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Ricerca articoli per il pianto degli zingari

Di Fabrizio (del 24/03/2013 @ 09:09:44 in musica e parole, visitato 2540 volte)

foto Paola Castagna ©

Tour primavera 2013 di Paul Polansky

Sono riportati solo gli eventi confermati:

28 marzo 2013 h. 20.45
PAPACQUA, via Daino 1 - MANTOVA.
Introduzione di Igor Costanzo. Durante la serata proiezione di fotografie in collaborazione con Paola Castagna.

5 aprile 2013 h. 21.00
LE STORIE DEL MANEGHETO, vicolo Cere 24, VERONA
Non ci sono confini agli orti di Spagna: storie, poesie, immagini e musica di gente di viaggio. Con la fisarmonica di Tommaso Tommo Castagnini e le immagini di Paola Castagna. Cena alle 19.30 - meglio prenotare 045-8014299

7 aprile 2013 h. 17.30
TEATRO Valle Occupato, via del Teatro Valle 21, ROMA.
Il tempo dei Rom, con Paul Polansky, Pino Petruzzelli, Bianca Stancanelli, la musica di Djovedì Django e degli Errichetta Underground, la danza di Barbara Breyhan e Daniela Evangelista, il canto di Debora Longini e Daniela Bruno accompagnate da Ivan Macera e da Mauro Tiberi, Stefano Liberti ed Enrico Parenti, autori del documentario prodotto da ZaLab "Campo sosta". Il tutto allietato dalla cucina rom.

9 aprile 2013 h. 21.00
LIBRERIA POPOLARE, via Tadino 18 - MILANO.
Presentazione "Il pianto degli zingari"

10 aprile 2013 h. 21.00
ARCI Martiri di Turro, via Rovetta 14 - MILANO.
Paul and friends: SLAM POETRY. Alle 20.00, cena in compagnia (costo circa 10-15 euro, consigliata la prenotazione)

11 aprile 2013 h. 21.00
ARCI Via d'Acqua, viale Bligny 83, PAVIA.
Impegno, musica, poesia: programma in via di definizione

13 aprile 2013 h. 18.30
SUNSET CALDE' Piazza del Lago, 3 - 21010 - Castelveccana (VA)
SLAM POETRY

15 aprile 2013 h. 21.00
C.A.M. Ponte delle Gabelle, via san Marco 45 - MILANO.
Presentazione "Il pianto degli zingari"

16 aprile 2013 h. 10.00
Isis GIOVANNI FALCONE, Via Matteotti 3, GALLARATE (VA).
Le parole sono luce: dialogo con gli studenti. Introduzione di Ernesto Rossi. Accompagnamento musicale di Mario Toffoli

17 aprile 2013 h. 18.30
LIBRERIA UTOPIA, via Vallazze 34, MILANO.
Chiusura tour milanese

18 aprile 2013 h. 19.30
Spazio CENTO-TRECENTO, via Centotrecento 1/a BOLOGNA
Chiusura tour italiano

Il pianto degli zingari
Danica è una ragazza intelligente. Nella scuola che frequenta a Monaco prende ottimi voti, aiuta i compagni in grammatica. Forse farà l'insegnante, o forse la dottoressa. Ma dalle quattro di una mattina d'inverno, di punto in bianco deve lasciare casa libri amici lingua futuro, salire a forza con i genitori e la sorellina su un aereo pieno di rom diretto a Pristina e a un incubo seppellito nella mente dieci anni prima assieme a una lingua.
"Avna o nemcoja", aveva gridato suo padre quella mattina di giugno del 1999. "Arrivano i tedeschi!", lo spauracchio che tornava nei racconti del nonno sulla seconda guerra mondiale e sui nazisti in cerca di vergini da violentare. Ma erano stati i vicini albanesi, vestiti di scuro, a cacciarli di casa agitando asce e forconi. Lei aveva sette anni. Ora, alle quattro di mattina, il passato ritorna a sfondare la porta di casa. Ma lei non è tedesca? Ha l'uniforme scolastica, ha vinto una borsa di studio. E questa vicina che piange e protesta coi poliziotti la considera come una figlia.
Lo stile spoglio e fattuale di Polansky è perfetto per una storia raccontata da un'adolescente. Il reportage trasfigurato in racconto in versi è una denuncia che rimane oltre il tempo dell'emergenza. Se non ci fossero emergenze senza scadenza.
Il pianto degli zingari è un libro per tutti e dovrebbe entrare nelle aule scolastiche, per animare i concetti di dignità umana, diritti dei minori, cittadinanza, accoglienza, integrazione col volto e la voce di Danica.
Roberto Nassi

