzo per esorcizzare gli eventi della vita.

 

La letteratura romaní è lo specchio fedelissimo del sentimento di un popolo oppresso nell'anima la cui voce si eleva al cielo per chiedere giustizia.

 

 
Federazione romani – il presidente Nazzareno Guarnieri

Federazione romanì
sede legale: Via Altavilla Irpina n. 34 – 00177 ROMA
codice fiscale 97322590585 - tel. E fax 0664829795
email: federazioneromani@libero.it
Web: http://federazioneromani.wordpress.com
Presidenza 3277393570 - Coordinamento 3331486005 - Segreteria 3483915709

 
Di Fabrizio (del 21/12/2005 @ 09:41:05 in casa, visitato 1806 volte)
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Lasciando Plemetina

Ukë e Sabile Krasniqi, una coppia rom, entra nel nuovo appartamento di Malisheva, Kosovo, per la prima volta dopo sei anni passati in un campo per rifugiati interni. © UNHCR/S.Halili
MALISHEVO, Kosovo, 13 dicembre (UNHCR) – Ukë e Sabile Krasniqi hanno atteso sei lunghi anni l'arrivo di questo giorno. Questa coppia di Rom di mezza età hanno finalmente realizzato il loro sogno di una casa propria, dove riunire la loro famiglia di otto figli.

Il mese scorso hanno lasciato Plemetina, un campo organizzato nel 1999 per ovviare alla sistemazione d'emergenza di circa 1.300 dispersi delle minoranze del Kosovo, inclusi Serbi, Rom, Askali, "Egizi" ed altri.

La coppia ha camminato verso il blocco di appartamenti appena costruito a Malishevo (Malisheva in albanese) che sarebbe diventato la loro nuova casa, osservando con attenzione l'edificio e i dintorni. Lungo il percorso, hanno salutato i precedenti vicini, amici e conoscenti, molti dei quali non vedevano da tempo. Ricevute le chiavi dal presidente dell'assemblea cittadina, hanno varcato l'ingresso di un appartamento al primo piano con due camere da letto, cucina, bagno e un balcone.

L'intero appartamento misura solo 60 mq. Non molto per una così grande famiglia, che include l'anziana madre di Ukë. I Krasniqi, d'altra parte, non si lamentano. Quando gli è stato chiesto come si sentiva a ritornare nella sua città, Ukë ha potuto dire solo: "Adesso sono felice".

Sua moglie Sabile è stata più espansiva: "I miei figli cresceranno come gli altri, in condizioni normali. Qui continueranno ad andare a scuola, avranno un posto dove imparare," chiaramente eccitata.

A seguito delle restrizioni imposte dalle autorità serbe nel 1999, più di 900.000 persone di etnia albanese lasciarono forzatamente il Kossovo, per tornare qualche mese più tardi, con l'intervento della NATO. Iniziò immediatamente un esodo che coinvolse 200.000 persone delle minoranze serbe, rom, askali ed altri, che continuò per diversi mesi. Di loro, circa 14.000 hanno fatto ritorno alle loro case, e ci sono ancora più di 20.000 dispersi interni (IDP) in Kosovo. Sei anni dopo essere stato posto sotto amministrazione ONU, il mese scorso sono iniziati i colloqui sul futuro della regione, sotto la presidenza dell'ex presidente finlandese Martti Ahtisaari.

Fiduciosi nei futuri sviluppi le autorità kossovare - assistite tra gli altri dall'UNHCR - hanno iniziato i primi passi per trovare una soluzione abitativa per i restanti residenti del Campo Plemetina. Attualmente sono in costruzione quattro progetti abitativi, finanziati dall'Agenzia Europea per la Ricostruzione e dal Governo Greco.

I Krasniqi sono la prima famiglia del Campo Plemetina a beneficiare del progetto governativo di case sociali. Gli appartamenti sono destinati agli IDP che hanno perso la loro casa e vogliono tornare nelle loro aree di origine. Assieme ricevono buoni cibo per tre mesi, forniture per la casa, legna da ardere e altre facilitazioni dalla UNHCR. Quanti avevano proprietà loro sono aiutati a ripararle o ricostruirle.

Ardian Gjini, Ministro per lo Sviluppo e la Pianificazione, ha rimarcato durante l'inaugurazione degli appartamenti a Malishevo: "I beneficiari del progetto di case sociali sono persone in stato di bisogno, e mi congratulo con le autorità locali per l'iniziativa."

Anche se il problema della sicurezza e della libertà di movimento per i Rom sta migliorando, esistono ancora aree del Kossovo dove i Rom e le altre minoranze non sono benvenute. La famiglia di Ukë, assieme ad altre del villaggio di Bajë, vivranno assieme a famiglie albanesi nello stesso stabile, ma la protezione di tutte le minoranze rimane una grande preoccupazione in tutto il Kossovo.

Ci sono altre difficoltà di fronte ai popoli del Kosovo - una delle più serie sono le limitate opportunità d'impiego. Prima della guerra, Ukë lavorava come fabbro a Malishevo e coltivava viti, ma non aveva più nessun lavoro quando era nel Campo Plemetina. Lui e sua madre ricevevano un sussidio minimo ogni mese, insufficiente a coprire le spese familiari, e dipendevano totalmente dall'assistenza UNHCR - tramite le Società Madre Teresa - in forma di farina, fagioli, stufa e stoviglie durante l'inverno.

Con la partenza delle famiglie come i Krasniqi, si avvicina il giorno della chiusura del Campo Plemetina. Grazie al progredire del progetto di alloggi sociali, e al supporto e alla collaborazione dei donatori, anche i rimanenti residenti nel campo intendono stabilirsi nei nuovi alloggi - come Ukë e la sua famiglia - con una nuova stima di sé e il piacere che deriva dall'avere uno spazio proprio.

By Myrna Brewer Flood and Shpend Halili
In Malishevo, Kosovo

 
Di Fabrizio (del 20/12/2009 @ 09:40:34 in media, visitato 1949 volte)

Segnalazione di Eugenio Viceconte

Radio Popolare Roma - Interferenze Rom
Durata: 41:51 minutes (19.16 MB)
Formato: MP3 Mono 44kHz 64Kbps (CBR)

Per la prima volta nel nostro paese una istituzione riconosce il Porraimos, l'olocausto dei rom e sinti durante la seconda guerra mondiale. Alla Camera dei Deputati, nella sala del mappamondo, rom, sinti, gagè e parlamentari hanno ricordato questa terribile pagina della storia.

Oltre ad ascoltare le impressioni dei partecipanti in questa puntata andiamo nei Balcani: le presidenziali in Romania e le amministrative in Kossovo.

Ascolta la puntata del 17 dicembre 2009.

 
Di Fabrizio (del 25/04/2012 @ 09:39:02 in Europa, visitato 1568 volte)

Venerdì 27 aprile a Vicenza, ultima tappa del tour italiano di Paul Polansky. Ad inizio settimana è uscito questo servizio di MilanoInMovimento

Antropologo, poeta e scrittore, già intermediario in Kossovo per le Nazioni Unite, Paul Polansky è noto per il suo impegno nella difesa dei diritti umani del popolo Rom.

A vent'anni circa scappa dagli Stati Uniti, dove è nato, per evitare il reclutamento nella guerra del Vietnam. Approda così in Europa, dove avrà i primi contatti con la cultura Rom.

Ha vissuto per anni nei campi, raccogliendo storie, narrazioni orali, disegni e musiche della cultura Rom. «Questo popolo è custode di tradizioni antiche 5 mila anni, che sono alla base della nostra cultura. Eppure noi riusciamo a chiamare i Rom "ignoranti" e "incivili". Loro, a cui invece dovremmo essere estremamente grati».
MilanoInMovimento, con la collaborazione di Mahalla, vi regala un viaggio nella cultura Rom attraverso lo sguardo di Paul Polansky. Senza risparmiare critiche alla comunità internazionale nella gestione del cosiddetto "gipsy problem".

"I heard Italians
Used to be called
Parasites, thieves,
Mafia, uneducated
With no culture
When they escaped
From Italy to NY
A hundred years ago.

Why can't Italians see
The Balkan Roma today
Are off the same boat?"
P.P.

 
Di Fabrizio (del 19/02/2011 @ 09:23:58 in lavoro, visitato 1530 volte)

NoiDonne.org - Nadia Angelucci

Durante la guerra della ex Iugoslavia, negli anni ’90, un gruppo di donne romane si impegna nel sostegno ai bambini bosniaci e alle loro madri, sfollati nei campi profughi della Slovenia: un impegno che oltre al contributo economico creò dei legami di affetto e di amicizia molto forti. Con la fine della guerra i profughi rientrarono nei loro paesi ma l'impegno nel cercare la relazione di quel gruppo di donne non si è fermato. Nasce così, nel 1998, 'Insieme Zajedno', un'associazione dedicata all’infanzia e alle donne più deboli per offrire un aiuto concreto, dignità, giustizia sociale e diritti umani. L’esperienza di Insieme Zajedno, iniziata in Bosnia Erzegovina, e poi consolidata attraverso progetti in Macedonia, in Kossovo, in Moldavia, in Iraq, dal 2006 si è trasferita a Roma dove, nel cuore di San Lorenzo è nato il 'Laboratorio Manufatti delle Donne Rom', progetto di microcredito per l’auto-impiego di donne rom attraverso la realizzazione di accessori originali per l’abbigliamento e la casa. Un luogo che offre ad un gruppo di rom bosniache la possibilità di lavorare ma non solo. In uno spazio che colpisce per il suo tocco tipicamente femminile, ogni mattina Cristina, Renata, Francesca e Dzanuma, tirano su la serranda e si dedicano al cucito, antica arte che ci riporta all'intreccio di legami, al mettere insieme, alla creazione.

Nei locali, arredati a misura di donna, si lavora, si mangia, si studia, si crescono i bambini - i due figli di Dzanuma - ci si scambia l'esperienza e si fanno progetti. Il luogo, nato come posto di formazione, è presto diventato qualcos'altro: spazio di aggregazione interculturale dove il lavoro insieme ai formatori ha dato la possibilità di affrontare e condividere le problematiche lavorative, di decidere insieme le strategie economiche, stimolando la socialità e l’integrazione in modo naturale e rendendo più facile anche l’apprendimento della lingua italiana. Il 'Laboratorio Manufatti Donne Rom' si prefigge di diventare un luogo dove 'dal basso' si annulli la discriminazione socio-lavorativa legata al popolo Rom, alle donne Rom in particolare: Renata ha preso la patente e adesso ha una piccola automobile che la rende indipendente, le ragazze stanno cercando una casa, hanno ripreso a studiare, non hanno più come orizzonte unico un marito e i figli e la vita nel campo, Dzanuma ha un lavoro con un contratto a tempo indeterminato.

"Č stata dura - racconta Cristina Rosselli Del Turco che dell’associazione 'Insieme Zajedno' è colei che vive ogni giorno gomito a gomito con le donne rom - ma i risultati che abbiamo ottenuto sono una grande soddisfazione. Il nostro è un lavoro fatto nella quotidianità e nella condivisione di vita e proprio in questo, credo, risieda il nostro successo. Crediamo nella relazione e negli affetti. Č un progetto piccolo che però ha cambiato radicalmente la vita delle persone coinvolte e questo era quello che a noi interessava". E il successo dell'iniziativa si legge anche nei progetti portati avanti dal gruppo: le stesse donne rom sono diventate formatrici e stanno insegnando il mestiere ad un gruppo di donne somale rifugiate. La sfida per il futuro è l'indipendenza; la creazione di una propria impresa e il confronto con il mercato del lavoro.

Il Laboratorio si trova a Roma in via dei Bruzi n. 11/c, è aperto dal lunedì al sabato dalle ore 9:00 alle 14:00 - tel. 3471580818

Per contatti: crirosse@tin.it
info@manufattidonnerom.it - www.manufattidonnerom.org 
info@insiemezajedno.org - www.insiemezajedno.org 

 
Di Fabrizio (del 18/06/2009 @ 09:23:26 in conflitti, visitato 1448 volte)

Segnalazione di Ivana K Roman

da: U.R.Y.D. diaspora_rroms@yahoo.fr (5 giugno 2004) tradotto in Arcobaleno a Foggia

ASCOLTA IL FIUME IBAR

Ogni singola poesia, ogni parola, ogni pensiero espresso in questo libro - il primo di Neziri Nedžmedin - descrive la paura, la sofferenza e la nostalgia della casa della sua famiglia, quella della Rromani mahàla [area tipica Rromani nelle città balcaniche] nella "Kosovaqi Mitrovica" e per le case costruite secoli fa lungo le rive del fiume Ibar. Sono poesie legate a un dramma umano ben conosciuto. Una tragedia là accaduta, e come in ogni tragedia vissuta dai Rrom, impiglia di sofferenza e paura le tettoie rotte, gli anziani, tutte le case che hanno testimoniato la nascita e la crescita dei numerosi bambini, ma anche i vicoli polverosi dove scuri e sporchi correvano i Rrom a piedi nudi, ridendo e tenendo in mano una fetta di pane nero. La paura portata dei "dannati", che hanno incendiato il Kossovo e espulso tutti i diversi, anche quelli che non avrebbero fatto male a una mosca. Non è frutto della fantasia, è storia vera, di una sofferenza che solo i Rrom e chi abitava vicino a loro può comprendere. Nel nostro secolo. Dando il mio supporto a questo libro, mi aggiungo alla sua preghiera. E' stato scritto nel momento giusto, nel modo giusto. Per piangere la nostra tragedia. Sperando che non debba ripetersi ancora!
Alija Krasnići, scrittore Rromani

NON DIMENTICARE

1.

Proprio lungo l'Ibar
Scorreva la sua vita
La Rromani mahàla
Nella stretta via della Fabbrica
E qui erano germogliate le case
Come funghi dopo la pioggia
Offrivano un nido tiepido
Ognuno dipinto con caldi colori
A me, a te, a tutti
Lucidati vivamente
E con la forza della grazia
Assieme ai canti degli uccelli
Il sole
Coi suoi raggi d'argento
Fa brillare quei bambini scuri
E tutti i bambini echi della musica Rromanì
Che da da secoli
Presero l'anima e
Alleggerirono i cuori di quanti
Crebbero, invecchiarono e
Morirono lì.



2.

Arrivò infine il 1999
Anno scuro di miserie
Vide nascere le carovane
di Rrom colpiti dalla disgrazia
Guardate i piedi nudi dei bambini
Piangono e cercano
Chi amano
Dove ritroveranno una casa?
Dio mio, anche nel nido
L'uccello ha cessato di cantare
E gli strumenti han perso la loro voce
nei vicoli di Mitrovica
Non ci sono più giovani che sono per mano
Un acre odore di bruciato
Tutto è vuoto e cenere
Ogni casa, ogni incrocio
Nerofumo anche il cuore e l'anima
Persino la notte è piena di paura
Le case bruciarono a lungo
Dentro, solo cenere e carbone

3.

No, la tua foto non è più qui
Neanche la mia, o quella dei tuoi figli
Né i tuoi genitori
O la mia mentre camminavo per strada
nemmeno i miei amici del reggimento
Anche il cane ha smesso di abbaiare
Anche lui distrutto dalla mano del diavolo
Quindi, Rrom,
Apri i tuoi occhi:
Non potrai mai dimenticare
L'acqua fresca che ti scorreva accanto
O i fiori di Djurdjevdan
Neanche i fuochi
Con cui ci scaldavamo
E le tombe
E le nostre ombre
O la dolcezza del fiume Ibar
O Dio
Questo hanno fatto
Hanno separato il bambino da sua madre
E hanno gettato l'anziano nel fuoco

4.

Una madre indifesa è stata picchiata con odio
L'hai visto anche tu, mio Dio
Ci hanno gettato a terra come un vecchio straccio
E calpestato la nostra antica fratellanza
Bruciato tutto quel che ricordava
La tua presenza e la mia
Osservo da lontano
Non riconoscendo più
Brucia il mio cuore e piange
Come se fossimo divorati
Da ombre assetate di sangue umano
Ci hanno sottratto le ossa
E affamati fiutano i nostri passi
Non mi rimane una goccia di sangue Rom
Sole,
Perché i tuoi raggi
Non mi scaldano più
Cosa importa se l'oscurità è diventata la nostra casa
Cosa importa se il nostro cuore è avvolto nel dolore
Ritorna ancora l'andare dei Rrom

5.

Che la maledizione arrivi
Sul gradino della tua casa
e rafforzi i Rom
Che riprendono la strada del vento
O Vento, da quando mi sono fermato vicino all'Ibar
Il fiume che tu preferivi e carezzavi
Ho visto così tante immagini colme di dolore
In 500 anni
I miei antenati non ricordano
Qualcosa di simile
Voi, Dio, Sole e tu Vento
Terra dei miei nonni
Confidenti delle nostre estati
Persino le tombe
Non sono state risparmiate
La paura dei Rrom non può rimanere silenziosa
Se nessuno sa riconoscerla
Una fredda oscurità ha davanti agl occhi
Gli anni possano bruciare
Le pietre piangano le pietre
E le madri la tomba delle loro madri

6.

Cosa importa dove mi porterà l'esilio
Ho lasciato le ossa di mia nonna
Là, sulle sponde dell'Ibar
Come calmerò il pianto
Del bambino nella culla
Cosa racconterò all'anziano
Di quel che sta succedendo qui
E dove - ma cosa importa dove,
potranno tornare le ombre delle tombe
mentre i miei pensieri si confondono
Come la luce della lampada
Nella piccola casa che aveva mio nonno
In questa notte sorda
Anche la mia canzone Rromani
E' stata strangolata
Tutta la casa sta piangendo
Chi è scomparso
Cresce piano una nuova sofferenza
E sbuca la paura dal nido
La paura di una canzone che non potè nascere

7.

