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Parma
Di Fabrizio (del 26/08/2008 @ 13:07:11, in casa, visitato 190 volte)

Da La Repubblica Rom: non solo campi nomadi, la storia di Orhan e Jasa

La famiglia Ibraimov è uno dei primi nuclei che ha ottenuto un alloggio popolare grazie al "progetto rom" del Comune. Un'iniziativa, tra le poche in Italia, che cerca di integrare i rom affrancandoli dalla logica dell'assistenzialismo
di Benedetta Pintus

Nell'Italia dell'emergenza sicurezza la parola rom è diventata sinonimo di criminalità e disprezzo per le regole, ma il calore di una famiglia come quella di Orhan e Jasa spazza via ogni pregiudizio. Il loro piccolo e accogliente appartamento di via Navetta è lontano anni luce dallo stereotipo dello zingaro che vive di furti ed elemosina rifugiandosi in un campo nomadi alla periferia della città. Quelle quattro mura colorate da soprammobili di porcellana e innumerevoli mazzi di fiori variopinti sono il simbolo dell'integrazione e raccontano una storia iniziata in Macedonia e finita a Parma. Dove i coniugi Ibraimov, dopo una vita di stenti tra accampamenti abusivi, edifici occupati e roulotte, grazie al "progetto rom" del Comune, sono riusciti a ottenere un alloggio popolare per potersi finalmente stabilire e crescere in serenità i propri figli.

Madre e padre sono poco più che trentenni, ma le loro spalle portano il peso di anni di sacrifici, celati in fondo allo sguardo stanco di Jasa. "Per me – racconta - arrivare al campo di strada del Cornocchio è stato come entrare in albergo, perché dopo aver vissuto in mezzo alla strada tutto mi sembrava un lusso". Anche se all'inizio mancavano l'acqua e il riscaldamento. "C'era freddo da morire". Ma sempre meglio che dormire in macchina con i bambini piccoli e affamati in attesa che il padre torni dal lavoro. Mai fatto l'elemosina? "Io sono un lavoratore – risponde Orhan – non sono venuto qui per mendicare". Altrimenti sarebbe rimasto in Macedonia, il suo paese d'origine, dove aveva una casa ma, in quanto rom, era comunque discriminato. "Nel nostro Paese i rom sono costretti a vivere in case pericolanti, dove intere famiglie dormono in una sola stanza. Mio padre, pensionato, riceveva dallo stato un contributo di 15 euro al mese. Quella non è vita". Trovare un impiego per Orhan era diventata un'impresa impossibile, così nel 1996 ha deciso di emigrare in Italia con Jasa in cerca di fortuna.

La prima tappa è stata in un campo nomadi di Foggia, dove nel 1998 è nato Gelo, il loro primo figlio. Anche in Puglia, però, trovare lavoro non è facile, perciò i due si spostano con il bambino verso nord e finiscono in un accampamento abusivo in riva a un fiume a Marano di Basilicanova, che presto viene sgomberato. Da quel momento Orhan e sua moglie cercano rifugio in una scuola occupata da altri immigrati e poi nell'ex villa Maghenzani, dove vivranno per tre mesi. Intanto Jasa ha dato alla luce altri due bambini, Leonardo e Bernando, con cui, infine, nel 2002 arrivano al campo nomadi di Parma. Da qui gli Ibraimov fanno domanda per l'assegnazione di una casa popolare tramite il "progetto rom" dei servizi sociali.

Si tratta di un'iniziativa portata avanti dal Comune con l'obiettivo di affrancare i rom dalla logica dell'assistenzialismo. "Cerchiamo di superare il concetto di campo nomade", spiega il coordinatore del progetto Vito Verrascina. "Anche perché negli anni i rom in Italia hanno fatto un percorso che li ha trasformati da nomadi a stanziali. Solo alcuni si spostano per difficoltà o problemi legali. In molti casi sono i rom stessi a chiedere di poter andare a vivere in un appartamento".

Orhan aveva tutti i requisiti per ottenerlo: una famiglia numerosa, un permesso di soggiorno, la residenza da più di due anni, un lavoro continuativo. Il sogno di trovare un rifugio stabile si è realizzato nel 2005. "Siamo stati la seconda famiglia ad andare via dal campo. Ora non torneremmo mai a viverci". Secondo Jasa la situazione è molto peggiorata rispetto a prima: "Quando ci vivevamo noi c'erano regole più severe. Per qualsiasi cosa bisognava chiedere il permesso al Comune. Ora invece chi ci abita fa tutto quello che vuole: si rubano anche le cose tra loro". Molti rom non vogliono stare in appartamento "perché preferiscono essere liberi e non avere regole da rispettare. Vogliono fare feste, grigliate, ascoltare la musica a tutto volume fino a tardi. Il nostro scopo, invece, da quando siamo arrivati in Italia era quello di trovare una casa".

Oggi Orhan si sveglia ogni mattina alle sei: lavora da quasi sette anni come operaio nell'impresa di costruzioni Pizzarotti. Sua moglie Jasa si occupa della casa e dei bambini, che frequentano la scuola elementare: Gelo ha ormai dieci anni, Leonardo otto e Bernando sette. La loro è una famiglia come tante, che tra prezzi in aumento, conti da pagare e visite mediche, cerca di arrivare alla fine del mese con un solo stipendio. "Per la scuola si spende tanto", si lamenta Jasa. Ma sorride quando Bernando mostra con orgoglio il suo nuovo zainetto di Superman. Poi il suo sguardo si fa di nuovo preoccupato. "Ora basta bambini. I bambini costano", dice ricordando con sofferenza i suoi due aborti, l'ultimo due anni fa. "Le famiglie numerose – spiega Verrascina - sono frequenti tra i rom. Spesso i figli vengono usati come strumento per ottenere agevolazioni".

"Molti bambini rom disturbano. Fanno chiasso, chiedono l'elemosina", ammette Orhan. "Ma non è colpa loro. E' colpa dei genitori", gli fa eco Jasa, che racconta le difficoltà che ha incontrato dopo il trasloco a causa dei pregiudizi. "Nessuno ci salutava, c'era molta diffidenza. Parlavano alle nostre spalle e i bambini non potevano neanche giocare in giardino. Una volta i vicini si sono lamentati perché c'era qualcuno che suonava continuamente i campanelli e loro hanno subito accusato ingiustamente i nostri figli". Addirittura una volta qualcuno ha telefonato l'Acer, l'azienda che gestisce gli alloggi popolari, dicendo che in casa Ibraimov si nascondevano famiglie di clandestini. A quanto pare per qualche inquilino del quartiere il solo fatto di avere origini rom è più che sufficiente per sospettare che dietro la facciata di una famiglia per bene si nasconda un covo di criminali. "Il problema – dice Orhan – è che basta il cattivo esempio di uno per gettare cattiva luce su tutti. Ma i rom non sono tutti uguali".

A poco a poco, però, la situazione è migliorata. Gelo, Leonardo e Bernando giocano tranquillamente sotto casa con gli altri bambini di via Navetta e qualche vicino invita anche Orhan e Jasa a prendere un caffè. "Ora - dice lei - salutano anche i bambini, ma io continuo a non parlare con nessuno. Certa gente è peggio degli zingari".
(25 agosto 2008)

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