Note:
Autore: Paul Polansky
Edizione: Volo press
Postfazione: Rainer Schulze
Immagini: Stephane Torossian
Traduzione: Fabrizio Casavola
Euro 10,00

 
Di Fabrizio (del 17/12/2013 @ 09:01:28 in Italia, visitato 1716 volte)

... anzi, fate finta di aver afferrato la coda, e di aver vinto un altro paio di giri

Mi sento a disagio nel parlare del termine CULTURA, ma non potrei fare altrimenti, portate pazienza...

Quando qualcuno accenna alla "cultura rom", mi trovo a chiedere cosa significhino quelle due parole affiancate. Se, per esempio, mi chiedessero di descrivere la "cultura italiana", non saprei farlo. O, ad esempio, qual è la "cultura USA", quella dominante? Il Midwest, la California, o New York? E se fosse NY: Brooklyn o il Bronx?

Vorrei partire, quindi, dalla cultura NOSTRA:

La segnalazione è sul profilo FB di Tahar Lamri, collaboratore (tra l'altro) di Internazionale. Questo il suo messaggio:

    In Francia. I poveri non possono nemmeno cercare cibo nei cassonetti dei rifiuti. Su questi cassonetti dei rifiuti dei supermercati 8 à Huit (Gruppo Carrefour) c'è scritto: "Chiunque venga sorpreso a rubare da questi cassonetti sarà perseguitato dalla gendarmeria", "Il contenuto di questi cassonetti è stato irrorato con varechina". Sì avete letto bene "rubare"! Dove ci porterà questo sistema?

Nella mia ignoranza, questa è cultura, la nostra cultura. Cultura nel senso che quegli avvertimenti non ci fanno più ricchi, non migliorano la nostra vita. Sono, soltanto, i voleri di chi ha pance piene (mica sempre) e vede il pericolo del partito delle pance vuote. E al posto di parlare con le pance vuote, spreca varechina.

LO SCANDALO

    Il panno insanguinato
    Siamo rimasti fuori dalla roulotte
    Lanciando terra, pietruzze,
    Rifiuti, cantando, suonando serenate
    Finché la coppia di sposi
    Ha finalmente esposto
    Il panno insanguinato.

    Quindi ci siamo ubriacati
    Per celebrare la nostra ragazzina
    Che adesso era una donna.

    Per il resto delle loro vite
    Conserveranno quel panno
    Che prova il loro matrimonio.

    Non è meglio
    Di quello stupido pezzo di carta
    Che le autorità italiane pretendono
    Per dimostrare che i tuoi figli

    Sono legittimi?

E' la poesia di Paul Polansky che chiude il calendario 2014 dell'associazione 21 luglio. Una persona che l'ha ricevuto in regalo, l'ha ritenuto diseducativo, per essere precisi quando parla di un atto, assolutamente privato, che questa persona trova orribile, come altre pratiche (infibulazione, escissione, matrimoni imposti ecc ecc). Ha difficoltà ad accostarsi a questa cultura, continua, e trova che sia un atteggiamento presuntuoso chi attinge dalla [nostra] civiltà e progresso ciò che fa comodo [che serve] e rifiuta il resto.