Dovunque vada
Avrò perso la strada di casa mia
Il giorno diviene notte
Una notte lunga, sempre più lunga...
Lunga come la morte
Non ci sono più
I raggi argentati del sole per i Rrom
Non ci scalderanno più
Buio, abbandono
Povera gente
Senza più danze
Là, accanto al fiume Ibar
Quando il diavolo
Ha mostrato
La realtà dietro il sogno
Tutte le pietre
Rimosse dai muri
Hanno lasciato un solo segno della loro scomparsa
Scure ustioni
Di ceneri
Silenti
gementi
Un'antichissima presenza cancellata

 
Di Fabrizio (del 30/05/2008 @ 09:19:28 in Italia, visitato 7702 volte)

Carissimo,

Finalmente abbiamo le autorizzazioni!! Ti mando il documento completo con il programma. Potresti pubblicarlo?

Sastipé ta Baxt!!
Daniela

P.S. Il sito ufficiale dell’evento è:
http://www.associazionethemromano.it/newsletter.htm

Per aderire basta mandare una mail a me.

Coordinamento Nazionale

Per promuovere un corteo di protesta civile contro atti di razzismo nei confronti dei Rom e Sinti in Italia

Roma, domenica 8 giugno 2008
L’iniziativa è promossa da intellettuali italiani e Rom, associazioni, artisti e persone di buona volontà che non vogliono essere strumentalizzati da nessuno.

Le Associazioni che aderiscono all’iniziativa diventano automaticamente anche organizzatori e promotori partecipando con i propri rappresentanti al costituente Coordinamento Nazionale Permanente e al corteo antirazzista nel rispetto dei principi che hanno mosso l’iniziativa.

PROGRAMMA Definitivo

Domenica 8 giugno, Roma

Dalle 12 alle 16 ritrovo dei partecipanti al COLOSSEO ci si arriva in pulman, in auto e con la metro)

Dalle 16 alle 17 corteo dal Colosseo fino al Foro Boario

Dalle 17 alle 20 Foro Boario, Villaggio Globale

libera discussione, proposte:

          1. Costituzione del Coordinamento Nazionale Antirazzista
          2. Creazione di una rete informatica, contro l’inquinamento e la mistificazione delle informazioni
          3. Creazione di una Consulta romanì costituita dalle associazioni storiche e le organizzazioni rom
          4. Varie ed eventuali
Dalle ore 20 Festival Antirazzista Alexian Group (Italia)

Musicisti Rom del Kossovo

Taraf de Bucarest (Romania)

Chaja Chelen (Bosnia Erzegovina)

Lucio Pozone (chitarra flamenca)

La partecipazione è aperta a tutti gli artisti

La partecipazione è libera e gratuita, le adesioni sono aperte a tutti

FERMIAMO UN GENOCIDIO CULTURALE
Dopo l'ultimo delitto crudele della mistificazione e della calcolata disinformazione non si può più restare in silenzio, occorre agire, questo silenzio è assordante e colpevole.
L’8 Giugno le Associazioni Rom e Sinte in Italia e le associazioni di volontariato, gli artisti, gli intellettuali e le persone di buon senso organizzano a Roma un corteo di protesta civile.
Aderite e fate aderire prima che sia troppo tardi!!
Occorre ribadire alcuni concetti che vengono mistificati,
Tutti credono che Rom siano solo stranieri.

Non è vero !, infatti l'80% dei Rom e Sinti che vivono in Italia sono cittadini italiani

Tutti credono che i Rom sono nomadi.

Non è vero !, Infatti la maggior parte di quelli presenti sul territorio italiano sono sedentari

Tutti credono che il campo nomadi è la soluzione ideale.

Non è vero !, Infatti i rom arrivati in Italia nei loro paesi di origine avevano le case, il campo non è un tratto culturale della popolazione romanì, ma un'imposizione dovuta alla non conoscenza.

Tutti credono che zingaro sia il nome di questo popolo.

Non è vero !, infatti il termine corretto è Rom o Sinto.

Occorre far rispettare le convenzioni internazionali nei confronti dei Rom, il 70% degli italiani sono razzisti nei confronti dei Rom, la carta dei diritti dell'uomo in Italia per i Rom non vale.

Non abbiamo nulla se non il nostro coraggio!!

Protesta anche tu!

Invia la tua protesta a:

-Presidente della Repubblica ON. Giorgio Napolitano ( https://servizi.quirinale.it/webmail/ )

-Capo del Governo On Silvio Berlusconi Presidenza del Consiglio dei ministri

Palazzo Chigi Piazza Colonna 370

00187 Roma - Italy tel. (+39) 0667791

-Ministro degli Interni On. Maroni ( DipartimentoAffariInternieTerritoriali@interno.it)

-Ministro per le Pari Opportunità On. Carfagna ( serep@pariopportunita.gov.it )

-Giornalisti

-I tuoi conoscenti,

-La tua mailing list,

-Il tuo blog

EVITIAMO UN SILENZIO INCIVILE, FAI SENTIRE LA TUA VOCE E PASSA PAROLA!!!

i nostri slogan:

  • Basta Razzismo contro i Rom!
  • No all'informazione razzista!
  • Non si può condannare un popolo!
  • Stop alla Xenofobia!
  • No ai pogrom!

Per informazioni

ASSOCIAZIONE NAZIONALE THÈM ROMANÒ ONLUS

Presidente Nazionale Alexian Santino Spinelli

Centro di Promozione Interculturale

Associazione Autonoma di Rom e Sinti

Sede Nazionale Lanciano CH)

tel: 0872 660099 cell. 340 6278489 http://www.associazionethemromano.it

email: spithrom@webzone.it

http://www.alexian.it

Fra gli aderenti e promotori: - Alexian Santino Spinelli (musicista Rom, docente Università di Torino, Trieste, Chieti, rappresentante italiano ERTF a Strasburgo) - Gianni Vattimo (Filosofo) - Pier Virgilio Dastoli (Direttore della Rappresentanza della Commissione Europea in Italia – Roma) - Angelo del Boca (docente universitario e storico) - Angelo d'Orsi, (docente Università di Torino) - Costanzo Preve (studioso di Filosofia) -Viktória Mohácsi (Romnì - Europarlamentare) - Rudko Kawczynski (Presidente ERTF) - Juan de Dios Ramirez-Heredia (Presidente Union Romanì -Spagna) - Stanislav Stankiewicz (Presidente International Romani Union) - Jovan Damianovic (Presidente Romani Union Serbia) - Carla Osella (Presidente Nazionale AIZO) - Sergio Giovagnoli (ARCI Solidarietà Lazio) - Rita Bernardini (Segretaria Radicali Italiani) - Marco Perduca (Senatore) - Gian Antonio Stella (giornalista) - Moni Ovadia (artista) - Guido Cohen - Massimo Rendina (ex comandante partigiano, storico, Presidente dell'ANPI nazionale) - Alberto Asor Rosa (Professore Emerito, Università la Sapienza) - Piera Tacchino (Associazione Piemonte-Grecia “Santorre di Santarosa”) - Armando Gnisci (Docente Universitario, Roma) - Marco Revelli (scrittore e docente universitario) - Filippo Taricco (scrittore) - Beppe Rosso (attore) - Paolo Dossena (Produttore musicale Compagnia Nuove Indie) - Alma Azovic (mediatrice romnì) - Tamara Bellone (docente Univ. 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Di Fabrizio (del 20/03/2012 @ 09:18:06 in musica e parole, visitato 4192 volte)

(Note al testo ed Appuntamenti)

FAREPOESIA - RIVISTA DI POESIA E ARTE SOCIALE Anno 3 - N. 6 Marzo 2012
IN QUESTO NUMERO: PAUL POLANSKY POETA LEGGENDARIO a cura di Enzo Giarmoleo

Alcuni affermavano: "La poesia non è democratica, non fa sconti!" Altri parlavano dell'importanza solenne della metrica. Altri dissertavano sulla lunghezza del verso misurandolo. Altri dicevano che i "Veri" poeti in Italia sono circa dieci. Altri li rintuzzavano dicendo che quella era una visione elitaria. Altri parlavano di minimalismo, qualunquismo, epigonismo, di poesia come atto di fede nel futuro…

Mentre la disputa infinita infuriava è apparso a Milano Paul Polansky, poeta leggendario, uno degli scrittori più impegnati nella lotta per i diritti umani nell'Europa dell'Est, erede di una stirpe di guerrieri di un "antico villaggio vichingo", una stirpe di "belve combattenti"1. La sua presenza è riuscita a neutralizzare la controversia. Polansky non è approdato nella Milano dei "Veri" poeti, non ha sventolato bandiere per farsi notare.

Avevo letto il suo nome nelle locandine "resistenti" di realtà culturali come "La Casa della Poesia" di Baronissi e l'associazione "Angoli Corsari" di Reggio Calabria. Una sera di novembre, all'Arci di Turro, nel cuore del quartiere più multietnico di Milano, Polansky si è rivelato e ha rubato l'attenzione del pubblico con le sue poesie e i suoi racconti.

Le sue opere spaziano dalla narrativa alla poesia, inizia a scrivere romanzi per poi approdare, a 50 anni, alla poesia impegnata. Polansky è sicuramente il poeta più coinvolto, a livello globale, nella difesa dei diritti umani delle popolazioni Rom, vittime dell'olocausto. La parola nei suoi scritti ha sempre a che fare con l'azione e, come dice il poeta e attivista americano Jack Hirschman: "Non v'è alcuna fuga artificiosa attraverso lo stile". Polansky non si pone il problema di verseggiare per rispettare certe regole dell'accademia, né d'altra parte potrebbe farlo, tanto impellente è la necessità di raccontare. Per una volta la liricità non ha bisogno di lacci e lacciuoli. La poesia di Polansky è la prova che fuori dal carcere delle strutture linguistiche esistono mille altri modi di fare poesia. Il risultato è che riesce a trasmettere emozioni fortissime; in ogni parola, in ogni immagine, si sente l'odore dell'indigenza, della violenza, della guerra.

Nel 1963 Polansky lascia l'America per sfuggire all'arruolamento per la guerra in Vietnam e si trasferisce in Spagna, un paese dove ancora l'ombra del Caudillo si allunga minacciosa oscurando i cuori e le menti. La Guardia Civil è onnipresente sul territorio. Si sposta anche nella Spagna rurale, spesso girovagando sul dorso di un mulo per le sendas (mulattiere) in paesaggi selvaggi, per ricostruire il filo di sentieri persi e dimenticati, quasi anticipando la sua passione e la sua sete per la ricerca antropologica. Più di mille discorsi, la poesia "Caccia Grossa"2 svela un modo di sentire, quasi una concezione del mondo, con un tocco di ironia.

Nel 1991 parte per la Repubblica Ceca con l'intento di svolgere ricerche sulle origini della propria famiglia di linea paterna. Scopre negli archivi 40 mila documenti riguardanti il famoso campo di lavoro di Lety costruito durante la II guerra mondiale per gli ebrei e successivamente impiegato solo per gli zingari. Polansky non può rassegnarsi quando viene a sapere che il campo era gestito da guardie ceche e non da tedeschi. Contrastato nel suo intento dalle autorità egli cerca eventuali sopravvissuti al campo di lavoro. Le voci strazianti dei sopravvissuti sono contenute nella sua prima raccolta di testimonianze orali "Black Silence" e nel suo primo libro di poesie "Living Thru It Twice" (1998) che, come dice il poeta, gli ha cambiato la vita.

C'è una poesia che rispecchia la dedizione del poeta nei confronti dei Rom, scritta basandosi sulla testimonianza di una donna sopravvissuta al campo di sterminio di Lety, la poesia s'intitola "Pensavo di essere una sopravvissuta", una delle parole chiave del testo è il termine "barcollare" e ci suggerisce nettamente la sensazione di perdita d'identità che hanno provato migliaia di persone. La poesia è talmente densa di emozioni che ogni suo verso potrebbe dare il titolo a questo straordinario componimento.

Durante la fine degli anni '90, Polansky, dotato di grande empatia, combatterà a fianco delle popolazioni rom ceche per ottenere i risarcimenti per i torti subiti nei campi boemi durante la II guerra mondiale e fa propria la storia dolorosa degli zingari kossovari nella guerra Serbo-Albanese. La sua scrittura e la sua poesia saranno le sue armi per raccontare l'esperienza storica del popolo Rom ma anche per dare visibilità ad un popolo che appare soltanto negli "hate speech" diffusi nei discorsi pubblici e nelle rappresentazioni mediatiche negative.

La sua protesta comincia a preoccupare le autorità ceche, un suo romanzo "The Storm"del 1999, in nuce la descrizione di una sopraffazione storica, viene requisito dalle librerie3.

In questi anni la poesia serve ad esprimere questo dolore. Č sempre una poesia che non segue i canoni classici della poesia tradizionale, la rima, la misura del verso; al di là del tema trattato, la drammaticità serpeggia nelle sue poesie. La poetica di Polansky è al di fuori dell'assolutezza di un principio che valga per tutti; c'è solo spazio per le allitterazioni e l'eufonia, tipiche della
antica poesia vichinga, che per il poeta sono naturali4.

Dalla storia inquietante di "Sacchi per Cadaveri" (1999) emergono i mali nascosti dell'America, un esempio di umorismo nero per una vicenda tragica come la strage per mano di due adolescenti5.

Gli anni seguenti vedono la ripresa dei temi dei Rom in Kossovo e nella Repubblica Ceca dove le autorità locali e civili auspicano l'eliminazione o la deportazione di queste comunità prendendo alla lettera la lezione swiftiana6. Nella poesia "The Well" lontano da atmosfere ovattate, c'è il racconto, crudo dettagliato, di uno zingaro vittima di una violenza estrema - uno dei tanti costretti a fuggire "da un paese in cui hanno vissuto per quasi settecento anni".

Come sempre avviene nei migliori esempi alla "Guantanamo", la violenza psicologica perpetrata nei confronti degli zingari cechi è paralizzante quanto quella fisica. Un esempio calzante lo troviamo nella poesie "Un Vestito Nuovo" e "Una scuola speciale". Ironia e sarcasmo del poeta, se da un lato attenuano la drammaticità e la crudezza di alcune poesie-racconto, dall'altro fanno emergere con più forza l'ingiustizia perpetrata nei confronti dei rifugiati come in "Fermata d'Autobus", "Il Presidente del Kossovo" e in molte altre.

I temi dei suoi scritti si alternano, dalle raccolte di poesie sui rom kossovari a quelle con connotazioni antropologiche sulle comunità di zingari, per ritrovare ancora la Spagna dove è iniziata la sua incredibile avventura.

Un suo libro in lingua ceca del 2001, "Homeless in the Heartland" venduto per le strade di Praga dai barboni, ricorda in parte l'epoca dei libri samiždat che venivano scambiati clandestinamente nella Praga degli anni '80. La discriminazione è ricorrente nella poetica di Polansky anche quando racconta la realtà dei senzatetto americani del midwest.

C'è anche una poesia più personale ed intima che ha per oggetto gli anni duri dell'adolescenza quando praticava sport come il football americano e la boxe. La boxe diventa protagonista di uno dei suoi libri più famosi, "Stray Dog" (Cane Randagio, 1999), in cui dagli aspetti violenti emerge la profonda sensibilità umana del poeta7. Nella poesia "Gli imbattuti", pervasa da un grande senso della realtà, alle immagini crude si associa un senso di fragilità e di sofferenza dell'io narrante consapevole che non si vince mai del tutto anche se abbatti l'avversario. Solo chi si distrae durante il "combattimento" non sente la poesia.

Un virus partito da un antico villaggio vichingo, diffusosi poi in America e ritornato in Europa, si aggira ora per Milano; è il virus "Polansky", pericoloso virus dell'empatia che potrebbe insediarsi nelle nostre menti per amplificare la nostra comprensione, per capire ad esempio le ragioni per cui i bambini zingari di Mitrovica (Kossovo) sono morti a seguito di complicazioni dovute ad avvelenamento da piombo nei tre campi ONU costruiti su una discarica tossica.

Dall'azione alla narrazione. Quella di Polansky è una metanarrazione mai consolatoria, che non si sofferma soltanto sulle discriminazione nei confronti dei rom e l'orrore da essi subito. Polansky racconta con molta serenità e in veste di antropologo anche l'origine, i rituali della cultura rom, le abitudini, le credenze, le abilità di questo popolo. Racconta in modo disarmante gli espedienti usati dai rom per sopravvivere, si sofferma su alcuni aspetti non accettati dalle comunità "civili" occidentali: usanze millenarie come la compravendita delle giovani spose o l'atteggiamento fortemente maschilista all'interno delle comunità zingare.

Č grazie a questo approccio, alla serietà delle sue ricerche che la narrazione coinvolge l'ascoltatore e lo fa avvicinare allo scottante problema degli zingari8. La conoscenza di Polansky è frutto di una attenta osservazione sul campo e di pazienti ricerche antropologiche in India, Pakistan, Kashimir, ex Cina. Si scoprono cosi le similarità linguistiche tra gli zingari nostrani e le tribù sansis del Punjab, certa musica zingara del Rajestan in tutto simile al flamenco spagnolo o più in generale i debiti della musica colta nei confronti dei Rom.

Polansky trova nei luoghi originari degli zingari corrispondenze con moltissimi aspetti e dettagli della cultura rom di cui si era impadronito vivendo con i rom sia in Spagna che nel Kossovo.

Si sfaldano nei suoi racconti anche i luoghi comuni che vogliono gli zingari nomadi costantemente in viaggio. Gli zingari, dai musicisti ai maniscalchi, viaggiavano di mercato in mercato per vendere cesti, ferri di cavallo, briglie, setacci ecc, o si spostavano per i lavori stagionali ma solo dalla primavera fino all'autunno. Anche certe leggende, come quella del serpente domestico protettore della casa, suggeriscono che gli zingari non erano nomadi ma vivevano in abitazioni fisse.

La simbologia del serpente, comune agli zingari in Albania, Grecia, Turchia e nelle montagne della Bulgaria, le pietre fluviali messe nelle tombe per garantire l'acqua ai defunti nell'aldilà allo scopo di non mendicare l'acqua nell'altro mondo, certe cure sciamaniche comuni sia agli zingari della Bulgaria che a quelli del Kossovo o l'appartenenza alle caste sono prove del legame degli zingari con l'India.

Polansky sa che gli zingari sulle montagne della Bulgaria credono nel Dio Sole e ritrova questo legame, in particolare a Multan, l'antica capitale del Punjab, dove intorno all'anno mille c'era il famoso tempio del sole e dove arrivavano gruppi consistenti di esiliati dall'Egitto. Da qui anche l'etimo di zingaro: Egyptian come Gypsies.

Un capitolo molto interessante riguarda il ruolo vitale che gli zingari assumono nell'economia di altri paesi. Con l'inizio della diaspora del XV secolo, si spostano dalle regioni balcaniche in Calabria, Sardegna, Spagna diventando spesso manodopera indispensabile a basso costo, specie nell'agricoltura nelle fasi della semina e del raccolto. Questo ruolo vitale restituisce dignità storica, se pure ce ne fosse bisogno, alle comunità zingare ed è un buon punto di partenza per ricostruire una storia che non sia solo il frutto di mistificazioni o di analisi faziose sulla loro cultura.

Intervista a Paul Polansky
a cura di Enzo Giarmoleo



Ho l'impressione che sei molto attento a non farti coinvolgere dal successo facile, dalla notorietà, insomma che ti difendi dal circolo mediatico. Č un'impressione corretta?

Giusto il contrario. Inseguo i media, non per me stesso ma per la mia causa, la mia missione, per aiutare la gente a capire gli zingari, la cultura rom. Ho avuto successo nel coinvolgere BBC (British Broadcasting Corporation), ZDF (Zweites Deutsches Fernsehen, la seconda televisione tedesca), TV Australiana, Arte TV, Al Jazeera, ecc. ma non sono riuscito a fare molti progressi né con i media italiani né con quelli americani. Sia gli uni che gli altri non danno tendenzialmente spazio agli zingari a meno che non si tratti di una storia negativa. Sebbene abbia partecipato a reading in più di 50 città italiane, solo raramente sono stato intervistato dalla stampa italiana poiché agli editori non interessa chi parla in modo positivo degli zingari.

Alcuni episodi della tua vita on the road mi hanno fatto venire in mente "Il Vagabondo" di Jack London, anche se è difficile inquadrarti in una corrente letteraria. Quali sono i tuoi punti di riferimento artistici?

Jack London, Hemingway e la prima poesia di Bukowsky hanno avuto su di me una grande influenza. Suppongo che verrò sempre considerato un poeta americano fuori patria, completamente fuori dal mainstream, con poco o nessun riconoscimento in America. Credo di trattare temi sociali che non sono popolari per la maggior parte degli americani e che la mia poesia sia più accettata in Europa. D'altra parte ho vissuto in America solo 21 anni e in Europa per ben 49 anni. Credo nel socialismo, termine che in America è considerato una parolaccia. Gran parte della mia poesia è molto di sinistra che significa che molti degli editori americani, se non tutti, ignorerebbero i miei scritti. Lo stesso vale per il pubblico americano.

Polansky spiazza il lettore tradizionale abituato a romanticherie tutte occidentali, con tematiche e soggetti fuori dagli schemi: rom, zingari, barboni, pugili…

Si, perché sono temi rari. I lettori sono più interessati ad ascoltarli. Oggi buona parte della poesia almeno in America, tratta della tragica vita amorosa del poeta. I lettori si annoiano a leggere queste storie senza fine, che sono fondamentalmente identiche. Zingari, pugili, vagabondi hanno ancora storie universali da raccontare, in grado di colpire il lettore. Ogni volta che leggo le mie poesie a studenti della scuola superiore in Italia, succede che gli insegnanti vengono da me e dicono che questa è la poesia che dovrebbero insegnare. Dicono questo perché i loro studenti restano entusiasti e coinvolti mentre trovano noiosa la poesia classica insegnata a scuola. Per quanto grandi siano i poeti classici come Dante, gli studenti oggi non riescono a stabilire un rapporto con essi.

Hai avuto mai problemi con i poeti o i critici dell'establishment che ti hanno fatto critiche riguardo alla metrica, al ritmo, alla lunghezza del verso e cose simili?

Si, certamente. Alcuni poeti e critici non considerano la mia poesia, poesia, neanche antipoesia. Questo non mi disturba. Scrivo per raccontare una storia. Tutte le mie poesie potrebbero prendere la forma di racconti, persino novelle. Faccio molta attenzione alle allitterazioni e all'eufonia perché queste mi arrivano naturalmente, proprio come le mie storie. Il poeta francese Frances Combes dice della mia poesia: "Č il tipo di poesia che amo. Efficiente, saggia e talvolta ironica. Soprattutto testimonianza umana. Questa è la poesia di cui abbiamo bisogno in questi tempi di divertimento massmediale e di brutalizzazione della mente. Poesia fatta non solo di parole ma di vita. Ora penso che le poesie debbano essere vissute prima di essere scritte."

A cosa serve l'ironia? Mi pare che essa non manchi nei tuoi scritti.

La mia poesia deriva da esperienze vere. E ne ho avute parecchie. Sebbene i miei temi siano centrati sull'ingiustizia e sull'ipocrisia, spesso vedo queste cose attraverso il filtro dell'ironia piuttosto che con la rabbia. Ho visto persone morire nelle mie braccia. Ho visto centinaia di persone cacciate dalle loro case saccheggiate e distrutte. Mi succede di descrivere le storie così come le persone le hanno vissute; altre volte uso la lente dell'ironia o dell'umorismo nero. L'ironia è una forma più sofisticata della rabbia. I lettori sono stanchi di poeti e attivisti che battono semplicemente sulla grancassa della politica. L'ironia fa arrivare lo stesso messaggio ma in un modo più interessante, serve anche ad erodere l'ipocrisia.

Come mai non sono stati ancora pubblicati in Italia: Living through it twice (scritto nel 1998), libro che ha segnato una tappa importante nella tua vita, e la raccolta di testimonianze orali Black Silence scritto nell'autunno del 1998?

Innanzitutto questi libri dovrebbero essere tradotti in italiano e questa operazione costa denaro che oggi manca a molti editori. Un'altra ragione è che gli editori non vogliono investire molti soldi in un sentimento di solidarietà per gli zingari. Le case editrici temono che il pubblico non comprerebbe libri che parlano di zingari. Cosi l'ignoranza sugli zingari è alimentata proprio da quelle stesse persone (gli editori) che dovrebbero educare il pubblico.

Vivere nell'epoca della globalizzazione ti reca qualche disagio? Come ti contrapponi ai mali della globalizzazione? Come ti poni nei confronti dei movimenti antiglobalizzazione, contro la guerra?

Ho lasciato l'America nel 1963 a causa della Guerra del Vietnam; credo che da allora non sia cambiato nulla. L'America ancora crede nell'impero, nella guerra, nell'essere il poliziotto del mondo. Oggi il complesso militare-industriale insieme alle lobby israeliane regna sulla politica estera americana. La globalizzazione ha solo contribuito a rendere le imprese americane più ricche e il mondo più povero. I problemi che ne derivano sono difficili da descrivere con la poesia a meno che non si racconti la tragedia attraverso la
storia di un individuo piuttosto che attraverso una diatriba politica. La poesia può raggiungere la gente, e in modo speciale i giovani, più velocemente di qualsiasi altra forma di comunicazione, fatta eccezione forse per il video. Persino il video è troppo lungo qualche volta. La poesia breve può svegliare le persone più di qualsiasi altra cosa.

Leggendo le tue poesie mi sono accorto della ricchezza e della varietà dei temi trattati. Non c'è il rischio che tu venga conosciuto solo come il poeta che difende i diritti umani, in particolare dei Rom?

Ho più di 3000 pagine di poesia non pubblicate che non parlano di diritti umani o di zingari. Una delle mie collezioni non pubblicate parla dei miei giorni passati a fare trekking sul dorso di un mulo in Spagna alla ricerca di sentieri perduti e dimenticati. Un'altra collezione tratta della mia gioventù nella vecchia Madrid. Spero che un giorno la mia "Altra" poesia venga pubblicata.

Puoi dirci brevemente perché hai dichiarato guerra all'ONU nel periodo in cui ti sei occupato dei bambini di Mitrovica.

La missione ufficiale dell'ONU e delle sue agenzie è soprattutto quella di difendere i diritti umani e in modo particolare i diritti dei bambini. Eppure in Kossovo ho visto che l'ONU era presente solo per difendere i diritti degli albanesi. Nei campi ONU dove ho vissuto con gli zingari, i diritti umani non solo non erano rispettati ma erano invece violati da personale ONU, specialmente dagli appartenenti ai livelli più alti. Nella mia esperienza la maggior parte degli ufficiali dell'ONU è interessata esclusivamente a conservare il proprio posto di lavoro, la propria sicurezza, la carriera e la pensione, piuttosto che al benessere delle persone che proprio loro dovrebbero aiutare. Come si può rispettare una organizzazione come l'ONU che ha lasciato vivere bambini in campi ONU costruiti su discariche tossiche per 12 anni? Sin dal primo anno i loro stessi dottori e in special modo l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e la Croce Rossa avevano avvertito l'ONU che ogni bambino nato in questi campi avrebbe accusato danni irreversibili al cervello e non sarebbe vissuto abbastanza per dar vita ad un'altra generazione. L'ONU è gestita da politici disoccupati. Il cinismo, il nepotismo e la corruzione finanziaria permeano i ranghi dell'organizzazione rendendola in molti casi inutile.

Sette poesie

GLI IMBATTUTI


Esistono solo nei fumetti
Persino Marciano non restò imbattuto


Rocky perse fuori dal ring
Perché evitò Kid Rivera


Nella vita reale non puoi evitare gli avversari
specie i peggiori: la famiglia e gli amici


La vita non è un incontro dilettantistico di tre round
ma un campo di sterminio dove fai cose cattive
per sopravvivere


Una lotta a mani nude in un porcile
Senza un gong o un arbitro a salvarti


Ho più cicatrici sull'anima che attorno alle sopracciglia
……………………………………….
………………………………………


Puoi vincere sul ring,
ma non vincerai mai
più di un round
nella vita
…………..


CACCIA GROSSA

Una domenica del 1967
ci allontanammo dalla spiaggia alla ricerca
di una senda sopra Sierra Cabrera


Molti sentieri portavano a
fattorie abbandonate e
a due villaggi semideserti


Eppure ci vollero quattro ore
per trovare un sentiero
e superare lo spartiacque


Nessuna capra di montagna in vista
né bighorn
neanche un cinghiale selvatico


Solo una pernice dalle zampe rosse
che planava giù
per i pendii spogli.


…………………………….


…………………………….


Dopo aver abbeverato i cavalli
stavamo per tornare indietro
quando arrivò la Guardia Civil


Un ufficiale si sporgeva
con un binocolo
dal finestrino della jeep verde


Dietro c'erano quattro guardie
e ciascuna aveva un fucile
con il mirino


L'ufficiale chiese
se avevamo visto
qualcuno sulla vetta


Non mi piacevano i suoi
baffetti ben curati
quindi dissi di no


In seguito venni a sapere che alcuni fuggitivi
repubblicani ancora erano
nascosti nelle sierras dal 1939.


Un cacciatore del posto mi disse:
"questa è l'unica caccia grossa
che ci è rimasta.

 

PENSAVO DI ESSERE UNA SOPRAVVISSUTA

Sono sopravvissuta alle bande della gioventù hitleriana

scappando a Praga
Dopo che mi hanno portato a Lety
sono sopravvissuta


fame
fucilazioni
iniezioni letali
squadre di lavoro
pestaggi
stupri
tifo
e annegamenti
nel fusto di acqua piovana


Dopo la guerra
volevo una vita migliore
ed ho sposato un uomo bianco


Solo uno dei miei otto figli
ha ereditato la mia pelle scura di zingara.


Ora lui è in ospedale
a riprendersi da due operazioni
dopo che gli skinheads
lo hanno impalato su un palo metallico


Non so se sto vivendo
nel 1936 o nel 1995.


Pensavo di essere sopravvissuta,
ma credo di aver solo
barcollato senza arrivare da nessuna parte


SACCHI PER CADAVERI

I sacchi per cadaveri
che la polizia ha usato
per portare fuori
gli studenti morti
sembravano
gli stessi sacchi di plastica nera
che l'esercito usava
per riportare dal Vietnam
i corpi dei miei
compagni di scuola
un anno dopo
il nostro
diploma
Sfortunatamente
non credo
che i sacchi per cadaveri
andranno mai
fuori moda
in America
per gli studenti
delle scuole superiori.


IL POZZO

Mi presero al mercato
dove la mia gente una volta vendeva i vestiti
e dove ora gli albanesi praticano il contrabbando
Quattro uomini mi gettarono sul sedile posteriore
di una lada blu urlando "Lo abbiamo detto
niente zingari a Pristina"


Mentre mi spingevano sul fondo
sentivo la canna della pistola sull'orecchio sinistro
Era così fredda che sussultai proprio mentre qualcuno premette il grilletto
Il sangue mi schizzò su un lato della faccia
dalla ferita sulla spalla
Caddi fingendomi morto
Pregai la mia amata madre morta tutti i
Mulos9 affinché questi uomini non si accorgessero da dove
fuoriusciva il sangue

Quando arrivammo
mi tirarono fuori per i piedi
La testa si schiantò sul terreno
rimbalzando sulle pietre


Mi gettarono a testa giu in un pozzo
Non raggiunsi mai l'acqua
C'erano troppi corpi
Giacevo rannicchiato quasi incosciente
finchè la puzza e il bruciore della calce viva
non mi fecero rinvenire
………………………..
………………………….


A mezzogiorno stavo camminando
attraverso un bosco seguendo un sentiero per carri
che nessuno usa più


Tranne gli zingari
che fuggono da un paese
in cui hanno vissuto
per quasi
settecento anni


UNA SCUOLA SPECIALE

Ho sempre saputo che mia figlia era brillante
Faceva disegni pieni di dettagli
memorizzava tutte le canzoni dei nostri antenati
suonava il piano prima di avere cinque anni


Per cui fui sorpreso quando l'insegnante venne
a casa nostra e ci disse
che nostra figlia non era pronta per la scuola


Il suo ceco non era abbastanza buono
aveva bisogno di aiuto con la grammatica


Mia moglie disse che tutti a sei anni
hanno bisogno di aiuto con la grammatica


Il preside accettò di incontrarci
disse che nostra figlia era una bella bambina
ma sarebbe stata l'unica zingara nella sua classe


Alla fine acconsentimmo
Firmammo il foglio
Non volevamo che la nostra bambina fosse maltrattata


Ma ora quando la porto a piedi a scuola
e vedo la targa sull'edificio
mi si spezza il cuore


Perché non ci hanno detto
che la sua scuola speciale
era un centro per


ritardati mentali


FERMATA D'AUTOBUS

Io e mio marito
avevamo finito di fare le compere
ed eravamo alla fermata dell'autobus
quando arrivò questa macchina.


mio marito era andato presto in pensione
perché non riusciva a vedere bene
A me non va molto meglio ma vidi che gli uomini
che scendevano erano gadzos10


Quando mi svegliai in ospedale
avevo un braccio rotto
il naso rotto e
avevo perso tutti denti anteriori


Eppure ce l'ho fatta ad andare
al funerale
di mio marito

NOTE

Da metà marzo a tutto aprile, Paul Polansky è in tournee in Italia. A fine marzo sarà in Lombardia. Contattatemi per organizzare un reading nella vostra città. Calendario provvisorio:

  1. In Una figlia parla, Boxing Poems, Volo Press, Lonato (BS).
  2. Le poesie "Caccia Grossa"(1999),"The Well", "Pensavo di Essere una Sopravvissuta", "Sacchi per Cadaveri", "Il Pozzo", "Una Scuola Speciale", "Paradiso e Inferno", "Il Presidente del Kossovo", "Gli Imbattuti", sono incluse in Undefeated, P. Polansky, trad. e cura di Valentina Confido, Multimedia Edizioni, Baronissi (SA) 2009.
  3. Polansky: "il governo ceco avvertì il mio editore di Praga, un ebreo slovacco, che sarebbe stato espulso dal paese se avesse pubblicato un altro mio libro. Tutte le copie furono comprate da Prince Karel Schwarzenberg, il cui padre aveva fondato il campo di Lety. Quest'ultimo usava gli ebrei e gli zingari come schiavi durante la guerra e i cechi-tedeschi come schiavi dopo la guerra fino a quando le sue proprietà non furono confiscate dal governo comunista nel 1948. Prince Karel Schwarzenberg oggi è il ministro degli esteri della Repubblica Ceca e il candidato favorito alle prossime elezioni presidenziali." (da un messaggio elettronico del poeta).
  4. Polansky: "The only poetry techniques I have in my poetry are alliteration and euphony (like the old Viking poetry), both of which come naturally to me … like many other themes." (ibid.).
  5. Il riferimento è alla strage di Columbine nel Colorado (inverno 1999).
  6. Jonathan Swift, Una modesta Proposta.
  7. Estratti di Stray Dog si possono trovare in Undefeated, P. Polansky, Multimedia Edizioni Baronissi (SA), a cura di Valentina Confido
  8. Polansky definisce gli zingari con il nome che loro stessi si danno. Se sono rom, kale, sinti… li identifica con questi nomi, quando parla in generale usa la parola "zingaro" che è quella compresa da tutti. Si può approfondire il tema consultando il libro La mia vita con gli zingari, P. Polansky Ed. datanews.
  9. Mulos: spiriti di zingari defunti a cui non è stato ancora concesso di entrare nel regno dei morti.
  10. Gadzos: in lingua Romani, il termine indica i non Rom.