Col medesimo disagio con cui iniziavo questo post, penso che:

  1. è relativamente facile dichiararsi femminista (o di qualsiasi altra idea) avendo come riferimento il nostro mondo, e pensandolo migliore degli altri (salvo poi criticarlo aspramente). Il nodo è quel pensarsi in grado di giudicare 11 mesi di un calendario dal dodicesimo, identificare una cultura altra da un particolare, togliendosi la possibilità di conoscere gli altri particolari;
  2. una critica esposta in quel modo non verrà raccolta che da settori minoritari della gente a cui dovrebbe essere rivolta. Che si sentirà ulteriormente discriminata. E' un suo costume, e sospetto che continuerà a sussistere per decenni;
  3. ma forse, era anche un costume nostro, e sicuramente lo è per una buona fetta della popolazione mondiale. Ignorare quello che è un puro dato di fatto perché cozza contro le proprie "opinioni-sensibilità-ideologia ecc ecc" mi sembra un po' superbo;
  4. forse, se si vuole almeno iniziare a cambiarli, questi dati di fatto, bisogna trovare il modo di interloquire con i "selvaggi", e non limitarsi a considerarli dei "selvaggi".

Ma sul punto 4. tornerò tra poco.

TEMP'ADDIETRO (ANCORA OGGI)

Una volta, tanti e tanti anni fa, sarei stato capace di definire il termine CULTURA. Ero un ragazzo perso nella vivacità degli anni '70, e come capita da giovani ero rimasto innamorato della rivista Il Politecnico, o meglio del famoso primo articolo di Elio Vittorini, di cui cito tre parti:

    UNA NUOVA CULTURA
    Non più una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini
    Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. ma certo vi è tanto che ha perduto, e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che di soldati;
    [...]
    Pensiero greco, pensiero latino, pensiero cristiano di ogni tempo, sembra non abbiano dato agli uomini che il modo di travestire e giustificare, o addirittura di rendere tecnica, la barbarie dei fatti loro. E' qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli uomini?
    Io lo nego. Se quasi mai (salvo in periodi isolati e oggi nell'U.R.S.S.) la cultura ha potuto influire sui fatti degli uomini dipende solo dal modo in cui la cultura si è manifestata. Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato princìpi e valori, ha scoperto continenti e costruito macchine, ma non si è identificata con la società, non ha governato con la società, non ha condotto eserciti per la società. Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi princìpi e i suoi valori? Dallo spettacolo di ciò che l'uomo soffre nella società. L'uomo ha sofferto nella società. l'uomo soffre. E che cosa fa la cultura per l'uomo che soffre? Cerca di consolarlo.
    [...]
    Io mi rivolgo a tutti gli intellettuali italiani che hanno conosciuto il fascismo. Non ai marxisti soltanto, ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici. Vi sono ragioni dell'idealismo o del cattolicesimo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di lottare contro la fame e le sofferenze?
    Occuparsi del pane e del lavoro è ancora occuparsi "dell'anima". Mentre non volere occuparsi che "dell'anima" lasciando a "Cesare" di occuparsi come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una funzione intellettuale e dare a "Cesare" (o a Donegani, a Pirelli, a Valletta) di avere una funzione di dominio "sull'anima" dell'uomo. Può il tentativo di far sorgere una nuova cultura che sia di difesa e non più di consolazione dell'uomo, interessare gli idealisti e i cattolici, meno di quanto interessi noi?
    Elio Vittorini [n. 1, 29 settembre 1945]

QUI il testo completo dell'articolo. Alcuni punti mostrano i quasi 70 anni passati da allora (ad esempio, per restare in tema, il fatto che il termine "uomo-uomini" oggi sarebbero politicamente scorretti). Il punto nodale resta: la segnalazione di Tahar Lamri riguarda una cultura (che sia di destra, razzista o semplicemente padronale), che si da strumenti per modificare l'equilibrio delle cose, che viceversa potrebbero rimanere come sono, senza che una delle due parti in causa ne tragga un vantaggio materiale. Questo, la definisce come cultura.

Il secondo caso è invece, secondo me, un puro sfogo intellettuale, che nel non riconoscere l'esistenza di qualcosa che è altro, nega anche la possibilità di cambiare, di discutere, gli attuali equilibri e di capire le cause di tanti disequilibri. Parafrasando un'altra frase celebre, don Milani, è "una cultura che cura i sani e allontana gli ammalati".