  • 23 marzo: Libreria delle Moline a Bologna  (sera, orario da definire)
  • 31 marzo: Circolo ARCI via d'Acqua a Pavia, alle 21.00
  • 2 aprile: CAM delle Gabelle a Milano, alle 21.00 (gli eventi di Pavia e Milano sono organizzati da FAREPOESIA, LA CONTA e MAHALLA, a breve il programma completo)
  • 13 aprile: Università di Cagliari alle 18.00, evento sponsorizzato dall'Unicef
  • 17 marzo: ore 21:00 Pane e Bacco – Osteria Fuori Porta via IV Novembre, 69 – Rezzato (BS) info: magadellaspezie@osteriapanebacco.com
  • 18 marzo: ore 21:00 Caffè Galetér via Guerzoni, 92h – Montichiari (BS) info: info@galeter.it
  • 27 aprile: Vicenza alle 18.00 a Palazzo Trissino (Sala degli Stucchi), nell'ambito di Dire Poesia
 
Di Fabrizio (del 08/01/2013 @ 09:09:09 in musica e parole, visitato 1192 volte)

DIRITTI GLOBALI FONTE: ANDREA TARQUINI - LA REPUBBLICA | 02 GENNAIO 2013

Sul podio il maestro Sahiti, profugo dal Kosovo

BERLINO. Sono tutti bravi, strappano sempre grandi applausi e standing ovation. E sono tutti Rom. "Suoniamo soprattutto per mostrare che non è vero che se sei un Rom sei un criminale", è il loro motto. Girano di continuo l'Europa in tournée, sfidando anche pericoli in situazioni come quella ungherese, dove gli ultrà di destra e le loro milizie tipo Magyar Garda hanno le violenze razziste anti-Rom come attività quotidiana. Di orchestre sinfoniche ce ne sono tante ma questa è la storia di un'orchestra unica al mondo. Si chiama Frankfurter Philharmonische Verein der Sinti und Roma. Esiste da dieci anni, fondata dal musicista rom nato in Kossovo Riccardo Sahiti, oggi cinquantunenne. A Francoforte, nella metropoli finanziaria della democrazia tedesca, ha base sicura ma viaggia di continuo per portare in musica il suo messaggio antirazzista.

"L'idea mi venne perché all'inizio, io fuggito dal Kosovo in guerra e con una robusta formazione musicale sulle spalle, avevo difficoltà a farmi accettare nelle orchestre", ha spiegato Riccardo Sahiti alla Sueddeutsche Zeitung, l'autorevole quotidiano liberal di Monaco che all'orchestra sinfonica rom ha dedicato un reportage a tutta pagina. "Ho cercato e contattato colleghi ovunque, sapevo che musicisti sinti o rom erano attivi in orchestre importanti, dalla Wiener Staatsoper, all'Orchestra sinfonica della MDR (la tv pubblica dell'est tedesco) a Lipsia, all'orchestra nazionale romena".

Così nacque il progetto, nel novembre 2002 a Francoforte. Adesso a Praga hanno appena incassato il tutto esaurito suonando, tra l'altro, il Requiem per Auschwitz, composto da Roger Moreno, sinto di origine svizzera. "Nel maggio scorso", narra Moreno, "lo abbiamo eseguito ad Amsterdam e la regina Beatrice ci ha poi invitati a un caffè a palazzo reale per dare l'esempio contro i razzisti".

Non è facile farsi avanti, neanche nell'arte, se appartieni a una minoranza mal vista un po' ovunque. Sahiti è di buona famiglia, i genitori spesero tutto per il suo talento musicale, gli regalarono un pianoforte, riuscirono a mandarlo a studiare a Belgrado e poi a Mosca. Poi vennero le guerre volute dal dittatore serbo Slobodan Milosevic, i massacri etnici e gli stupri etnici di massa della sua soldataglia, asili e ospedali bombardati dai suoi Mig. Sahiti fuggì, appunto. E nel 2002, appena costituita, l'orchestra sinfonica Rom tenne proprio a Francoforte, gran pienone, il suo primo concerto.

"Aver creato l'orchestra vuol dire non perdersi di vista" spiega il violinista Johann Spiegelberg. "Ognuno di noi o quasi ha nella memoria brutte esperienze. Io una volta ero in una grossa città dell'est tedesco, alla fine d'un concerto, ancora in frac, arrivai a una pompa di benzina per fare il pieno con la mia vecchia Mercedes. Due giovinastri mi si sono avvicinati, mi hanno detto “eccolo là, il kanak (termine razzista per straniero usato dai neonazisti ma anche da gente comune nell'ex Ddr, dove tre generazioni vissero prima sotto Hitler poi sotto lo stalinismo, senza cultura democratica e quasi senza ribellarsi fino all'ultimo al contrario di polacchi o cecoslovacchi o ungheresi, ndr).

Ecco un altro kanak, bè kanak che ne dici, è sempre comodo per voi vivere bene qui a spese nostre e a casa nostra, no?”. Io non mi lasciai provocare".
"Ogni tournée è come un'allegra gita scolastica, eppure ce la mettiamo tutta". Musica sinfonica, classica, non folklore. E naturalmente anche musiche di opere ispirate al mondo Rom, da Carmenal Gobbo di Notre-Dame.

"Quella per noi è una nostra eredità culturale da tramandare". Il rischio, dice Jitkà Jurkovà, attivista dei gruppi antirazzisti cèchi che li aiuta a organizzare concerti, è che vengano visti come spettacolo esotico, e che il messaggio politico non sia capito appieno. Ma è un rischio che per il maestro Sahiti e i suoi orchestrali val la pena correre. Tanto da suonare il Requiem per Auschwitz anche in Germania.

 
Di Fabrizio (del 10/04/2008 @ 09:08:43 in Italia, visitato 2942 volte)

Chiunque è d'accordo è pregato di inviare adesione
Marco Brazzoduro

Casilino 900 è un campo abitato da rom di diversa provenienza: Bosnia, Montenegro, Kossovo. All’incrocio tra via Casilina e via Palmiro Togliatti è un’area che già decenni addietro ospitava una baraccopoli di sottoproletari italiani, immigrati dalle regioni meridionali. Dopo decenni di tolleranza e qualche modesto intervento pubblico (scolarizzazione, bagni chimici, una (!) fontanella, periodica pulizia) da qualche tempo qualcuno ha deciso che era venuta l’ora di rendere la vita difficile agli abitanti. I controlli di polizia sono diventati sempre più frequenti. Improvvisamente è stata interrotta l’erogazione di energia elettrica con il conseguente forte disagio. Inoltre sono state fatte circolare voci di un prossimo sgombero. Chi dice a maggio chi più benevolo dice a giugno in modo da far completare l’anno scolastico ai 236 bambini iscritti nelle scuole del quartiere. Naturalmente si è diffuso un comprensibile nervosismo. Nessuno infatti si è premurato di avvisare gli abitanti del loro destino. Nessuna tra le autorità, evidentemente non autorevoli, ha avvertito la responsabilità etica di assumere un impegno che in primo luogo salvaguardi i diritti umani di base come quello all’alloggio e quello all’unità familiare. Ci si chiede se sarà rispettata la raccomandazione della Carta Sociale Europea che esige che gli sgomberi abbiano come presupposto il trasferimento a situazione abitativa alternativa. L’esperienza italiana e in particolare quella di Roma, ove gli sgomberi significano brutale abbattimento con ruspa dei miseri ricoveri e abbandono di gran parte delle vittime, siano donne incinte o bambini in tenera età, in mezzo alla strada, induce a credere che Roma si distingua ancora una volta per una brutalità che non le appartiene. Tra gli abitanti del campo, stranieri ma in Italia da tanto di quel tempo (30 se non 40 anni) da doversi considerare di fatto se non di diritto cittadini italiani, serpeggia un comprensibile disagio che in non pochi assume le sembianze della paura. La domanda che corre sulle bocche di tutti è : “che fine faremo ?”

Prime adesioni: Associazione Nuova Vita, Stalker-Osservatorio Nomade, Marco Brazzoduro (Università di Roma, La Sapienza), Roberta Cipollini (Università di Roma, La Sapienza), Roberto De Angelis (Università di Roma, La Sapienza), Tommaso Vitale (Università di Milano, Bicocca), Maria Grazia Dicati (Verona), Alfonso Perrotta (Associazione Interculturale Villaggio Globale, Roma), Carlo Berini e Yuri Del Bar (Sucar Drom), Cristina Formica (Roma), Vanessa Ioannoni (Roma), Alessia Montuori (Senza Confine), Rita Corneli (CPN Rifondazione Comunista), Andrés Barreto (candidato al Consiglio Comunale, Roma), Roberto Malini (Everyone), Milena Magnani (scrittrice, Bologna), Enrico Masci (cittadino romano), Fabrizio Casavola (Mahalla), Gianluca Peciola (Assessore XI Municipio, Roma), Stefano Galieni (Coordinatore Nazionale dipartimento immigrazione, Prc), Claudio Graziano (responsabile immigrazione ARCI Roma), Claudio Meloni, Attac Roma, Nazzareno Guarnieri (candidato al Consiglio Comunale, Pescara), Romsinti politica, Associazione POPICA ONLUS, Christian Picucci (Roma), Piero Colacicchi (Osservazione), Elisabetta Vivaldi, Fulvio Vassallo Paleologo (Università di Palermo), Nuove Tribù Zulu & Chinh India-Italia, Annamaria Rivera (Università di Bari), Andrea Billau (Campo della pace ebraico), Pietro Luppi (Occhio del Riciclone), Erasmo Silvano Formica (M.E.Z), Sergio Mauceri (Università di Roma, La Sapienza), Francesco Careri (Università di Roma 3), Marina Stracchi (Università di Roma, La Sapienza), Valeria Tolli (Università di Roma, La Sapienza), Enrica Paccoi (ASSOCIAZIONE YAKAAR di amicizia ITALIA SENEGAL), don Bruno Nicolini (centro Studi Zingari), Davide Truffo (studente, Roma), Hamadi Zribi (PRC), Antonella Giacobini (Roma), Silvia D'Alessandro (Roma), Django Jazz Tzigana (Monteporzio), Antonella Zarantonello, (Granello di Senape ONLUS, Vicenza), don Paolo Lojudice (Pontificio Seminario Romano Maggiore), Lucia Ercoli, (Servizio di Medicina Solidale Policlinico di Tor Vergata), Paolo Missori (Policlinico Umberto I), Associazione Afroitaliani/e, Ilaria Vasdeki (Roma), Alberto Melis (scrittore), Imma Tuccillo Castaldo (Roma), Karin Maria Faistnauer Catanese (Associazione "Donne e Futuro" Lamezia Terme), Marco Nieli (Presidente Opera Nomadi Napoli), Paola Pavese e Bernardino Venanzi (Gruppo Status).  

 
Di Fabrizio (del 24/02/2008 @ 08:51:45 in Europa, visitato 2416 volte)

segnalazione di Tommaso Vitale

Kosovo, una piccola storia di vittime dimenticate
di Flavio Fusi

Questa è una piccola storia di vittime dimenticate. L’abbiamo raccontata, più di un anno fa, insieme a Massimo Campili e Boban, per il settimanale del TG3 “Agenda del mondo”. Lo scenario è quella terra di nessuno di colline brulle e avvelenate che sta intorno a Mitrovica: la piccola Berlino del Kosovo, disputata tra serbi e albanesi. La “grande storia” non si occupa della sorte degli ultimi, dei reietti, dei sommersi. Oggi, la bandiera del Kossovo indipendente sventola da Pristina a Mitrovica, e le cancellerie occidentali si congratulano con i vincitori, che molto hanno sofferto, ma che molte sofferenze hanno inflitto. Nessuno è innocente, nell’ esplosione delle frontiere, e nella nascita delle “piccole patrie etniche” che marchia a fuoco il nuovo secolo. Questa, infine, è una storia di “pulizia etnica”. Chi si è indignato giustamente per la “pulizia etnica” consumata dai serbi di Milosevic, dovrebbe volgere lo sguardo a queste colline, e indignarsi, e chiedere conto anche della sofferenza dei bambini di Cesmin Lug , Kablare e Zitkovac.

continua

 
Di Fabrizio (del 06/11/2005 @ 08:13:22 in Europa, visitato 1708 volte)

da Karin Waringo

Embargo Date: 31 October 2005 00:01 GMT

Kosovo (Serbia and Montenegro): Includere donne e minoranze nei colloqui sullo status finale

Nel quinto anniversario della Risoluzione del Consiglio per la Sicurezza dell'ONU 1325/2000 (Resolution 1325) su Donne Pace e Sicurezza, Amnesty International chiede alle parti coinvolte nei dialoghi sullo status finale del Kosovo, che le donne sia incluse nelle successive consultazioni.

In particolar modo, Amnesty International chiede l'inclusione di donne nel gruppo di esperti che presiederà alla parte integrale del processo. L'organizzazione preme anche per il coinvolgimento dei rappresentanti delle comunità minoritarie, inclusi i Rom, gli Askali e gli Egizi, oltre alla minoranza serba.

A seguito della pubblicazione del rapporto del 4 ottobre, dall'Inviato Speciale in Kossovo al Segretario Generale dell'ONU, il Consiglio di Sicurezza ONU il 24 ottobre ha dato il via ai colloqui, che saranno condotti dall'Inviato Speciale, nominato nella persona del presidente finnico Martti Ahtisaari, ed includeranno delegazioni tanto dalla Serbia che dal Kossovo. I colloqui continueranno a novembre.

L'organizzazione ricorda a tutte le parti in causa, Serbia e Kosovo incluse, la risoluzione 1325, ONU e dell'Unione Europea: "Si richiamano gli Stati Membri ad assicurare una maggior rappresentanza femminile nei processi decisionali, nelle istituzioni e meccanismi nazionali, regionali ed internazionali, per la prevenzione, gestione e risoluzione del conflitto."

Per questo Amnesty International chiede a tutti gli stati membri dell'ONU coinvolti nel dialogo di assicurare attivamente l'adozione della Risoluzione 1325 e garantire la rappresentanza femminile ai colloqui. Inoltre, l'organizzazione chiede l'adozione di una prospettiva di genere, come dall'articolo 8 della Risoluzione, che dovrebbe, ad esmpio, "coinvolgere le donne in tutto lo sviluppo dei meccanismi del processo di pace" e predisporre "misure che assicurino la protezione e il rispetto per i diritti umani di donne e ragazze, particolarmente riguardo la costituzione, il sistema elettorale, la polizia e il [sistema] giudiziario". In particolare, dette misure andranno indirizzate contro la prevista impunità per le violenze di genere, inclusi i crimini di guerra, commessi contro le donne durante e dopo il conflitto in Kosovo.

Amnesty International appoggia l'appello che arriva dal Kosova Women’s Network, perché le donne possano dare il loro contributo a raggiungere una soluzione sostenibile per il futuro del Kosovo. Molte organizzazioni femminili sono già coinvolte a diversi livelli nei processi politici e decisionali nel Kossovo e attraverso i confini etnici. L'organizzazione nota che le donne in Kosovo, di tutti i gruppi etnici, affrontano una massiccia discriminazione nell'accesso ai diritti garantiti dagli standard internazionali incorporati nelle leggi del Kosovo.

Amnesty International richiama anche all'inclusione dei rappresentanti delle comunità minoritarie, comprese le organizzazioni Rom, Askali ed Egizie che rivendicano la salvaguardia dei diritti delle minoranze, inclusi il diritto alla sicurezza e alla libertà di movimento in Kosovo; un'equa ed imparziale indagine sulle violenze e le discriminazioni; un'equa rappresentanza ed accesso alle istituzioni pubbliche, l'accesso ai diritti soiciali ed economici, compresi [quello dell']alloggio, istruzione, sanità ed impiego, come pure un'adeguta assistenza ai dispersi interni e a quanti faranno ritorno.

Background
Risoluzione 1325
Il 31 ottobre 2000, UNSC ha addottato all'unanimità la Risoluzione 1325 su Donne, Pace e Sicurezza. La Risoluzione 1325 è considerata una pietra miliare: per la prima volta nella propria storia UNSC affronta seriamente il ruolo e l'esperienza delle donne nel contesto dei conflitti armati.

La Risoluzione chiama all'azione il Segretario Generale dell'ONU, gli Stati Membri e tutti gli attori coinvolti nello sviluppo del processo di pace.

Amnesty International ha riportato casi di discriminazione contro donne e ragazze in Kosovo, incluso il traffico di persone, e le condizioni - incluso discriminazione, violenza, opportunità nell'istruzione e nell'impiego - che rendono le donne e le ragazze particolarmente vulnerabili.

L'organizzazione ha anche riportato ampliamente sulle violazioni dei diritti umani e le discriminazioni contro i membri delle minoranze, e chiesto ripetutamente la protezione dei loro diritti civili, politici, sociali ed economici.

Final Status Talks
La fine del conflitto militare in Kosovo è stata concordata tra le parti nel Kumanovo Military-Technical Agreement del 9 giugno 1999. Secndo la Risoluzione UN SC 1244/99 sottoscritta il 10 giugno 1999, il Kosovo seguitava ad essere parte integrante dell'allora Repuvbblica Federale di Ygoslavia (ora Serbia e Montenegro). UN SC 1244/99 prevedeva un'amministrazione civile ad interim guidata dall'ONU (UNMIK) e con la presenza del corpo di pace NATO.

Anche se il termine "staus finale" è usato pe descrivere il soggetto dei colloqui futuri, la Risoluzione UN SC 1244 si riferiva all'esigenza di un "quadro tabile" per risolvere lo "status futuro"; in base a ciò i colloqui sono da considerarsi parte del processo previsto.
 
Di Fabrizio (del 05/10/2005 @ 05:36:08 in Europa, visitato 1857 volte)

Da: Pellumb Furtuna (GIMI) - Rromani Baxt – Tirana

29 Settembre. 2005

Si è tenuto mercoledì di settimana scorsa a Tirana, un incontro tra il Consiglio d'Europa, il Governo albanese e le OnG dei Rom, per valutare gli sviluppi della Convenzione Quadro Europea sulla Protezione delle Minoranze e il corrispettivo piano nazionale, dopo due anni di attività.

Il governo, a dispetto della cronica mancanza di fondi, ha reclamato una serie di risultati positivi, come la ricostruzione di dozzine di scuole in aree abitate da Rom. La maggior parte però si trovano effettivamente lontane dagli insediamenti e meno dell'1% della popolazione scolastica è Rom. Così il paradosso è che le scuole, pubbliche o private, con l'offerta didattica più ricca sono di fatto riservate agli studenti non-Rom e non prevedono nei programmi alcuna attenzione alla lingua e all'identità delle minoranze, mentre i Rom continuano a frequentare scuole più povere e meno attrezzate. La richiesta di provvedere anche a finanziare un servizio di minibus per le famiglie che abitano lontano da scuola, è stata rigettata dai rappresentanti del governo, in quanto da discutere a livello locale, e non in un simile incontro. Giunto il mio turno di intervenire, ho iniziato il discorso in romanès (che ho ricordato essere riconosciuta lingua ufficiale della Comunità Europea, inoltre c'era un servizio di traduzione simultanea), ma ho dovuto lo stesso continuare in albanese, per le rimostranze di quanti non volevano mettersi le cuffie.

Un rappresentante di un OnG non Rom, ha iniziato a illustrare le difficoltà che la sua associazione incontra nel servizio di scolarizzazione che rivolgono ai profughi dal Kossovo e dal Montenegro. I soldi per la scolarizzazione di base sono previsti nel capitolo di spesa europeo, ma non vengono erogati. In compenso il Ministero con quei fondi ha finanziato corsi di inglese e informatica per bambini Rom  di Scutari, raccogliendo pochissime adesioni dato che l'urgenza è data dall'imparare a leggere e scrivere. Anche questo rappresentante è stato interrotto, rimproverandogli che le sue erano critiche personali.

Il seguito della discussione ha evidenziato come le stesse OnG dei Rom vedano a seconda dei casi, la cooperazione con le autorità in maniera positiva o negativa, ma limitatamente all'ambito locale, non riuscendo a coordinarsi per richieste a livello nazionale. 

A tale proposito, un rappresentante del gruppo etnico degli Egizi, ha sottolineato come per la sua minoranza non esista alcuna strategia specifica, per quanto il loro sia un gruppo ben distinto dai Rom come cultura, lingua e tradizioni. 

I governo ha infine riconosciuto in parte la propria mancanza di iniziative, lamentando però di non avere il dovuto riscontro da parte delle organizzazioni o di quanti, tra gli stessi Rom, svolgano compito simili a quelli dei mediatori sociali. 

Da parte delle organizzazioni è stato risposto che l'abbandono dello stato, nei fatti, ha tratti simili, sia che si affrontino le tematiche scolastiche, che quelle del lavoro o della casa. Più che di investimenti, la realtà indica un drastico taglio delle risorse. E a proposito della presunta "mancanza di volontà nel collaborare", ho dovuto ricordare come le stesse critiche fatte durante questo convegno, sono presenti in diverse richieste di incontri col governo, che da anni chiediamo. Ma che queste domande sono sempre rimaste lettera morta.

[...]

Pellumb Furtuna

RROMANI BAXT ALBANIA
Rruga Halil Bega 30
1000 TIRANA
ALBANIA
Telephone/fax: + 355 436 83 24

 
Di Fabrizio (del 10/05/2005 @ 04:47:06 in Italia, visitato 3943 volte)
da Ronald Lee

Premessa: Alla fine di aprile, la morte di una bambina Rom in un campo a Napoli a causa di un incendio, e un articolo uscito sulla Padania contro l'apertura di un campo attrezzato sempre a Napoli, hanno riportato l'attenzione di giornalisti e parlamentari europei sulla situazione dei Rom in Italia. Non so perché, si sono rivolti anche a me per la raccolta dei dati. C'è qualche lettore napoletano che può aiutarmi?
Anche nella mailing list Roma_Italia si registrano toni allarmati, soprattutto da parte di quelle organizzazioni che già hanno fatto ricorso a Bruxelles contro l'Italia.
Questo ne è un esempio:
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...Sono stato a Roma nel 2001 e ho visitato alcuni campi rifugiati per i Rom.
Questo tipo di brutalità [...] è comune nei campi e nelle città.
Vi invio l'introduzione che feci per "Suspino: A Cry for Roma" di Stefano Montesi, un film che fu poi prodotto con una compagnia canadese di Vancouver [...]


-ROMA ANDE KALISFERIA- ROM NEL LIMBO


By Ronald Lee
Executive Director
Roma Community Centre
Toronto
Canada

I Vlach NordAmericani ritengono che esista un posto tra la terra e il Cielo chiamato "Kalisferia", dove finiscono le anime dei bambini non battezzati, i suicidi e quanti hanno commesso crimini. Una triste regione di oscurità totale abitata da creature impaurite, condannate a vivere lì sino quando non riceveranno la grazia per raggiungere Raiyo, il concetto Rom corrispondente al Paradiso. Quando sono entrato nel campo Casilino 900, una baraccopoli vicino a Roma, ho incontrato Kalisferia in terra!

Non si sa quanti siano i rifugiati Rom in Italia. "Ziganopoli: La Segregazione Razziale dei Rom in Italia" pubblicato da The European Roma Rights Center, Budapest, ottobre 2000, ne calcola 130.000, altri danno una cifra compresa tra 90.000 e 110.000. Il governo italiano considera tutti i Rom e Sinti come nomadi, che devono vivere in campi segregati. Non hanno possibilità di mescolarsi col resto della società. Molti sono rifugiati dal Kossovo, dalla Bosnia, dalla Macedonia e da altre regionidella ex Yugoslavia, altri dalla Romania. Molti vivono in questi campi da 10, 15 anni e anche di più. I loro figli, nati in Italia, non hanno conosciuto altra se non quella dei campi. Non possono appellarsi alla Convenzione per i rifugiati, come quanti sono profughi in Canada. Qualcuno ottiene un permesso di residenza, e la maggior parte non può richiedere il permesso di lavoro. Le donne devono mendicare per strada per portare da mangiare in famiglia. La polizia può sottrarre loro figli e metterli in istituto. Nessuno conosce il numero dei campi in Italia. Alcuni sono legali e altri no. La differenza non è chiara, dipende dalla volontà delle giunte locali. La maggior parte dei Rom nei campi "nomadi" provengono da comunità balcaniche sedentarizzate da tempo. Questo nomadismo istituzionalizzato applicato dal governo italiano è una palese violazione dei diritti umani.

Come attivista Rom, che ha lavorato in Canada con i rifugiati Rom provenienti dai paesi ex-comunisti dell'Europa centrale e orientale, sono rimasto stupefatto per le condizioni di vita e la disumanizzazione del mio popolo, qui in un paese civilizzato nell'Europa occidentale. Con i miei colleghi venni fermato all'ingresso di Casilino 900, dalla polizia che esaminava i nostri passaporti, e fummo ammoniti a non entrare "in quel campo di Zingari. Vi ruberanno le macchine fotografiche e vi rapiranno" ci informarono. Alla fine, ci fecero passare "a nostro proprio rischio".

La prima cosa che mi colpì in Casilino 900, fu la pila di immondizia che emergeva ovunque, le baracche che erano state costruite e le roulottes a cui erano state tolte le ruote. L'immondizia non era rimossa e tutto il campo era infestato dai ratti, che spesso assalivano i bambini. Non c'era elettricità né acqua corrente, eccetto delle fontanelle all'ingresso del campo e dei wc chimici, inutilizzabili per l'accumulo di escrementi. L'immondizia veniva bruciata assieme alla legna. In un campo, incrociai un furgone guidato da un rifugiato etiope, che era incaricato di pulire i wc chimici una volta al mese.

Casilino 900, mi hanno raccontato i Rom, è simile a molti altri campi in Italia per rifugiati. [...] Per fortuna, sono riuscito a parlare con loro in romanes, che mi deriva in parte dall'essere di origine Vlach, e anche dal confronto con altri rifugiati in Canada, che parlano una varietà di dialetti simili. Il problema maggiore è dato dai permessi di lavoro e dalla mancanza di status legale. Non possono appellarsi alla Convenzione sui rifugiati. Se lo fanno, come è successo a una famiglia bosniaca con 8 figli, arrivata 11 anni fa, hanno 30 giorni per lasciare l'Italia o essere deportati- L'Italia non applica la Convenzione di Ginevra del 1951. Invece, lo fa per l'Accordo ONU di New York del 1954 sugli apolidi. Tra i pochi Rpom che hanno potuto usufruirne, c'è Babo Daniele, arrivato in Italia dopo un'odissea tra gli stati dell'ex Yugoslavia, munito di un inutile passaporto rosso yugoslavo, senza più cittadinanza nelle nuove repubbliche, nessuna delle quali voleva accettarlo come di nazionalità Rom.

Sono migliaia, inclusi i lavoratori ex-yugoslavi all'estero, che non possono tornare in patria, anche se volessero, perché il marito è diventato cittadino di una repubblica e la moglie di un'altra. Tra di loro, anche molti Rom che si erano rifugiati in Macedonia e da qui sono arrivati in Italia. Babo Daniele si fabbrica da sé il forno dove cuoce pizza e bistecche in un laboratorio che ha ricavato accanto alla casa che si è costruito nel campo. La casa viene rifornita di elettricità da un generatore a benzina, che ha costruito con pezzi di varia provenienza. Per sopravvivere, vende le pentole e le stoviglie che lui stesso fabbrica. Era un fabbro ambulante sta tentando invano di ottenere un permesso per aprire una piccola officina dove inserire altri residenti del campo. Le sue richieste non hanno ancora incontrato le orecchie giuste.

Un altro che non si arrende è l'ottantenne Sevko R., ramaio Chergari della Bosnia, che ancora prova a continuare il suo lavoro. Mi racconta: "Ho raccolto e lavorato il rame per tutta la vita e morirò col rame tra le mani." Altri sono abili nel confezionare gioielli, nell'aggiustare pentole o in altre attività commerciali, ma il governo non ha mai mostrato interesse nel permettere lo sviluppo di micro-progetti che permettesero loro di vivere. Ci sono fabbri, meccanici, commercianti a vari livelli.

Molti degli uomini a Casilino 900 e in centinaia di altri campi, sono demoralizzati. Senza permesso per lavorare, devono sopravvivere con lavori in nero o con l'elemosina delle donne. La stampa italiana bolla questi campi come "terreno fertile per la criminalità" e non c'è dubbio che questa tentazione esista, dato che tutte le strade per un'impiego onesto sono eliminate o proibite.

La scolarizzazione è un altro disastro. Alcuni bambini vanno a scuola, nei pochi campi serviti dagli scuolabus, ma la maggior parte lo fa sporadicamente. Alcuni giovani si guadagnano da vivere strimpellando O Sole Mio o La Cumparsita per i turisti stranieri che li confondono con suonatori italiani. Le ragazze vengono avviate all'accattonaggio, qualcuna lavora come domestica nelle case dei ricchi.

Nell'adiacente campo Luigi Carboni, abitato da rifugiati Rom dalla Romania, i bambini vanno a scuola quando funziona il servizio di scuolabus. I Rom vivono in container, che sono la miglior soluzione per i rifugiati, ma i container sono pochi. Sono confortevoli come le nostri mobilhome in Canada, hanno acqua corrente, servizi interni, elettricità, frigoriferi e piccole camere da letto. A prima vista questo campo modello, unico nel suo genere, sembra migliore della sistemazione che i nostri rifugiati Rom dall'Ungheria trovano lungo l'autostrda per Hamilton, a St. Catherines o nella Niagara Peninsula, finché non si scopre che questi Rom potrebbero rimanere lì per sempre. In Canada, la situazione di provvisorietà dura due mesi e poi i Rom possono cercarsi un'altra sistemazione, ottenere il permesso per lavoarre e4 cominciare ad integrarsi nella società canadese, mentre l'Immigration & Refugee Board (IRB) vaglia la loro posizione di richiedenti asilo. Se la richiesta ottiene esito positivo, possono percorrere tutto l'iter che da immigrati li può portare a diventare cittadini canadesi. Se la richiesta viene rifiutata, è possibile ricorrere in appello, e solo dopo un ulteriore rifiuto, si viene rimpatriati o si opta per il ritorno volontario. L'aspetto negativo di questa prassi è che attualmente, solo dal 12 al 18% dei richiedenti asilo dall'Ungheria ottengono il benestare dall'IRB, contro l'89% dei Rom dalla repubblica Ceca nel 1998.

Il problema principale nel campo modello Luigi Candoni è la fame. I rifugiati in Italia non ottengono una diaria e se le donne non andassero a mendicare, nessuno mangerebbe. [...] Per gli uomini la prospettiva è il lavoro in nero. E' anche impossibile ottenere assistenza medica. Una giovane di 27 anni, incinta di sette mesi, andò in ospedale a causa di un aborto spontaneo. Le furono date delle pillole e venne congedata. La conobbi tre mesi dopo [...] che soffriva ancora di emorragia. Non ha potuto essere curata in nessuna struttura o ospedale.

La routine al campo Luigi Candoni, come negli altri campi attorno, è dettata dalla fame. Le madri partono la mattina presto con i figli in età prescolare e prendono la metropolitana per andare in città. Possono mendicare, ma non nella Città del Vaticano, dove rischiano di essere arrestate. Mentre Sua Santità li ha benedetti e si è riferito a loro come "miei Amatissimi Figli del Vento", non ha permesso loro di mendicare nei suoi domini. La sera, madri e bambini tormnano al campo e sono investite dalle domande delle più anziane, che attendono tra montagne di vestiti donati dalle associazioni caritatevoli o magari messi da parte per essere nuovamente scambiatinella speranza di un guadagno supplementare. Se non si è raccolto abbastanza, salta la cena o la colazione [...] L'indomani, ricomincia il ciclo. In altri campi, è successo che le donne tornassero e trovassero tutto demolito dai bulldozer... [...]

Ho lasciato l'Italia con una domanda, che devo farmi come attivista Rom canadese. Dove sono i leaders Rom in Europa? Perché nessuno di loro è coinvolto in questa tragedia? Sono troppo impegnati in conferenze senza fine e a combattersi l'un l'altro i benefici delle autorità? Sono troppo occupati nell'ingrandire loro stessi e ad autopromuoversi, per prendersi cura della gente dei campi? In Canada, facciamo tutto quanto possiamo per assistere i Rom rifugiati in un paese dove hanno la fortuna di esssere accettati come rifugiati ed eventualmente ottenere la cittadinanza. Se vivessi in Europa, vorrei essere in Italia e combattere per questi Rom. Perché non lo fanno i nostri leaders ed attivisti europei? I Gajé non risolveranno questo problema, magari possono aiutarci e in effetti lo stanno facendo, ma senza una nostra forte leadership, Kalosferia non avrà mai fine.

Durante la mia ultima visita a Casilino 900, "Cipollina", una ragazza di 12 anni ed apprendista mendicante, mi ha implorato: "Amico, le man tusa ande Kanada - portami con te in Canada!" Se solo avessi potuto, l'avrei fatto. C'è stato un eco alla sua richiesta: "Kako! Azhutisar amen te djas ande Kanada. Meras ande Italiya - Zio! Aiutaci ad andare in Canada. In Italia stiamo morendo."

Il mondo deve conoscere di questi campi, del razzismo istituzionalizzato e delle condizioni inumane in cui i Rom sono forzati a vivere. Questo fotogiornale di Stefano Montesi, attivista italiano e fotogiornalista, che ha dato il suo tempo e il suo talento per aiutare i Rom, correndo egli stesso rischi con le autorità, è di inestimabile valore. Ho incontrato Stefano in Italia e posso raccomandare il suo lavoro e il suo impegno per la causa dei diritti umani.

Link utili
- ERRC
- Dichiarazione universale dei diritti umani
- I maestri del rame
- Casilino 700 - Testi di Pietro Orsatti, foto di Stefano Montesi
 
Di Fabrizio (del 21/06/2005 @ 03:22:02 in casa, visitato 2925 volte)

Grazie alla collaborazione di Karin Waringo e di Valery Novoselsky, l'appello contro i rimpatri forzati in Kossovo è ora in 7 lingue:

  • italiano
  • inglese
  • tedesco
  • francese
  • serbo
  • albanese
  • romanès

per firmare online basta collegarsi al link http://www.sivola.net/download/kossovo.htm La petizione è stata ripresa da tutto il network europeo.

Ora, si sa, una firma non si nega a nessuno. Poi (si sa anche questo) una firma non significa molto, a meno che non si riesca a raccoglierne tante. Il fatto che la petizione possa circolare in tutta Europa, è un vantaggio innegabile.

Quindi, pigrizia a parte, quale può essere l'impedimento a firmare? Dal "basso" della mia esperienza, penso che un grosso problema potrebbe essere la fama di bugiardi e di vittime che i Rom si portano appresso. Insomma: farebbero finta di essere scappati dal Kossovo, mentre in realtà la regione è un'isola di pace e progresso. Il fatto che solo un anno fa, il Kossovo per tre giorni sia stato scosso alle fondamenta di una colossale caccia all'uomo, che tuttora le forze UNMIK non assicurino la sicurezza degli abitanti, sarebbe una gran menzogna.

Cicciosax nel suo Burekeaters, azzarda l'ipotesi che si stia procedendo al rimpatrio forzato dei richiedenti asilo, per pura convenienza politica: dimostrare che il Kossovo è finalmente pacificato e che sono maturi i tempi per iniziare i negoziati sullo status della regione.

Ma, se davvero anche lui fosse vittima di un'allucinazione collettiva, e in realtà il Kossovo non avesse niente di meglio da fare che aspettare il ritorno dei suoi rifugiati?