Se dovessi dire la mia sulla condizione femminile e sulla coscienza politica delle Romnià, potrei concludere che non è simile ovunque, perché diverse sono le persone e diverse le loro situazioni. E' rom, si considera tale, Ostalinda Maya Ovalle, femminista e ricercatrice dell'European Roma Rights Center, vale lo stesso discorso per quella donna che centra la sua identità nella poesia di Polansky che urta la sensibilità, come lo è la ragazzina che nel libro IL PIANTO DEGLI ZINGARI (sempre di Paul Polansky) rifiuta il suo matrimonio combinato.

Ma dopo tanti ragionamenti, devo passare ai MIEI ricordi personali. Discutevo qualche settimana fa con una gagì, anche lei impegnata per la condizione delle romnià con cui interagisce e consapevole di quando continuare un discorso e quando interromperlo, per non spezzare il filo che la tiene unita alle altre donne. Le dicevo, sconsolato, che vent'anni fa e con un'amministrazione leghista, la condizione delle donne tra i Rom era migliore di oggi. Migliore, perché erano loro a fare da cerniera tra la loro società e quella esterna. Erano mediatrici scolastiche, mediatrici sanitarie, istruite e partecipi.

Erano LORO a voler cambiare. Dopo 20 anni, quel capitale culturale è quasi totalmente andato perso. Perché si erano fidate di noi, della società esterna, ma nonostante la loro PROFESSIONALITA', quei tentativi e molti altri sono stati mandati in malora dalle amministrazioni che sono seguite. E allora, per donne e uomini, si è assistito al ritorno di pratiche, costumi e diffidenze che c'erano sempre stati. Si è trattato, sempre di un dato di fatto parlo, di contrapporre una cultura della collaborazione che contava qualche anno, a pratiche di sopravvivenza e identitarie che sono secolari. Sentitisi traditi, stanno tornando indietro di 20-30 anni, senza che io debba giudicare questo giusto o sbagliato. E', a differenza del passato, una sorta di cultura che si definisce per sottrazione.

Quindi, cosa resta della cultura? Nuovamente, cedo la parola a Paul Polansky:

    Il professore

    Un professore universitario
    Ha chiesto a mio nonno
    Di accompagnarlo
    In tutti i campi
    Per chiedere se crediamo ancora
    Che il sole sia come Dio.

    Per chiedere se le donne
    Leggano ancora il futuro.

    Per chiedere se le nostre donne
    Succhino ancora i vermi
    Fuori dalle orecchie dei bambini
    Fuori dai cervelli dei bambini.

    Per chiedere se facciamo medicine
    Con i cuccioli dei topi.

    Per chiedere se curiamo la bronchite
    Con grasso di cane, d'oca
    E di cavallo.

    Per chiedere se compriamo ancora
    Le nostre mogli.

    Per chiedere se chi non può
    Permettersi di comprare una moglie,
    La rapisce.

    Per chiedere se crediamo ancora
    Che ogni casa ha un serpente
    Che vive nelle fondamenta
    E viene fuori di notte
    Per proteggerci.

    Per chiedere se pronunciamo ancora
    I nostri giuramenti
    Sul pane.

    Per chiedere se posiamo
    Due pietre di fiume
    Sulle nostre tombe
    Così che i morti
    Abbiano acqua in cielo.

    Per chiedere se crediamo ancora
    Nel malocchio,
    Nella magia nera.

    Per chiedere se crediamo ancora
    Che i morti ritornino
    Per osservarci
    E tormentarci.

    La gente dei campi Sinti disse al professore
    Che gli italiani si sono presi i nostri cavalli,
    I nostri carri, i nostri lavori,
    La nostra lingua, le nostre vite,

    Quindi cosa ci resta
    Da credere,

    Al di fuori delle nostre tradizioni?
    [Il silenzio dei violini pagg. 45-47]

    Nota dell'autore
    Ho scritto le poesie di questa raccolta esprimendo in prima persona la voce dei Rom e Sinti di cui ho raccolto le storie tramandate oralmente. Ne consegue che se queste sono opere scritte da me, le esperienze e le testimonianze sono loro.