Direi: dimentichiamo tutte le storie così zingare e strappalacrime sulle persecuzioni, gli incendi, le cacce all'uomo... proviamo un approccio razionale e per niente sentimentale. Ho cercato informazioni sulla mailing list Kosovo_Roma_News, una fonte documentata che spesso riporta articoli della stampa estera. I Rom della diaspora kossovara sono tra i 100 e i 120.000, e questo è il paese che sarebbe pronto a riprenderli:

  • MITROVICA: E' una lunga storia: nella città che l'anno scorso s'è spaccata in due tra Serbi nella zona nord e Albanesi in quella sud, il quartiere Rom è stato il primo a farne le spese. Dato alle fiamme e poi sgomberato armi in pugno. Gli abitanti si sono rifugiati in un campo profughi nella zona nord. Il campo profughi sorge su una discarica di materiale tossico. Se va bene, i Rom che sopravvivono potranno lasciarlo tra settembre e inizio anno prossimo.
  • NOVI PAZAR: un immondezzaio ospita da sei anni 22 famiglie di profughi Rom. Ogni tanto le baracche prendono fuoco. Ultimamente, le tubature che portano l'acqua al campo sono state sabotate da ignoti vandali. Le famiglie sopravvivono grazie agli aiuti della Croce Rossa. D'accordo con la giunta comunale e l'UNHCR, si sta progettando per trasferire le famiglie in un posto meno insano della discarica. A tale scopo sono già pronte 24 tende. In seguito, il governo svedese si è incaricato di fornire dei container come soluzione a medio termine.
  • BERANE (Montenegro): il campo profughi ospita 200 Rom ed Egizi, rifugiati interni e dal Kossovo. Le autorità hanno comunicato che il campo sarà sgomberato e le famiglie dovranno trovare un'altra sistemazione. La situazione si era già presentata l'anno scorso, ma la Caritas era intervenuta coprendo le spese di gestione del campo. Ora non può più farlo, e il governo montenegrino, che già patisce l'embargo occidentale, ha problemi anche nel trovare una sistemazione per i propri profughi interni.
  • BELGRADO: Nella repubblica Serba i problemi sono simili a quelli del Montenegro. Sono 200.000 i profughi dal Kossovo. Durante un'indagine svolta dallo stesso capo dell'UNMIK, Soren Jesen-Petersen, molti dei profughi kossovari di Gnjilane hanno mostrato foto e documenti delle loro proprietà. Nella sola capitale, ci sono oltre 100 accampamenti illegali. Il più grande consta di 250 baracche sulla riva sinistra della Sava, che ospita 2000 Rom. L'accampamento è in via di demolizione.
  • ISTOK: 28 famiglie (60 componenti in totale) di Rom erano tornate in città, fidandosi delle "garanzie dell'UNMIK che le loro case sarebbero state ricostruite a breve. I fondi erano già stati stanziati. Ma a distanza di mesi, i lavori non sono iniziati e le famiglie sono ospitate in un campo profughi, senza libertà di movimento. Movimento o no, la Serbia ha già fatto sapere di non essere disposta a riprendersi quei rifugiati.

Questa è l'attualità impietosa del Kossovo. Sono solo gli ultimi aggiornamenti, l'elenco sarebbe più lungo. Come sia possibile un ritorno e chi siano i bugiardi, decidetelo voi. Nel caso leggete la petizione e firmate per non farvi prendere in giro.

 
Di Sucar Drom (del 15/12/2005 @ 02:11:37 in media, visitato 1839 volte)
Venerdì 16 dicembre alle ore 21.00, presso l'Auditorio Santa Dorotea in via Cocchetti a Capo di Ponte (BS), ci sarà il primo appuntamento di "Storie, documentari per capire la Storia del presente e del futuro", ciclo di incontri promosso dalla Fondazione Cocchetti.

Si comincia con "Addio Moravska" (2004) un lungometraggio scritto e diretto da Maurizio Orlandi, che racconta la storia della famiglia rom di Speito Fetahi e di altre famiglie rom kossovare, costrette a scappare dal loro paese in seguito alla guerra nei Balcani nel 1999.

Un documento importante per comprendere una cultura diversa dalla nostra e conoscere la Storia attraverso il linguaggio cinematografico.
Ingresso libero.

La Fondazione Cocchetti è situata a Cemmo, nel Comune di Capodiponte, centro della media Valle Camonica in provincia di Brescia.
Per informazioni, telefonare in orario d'ufficio al seguente numero:
tel. 0364. 331284.

Il DOCUMENTARIO CREATIVO
Maurizio Orlandi, insegnante e regista, ci spiega il senso del suo lavoro
e offre delle utili indicazioni agli insegnanti

Intervista realizzata da Alberto Pian, tratta da E-Didateca
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Maurizio Orlandi insegna italiano e storia al liceo. Promotore di un laboratorio audiovisivo di storia. Ha realizzato il primo film nel 1997; non ha più smesso e ora è un regista professionista. Il suo genere preferito: il documentario creativo.

Com'è nato in te questo interesse per il film, dal lato della produzione?
Quando nel 1997 - 98 partecipai a un seminario di storia contemporanea sull'unicità di Auschwitz, dell'olocausto. Lì ebbi l'idea che la memoria si poteva ricuperare e raccontare. Realizzai il primo documentario fra Auschwitz e Birckenau, facemmo due ore di girato con una semplice videocamera in VHS, da cui poi si realizzò un video in b/n e che vinse il secondo premio al Torino film festival.

E' in quel periodo che hai formato il laboratorio della tua scuola? E come si è sviluppata questa tua passione?
Si, avevamo una concezione di scuola molto aperta, così io e qualche altro collega fondammo il LAG (Laboratorio Audiovisivi del Giusti). Il laboratorio era diviso in due sezioni, una teorica, di storia del cinema,che prevedeva uscite settimanali serali con gli allievi. Serali perché si voleva proprio andare al "vero" cinema, non alle proiezioni dedicate alle scuole. La seconda sezione era invece più tecnica, legata al lavoro di insegnamento di letteratura e storia. Così abbiamo fatto un lavoro di tipo biografico su una persona di Firenze, un partigiano del 1944 molto importante ma pochissimo conosciuto e abbiamo cercato di ricostruire la sua storia, entrando proprio nei luoghi della memoria, abbiamo indagato a lungo e ricostruito alcuni aspetti della sua vicenda, come il confino a Ventotene. Abbiamo girato in betacam e anche questa produzione fu riconosciuta al Torino film festival.
Nel 2000 abbiamo avuto un finanziamento dal Comune di Torino e, sotto la mia regia, i miei allievi hanno partecipato a un percorso completo di costruzione del film. Con questa produzione abbiamo vinto il primo premio al Torino film festival. Il film, girato in digitale, si intitola: "Quei ragazzi del borgo del fumo". Si tratta di un quartiere di Torino, il quartiere Vanchiglia, un tempo pieno di ciminiere, con la nebbia del fiume. Abbiamo incontrato un grande testimone, una persona anziana che ci ha fatto entrare nella storia. Questa testimonianza è stata il leit motiv del film. Inoltre abbiamo anche ricuperato dei filmati storici della città sotto i bombardamenti. Sono riprese drammatiche realizzate dai Vigili del fuoco che entravano nelle case incendiate e distrutte con le cineprese. Li abbiamo reperiti nei loro archivi. In questi film tocchiamo aspetti emotivi anche molto diversi: dalla gioia della Liberazione alla "resa dei conti", la caccia al fascista.

Quali sono i lavori più recenti che hai svolto? Il tuo genere è il documentario, specialmente quando si incontra con la "memoria"...
L 'ultimo documentario che ho realizzato si intitola "Romani rat" (la notte dei rom"). Parla degli zingari, della loro vita, certo, ma soprattutto del loro viaggio verso i campi di sterminio. Anche con gli zingari, infatti, è stato intrapreso un piano di azione molto preciso. Noi abbiamo ripercorso questo viaggio, dal campo Rom di Arrivore fino ad Auschwitz. Lo stesso loro viaggio. Con noi c'erano un Rom, che ha svolto il ruolo dei personaggio protagonista del film e poi un responsabile dell'ufficio stranieri e una antropologa polacca. Siamo passati e ne siamo stati ospiti, nei villaggi sperduti degli zingari. Il film è stato finanziato dalla Commissione Europea, dalla Regione Piemonte, dalla Provincia di Torino ed è stato anche patrocinato aella Shoah Foundation di Los Angeles (l'associazione di Spilberg, che ci ha messo a disposizione alcune interviste significative). Il film è stato venduto e adesso gira nei canali satellitari.

Attualmente sto lavorando sugli anni '60 a Torino in collaborazione con il prof. Fabio Levi, dell'Università di Torino. Vogliamo ricostruire alcuni aspetti della storia di quegli anni portando la nostra attenzione sulla banda Cavallero e in particolare su Piero Cavallero, un personaggio significativo per la sua storia, le vicende che ha attraversato in quegli anni. Un altro lavoro che sto facendo è un piccolo corto, una storia sugli anni settanta, insieme a un regista milanese che sarà presentato al prossimo Torino film festival, si intitola, "Ultima partita" è una vicenda scherzosa e seria allo stesso tempo che ruota attorno a una squadra di calcio di quartiere che esiste tutt'ora e che ispira il leit - motiv del film.

So che anche i tuoi allievi partecipano alla realizzazione dei film: si tratta di un momento didattico importante?
La storia come disciplina di studio è sempre meno apprezzata dagli allievi. Perciò si rischia l'oblio, si rischia di non capire il valore della memoria. E già... su questo punto forse si fanno troppe cerimonie e si realizzano pochi fatti. Ecco, noi abbiamo cercato di ricostruire i fatti. I ragazzi si sentono protagonisti, quando parlano con i testimoni ed entrano veramente nella storia. Questo connubio fra regia di genere storico e sociale e insegnamento ha dato dei risultati molto interessanti. Basta sapere che tutte le attività nelle quali coinvolgo i miei allievi si svolgono in orario extrascolastico e quindi i ragazzi dimostrano una partecipazione attiva.

Come sei entrato nel mondo della regia professionale?
Dopo un certo numero di anni di esperienze sono ora entrato nel campo della regia professionale e, diciamo così, ho un mio target. Inizialmente sono partito dalla narrazione: dapprima scrivevo le storie poi chiamavo un regista. Successivamente ho intrapreso il passaggio. Ora dirigo io stesso i miei film. E non solo: sto anche imparando a fare le riprese, penso che ci siano molte cose da imparare e sono tutte molto interessanti.


Puoi spiegarci come imposti il tuo lavoro?
Fondamentalmente ci sono due modi per realizzare dei documentari. Si può partire da un'idea, in questo caso si gira molto, si fanno molte riprese, si cerca di accumulare molto materiale e vario e quindi in post - produzione si "inventa", letteralmente, il documentario. In questo caso il montaggio ha una funzione decisiva. Io invece preferisco scrivere dapprima l'idea, quindi l'ideazione e in seguito il soggetto. A questo punto approfondisco l'idea e stendo il trattamento. Seguo le regole canoniche non perché debba essere così, ma perché a me piace molto scrivere e poi perché ci sono arrivato gradualmente. I primi film erano meno "programmati", più "liberi". Poi ho maturato l'esigenza di avere delle immagini ben precise, come le desideravo io e quindi ho imparato a essere più rigoroso, a impostare una struttura narrativa che avesse un momento iniziale, per presentare l'argomento, quindi il tempo di far venir fuori i personaggi, poi il culmine drammatico e l'avvio verso la conclusione.

I miei documentari sono creativi e non "tradizionali" vale a dire del genere reportage, con voce fuori campo, ecc. Cerco sempre di partire da una storia, seguo il più possibile il trattamento, anche per ottimizzare il momento produttivo. Poi è ovvio che se trovi qualcosa di particolare, un soggetto, un personaggio, ecc.rivedi il tuo lavoro. Io presto attenzione anche al carattere dei testimoni, per esempio desidero poter avere nel film un testimone con un certo tipo di personalità. Dunque bisogna fare delle ricerche, e bisogna rendere proficue le riprese per ottimizzarle dal punto di vista dei costi e perché siano utilizzabili nella fase del montaggio. Così ho imparato veramente a fare un piano, ad arrivare fino al trattamento e ad esserne fedele. Di solito faccio un grande lavoro di scrittura.

Un primo piano non deve essere messo a caso. Neppure in un documentario e così una soggettiva, una dissolvenza. Tutte queste cose devono avere una relazione con lo sviluppo drammatico della storia. Forse come insegnante di lettere mi sento a mio agio in questo ambiente: vivo nella narrazione, ma da un punto di vista tecnico c'è sempre molto da imparare, bisogna farlo con umiltà e grande voglia di raccontare.

L ' ultimo documentario che uscirà fra poco, sul Kossovo, si intitola "Addio Moravska". E' il racconto della fuga di una famiglia di rom durante la pulizia etnica. L'ho girato in digital betacam (un betacam digitale). Tratta degli zingari di Pristina e abbiamo usato anche il loro video, sono filmati sporchi girati da loro stessi durante le feste, i matrimoni, sono riprese in VHS del 94 - 95, di cattiva qualità, ma siamo riusciti a combinarle con il materiale che abbiamo girato e l'effetto è molto bello.

Che cosa potresti dire a un insegnante che desidera utilizzare le tecniche video in classe? Che cosa potrebbe fare con i suoi allievi?
Che potrei dire agli insegnanti? Di lavorare sulle storie dei ragazzi, delle loro famiglie, rendendoli portagonisti, attori. Per esempio penso a un lavoro basato su quattro "tipologie" di giovani, non so: un "tamarro", un "alternativo", un "cabinotto", un "perbene normale", ecc. Pensa a quante storie ci sarebbero da raccontare. I loro quartieri, le loro famiglie, le loro città, gli amici, il tempo...

Oggi vedo che gli insegnnati hanno molte difficoltà e la scuola sembra in profonda crisi. Spesso devono tenere in piedi una disciplina che crolla, letteralmente. Hanno dunque bisogno di nuovi linguaggi, di comunicazione, di fare qualcosa insieme ai giovani. Così quello del genere documentario creativo potrebbe essere un buon suggerimento: si parte da un personaggio, per esempio un allievo stesso, o un altro e si entra nelle sue storie. Tutta una classe potrebbe essere coinvolta: si parte e si va a intervistare la nonna o il cugino.

Se provi a ricostruire tu stesso, a partecipare, allora anche l'atteggiamento nei confronti del film e della cultura in genere cambia. Andiamo a casa di Pinco e lo riprendiamo con i suoi genitori, di dove sono? della Calabria, allora la mamma serve anche la sardella?
 
Di Fabrizio (del 22/07/2005 @ 01:42:08 in conflitti, visitato 1513 volte)

In vista dei futuri colloqui sullo status, la Germania e altri paesi d’accoglienza aumentano le pressioni per il rimpatrio dei profughi del Kosovo. La difficile situazione delle minoranze, la posizione dell’Unhcr e i protocolli segreti. Da Transitions Online

Di Karin Waringo, Transitions Online, 11 luglio 2005

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Letizia Gambini
- continua

La petizione

 
Di Fabrizio (del 26/09/2005 @ 01:31:22 in Regole, visitato 1749 volte)

csmonitor

Martedì, 20 settembre 2005
L'Europa rimanda a casa ai rifugiati dalla guerra

La Germania mostra i muscoli ad Afgani, Iraqeni e Kossovari
By Isabelle de Pommereau | Correspondent of The Christian Science Monitor

FRANCOFORTE: Aferdite Hasanaj assomiglia alle sue compagne di scuola. Ma c'è una differenza. Da 13 anni, da quando la sua famiglia è fuggita dal Kossovo all'inizio del conflitto che avrebbe smembrato la Yugoslavia, ogni 3 mesi deve rinnovare il permesso per restare in Germania.

La sua richiesta d'asilo è stata rifiutata, ad aprile le è stato comunicato che "deve fare ritorno in Kossovo", infrangendo tutti i suoi sogni di frequentare il college a Francoforte. E' a rischio di espulsione da un giorno all'altro.

"Non sono mai stata in Kossovo, non parlo la lingua e non conosco la cultura del posto" dice la diciasettenne durante una manifestazione di protesta. "Non hanno il diritto di trattarmi a questo modo".

In Germania sono 220.000 i rifugiato a cui è stata negata la richiesta di asilo e che condividono il destino di Aferdite. Il governo tedesco intende accelerare i rimpatri, per motivi di politica interna, per il peso che i richiedenti asilo hanno sul bilancio sociale, ma anche per affrettare la soluzione politica in Kossovo.

"Come può uno stato espellere una ragazza che è qui da 13 anni, e che qui studia con profitto?" si chiede Volker Ludwig, del GRISP Theater di Berlino, che ha messo in scena il racconto della deportazione di una famiglia. "Questa pratica è unica in Europa, è offensiva" ( nel resto d'Europa il rimpatrio forzato può avvenire, vedi Bossi-Fini, al compimento della maggiore età ndr.)

Quest'estate, 16 ministri federali dell'interno hanno votato per accelerare il ritorno di centinaia di migliaia di rifugiati dal Kossovo, Iraq e Afghanistan.A maggio lo stato federale di Amburgo (Bassa Sassonia ndr.) ha iniziato a rimpatriare gli Afgani, ritenendo che la stabilità sia tornata nel paese.

Questa è una tendenza che sta attraversando tutta l'Europa, particolarmente quei paesi che sinora si erano distinti per politiche di accoglienza liberali, come Olanda, Norvegia, Danimarca e Inghilterra. [...]

"C'è un intensificarsi della corsa al rimpatrio" dice Karl Kopp, rappresentante europeo di Pro-Asyl, un gruppo di assistenza legale ai rifugiati con base a Francoforte.

"C'è un boom" continua "nella cosiddetta partenza assistita: cioè il richiedente asilo a cui è stato negato il permesso, viene invogliato a rimpatriare volontariamente, dietro l'offerta di soldi e alimenti. Nelle istituzioni si sta affermando la filosofia del: cosa posso fare se non posso espellerti?" ancora Kopp. "Quindi si fa in modo di rendere la vita più difficile - limitare la libertà di movimento a queste persone, finché non resta loro altra possibilità, se non quella di andarsene."

Rispondono le istituzioni che quanti si sono visti negare il permesso, sapevano dall'inizio a cosa sarebbero andati incontro. Agendo così, intendono "mandare un segnale a quanti vorrebbero stabilirsi permanentemente in Germania, tutto ciò che intendono fare è rinnovare a vita il loro permesso di soggiorno" dice Wilfried Schmäing, del Ministero degli Interni.

La regolamentazione tedesca sui richiedenti asilo è considerata una delle meno permissive d'Europa. Sino a pochi anni fa, soltanto le vittime di persecuzioni da parte dello stato potevano fare richiesta d'asilo. Le vittime delle guerre civili, come quella del Kossovo, avevano diritto a uno status di "tollerate", perché le persecuzioni da loro sofferte non venivano direttamente dallo stato. Il nuovo regolamento, entrato in vigore quest'anno, ha riconosciuto anche a questi ultimi lo status di rifugiati a tutti gli effetti. Nel contempo, la Germania ha iniziato a rimandare in patria quanti si erano visti negare il permesso.

"La questione si sta politicizzando" dice Patricia Coelho, dell'European Council on Refugees and Exiles di Londra. "I politici devono mostrare ai propri elettori di essere rigidi sul diritto d'asilo".

In Inghilterra, i richiedenti asilo "che non cooperano" [...] si vedono tagliare gli assegni sociali. In Olanda, il richiedente asilo a cui è stata rifiutata la richiesta, perde l'assistenza sociale dopo 28 giorni. La Norvegia ha mobilitato le squadre speciali per occuparsi dei rimpatri. [...]

"E' una tendenza delle nazioni industrializzate a sviluppare politiche che inducano o costringano le persone a rimpatriare o a non ususfruire di alcun tipo di garanzia" continua Coelho. I richiedenti asilo, aggiunge "sono un segmento in crescita, di persone vulnerabili, povere e marginalizzate nelle società europee". Aggiunge che mentre diminuisce il numero dei richiedenti asilo in Europa, cresce anche il numero dei rifiuti.

A Francoforte, una delle città più multietniche d'Europa, le compagne di Aferdite sono al suo fianco. Aferdite potrebbe rimanere sino al complimento degli studi, dal momento che una famiglia tedesca si è detta disposta a fornirle supporto finanziario. Ma lo stesso, entro l'anno prossimo verrebbero espulse sua madre e sue due gemelle.

 
Di Fabrizio (del 26/06/2005 @ 01:29:12 in Europa, visitato 2140 volte)

Fonti:


  • Secondo l'agenzia cinese Xinhua la Germania starebbe provvedendo al rimpatrio forzato non solo dei richiedenti asilo dal Kossovo, ma anche di profughi dall'Iraq e dall'Afghanistan

  • L'agenzia Tanjug ha organizzato una conferenza stampa (il testo in inglese QUI). Presentato il film "Senza una Casa, Senza un Tomba" del giornalista Azir Jasari di Pristina.

Bekim Syla, del Centro Documentazione dei Rom ed Ashkali e Bashkim Ibishi, membro del Kosovo and Ashkali Forum, hanno incontrato il rappresentante ONU per i Rifugiati e i Dispersi Interni. Hanno espresso la loro forte contrarietà all'accordo siglato tra l'UNMIK e il governo tedesco, definendolo un esperimento condotto sulla pelle di chi non si può difendere. Invitano quanti abbiano a cuore la sorte di queste persone, a firmare l'appello online su: http://www.sivola.net/download/kossovo.htm (QUI l'elenco dei firmatari)
A sua volta, Walter Kalin, il rappresentante ONU, ha ricordato che un consistente numero di rifugiati interni sono tuttora costretti in campi sosta improvvisati, senza nessuno che voglia prendersi cura della loro situazione.


  • Secondo la BBC (che riporta KosovaLive) Il responsabile della missione UNMIK, Soeren Jessen-Petersen, assieme al Primo Ministro Kossovaro Bajram Kosumi, hanno affermato che il ritorno dei profughi (particolarmente i Serbi) è una priorità della loro agenda politica, e che si impegneranno a garantire la loro sicurezza.


  • Lunedì 27 giugno al Parlamento Europeo a Bruxelles si terrà un'iniziativa pubblica, promossa dal gruppo dei Verdi, a cui interverranno rappresentanti del Forum dei Rom, dell'ERRC e dell'Agenzia per il Ritorno dei Rifugiati.


Quadri per il Kossovo
Vendita benefica delle tele di Ilanna Mandel a favore delle famiglie in Kossovo che vivono nei campi profughi in aree tossiche.
Contattare per email: ISMandel@telus.net


Sulla situazione in Kossovo:

 
Di Fabrizio (del 08/07/2005 @ 01:26:00 in musica e parole, visitato 2875 volte)

Prima milanese di Zingari in carrozza. Alle spalle di una vecchia liuteria artigianale, sotto un pergolato fantastico cinema all'aperto per stare freschi una sera milanese, in ottima compagnia... ha piovuto tutta la serata : - (
Dedicato a chi c'era, a chi sino all'ultimo ha asciugato le sedie, montato e smontato lo schermo e litigato col proiettore, ha esaurito la carica del telefonino per il passaparola, e a chi non ce la fatta:

Continuiamo con la favola
...perché in fondo tutta la storia è una favola, bella e assurda, e sperando che qualche giorno si avveri, si tira avanti a forza di sogni e di ruspe.
Loredana su Corriere Milano
Leggevo proprio ieri sulle pagine cittadine del Corriere:

Loredana ha 12 anni e frequenta le medie. Il pomeriggio suona il violino sul metrò, linea rossa, insieme al fratello e al padre che tutti chiamano Director. Il primo incontro fortunato è stato quello con Claudio Bernieri, che l'ha scelta come protagonista del suo film "Zingari in carrozza". Nel remake di "Miracolo a Milano" Loredana interpreta se stessa. [...]

Nella vita reale Loredana vuole fare la ballerina. Come tutte le ragazze del suo popolo si muove con grazia. E' cresciuta ascoltando i ritmi zingari, un po' mediterranei e un po' orientali. Qualche sera fa il secondo incontro fortunato con Franca Roberta Cannavò,insegnante di danza alla Scala. Nella trasmissione di Canale Italia "Passeggiando per Milano" [...] ha visto ballare Loredana e ha deciso di regalarle un corso di flamenco, che si terrà a settembre. [...]

Alle nostre orecchie, un modo per farsi pubblicità, lo so. Ma accettate un consiglio (se volete, beninteso): capire il mondo dei Rom non è facile, ci sono l'ignoranza, la sporcizia, i furti, il Kossovo, le ruspe, la Lega... ma a volte per capirlo bisogna credere alle favole, come Loredana che ha pregato la Madunina di farla diventare una ballerina e forse ci ha persino creduto.

L'importante è non perdere tempo, perché di solito la fortuna dei Rom non dura: ieri sera, dopo la proiezione, Loredana raccontava che ha già cominciato a studiare con la signora Cannavò. Di flamenco non si parla ancora, per ora si sta applicando sulla sevillana. Passi che i nonni dei nonni dei suoi nonni portarono in Spagna. E suo padre, per adeguarsi, dopo i ritmi balcanici, ha ripreso a studiare musica. Flamenco, stavolta.

 
Di Fabrizio (del 12/05/2005 @ 01:14:40 in Europa, visitato 2353 volte)
Da: Roma Network
die Taz (Germania): Il Partito Socialdemocratico Tedesco si oppone alla deportazione in Kossovo

BERLINO taz. - La minaccia di rimpatriare forzatamente i rifugiati del Kossovo dalla Germania, non incontra solo il biasimo delle organizzazioni dei rifugiati. "Se la situazione della sicurezza continua a mantenersi fragile, sarebbe irresponsabile un rimpatrio di massa" ci racconta Dieter Wiefelspuetz (SPD), portavoce al Bundestag degli Affari Interni del suo partito, annunciando che chiederà al Ministro degli Interni rassicurazioni in merito.

Come è stato riportato, il Ministero degli Interni ha siglato un accordo con l'amministrazione ad interim dell'UNMIK il 26 aprile, in base alla quale membri delle minoranze Askali, Egizie e Rom sarebbero stati rimpatriati a partire da questo mese. [...] precisamente, 300 alla volta da maggio e 500 da luglio. Le organizzazioni dei rifugiati stimano in 10.000 i rifugiati coinvolti nell'accordo. Questi tipo di rimpatri forzati erano stati sospesi dopo i disordini di marzo 2004.

L'accordo è stato criticato anche da Marieluise Beck, del partito dei Verdi e rappresentatnte del Governo per le tematiche migratorie [...], che ha richiesto "un pronunciamento chiaro perché sia permesso [ai rifugiati] di rimanere in Germania". In una recente intervista, Beck ammoniva sull'alto rischio legato al loro rientro e sulle preoccupazioni per il loro futuro. Guenther Burkhardt, Direttore Esecutivo di Pro Asyl, ha indicato queste deportazioni come "una falla nella diga umanitaria".

Le previsioni sulla situazione in Kossovo sono difficili. Nel proprio rapporto di marzo, l'UNHCR definisce la situazione "fragile e poco chiara", nel contempo afferma di avere "preoccupazioni sulla sicurezza generale" per i rimpatriati. Nikolaus von Holtey di Pax Christi, ritiene che non dovrebbero verificarsi "veri atti di violenza", piuttosto una situazione generalizzata di intolleranza razzialie e di piccole violenze.

SASCHA TEGTMEIER taz 7.5.2005

Gruppo Roma_und_Sinti
 
Di Fabrizio (del 30/01/2006 @ 01:07:51 in Europa, visitato 2302 volte)

L'Inviato Speciale dell'ONU intende incontrare le Organizzazioni della Società Civile
Karin Waringo, Brussels

Durante una conferenza stampa presso la Commissione Europea, l'Inviato Speciale ONU e capo della delegazione internazionale sul futuro politico del Kosovo, Martti Athisaari, ha detto di voler incontrarsi con le organizzazioni della società civile durante la prossima visita in Kosovo.

Rispondendo alla domanda su come intende assicurare che gli interessi delle minoranze non-Serbe siano rispettati durante i colloqui, e quando avesse pianificato di parlare con questi gruppi, il diplomatico finlandese ha risposto di essersi già incontrato con i rappresentanti politi ci dei Serbi di Kosovo e delle altre minoranze.[...] Inoltre s'è incontrato con i Serbi della chiesa ortodossa di Decani.

Riguardo alle associazioni, ha aggiunto: “Sono a conoscenza di attivi gruppi femminili e vorrei incontrare anche questi.”

27.01.06

 
Di Fabrizio (del 29/07/2005 @ 00:29:32 in Europa, visitato 2422 volte)
Una recente inchiesta sulla condizione femminile delle romnià in Macedonia, dimostrerebbe che anche in quel paese, dove i Rom sono un'alta percentuale della popolazione e sono generalmente ben integrati, esistono diversi punti di crisi.
La ricerca è stata commissionata da:
  • Roma Centre of Skopje (RCS)
  • European Roma Rights Centre (ERRC)
  • Network Women's Program Roma Women Initiative (NWP/RWI)
e questo, per quel poco che conosco di dinamiche nella regione balcanica, è anche la mia perplessità sullo scopo di questa ricerca. Sono associazioni serie e preparate, da cui attingo buona parte delle notizie che pubblico, ma contemporaneamente da anni svolgono una politica di delegittimazione dei vari governi nazionali, per ottenere appalti e visibilità [vedi http://www.sivola.net/dblog/articolo.asp?id=138]
Fatta questa precisazione personale, ecco i punti critici individuati dal rapporto:

Cittadinanza: Una legge adottata dal governo a seguito del dissolvimento della Yugoslavia, ha lasciato molti Rom e profughi senza cittadinanza alcuna. Questo preclude l'accesso ai servizi scolastici, al lavoro, alla sanità, poter disporre di case o proprietà.

Scolarizzazione: I bambini Rom ricevono mediamente un'educazione scolastica inferiore agli altri. L'analfabetismo tra i Rom è maggiore tra le donne, le ragazze di solito abbandonano la scuola dopo le elementari. La barriera principale alla scolarizzazione, oltre i casi di discriminazione del sistema, sembra risiedere nelle famiglie, ma anche nella scarsa attenzione che le autorità dedicano alle richieste dlle stesse.

Lavoro: Le donne Rom principalmente lavorano nell'economia sommersa, come la vendita di cesti intrecciati ocome donne di servizio. Nel campo del lavoro regolare, le condizioni sono in genere peggiori del resto della cittadinanza. Le controversie più numerose riguardano l'orario di lavoro e le paghe, sfavorevoli rispetto a quelle percepite a parità di mansione dal resto della popolazione.

Sanità: Il maggiore problema è la mancanza di documenti per accedere ai servizi medici. Inoltre le condizioni dei campi profughi favoriscono l'insorgere di disagi come alta pressione, bronchiti, asma, tubercolosi...

Alloggio: Gravi problemi (vedi sopra) principalmente per quante vivono in accampamenti più o meno tollerati. Spesso sovrapopolati e senza infrastrutture, elettricità e acqua.

Inoltre la ricerca evidenzia un alto numero di violenze fisiche e psicologiche condotte contro le donne, da parte della famiglia o della comunità allargata. Violenze raramente denunciate e ancora più rari gli interventi delle autorità.

Rimane infine il problema dei Rom rifugiati dal Kossovo, che vivono in condizioni particolarmente precarie. Le ultime stime parlano di circa 2000 persone, di cui il 51% donne, a rischio perenne di espulsione dalla Macedonia.

Il rapporto completo (in inglese) è disponibile su:
http://www.errc.org/cikk.php?cikk=2136

Due articoli precedenti
- 16 maggio 2005
- 6 ottobre 2004
 
Di Fabrizio (del 29/05/2005 @ 00:04:14 in media, visitato 2554 volte)

Vedere attraverso gli occhi degli altri

A Colonia settimana della cinematografia Rom
30 maggio - 7 giugno 2005
Filmhaus Koeln, Maybachstr. 111

Programma

Lunedì 30 maggio:

  • h. 11.00 - Conferenza stampa Presentazione della prima cineteca internazionale di "Film Zingari" comprendente oltre 2500 film di oltre 30 paesi, nel periodo dal 1987 al 2005, con Heiner Ross, Kinemathek Hamburg e Kurt Holl, Rom e.V. Cologne

Proiezione: La sofferenza dell'Oro Nero - Regista: Siniša Dragin, 11 min., Romania 1994

Documentario su un accampamento in Romania. I Rom del film vivono una miseria estrema accanto ad una raffineria. Nella loro ricerca dell'acqua, scavano nel suolo e dai buchi spesso sgorga il petrolio, che loro raccolgono per riscaldamento. Per questo, sono continuamente perseguiti dalle autorità. Sono in tanti, anche tra i non Rom, a cercare il petrolio. I Rom di volta in volta cambiano territorio, nella loro costante ricerca. (in originale - sottotitoli in inglese)

Martedì 31 maggio:

"Amaro Kher", Venloer Wall 19 - Spettacolo per bambini. Ingresso libero
  • h. 14:00 - German premiere in cooperazione con Goethe-Institut Bonn / Sofia and the Projektbüro zur Förderung von Roma-Initiativen e.V., Heidelberg presentano

Angel - (vedi, NDR) Regista: Alexander Smolyanov, 30 min., Bulgaria 2004

Film girato con gli studenti Rom della scuola elementare di Berkovitsa, in Bulgaria. A un bambino viene chiesto per compito di fare un disegno e lui dipinge la storia dei suoi avi. La maestra gli strappa il foglio in pezzi. Una sua compagna lo consola. Il ragazzo riprende il suo lavoro, questa volta costrendo dei modellini dei carri usati durante le migrazioni dai suoi predecessori.

  • h. 15:00 - Swing - Regista: Tony Gatlif, 90 min., France 2002

Due bambini, due mondi: Max, figlio unico, passa l'estate da sua nonna, accanto a un campo zingaro e lì acquista una vecchia chitarra. Impara a suonarla dal virtuosista Miraldo. Quando torna a casa, scrive lettere e petizioni alle autorità per conto di Miraldo. Nel frattempo, ha fatto amicizia con Swing, una coetanea, il cui stile di vita indipendente e selvaggio è in netto contrasto con l'educazione di Max. I due non sintetizzano soltanto le rispettive differenze di carattere ed educazione, ma anche il divario delle rispettive culture. Ma la loro curiosità e la mancanza di pregiudizi superano le differenze. Inoltre, il film è un omaggio al jazz Manouche e al grande Django, ma assieme il canto del cigno a una cultura che muore.

Mercoledì 1 giugno:

  • h. 19:00 - Hörsaalgebäude A1 (University of Cologne) in cooperazione con ASTA FILM

Pretty Dyana - Boris Mitić, 45 min., Serbia 2004 (vedi)

La sofferenza dell'Oro Nero - Regista: Siniša Dragin, 11 min., Romania 1994

"Black Word" - Regista: Robert Kirchhoff, 40 min., Slovakia 2001

Un pittore contemporaneo slovacco insegna arte ai bambini del villaggio di Hermanovice, per solidarietà dopo che il villaggio è stato investito da una piena. Nel film vengono mostrati i blocchi di appartamenti dove i Rom vanno a rifugiarsi e dove non trovano prospettive future. Uno scrittore Rom di successo, ragiona sui motivi della marginalizzazione sociale del suo popolo. (in originale - sottotitoli in inglese)

Giovedì 2 giugno

  • h. 19:00 - Lettura: "The image of the Gypsies in silent movies" di Heiner Ross, Hamburg

Film muti:

Rescued by Rover. - Regista: Fitzhamon Lewin GB 1905

Le avventure di Dollie. - Regista: D. W. Griffith USA 1908

La Villa solitaria. - Regista: D. W. Griffith USA 1909

La ragazza senza patria. - Regista: Urban Gad Germany 1912

Già dal 1987, uno dei primi film girati mostra scene da un accampamento zingaro. Da allora, Zingari riappaiono nei film muti, fornendo pathos melodrammatico e funzionando da specchio per le paure nascoste, visti in occidente come alieni o intrattenitori da fiera. I film forniscono la testimonianza sui pregiudizi più classici, come il rapimento dei bambini, uno dipinge la figura del "bravo Zingaro" e l'ultimo, con Asta Nielsen, mostra una ragazza zingara, una senza-patria, negli anni dei nazionalismi europei prima della Grande Guerra.