SPOT

Il calendario dell'associazione 21 luglio puoi anche scaricarlo in formato .pdf

Clicca sull'immagine

 
Di Fabrizio (del 26/04/2013 @ 09:00:23 in conflitti, visitato 1223 volte)

CORRIEREIMMIGRAZIONE 22 aprile 2013 | di Stefania Ragusa

La deportazione dei rom dalla Germania al Kosovo: chi se la ricorda più? Eppure è un fatto di pochi anni fa. Un bellissimo libro di poesie ci aiuta a non dimenticare.

Dei saggi non noiosi si dice spesso che si leggano come romanzi. In questo caso ci troviamo, invece, di fronte a una raccolta poetica che ha l'effetto di una narrazione giornalistica di alto livello, capace di unire la precisione storica dei fatti con i vissuti dei protagonisti. Ne Il pianto degli zingari Paul Polansky, intellettuale controverso ma imprescindibile per chiunque sia interessato al tema rom, ci parla di una vicenda assi incresciosa, vicina nel tempo e nello spazio, ma finita in uno spesso e ovattato dimenticatoio: la deportazione dei rom, dalla Germania al Kosovo, in campi pesantemente inquinati dal piombo, nel 2010.

In molti casi, ad essere deportati, sono stati bambini nati e cresciuti in Germania, che non conoscevano altra lingua che il tedesco ed erano assolutamente impreparati alla vita nei campi. Si trattava dei figli dei profughi arrivati soprattutto in Germania, ma anche in altri Paesi europei, in seguito alla guerra dei Balcani del 1999. I rom erano stati considerati dalla maggioranza albanese collaborazionisti dei serbi, le loro case bruciate e distrutte. Per questo, a più riprese, erano fuggiti all'estero. Ma alla nascita del Kosovo, grazie a sbrigativi e discutibili accordi con Pristina, e nonostante segnali evidenti che davano a pensare circa la loro effettiva sicurezza, sono stati rimandati indietro.

Il racconto è affidato a Danica, una bambina molto intelligente, che frequenta la scuola a Monaco, prendendo ottimi voti, e sogna di fare il medico o l'insegnante. Danica ricostruisce la vicenda in poche, calibrate parole. A partire dalla notte in cui arrivarono gli albanesi a bruciare la loro casa: "I nostri vicini Albanesi non ci violentarono/ Soltanto, continuarono ad urlare/ che avevamo soltanto due minuti/ per salvarci la vita/ Erano le quattro/ quella mattina/ quando scappammo/ ancora in pigiama ...". Poi ci fu l'arrivo e l'incontro con le cugine nate in Germania e che non parlavano romanés, figlie dello zio scappato anni prima: "Alla fine della giornata/ stavano insegnandomi/ una nuova lingua/ dissero che dovevo dimenticare/ di essere una zingara". Poi, la nuova vita, la scuola, la vicina affettuosa, l'avvocato rassicurante ma certamente non in grado di ipotecare il futuro e il padre che non voleva diventare un tedesco ma che si trova a ricredersi in pochi istanti di fronte alla possibilità di lavorare. E poi, ancora, l'epilogo inaccettabile con i poliziotti che, come gli Albanesi, arrivano la mattina presto "ed erano come la Gestapo nelle storie di papà". Ma Danica anche all'interno del campo avvelenato dal piombo, mette in atto la sua resistenza. Insegna il tedesco agli altri bambini. Prova a incontrare il mondo fuori. E progetta il ritorno in Germania.

In appendice un testo firmato da Rainer Schulze, docente di Storia moderna Europea all'università di Essex, tratteggia un quadro di riferimento che permette di inquadrare meglio la vicenda. Il pianto degli zingari, che è stato tradotto da Fabrizio Casavola, grande conoscitore del mondo rom e ideatore del blog Mahalla, illustrato da Stephane Torossian e pubblicato da Volo Press, è un testo che si presta a molti livelli di lettura. Anche per questo sembra fatto apposta per essere proposto nelle scuole. Noi ci auguriamo che lo sia, che non si perda diventando una piccola perla riservata agli addetti ai lavori. Perché di questa informazione e di questa memoria oggi c'è bisogno come il pane. Soprattutto tra i più giovani.

 

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