  • h. 20:45 - Cancello degli Zingari - Regista: Melitta Tchaicovsky, 50 min., USA 2004

Immagini coloratissime di una comunità nomadica nella regione desertica di Thar, nella provincia indiana del Rajastan. La videocamere segue gli incantatori di serpenti, i cantastorie, i musici, i fabbri, i raccoglitori del sale e i danzatori dall'aperto deserto sino ai loro campi. Devonospostarsi di villaggio in villaggio per guadagnarsi da vivere. Una breve retrospettiva spiega la complessità del sistema Hindu delle caste e il cerimoniale per i matrimoni - identico a quello dei Rom europei, che sono etnicamente legati a nomadi del Rajastan. Inoltre: l'affascinante musica dei nomadi. (in originale - sottotitoli in inglese)

Segue: party per il pubblico

Venerdì 3 giugno

  • h. 10.00 Recita scolastica

Pretty Dyana - Boris Mitić, 45 min., Serbia 2004 (vedi)

  • h. 19.00 Opportunità per i bambini Rom? Programma speciale per insegnanti e assistenti sociali e per le istituzioni che si occupano dei bambini Rom a Colonia

La scuola secondaria Gandhi di Pecs, Ungheria - Regista: Eva Gerner, 10 min., Hungary 2000

Da oltre 10 anni, questa scuola fornisce tutto il necessario ai bambini Rom per prepararsi agli esami di stato. Lo scopo è di abilitare questi studenti alla professione accademica, così da aiutare il proprio popolo a trovare un suo posto nella società (in originale - sottotitoli in tedesco)

"Schaworalle" Frankfurt - Regista: Roma Media, 21 min., Berlin 2004

Il progetto "Schaworalle" nasce 10 anni fa a Francoforte per iniziativa della locale associazione Rom e.V. Oggi conta circa 100 studenti Rom, la maggior parte di famiglie rifugiate dalla Romania. Il progetto è finanziato dal Comune con l'appoggio dei partiti parlamentari. Il film si concentra soprattutto sull'"Equal project" per la formazione professionale, vengono anche documentate nel dettaglio le lezioni pratiche e teoriche.

"Amaro Kher" - Regista: Besime Atasever, 30 min., Germany 2005

Amaro Kher (Casa Nostra) è un progetto Schaworalle in Colonia, partito nel 2004. E' dedicato ai ragazzi Rom senza scolarizzazione e/o con disagi scolastici. Sono accuditi e preparati per un regolare corso di studio, in classi comuni e alcuni degli insegnanti sono Rom loro stessi. Vengono anche organizzate attività per il tempo libero, cosicché i ragazzi possano soddisfare le loro curiosità, creatività ed entusiasmo.

Il Risveglio - Regista: Peter Stefanov, 25 min., Bulgaria 2005

Questo film documenta la formazione dei Rom come Mediatori Scolastici in un'università bulgara, dal punto di vista della ventunenne Miglena. Prodotta da Romany broadcaster di Vidin, Bulgaria col supporto di CARE e del Goethe-Institut di Sofia.

Assenti: i Rom nella scuola - Prod. OSCE. 30 min., Bosnia and Herzegovina 2004

Nel 2004 ci sono ancora in Bosnia Herzegovina bambini che non frequentano la scuola. Eno Alkić è uno di loro: Rom di tredici anni, ripreso assieme ai suoi amici. Un film significativo non solo perché descrive la situazione di questi ragazzi, ma anche perché mostra le contromisure adottate dai membri della comunità Rom e dalle autorità scolastiche. (in originale - sottotitoli in inglese)

I Roma fanno televisione - Prod. MTV. 10 min., Macedonia 2002

Il film mostra lo staff editoriale della televisione dei Rom per il programma sulle minoranze della televisione nazionale macedone.

  • h. 21:00 - Il pellegrinaggio degli studenti Peter e Jacob - Regista: Drahomira Vihanova, 94 min., Tchez Republic 2000

Durante le vacanze estive nella Slovacchia dell'Est, Peter e Jacob incontrano una giovane Zingara che ha ucciso il suo amante infedele. Dovrà apparire in tribunale, ma nel contempo anche rispondere della sua azione di fronte al proprio popolo. Peter, studente in legge, e Jacob, che studia filosofia, si trovano coinvolti in un'accesa discussione sugli aspetti morali di questo crimine, su delitto e punizione, la nozione di giustizia e le differenze dei sistemi di valori nelle differenti culture. Il film pone la questione dell'esistenza d standrd oggettivi per la nostra vita e le azioni. (in originale - sottotitoli in inglese)

Sabato 4 giugno

  • h. 15:30 - Lecture: The image of "Gypsies" in Hungarian Motion Pictures

Andrea Pocsik, Budapest

  • h. 17:00 - Lecture: The Image of "Gypsies" in Russia – feature films as an example

Martin Holler, historian (M.A.), Humboldt University in Berlin

  • h. 19:00 - La sofferenza dell'Oro Nero - Regista: Siniša Dragin, 11 min., Romania 1994

In cooperazione con Institut Français de Cologne

Le temps des chevaux ou les cousins de Django - Regista: Annie Kovacs-Bosch, 90 min., France 2002

L'autrice ha passato un anno assieme a un clan Manouche dell' Auvergne. Il gruppo in questione è la famiglia estesa di Cesar Reinhardt, conosciuto come Bambula, dei suoi sette fratelli, che ancora vivono in carrozzoni coperti. Le tradizioni degli antenati e le vecchie occupazioni sono ancora molto sentite; tramandate con vecchie canzoni, racconti di fantasia, aforismi e storie umoristiche. La medicina tradizionale dei Manouche, come anche l'atteggiamento verso la morte, fornisce una migliore comprensione di questa cultura, che rischia di scomparire. La regista e critica Annie Kovacs-Bosch ha mantenuto per anni l'amicizia con i Manouche francesi (imparentati coi Sinti tedeschi) e ha dedicato film e cortometraggi alla loro vita, arte e religione. (in originale - sottotitoli in tedesco)

  • h. 21:00 - Party con buffet e la Romany music band 'Romano Trajo'

Domenica 5 giugno

  • h. 11:00 - Discussione: L'immagine degli "Zingari" nella storia filmica

Participano: Andrea Pocsik, Budapest; Annie Kovacs-Bosch, Paris; Melanie Spitta, Frankfurt; Želimir Žilnik, Belgrad; Prof. Wolf-Dietrich Bukow, Cologne; Prof. Wilhelm Solms, Marburg.

Modera: Ariane Dettloff, Cologne.

  • h. 19:00 - Ci vediamo in Paradiso - Regista: Romani Rose, Michael Krausnick. 97 min., Germany 1994

I bambini Sinti dell'orfanotrofio cattolico di St. Josefspflege, Mulfingen, furono usati come cavie dall'infermiera Eva Justin, a capo dell'"Istituto per l'Igiene Razziale" del Dipartimento di Salute Pubblica del Reich. Scrisse le proprie tesi mediche su queste "specie aliene". Continuarono a funzionare come cavie per gli esperimenti, finché il Dipartimento della Sicurezza Pubblica non dispose il loro internamento diretatmente dall'orfanotrofio al campo di sterminio di Auschwitz, a cui sopravvissero solo 4 bambini su 39. Questi sopravissuti, a distanza di 50 anni, sono stati finalmente intervistati, assieme ad altri testimoni contemporanei.

Arrivavano giorno e notte, bambino mio / Zingari (Sinti) in Auschwitz (Es ging Tag und Nacht liebes Kind / Zigeuner (Sinti) in Auschwitz) - Regista: Melanie Spitta, Katrin Seybold. 75 min., Germany 1982

Per molto tempo, è stato considerato praticamente impossibile farsi raccontare dai Sinti le sofferenze patite sotto il nazismo. La regista Melanie Spitta (lei stessa Sinti) e Katrin Seybold hanno fatto in modo di ottenere la fiducia di quanti sopravvissero: per la prima volta le donne Sinti parlano liberamente di quanto fu fatto loro. Assieme alle autrici, per la prima volta dopo la guerra hanno visitato il campo di concentramento di Auschwitz, confrontandosi coi ricordi delle loro sofferenze e la memoria di quanti non sopravvissero.

  • h. 21:00 - Prendimi e portami via - Regista: Tonino Zangardi. 95 min., Italy 2003

Il matrimonio tra la pittrice Valeria e suo marito, che vivono in una anonima città italiana. Loro figlio vive in un mondo proprio. Trova comprensione e amicizia in una ragazza zingara, con cui spesso mangia e beve. I genitori reagiscono con ostilità a questa amicizia. La ragazza chiede a lui di "rapirla", quando scopre che suo padre l'ha offerta a uno zio per saldare un debito di gioco. Ma il ragazzo non capisce cosa lei intenda. Ciononostante, la andrà a cercare quando il padre la darà allo zio. E' il quarto film di Tonino Zangardi, l'unico regista Rom italiano. (in originale - sottotitoli in inglese)

Lunedì 6 giugno

  • h. 20:30 - Kennedy sta tornando - Regista: Želimir Žilnik. 26 min., Serbia 2003

Il film mostra la situazione dei Rom rifugiati deporatti dalla Germania a Belgrado, al loro arrivo all'aeroporto e nei campi per rifugiati della Serbia e del Kossovo. I giovani ragionano sulla loro situazione e sulla completa mancanza di prospettive in Serbia.

Gelem Gelem - Regista: Monika Hielscher, Matthias Heeder. 85 min., Germany 1991

Un gruppo di Rom senzacasa resiste alle deportazioni dalla Repubblica Federale. Le riprese sono state effettuate tra l'autunno del 1989 e la primavera del 1991, per documentare la singolarità della "marcia dei mendicanti", organizzata inizialmente dai Rom nella Northrhein-Westphalia e poi in tutta la Germania sino al confine olandese, sperando - invano - di essere accolti nei Paesi Bassi. Un impressionante omaggio a una fiera minoranza che decide di prendere la fortuna nelle proprie mani, per poter rompere il circolo vizioso di povertà, crimine, deportazioni, nuovamente immigrazione illegale ed espulsione.

Martedì 7 giugno

  • h. 20:30 - Senza casa né tomba - Regista: Azir Jašari. 25 min., Serbia/Kosovo 2001 (vedi)

Il regista Rom Azir Jašari mostra la distruzione dei quartieri Rom di Priština, Mitrovica, e di altre città del Kossovo, dati alle fiamme durante i pogrom organizzati dall'UÇK sotto gli occhi della KFOR (anche della Germania). La disstruzione di una comunità durata 600 anni. Qanti hanno potuto salvare le loro vite, sono ora in campi rifugiati sovraffollati. (in originale - sottotitoli in inglese)

Pretty Dyana - Boris Mitić, 45 min., Serbia 2004 (vedi)

Abbonamenti e biglietti:

:Single movies or sets of movie shorts: 4.- (reduced: 2.50.-)

All events / general ticket: 18.- (reduced: 10.00.-)

Advance sale: Rom e.V., Bobstr. 6-8, 50676 Cologne (to the South of Neumarkt)

Tel. 0221/2786075 * Fax. 2401715 * E-mail: rom.ev@netcologne.de

 
Di Fabrizio (del 01/01/2006 @ 00:00:01 in blog, visitato 1792 volte)
L'anno scorso (vi ricordate?) iniziò sotto il segno di un TREPPIEDE e di un bernoccolo.
Il milanese che è in me, ha scoperto che anche allora si parlava di PRIMARIE, di QUESTORI, del solito DOVE ANDREMO A FINIRE (SIGNORA MIA!)...
Nel frattempo. qualche blogger s'è trasferito, è arrivato Marco che sta bene e non fa dormire sua madre e io, con le mie cronache di solito desolanti, cerco di divertirmi comunque.
Anche se è un racconto di un anno fa:
Underground (reloaded)

10 Gennaio 2005 ore 17:07:39

Personaggi e bloggers:
* Marlowic > privat-eye
* F.R. > un losco figuro
* NNS > l'edicolante di fiducia
* Treppiede > ancora lui
* Gaggio > la luce
* Petar Popara Crni > il sogno diventa incubo
* Ziganka > l'intelligenza degli elettricisti
* Ljubisa > un filosofo

Un cliente importante, finalmente! O almeno, uno che prometteva bene: si era seduto e mi aveva allungato l'anticipo sulla scrivania, nascondendo la faccia schifata per tutte le carte e i bicchieri di plastica che la ingombravano.
Media borghesia benestante, lo valutai con la coda dell'occhio. E invece...
ha ragione NNS, devo decidermi a leggere qualche giornale o comperare la TV
quello mi guarda con l'occhio un po' bovino e inizia:
"Mi chiamo Rutelli, Francesco Rutelli, le darò 2000 euro. Lei deve indagare e bene su Roberto Dal Bosco e capire se è stata una montatura costruita da..."
D'accordo che non leggo i giornali, ma ormai avevo capito (grossomodo) di che lavoro si trattasse. "Basta così" lo interruppi "I nomi li faremo a tempo debito."

La cifra era buona, accettai. In effetti, l'ormai "famoso" caso del Treppiede era finito, al solito, a tarallucci e vino. Ma la prima cosa che scoprii non riguardava direttamente l'indagine. O sì? Un'agenzia aveva ripreso il momento del lancio, e l'autore del gesto aveva sì un'aria familiare, ma non era certo quel tale, Roberto Dal Bosco. Rutelli per una volta aveva visto giusto, e probabilmente il presunto colpevole aveva ritrattato così in fretta perché era innocente.

Ieri, ho finalmente dato un volto al vero colpevole. E vi spiego perché non ho telefonato subito all'onorevole. Stavo leggendo le cronache milanesi del Gaggio (o del Teo? azz, quel blog non c'è +): ad un certo punto accenna a un Pajero e a tipi inquietanti...
Stavolta, me ne sono accorto. E' uscito da un sogno, un incubo o semplicemente un cassetto. La mia fantasia ha materializzato lui, Petar Popara Crni il bieco (e tutto sommato suonato) comandante partigiano di Underground. Mi ha guardato, mi ha centrato con un treppiede (altro che sogno, era un treppiede reale!) ed è uscito dall'ufficio. Mi sono affacciato alla finestra, ma già stava puntando il suo kalashnikov alla tempia di un camionista. Venni a sapere che aveva "requisito" il TIR e s'era lanciato addosso al Pajero, distruggendolo e riempito gli occupanti di sani cazzotti.

E' un problema quando si incrociano i blog, perché ognuno dovrebbe avere una direzione propria. E' ancora + grave quando la tua fantasia si materializza e ti colpisce con un treppiede. Ma la cosa + inquietante, è un ex comandante partigiano, vissuto in una cantina per 50 anni, armato e a spasso per l'Italia del 2005. Un comandante che parla poco, e sa solo agire, un personaggio che è scappato dai miei sogni. Il colpevole sono io.

Sui sogni, chiesi aiuto a Ziganka, la sciamana: "..dopo aver per lungo tempo sorriso, compiaciuta e rassicurata dalle mie credenze, di fronte a certi curiosi riti (scaramantici) di amici rom, mi ritrovo da un po' di tempo a percepire, qui, nella mia stanza vivaci presenze..." Alla faccia delle vivaci!

In effetti, c'è qualcosa che da tempo non quadra col mio cervello. Più lo sforzo a essere razionale e dialettico, più lui ha reazioni di rifiuto violento per questa "normalità". Ma pensavo riguardasse solo il pensare o al limite lo scrivere. Invece, i mostri e gli eroi, che sono sempre esistiti nelle nostre teste, stanno uscendo e non vogliono ragionare, se non con un treppiede. Per sparire nuovamente, come se non fossero mai esistiti. "...Un demone tascabile, un'ombra clandestina, un crimine - La colpa indispensabile per sopportare un vuoto che non vuole finire. - Arabo: io sono il vostro alibi la belva silenziosa il tuo capro espiatorio l'uomo nero l'incubo - la paura che ti porti dentro la notte che non passa mai."

Questa indeterminatezza, non ha più classe o colore politico, ecco cosa leggo su Indimedia: "Azioni come quelle cui stiamo assistendo, come queste che di giorno in giorno si riproducono, non nascono dal nulla. Nascono da anni di relativa calma (molto relativa) e di ripiegamento della politica sociale di ampia parte del movimento - da troppo tempo impegnato a scaldarsi nel ghetto che si è ritagliato nella società per accorgersi del resto del mondo...". Potremmo scrivere le stesse cose, a destra come a sinistra.

Dovetti lavorarci una notte intera, per scrivere qualcosa che potesse spiegare tutto ciò a un onorevole. Per telefono, aggiunsi di portare i soldi, contanti. Quando Rutelli tornò nel mio ufficio, gli spiegai cosa avevo scoperto: un movimento, ancora clandestino, che in mancanza di un'opposizione politica seria, aveva iniziato ad agire, senza sapere quali potessero essere le conseguenze. Non cercavano un leader, non c'erano primarie che tenessero. Nel vuoto di idee del 2005, anche un TREPPIEDE poteva bastare. (pensai anche: figuriamoci Petar Popara con un TIR sotto il culo, ma questo non glielo dissi).

Rutelli, fece il gesto di prendere il portafoglio, per saldare. Mi ritrovai una pistola puntata addosso: "Bene, accompagnami da questo Nero. Morto lui, tutto tornerà come prima. B. mi sarà riconoscente, finalmente!". Cazzo, va bene farsi sorprendere da Popara, ma anche da Rutelli era il colmo!
Intravidi, in quel mentre, un'ombra alla finestra. Presi tempo e iniziai a spiegare all'onorevole che così non avrebbe fatto altro che liberare nuovi incubi. Il colpo a due mani si abbatté sul collo di Rutelli, lasciandolo incosciente a terra.

- "Ljubisa, hai fatto un grande favore a Prodi". "E lui ha pure bombardato casa mia in Kossovo. Tu piuttosto," aggiunse Ljubisa vedendomi frugare nelle tasche di Rutelli "vedo che finalmente hai imparato".
- "Prendo solo quanto avevamo pattuito. Non era nei patti consegnargli il vero colpevole"

Più tardi, mentre si festeggiava al bar, Ljubisa aggiunse:
- "Ma tu, saresti stato capace di tradire così un tuo amico, anche se era il solito sogno gajo della guerra in Yugoslavia?"
- "Qualcosa, avrei inventato."
risposi poco convinto "Tu, piuttosto, cosa farai?"
- "Hai sentito, si preparano tempi duri. Ho fatto un ordine che non posso dirti, giù in Montenegro"
- "Ma così sarai tu a tradire Nero e riconsegnarlo a Marko!"
- "Dilo!"
chiuse il discorso sputando a terra. "Ma non hai capito che se torna la guerra, saranno nuovamente amici?
Dammi retta, lascia stare la politica, prima o poi ci lascerai la licenza"
- "Non preoccuparti, ho già dato... ho già dato"
mentre già pensavo come raccontare a quel fulminato del questore che nel mio ufficio c'era Rutelli legato e un pazzo con un TIR in giro per Milano.

 

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